della nostra inviata al Forum Internazionale di Viterbo sui cambiamenti climatici
Si è concluso il VII Forum internazionale “Il clima che cambia” organizzato a Viterbo da Greenaccord. Anche queste ultime giornate hanno visto la presenza di relatori e ‘testimoni del clima’. William Rees, Professore dell’Università della British Columbia e ideatore del concetto di “ecological footprint”, nella sua presentazione ha mostrato come la globalizzazione possa diventare un mezzo legale dei paesi ricchi per togliere ai paesi poveri. Dovremmo, infatti, ripensare ad un indicatore diverso perché il divario tra PIL e qualità della vita è sempre più evidente. Sarebbe opportuno rivedere il rapporto tra economia e natura per giungere ad una nuova distribuzione della ricchezza. Inoltre, nel momento in cui riconosciamo che ci sono dei limiti alla crescita, allora dovremmo essere più generosi con gli altri e passare da un accumulo ad una condivisione. Infatti, nessuna nazione, nessun popolo, nessun paese può pensare di raggiungere una propria sostenibilità autonomamente.Le testimonianze si sono poi susseguite tra Tony Fontes, dall’Australia, che dopo 30 anni di attività come sommozzatore sulla Grande Barriera Corallina ha evidenziato il problema dello sbiancamento dei coralli. A seguire, David Tobar Franco dal Guatemala ha presentato la difficile situazione del suo paese che, a causa di eventi meteo estremi degli ultimi anni, si sta spegnendo.
Infine, la toccante testimonianza di Marush Narankuu, una donna di 67 anni e madre di 14 figli proveniente dalla Mongolia. Marush ha affrontato un lungo viaggio per giungere fino a Viterbo e parlare della sua comunità, del suo popolo e della sua terra. Mostrando delle foto del luogo dove ora vive con la sua piccola comunità, ha spiegato che il lago nelle cui vicinanze avevano installato le loro case, il Khar Us, si sta prosciugando. Nata e cresciuta in questo luogo ha ricordato che da bambina quello era un luogo verdeggiante e ricco di acqua. Negli ultimi 4-5 anni l’acqua si è prosciugata talmente tanto che persino le radici dell’erba sono secche. I pascoli si sono notevolmente ridotti, non si trova più pesce.
Ma nonostante tutto, con tanta emozione nella voce e semplicità nello sguardo, Marush Narankhuu ha detto che le donne della sua comunità si sono attivate per produrre dei manufatti locali e rivenderli perché insieme vogliono salvare e proteggere la loro terra, il loro lago e, insieme, le proprie vite, che dipendono dalla natura. Ma “voglio salvare il lago, non voglio cambiare stile di vita”, ha affermato con un sorriso imbarazzato.
Lo stesso sorriso che era possibile ritrovare nei volti delle immagini proiettate da Raphael Mollandy Mweninguwe, giornalista del Malawi che ha presentato la situazione del suo paese rispetto all’ambiente e all’informazione giornalistica. Katiana Murillo, invece, giornalista del Costa Rica, per farci conoscere il suo paese ha fatto ascoltare una breve registrazione da cui proveniva la musica di un pianista suonata e registrata dal vivo in un bosco. Suoni e rumori del Costa Rica insieme alle note del pianoforte e al sorriso di Katiana.
Per concludere il Forum è stato dato spazio ai giornalisti di Greenaccord che hanno presentato alcuni progetti. È il caso di Pavel Antonov dall’Ungheria; Haroldo Castro dal Brasile; Ana Gonzales Wonham dalla Spagna; Alexandru Savulescu dal Canada e Leon Marshall dal Sud Africa. Oltre a presentare i rispettivi progetti, tutti interessanti e originali, è stato possibile acquisire un modo nuovo di proporre il proprio lavoro, dipendente sia dalla personalità di ciascuno sia dalla cultura del paese di provenienza. In ogni caso, comunque, una ricchezza e uno stimolo “a fare il giornalista con creatività e responsabilità” come ha sottolineato Alfonso Cauteruccio.
Le giornate di Viterbo sono state l’occasione per conoscere persone, uomini e donne che rappresentano paesi e culture così lontane e diverse tra loro e da noi. È stata l’occasione per scoprire e conoscere suoni e sguardi di chi, dall’altra parte del pianeta, risente in prima persona dell’impatto del cambiamento climatico e fa qualcosa concretamente. Ora che al nome del piccolo villaggio possiamo dare un volto e uno sguardo, ora che gli appelli e le richieste sono ancora vicine nella nostra memoria, diventa quasi impossibile non riportare la loro testimonianza.


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