28.2.09

Ogni vita è “bella”

A Pisa serata di riflessione sull’aborto e sulla vita in compagnia dell’On. Carlo Casini.

di Fabio Vitucci

Il dramma della solitudine di una madre, la tragedia dell’aborto, ma anche la bellezza della vita e il coraggio di amare: questi i temi della serata organizzata a Pisa dal locale Movimento per la Vita, che ha avuto come ospite d’onore il presidente nazionale Carlo Casini e come momento centrale la proiezione del film “Bella”. Un film diverso, fuori dai classici circuiti di distribuzione (in Italia i diritti sono passati prima alla Lux ed ora alla RAI, senza mai giungere sullo schermo), che però ha ricevuto il People's Choice Award 2006 al Toronto Film Festival ed è diventato quasi un manifesto per le associazioni a difesa della vita e dell’uomo. La storia narra di una giovane donna incinta che perde il lavoro e di un uomo che non riesce a dimenticare un tragico incidente d’auto avvenuto nel passato, in cui ha travolto e ucciso una bambina. L’amicizia cambia la loro vita e dà ad entrambi nuova speranza: la donna decide di non abortire più e di dare in adozione la figlia all’amico, che così, insieme alla sua famiglia, aiuta la bimba a crescere e redime la sua coscienza e la sua vita. Un film semplice ma profondo, proiettato l’anno scorso al Fiuggi Family Festival e che porta alla ribalta valori e pensieri che vanno contro la cultura dominante: il rispetto per la vita, la centralità della famiglia, la forza dell’amore, temi oggi bistrattati e bollati come vecchi orpelli ormai inutili.
E invece così non è, come emerge dal successivo dibattito presieduto dall’on. Casini. “Quella della vita è una battaglia importantissima da combattere con la testimonianza – esordisce l’europarlamentare – per mostrare a tutti che si può e si deve custodire ogni singola vita umana, dalla nascita fino alla sua terminazione naturale”. L’aborto in particolare è un dramma incredibile della società moderna, come confermano i successivi interventi di diversi operatori del campo socio-sanitario, e l’aspetto più preoccupante è la solitudine, vissuta dalle madri ma spesso anche dall’intera coppia in difficoltà. Occorre quindi testimoniare l’importanza dell’amore, combattere il pensiero comune e avere il coraggio e gli strumenti per aiutare chi è in difficoltà e vede l’aborto come l’unica via d’uscita. “Tante donne chiamano al nostro servizio SOS Vita al numero 800813000, attivo 24 ore su 24, e piangono per la loro solitudine o per la loro frustrazione post-aborto – testimonia ancora Carlo Casini – e non si tratta esclusivamente di donne sole, ma anche di madri di famiglia abbandonate alla loro gravidanza dai mariti”. Emerge chiaro il bisogno di interventi mirati a favore della vita e della famiglia, combattendo quella che si vuol far passare come logica del buon senso e invece è soltanto una barbarie: non esistono vite di serie A e di serie B, così come non esistono vite che non sono degne di essere vissute.
A chiudere la serata c’è la testimonianza di una giovane coppia di Livorno, Alessandro e Bianca, che hanno portato a compimento una gravidanza pur sapendo della grave malformazione del loro bimbo, condannato a morire e vissuto per soli 34 giorni. “I frutti di un figlio sono ugualmente importanti – sottolinea la giovane coppia – noi pensavamo di voler salvare il nostro bimbo facendolo nascere, e invece alla fine è stato lui a salvare la nostra famiglia”. La loro esperienza, e tutte quelle raccolte nel libro “Il Figlio Terminale” a cura dell’associazione “La Quercia Millenaria”, rappresentano altrettante risposte di amore straordinario all'ordinaria eutanasia prenatale e permettono di tenere accesi un barlume di speranza e una scintilla di vita.
28.2.09

“Pace islamica” nello Swat sconfitta dello Stato di diritto

La fine del conflitto potrebbe segnare nuove persecuzioni verso le minoranze religiose e le donne. La Commissione pakistana per i diritti umani esprime “serie preoccupazioni” e sottolinea che l’accordo avrà ripercussioni in tutto il Paese.

Islamabad (AsiaNews) – Il controverso accordo di pace fra il governo della provincia della Frontiera nord-occidentale (Nwfp) e le milizie talebane Tahrik-e-Nifaz Shariat Muhammadi (Tnsm) potrebbe segnare la fine della lotta armata, al prezzo di nuove sofferenze e persecuzioni. A pagarne le conseguenze sarebbero in particolare le donne e le minoranze religiose. È quanto temono attivisti per i diritti umani, secondo i quali l’introduzione della sharia – la legge islamica – in cambio del cessate il fuoco nella divisione di Malakan è una “sconfitta per la democrazia e per lo Stato di diritto”.

Il governo ha combattuto per due anni i talebani nella zona, senza successo. Gran parte della valle è da tempo sotto il controllo delle milizie islamiche; quella che un tempo era una rinomata zona turistica, negli ultimi mesi è divenuta teatro di centinaia di assalti a scuole – soprattutto istituti femminili – a negozi di video e dvd perché contrari alla morale dell’islam. Per sfuggire alle persecuzioni, migliaia di persone hanno abbandonato le proprie case. Ora regna una calma apparente a Swat, ma essa è accompagnata dai rinnovati timori per il futuro della valle.

Mehboob Sada, direttore del Centro studi cristiano (Csc) a Rawalpindi, ricorda “persecuzioni e minacce” verso i cristiani in diverse zone della Nwfp e teme che l’applicazione della sharia “renderà la situazione ancora più difficile” perché i talebani governeranno “seguendo i principi della legge islamica”.

I A Rehman, attivista per i diritti umani, in un articolo pubblicato sul quotidiano pakistano Dawn sottolinea che ora le milizie “hanno piena libertà di azione nella zona” e accusa i firmatari dell’accordo di scarsa lungimiranza, perché non hanno tenuto conto “delle conseguenze di lungo periodo”. “Il fatto che i firmatari – scrive – hanno condannato la democrazia e le elezioni come non-islamiche, implica che le istituzioni democratiche dovranno sottostare alla volontà delle milizie” e preannuncia “un futuro buio per la popolazione dell’area”.

“Serie preoccupazioni” vengono avanzate anche dalla Commissione pakistana per i diritti umani (Hrcp), la quale lamenta la “mancanza di ogni tipo di garanzia contro possibili violazioni della costituzione e dei diritti umani dei cittadini”. “L’introduzione della sharia – spiegano gli attivisti – senza precise rassicurazioni di imparzialità da parte dei giudici preposti a far rispettare la legge, potrebbe segnare la condanna per determinate categorie a rischio fra cui donne, non-musulmani e sette musulmane minoritarie”.

Hcrp ricorda di essere favorevole al dialogo ma è essenziale che “anche dall’altra parte valga il principio della buona fede, della credibilità e della capacità di rispettare gli impegni presi”. “È compito del governo provinciale proteggere i principi democratici, la costituzione e i diritti umani. Il successo o il fallimento determineranno il futuro non solo dello Swat, ma di tutto il Pakistan”.
28.2.09

Monaco tibetano ucciso dalla polizia mentre si dà fuoco

Il monaco Tapey si è cosparso di benzina e si è auto-immolato mentre sosteneva una foto del Dalai Lama e cantava slogan. Tre colpi di arma da fuoco lo hanno subito ucciso. Il suo corpo è stato portato via.

Hong Kong (AsiaNews) – Un monaco tibetano è stato ucciso dalla polizia cinese mentre si dava fuoco a Ngaba (in cinese: Aba) nella zona est del Tibet. Secondo alcuni testimoni, Tapey, fra i 25 e i 30 anni, del monastero di Kirti, è morto mentre cantava slogan e teneva alta una foto del Dalai Lama. La polizia ha sparato 3 volte a lui e almeno un proiettile lo ha colpito. Tenzin Choeying, direttore dell’associazione Studenti per un Tibet libero (Students for a Free Tibet) ha ricevuto la notizia da fonti locali. Egli ha commentato ad AsiaNews: “La notizia dell’auto immolazione di Tapey riflette la profonda frustrazione dei tibetani; la brutalità con cui è stato colpito è mostra con chiarezza la brutale repressione del governo cinese. Speriamo che la comunità internazionale si risvegli e noti le sofferenze e la mancanza di diritti umani”.

Testimonianze dal monastero di Kirti affermano che il gesto di Tapey è avvenuto dopo che lui, insieme ad almeno 1000 monaci, erano stati fermati senza poter entrare nella grande sala del monastero per le preghiere nel terzo giorno del Capodanno tibetano (Losar). I monaci più giovani avevano deciso di rimanere fuori del monastero e di pregare all’esterno. Ma i monaci anziani li hanno invece consigliati di disperdersi. Subito dopo Tapey, cosparso di benzina, è uscito portando una grande foto del Dalai Lama e una bandiera tibetana, giungendo fino alla via principale dove si è dato fuoco.

Subito sono partiti 3 colpi d’arma da fuoco e il giovane monaco è crollato a terra. Il suo corpo è stato preso da alcuni uomini, messo in un veicolo e portato via.

L’anno scorso, durante la repressione cinese in marzo, decine di tibetani di Ngaba sono stati uccisi; altri sono scomparsi o messi in prigione.
28.2.09

Annunciare Cristo con la forza semplice della verità

Benedetto XVI e il colloquio con il clero della diocesi di Roma

Radio Vaticana - Non disperdere la forza semplice della verità: è una delle riflessioni più intense offerte ieri dal Papa ai parroci romani, nel tradizionale incontro quaresimale in Vaticano. Un confronto familiare che, tra i tanti temi toccati, si è soffermato in particolare sulla missione evangelizzatrice dei presbiteri chiamati ad adeguare i propri programmi pastorali alle nuove esigenze di una diocesi davvero unica quale è quella guidata dal Successore di Pietro. Ripercorriamo alcuni dei passaggi chiave di questo colloquio nel servizio di Alessandro Gisotti (ascolta):

Un vescovo e i suoi parroci assieme per confrontarsi, raccontarsi le proprie esperienze, gioie e fallimenti, dubbi e speranze: è stato soprattutto questo l’incontro di Benedetto XVI con il clero romano. Un colloquio in stile famigliare come ha il Papa ha subito voluto sottolineare:


“Siamo insieme perché voi possiate raccontarmi le vostre esperienze, le vostre sofferenze e anche i vostri successi e le vostre gioie. Quindi, non direi che qui parla un oracolo e voi chiedete, ma siamo in uno scambio familiare, dove anche per me è molto importante tramite voi conoscere la vita nelle parrocchie, le vostre esperienze, con la Parola di Dio, nel contesto del nostro mondo di oggi. Vorrei così imparare anche io, avvicinarmi alla realtà dalla quale uno nel Palazzo Apostolico può essere anche un po’ troppo distante”.


Benedetto XVI, rispondendo alle richieste di consiglio di alcuni parroci, si è soffermato sui criteri che dovrebbero guidare un presbitero nell’annuncio del Vangelo. Ha così indicato nel binomio Parola-testimonianza la strada da seguire per raggiungere il cuore dell’uomo di oggi, spesso confuso e disorientato. Quindi, ha incoraggiato i suoi sacerdoti a non perdere la semplicità della Verità. La verità di un Dio che è vicino a noi, che parla con noi:


“Dobbiamo anche tener presente, senza false semplificazioni, che i dodici Apostoli erano pescatori e artigiani di questa provincia, la Galilea, senza particolare preparazione, senza conoscenza del grande mondo greco e latino e sono andati in tutte le parti dell’Impero e anche fuori dall’Impero fino all’India e hanno annunciato Cristo con semplicità e con la forza della semplicità di che cosa è vero. Mi sembra importante che non perdiamo la semplicità della verità”.


Il Pontefice ha, così, messo l’accento sul ruolo fondamentale che oggi riveste il parroco nella vita della Chiesa come anche della società:


“Chi conosce meglio del parroco gli uomini di oggi? Al parroco vengono gli uomini, spesso senza maschere, non con altri pretesti ma nella situazione della sofferenza, della malattia, della morte, delle questioni in famiglia. Vengono nel confessionale senza maschera, con il proprio essere. Nessun’altra professione dà questa possibilità di conoscere l’uomo come è nella sua umanità e non nel ruolo che ha nella società”.


Dal parroco alla parrocchia: il Papa ha invitato i sacerdoti ad aprire le chiese a chi cerca Dio, a riscoprire esperienze antiche come quella del catecumenato:


“Mi sembra importante insieme alla Parola creare un luogo di ospitalità della fede, un luogo dove si faccia una progressiva esperienza della fede e qui vedo anche il compito della parrocchia dell’ospitalità per quelli che non conoscono questa vita tipica. Non essere un cerchio chiuso - noi abbiamo le nostre consuetudini - ma aprirsi e cercare di creare anche 'vestiboli', cioè spazi di avvicinamento”.


La comunità dei fedeli, ha proseguito, è una realtà preziosa che non va mai sottovalutata. La sua testimonianza, infatti, mostra che la fede è viva, non è solo una cosa della passato:


“La testimonianza della comunità credente come sottofondo della Parola, dell’Annuncio, è di grandissima importanza e dobbiamo con la Parola aprire, per quanto possiamo, a coloro che cercano Dio”.


Alla Parola, ha dunque ribadito, va collegata la testimonianza, l’accoglienza dei poveri e dei bisognosi, ma anche l’annuncio evangelico ai ricchi, affinché aprano i loro cuori. I fedeli sono così chiamati a dare credibilità, ragione della propria speranza:


“I cristiani dovrebbero essere fermento di giustizia, di integrità, di rettitudine e di carità nella nostra società con tanti problemi, tanti pericoli, ma anche tanta corruzione che esiste. Mi sembra così anche che realizzano un ruolo missionario essendo realmente persone di vita giusta”.

27.2.09

Padre Lombardi sulla richiesta di scuse di Williamson

"E' inadeguata e non rispetta le condizioni richieste"

Radio Vaticana - Una dichiarazione non indirizzata al Papa e non rispettosa di quanto richiesto. Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha commentato oggi con queste parole la richiesta di perdono che il vescovo lefebvriano negazionista, Richard Williamson, ha indirizzato alle vittime dell’Olocausto. “Non si tratta - ha affermato padre Lombardi - di una lettera indirizzata al Santo Padre o alla Commissione Ecclesia Dei. La ‘dichiarazione’ del vescovo - ha osservato - non sembra rispettare le condizioni stabilite nella nota della Segreteria di Stato del 4 febbraio 2009, dove si diceva - ha concluso padre Lombardi - che egli ‘dovrà anche prendere in modo assolutamente inequivocabile e pubblico le distanze dalle sue posizioni riguardanti la Shoah”.

Scusandosi per i commenti rilasciati tempo fa in un’intervista che misconoscevano la tragedia dell’Olocausto, mons. Wialliamson ha detto - secondo quanto riportato dalle agenzie - di rammaricarsi per “aver espresso quelle dichiarazioni”. Aggiungendo fra l’altro: “Se avessi saputo in anticipo il danno e il dolore che avrebbero arrecato, soprattutto alla Chiesa, ma anche ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime che hanno subito ingiustizie sotto il Terzo Reich, non le avrei rilasciate”.

27.2.09

Usa: fine delle operazioni militari in Iraq entro il 2010

Radio Vaticana - Le operazioni di combattimento statunitensi in Iraq termineranno entro agosto 2010, ma nel paese resterà un contingente di 35mila-50mila militari, per dare supporto al governo iracheno e alle forze di sicurezza locali. Il ritiro completo delle truppe dall’Iraq avverrà entro dicembre 2011. Lo ha annunciato il presidente americano Obama che ha poi confermato la difficoltà della situazione sul terreno. Il calendario, ha aggiunto, potrà essere rivisto se emergeranno problemi durante le operazioni. Come valutare questa mossa della nuova amministrazione americana? Salvatore Sabatino lo ha chiesto ad Alessandro Colombo, docente di Relazioni internazionali presso l’università Statale di Milano (ascolta)

R. - Questo era un annuncio scontato, naturalmente non soltanto perché Obama lo aveva promesso in campagna elettorale ma perché è chiaro che il fuoco politico e strategico delle attenzioni non soltanto americane in Medio Oriente, si sta spostando dall’Iraq all’Afghanistan. Questo è il rapporto tra le due decisioni: da un lato c’è un disimpegno crescente dall’Iraq e dall’altro lato c’è invece un aumento progressivo dell’impegno in Afghanistan.

D. – I vescovi iracheni più volte si sono detti preoccupati per il ritiro, esprimendo la loro angoscia per una situazione non certo facile. L’Iraq è davvero pronto?


R. – Questo è molto difficile da dire. Il ritiro americano non cambia la sostanza politica della guerra. Dal punto di vista politico, la guerra in Iraq è e resta un fallimento. L'efficacia di una guerra non si valuta sul terreno strettamente militare ma si valuta a partire dagli obiettivi politici che il conflitto si prefiggeva. Tutti quegli obiettivi non sono stati raggiunti: non sappiamo esattamente quale sarà la configurazione politica interna dell’Iraq nei prossimi mesi.


D. – La nuova amministrazione americana sembra, a questo punto, orientata verso un altro fronte caldo, quello afghano. Come si muoverà Washington su questo scenario?


R. – Su questo scenario, Washington da un alto si muoverà cercando di aumentare la propria presenza militare; incrementare la presenza militare diretta degli Stati Uniti è l’unico modo che gli Stati Uniti hanno per non aumentare, oltre misura, le pressioni sugli alleati affinché siano gli alleati ad aumentare il loro contributo. Ma questa quadratura del cerchio non può funzionare nei prossimi mesi, nel senso che l’amministrazione americana chiederà, senza dubbio, un maggiore contributo agli alleati europei. Questo sarà un grande problema per gli alleati europei perché dire di no a Bush, con la sua vocazione anche dal punto di vista del linguaggio unilateralista, era una cosa, dire di 'no' a Barack Obama sarà sicuramente un’altra.

27.2.09

Guasto a un oleodotto in Amazzonia, "danni incalcolabili"

Agenzia Misna - Almeno 14.000 barili di petrolio sono fuoriusciti da una falla prodottasi per cause ancora incerte nel secondo oleodotto del paese disperdendosi nelle foreste di Santa Rosa, circa cento chilometri a est di Quito, nell’Amazzonia ecuadoriana. “La chiazza è nerissima, impressionante, il danno ecologico è incalcolabile. Interessa tutta la fauna e la flora che gravita attorno al fiume Santa Rosa” ha detto Julio Pérez, sindaco di El Chaco, un comune delle vicinanze. Il guasto riguarda l’ ‘Oleoducto de Crudos Pesados’ (Ocp), appartenente a un consorzio privato (Ocp-Ecuador), in funzione dal 2003, che percorre l’Amazzonia per 305 chilometri collegando i pozzi di estrazione al porto di Balao, sull’Oceano Pacifico, trasportando 450.000 barili di greggio al giorno. L’azienda ha sospeso le operazioni di pompaggio, attivandosi insieme alla compagnia petrolifera statale ‘Petroecuador’ nelle operazioni di bonifica dell’area contaminata, tentando di evitare che la macchia si estenda negli affluenti del fiume; secondo le prime ipotesi formulate dai vertici dell’Ocp, il guasto sarebbe stato causato “da un fenomeno naturale” che ha provocato il cedimento di una tubatura. In Ecuador funziona anche l’oleodotto statale ‘Sote’ che nel 2003 per un guasto disperse nella selva 22.000 barili di greggio. Per il paese andino, quinto produttore di greggio in America Latina, il petrolio è la prima fonte di introiti (la seconda sono le rimesse degli emigrati); produce quotidianamente 500.000 barili di greggio, il 60% finisce allo stato, il rimanente a una decina di aziende straniere che operano nel territorio.

27.2.09

Immigrazione: la Corte Europea condanna l'Italia

Agenzia Misna - La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per il rimpatrio forzato di un cittadino tunisino contestando a Roma la violazione della convenzione relativa al divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti. La sentenza riguarda il caso di Essid Sami Ben Khemais che è stato espulso il 3 giugno 2008 nonostante la stessa corte avesse chiesto la sospensione del provvedimento nel timore che, una volta rientrato in Tunisia, Ben Khamis potesse subire torture. Il governo italiano si è difeso sostenendo di aver ricevuto “assicurazioni diplomatiche” da parte di Tunisi; la Corte Europea non ha invece rinvenuto motivi validi per rivedere le conclusioni cui era arrivata in precedenza. L’espulsione ha avuto secondo la Corte affetti sull’esercizio del diritto di difesa da parte di Ben Khemais e la sentenza finale ha riconosciuto a quest’ultimo un risarcimento da parte dell’Italia. La decisione è arrivata poco prima della dichiarazione del governo italiano di aver rimpatriato nell’ultimo mese dall’isola di Lampedusa 190 immigrati irregolari (54 questa settimana). Nelle ultime ore, la prefettura di Agrigento ha negato il permesso di accesso al centro di identificazione e espulsione (Cie) dell’isola a una missione inviata dalla Rete euromediterranea per i diritti umani. Il fatto risale a ieri e a denunciarlo è stata oggi la stessa rete di cui fanno parte la Lega tunisina per la difesa dei diritti dell’uomo (Ltdh), la Federazione dei tunisini per una cittadinanza delle due rive (Ftrc) e il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir). “Siamo tornati ieri sera da Lampedusa – ha raccontato all’agenzia italiana ‘Ansa’ Mokhtar Trifi, presidente della Ltdh – dove centinaia di tunisini trattenuti nel centro vivono isolati dal mondo, senza potere avere contatti con l’esterno, senza nemmeno la possibilità di caricare i telefoni cellulari perché mancano anche le prese elettriche. Le minime tutele e i diritti garantiti dalle leggi italiane e dal diritto internazionale sono sospese”.


27.2.09

Burkina Faso: si apre il festival del cinema africano

La ricchezza, la cultura e i sogni dell’Africa attraverso 128 racconti, per il grande e il piccolo schermo

Agenzia Misna - Si apre domani il Festival panafricano del cinema e della televisione di Ouagadougou (Fespaco), una rassegna storica, che compie 40 anni. Durante i 9 giorni della manifestazione saranno proiettati film, cortometraggi, documentari e serie televisive. Presentata a Dakar in omaggio a Sembene Ousmane (1923-2007), lo scrittore e cineasta senegalese che contribuì alla creazione del Fespaco, la XXI edizione di quest’anno è intitolata ‘Cinema africano: turismo e patrimoni culturali’. “Il Festival – ha detto il direttore Michel Ouedraogo - deve far capire agli africani di non cercare altrove ciò che hanno già”. L’idea è che il cinema può valorizzare il patrimonio culturale del continente, ma anche essere un invito al viaggio, a una conoscenza diretta di terre spesso raccontate solo come realtà di conflitto o emergenze umanitarie. Quest’anno il messaggio del Festival è rafforzato dal XX anniversario della nascita della ‘Cineteca africana’ di Ouagadougou, un istituzione che pur tra tante difficoltà economiche e organizzative continua la propria missione. Sul grande schermo del Fespaco saranno proiettate molte anteprime internazionali. Tra i lungometraggi segnalati dagli esperti ci sono “Mah saah-sah” di Daniel Kamwa (Camerun), “Fantanfanga” di Adama Drabo e Ladji Diakité (Mali), “Les Feux du Mansore” di Mansour Sora Wade (Senegal) e “Coeur de lion” di Boubakar Diallo (Burkina Faso). Tra i titoli più interessanti della sezione documentari figurano “Behind the Rainbow” di Jihan El Tahri (Egitto), “Entre la coupe et l’election” di Monique Mbeka Phoba (Repubblica democratica del Congo), “Tu n’as rien vu à Kinshasa” di Mweze Ngangura (Repubblica democratica del Congo), “Lieux saints” di Jean-Marie Teno (Camerun), “Ouled Lenine” di Nadia El Fani (Tunisia) e “Souvenirs encoumbrants d’une femme de menage” di Dani Kouyaté (Burkina Faso). Molto ricca è anche la selezione di cortometraggi: i titoli più segnalati dalle riviste di settore sono “Une saison entre enfer et paradis” di Mourad Ben Cheikh e “La Traversée” di Nadia Touijer (Tunisia), “Timpoko” di Serge Amel Sawadogo (Burkina Faso), “C’est dimanche” di Samir Guesmi (Algeria), “Il était une fois l’indépendance” di Daouda Coulibaly (Mali) e “Le Revenant” di Mohammed Ahed Bensouda (Marocco).

27.2.09

Sierra Leone, condanna esemplare

Tre leader ribelli del Revolutionary United Front (Rfu) sono stati giudicati colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, commessi durante la guerra civile che tra il 1991 e il 2002 ha insanguinato il paese. Per la prima volta, è stato emesso un verdetto di colpevolezza per il crimine di matrimonio forzato.

PeaceReporter - Issa Sesay, Morris Kallon e Augustine Gbao, leader dei ribelli sierraleonesi del Revolutionary United Front (Rfu), sono stati giudicati colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi durante la guerra civile che tra il 1991 e il 2002 ha insanguinato il paese. Sebbene le pene inflitte saranno rese note solo a marzo, la Corte speciale di Freetown, appoggiata dalle Nazioni Unite, ha ritenuto i tre uomini responsabili di aver commesso e ordinato omicidi e stupri di massa, mutilazioni sistematiche, atti di terrorismo, attacchi contro i peacekeeper, riduzione in schiavitù e altri trattamenti inumani e di aver arruolato bambini soldato.

Diamanti insanguinati. L'elemento di fondamentale importanza della sentenza è rappresentato dal fatto che una corte internazionale abbia per la prima volta emesso un verdetto di colpevolezza per il crimine di matrimonio forzato, inflitto alle migliaia di ragazzine rapite durante i violenti raid contro i villaggi e ridotte in schiavitù sessuale, come "mogli" dei ribelli. Sesay, Kallon e Gbao si sono sempre dichiarati innocenti, ma i giudici del tribunale internazionale hanno ritenuto fondate le accuse, rivolte ai tre uomini, di aver "significativamente contribuito" alla creazione di un'impresa criminale, costituita insieme al presidente liberiano Charles Taylor, volta a gestire e sfruttare gli ormai noti "diamanti insanguinati" della Sierra Leone. Diamanti che hanno finanziato le operazioni e soprattutto il rifornimento d'armi per una guerra civile che in 11 anni si stima sia costata la vita a circa 120mila persone e ne abbia lasciate gravemente mutilate decine di migliaia.

Le responabilità di Charles Taylor. Sebbene questo fosse poi l'ultimo procedimento in corso dinnanzi alla corte di Freetown, il tribunale dovrà continuare ad occuparsi dell'ex presidente liberiano, Charles Taylor. Taylor è infatti sotto processo, dinnanzi ad una sezione speciale della Corte per la Sierra Leone all'Aja, per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Accusato di omicidio, stupro, reclutamento di bambini soldato oltre che di aver, in generale, sostenuto i ribelli sierraleonesi, Taylor è stato infatti allontanato da Freetown per motivi di sicurezza e ordine pubblico. Il verdetto a suo carico è atteso per la prima metà del 2010, ma la Corte sta al momento cercando i 5 milioni di dollari necessari a concludere il procedimento.

Impunità. Il Tribunale speciale per la Sierra Leone ha fino ad oggi condannato 13 persone per crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Il suo mandato però, limitato a chi ha avuto le maggiori responsabilità in merito a crimini di guerra e contro l'umanità e altre gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, fa ancora oggi discutere. Secondo le maggiori organizzazioni di tutela dei diritti umani, tra cui in particolare Amnesty International, tale limitazione avrebbe infatti lasciato in circolazione la stragrande maggioranza dei perpetuatori dei crimini ai danni dei civili, contribuendo a garantire, nei fatti, una situazione di totale impunità.
27.2.09

Sri Lanka: nessuna tregua

Il governo conferma la linea dura, ma il Nacional Peace Council rilancia la richiesta di una tregua per soccorrere i civili. il Ministero della difesa afferma che l’area sotto il controllo dei ribelli è ridotta a 58 chilometri quadrati. Ma il ministro delle comunicazioni avverte: possibili altri attentati delle Tigri tamil nel sud del Paese. E la guerra arriva al consiglio di sicurezza dell’Onu.

Colombo (AsiaNews) - “Nonostante le pressioni espresse in vario modo dalla comunità internazionale il governo non fermerà la guerra contro le Tigri fino a che non saranno sbaragliate”. La dichiarazione del primo ministro dello Sri Lanka, Ratnasiri Wickremanayake, conferma la linea dura del governo di Colombo che il 22 febbraio aveva respinto la proposta di tregua del Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte). Intanto gli scontri nel Vanni proseguono e secondo il Ministero della difesa l’area sotto il controllo dei ribelli è ora ridotta a 58 chilometri quadrati. La guerriglia nell’area attorno alla città di Puthukudiirippu ha causato ancora vittime tra i civili e il Nacional Peace Council (Npc) è tornato a chiedere di nuovo alle due parti in conflitto ad aprire un negoziato che permetta di evacuare i civili dalla zona di guerra e di trovare una soluzione politica. “Una pace duratura chiede la cooperazione di tutti i soggetti coinvolti - afferma l’Npc - lavorando insieme per un futuro migliore”.

Dopo l’attacco aereo sferrato dal Ltte su Colombo nella notte del 20 febbraio, le zone della capitale colpite dall’abbattimento dei due velivoli Zlin-143 stanno tornando alla normalità. Lakshman Yapa, ministro delle comunicazioni del governo Rajapksa, ha tuttavia dichiarato alla stampa che è necessario restare vigili non escludendo altri possibili attentati ribelli nel sud del Paese.

Intanto il conflitto arriva al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo indiscrezioni riportate da alcuni quotidiani di Colombo, la seduta odierna dell’organismo Onu ha in programma di affrontare la guerra nella sezione mattutina dedicata all’esame di vari temi non specificati però nell’ordine del giorno ufficiale.

La notizia arriva quasi inaspettata dopo che il 23 febbraio John Holmes, portavoce Onu per gli interventi umanitari, aveva affermato che “non c’erano richieste per un briefing del Consiglio [dedicato allo Sri Lanka]”, dichiarazione che aveva trovato conferma nel presidente dell’organismo Onu, Yukio Takaso, il quale aveva confermato la mancanza di “una forte richiesta”.
27.2.09

Abusi, manette e usura per i profughi birmani in Malaysia

Una fonte di AsiaNews ha visitato un “centro di accoglienza” per rifugiati e ne ha descritto gli orrori. Oltre cento persone stipate in una stanza senza coperte per dormire. Donne denudate e umiliate. Lo spaccio del campo applica prezzi da usurai. Uno strozzino che "sa tutto di tutti".

Yangon (AsiaNews) – Rinchiusi e ammanettati in un campo di accoglienza in un’area sperduta della Malaysia, il cui aspetto è del tutto simile a un carcere; familiari e amici in visita schedati e perquisiti; usurai che lucrano sulla loro sorte; abusi verso le donne, costrette dai carcerieri a denudarsi e subire umiliazioni. È la condizione di centinai di profughi birmani detenuti in un “centro di accoglienza”. Hanno abbandonato il Paese d’origine per sfuggire ai soprusi della dittatura militare: privi di documenti, vengono trattati alla stregua di prigionieri, stipati in stanze che ospitano più di 100 persone e privati dei diritti umani di base. Una fonte di AsiaNews – che lavora per una Ong a contatto con i rifugiati – ha varcato le soglie della campo e ha descritto l’orrore al quale ha assistito. “Per raggiungere il campo profughi – racconta la fonte, anonima per motivi di sicurezza – abbiamo percorso un tragitto di quattro ore in auto, perché non esistono mezzi di trasporto pubblici collegati. Prima di entrare hanno schedato i nomi e requisito i telefoni cellulari”. Completata la fase di registrazione si passa alla perquisizione “corporea”, durante la quale un ufficiale donna controlla anche le parti intime del corpo. Espletate le formalità, bisogna infine “comunicare il nome delle persone che si desidera incontrare, segnalandone il nome, il sesso e la matricola”. La volontaria riferisce di aver aspettato “oltre mezzora” prima di poter incontrare i profughi. Durante l’attesa ha assistito a scene che descrivono l’atmosfera che si respira nel campo: “Ho visto un gruppo di detenute – racconta – e una di loro era ammanettata. Non riuscivo a capire perché fosse necessario mettere le manette ai polsi. Non ha alcuna possibilità di fuggire, il centro è così isolato. Tutto questo non ha senso. Non è una criminale e non merita un simile trattamento, dato che la sua unica colpa è di non possedere un documento di identità”.

Anche il colloquio viene effettuato secondo procedure che richiamano il regime di detenzione carceraria: si utilizza un telefono, un vetro separa l’ospite in visita dal profugo rinchiuso nel centro, il tempo massimo consentito è di 15 minuti. “Se si vuole fornire qualche genere di conforto – prosegue – esso va acquistato nel dispaccio all’interno del campo. I prezzi sono altissimi, ma non si può fare altrimenti perché è vietato introdurre oggetti dall’esterno. Alle mie rimostranze, il proprietario del negozio ha replicato che deve pagare l’affitto alle autorità e per guadagnare deve applicare un grande ricarico alle merci”.

Nel centro vi è uno strozzino che procura biglietti aerei con un prezzo che varia a seconda dell’etnia di provenienza del detenuto: “Birmano o vietnamita, il prezzo cambia e mentre lo riferisce si mette a ridere. Egli – rivela la fonte – è al corrente di tutte le vicende del luogo, è persino in grado di stabilire da quanto tempo un profugo è ospite del centro. Egli sembra conoscere tutti, dagli ufficiali ai detenuti”. “Quando gli ho rinfacciato i prezzi eccessivi, mi ha avvertito di non fare alcun commento, perché a pagarne le conseguenze sarebbero stati i detenuti”.

Dai racconti dei profughi emerge infine uno spaccato terribile delle regole del carcere: le donne sono costrette a “denudarsi e stare accovacciate”, vengono “umiliate e offese” e, come i maschi, girano con il petto scoperto “non potendo indossare il reggiseno”. “Vi sono oltre 100 persone per ogni stanza e non tutte hanno a disposizione una coperta per dormire. È questo un trattamento da riservare a dei profughi, la cui unica colpa è quella di aver abbandonato le miserie del proprio Paese e non possedere un documento di identità?”.

La fonte lancia infine un appello perché la tragedia dei profughi non venga dimenticata: “A quanti lavorano – conclude la volontaria – dico di perseverare nello scopo, perché anche il più piccolo gesto può essere significativo. E chi non ha fatto ancora nulla, si armi di coraggio e si unisca nella lotta. Continuiamo a portare un barlume di speranza nella loro vita”.
27.2.09

Accordo tra Hamas e Fatah prima della conferenza dei “donatori”

Le fazioni palestinesi rivali hanno convenuto di dar vita a un processo che dovrebbe portare alla formazione di un governo di unità nazionale. Ciò permetterà di ottenere gli aiuti per la ricostruzione di Gaza. Per l’israeliano Haaretz, la guerra ha giovato a Hamas.

Il Cairo (AsiaNews) – Accordo raggiunto al Cairo tra Hamas e Fatah (ed altre fazioni palestinesi minori) per formare cinque comitati che dovrebbero affrontare questioni relative alla sicurezza e dar vita ad una commissione elettorale. Ciò per permettere la formazione di un governo di unità nazionale. I comitati cominceranno a riunirsi il 10 marzo, con il fine di raggiungere l’obiettivo fissato alla fine del mese. Come primo gesto di riconciliazione, all’inizio del “dialogo” ognuno dei due gruppi libererà prigionieri dell’altro.

A novembre, il precedente tentativo della diplomazia egiziana di promuovere un accordo tra i palestinesi era fallito per la decisione di Hamas di non presentarsi al tavolo della trattativa. Gli islamisti accusavano il Fatah di Mahmoud Abbas di continuare ad arrestare suoi adepti in Cisgiordania.

A dare una spinta probabilmente decisiva all’accordo tra le fazioni rivali, il prossimo - tra due giorni - inizio di una conferenza che riunirà, sempre al Cairo, i Paesi che intendono contribuire alla ricostruzione di Gaza, gravemente danneggiata dai 22 giorni di conflitto con Israele. Tra i “donatori”, i Paesi occidentali hanno sempre espresso resistenze a dare aiuto a Hamas, movimento che Stati Uniti ed Europa definiscono “terrorista”.

Il movimento sembra però aver tratto giovamento dal conflitto con Israele. Lo scrive l’israeliano Haaretz, citando un sondaggio svolto nei Territori. A dare ulteriore prestigio a Hamas, secondo il quotidiano, potrebbe contribuire lo scambio – sul quale si sta trattando - tra il militare israeliano Gilad Shalit e più di mille prigionieri palestinesi.

Analizzando i risultati del conflitto a Gaza, Haaretz ritiene inoltre che, mentre sul piano militare l’esercito israeliano (IDF) ha mostrato di aver appreso la lezione della guerra con Hezbollah, sul piano diplomatico l’operazione ha finito col “legittimare Hamas come governo della Striscia di Gaza”. E, alla vigilia del primo viaggio del nuovo segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, in Medio Oriente, il giornale nota che “invece di venire a parlare con Israele della minaccia iraniana, la prima visita sarà centrata sul problema dei palestinesi a Gaza. Questo potrebbe essere il danno maggiore”.
27.2.09

Cresce in Italia la domanda di pedofilia on line

La denuncia di “Telefono Arcobaleno”

Radio Vaticana - Una classifica della vergogna che vede Stati Uniti, Germania, Russia, Regno Unito ed Italia ai primi cinque posti per il maggior numero di utenti Internet coinvolti nel mercato della pedofilia on line. Un turpe traffico di domanda ed offerta di bambini orrendamente abusati. Nell’ultimo report internazionale l’associazione “Telefono arcobaleno” (www.telefonoarcobaleno.org), lancia particolare allarme sull’Italia, dove cresce la domanda di bambini-oggetto di merce sessuale. “Questo vuol dire che tante più persone in Italia acquistano o scambiano immagini e filmati di bambini già vittime di violenze”, denuncia Giovanni Arena, presidente di Telefono Arcobaleno - ammonendo dal considerare questa realtà estranea al proprio mondo domestico e dal pensare che i propri figli siano certamente al sicuro, invitando a considerare alcuni recenti “tristi fatti di cronaca” riflesso di quanto si manifesta in Rete. Nel suo Report Telefono Arcobaleno indica che quasi l’80% delle vittime di pedofilia ha meno di 9 anni ed oltre il 40% ha meno di 7 anni. A quando - ci si chiede - un’adeguata presa d’atto di questo crimine orrendo, che trova nella Rete risonanza e complicità troppo spesso impunite? A quando efficaci risposte di contrasto da parte delle autorità di Governo dei Paesi coinvolti? (A cura di Roberta Gisotti)

27.2.09

Raduno dei medici cattolici in Vietnam

Radio Vaticana - Domenica prossima, in Vietnam ricorre la Giornata dei medici. In vista di questa celebrazione, domenica scorsa, presso il Centro di cultura religiosa di Città di Ho Chi Minh, si è tenuto il raduno annuale dei medici cattolici. Nell’occasione il dottore Đào Y Tách, rappresentante dei medici, ha informato sulle attività dei vari gruppi nel corso del 2008, particolarmente di quelli che curano i pazienti di lebbra e sieropositivi, e di quelli che fanno le visite mediche gratuite ai poveri nelle zone più isolate. Dopo questo resoconto, il vescovo ausiliare Pietro Nguyễn Văn Khảm ha approfondito il concetto di "persona umana" secondo il pensiero della Chiesa. "Accettando il paziente come persona umana il medico coscienzioso - ha detto - lo aiuterà non solo a scegliere le cure più adeguate , ma anche ad essere ben inserito nelle strutture sociali". Il rettore del seminario di san Giuseppe, mons. Ernest Nguyễn Văn Hưởng ha presieduto l’Eucaristia. All’omelia, il padre redentorista Lê Quang Uy ha voluto ricordare i protocolli tipici di un “ospedale di Dio” e la necessità di proteggere la vita umana. L’associazione dei medici cattolici dell’arcidiocesi di Ho Chi Minh, è stata fondata dal cardinale Phạm Minh Mẫn nel 2002. Vi aderiscono 600 medici. (K.D.)

26.2.09

Musulmani e cattolici insieme per la pace e diritti umani

Agenzia Misna - Non c’è pace se non c’è rispetto dei diritti umani: sottolineando il forte legame tra questi due concetti, si è concluso a Roma il vertice annuale del Comitato congiunto per il dialogo che dal 1998 riunisce rappresentanti della Chiesa e del mondo musulmano. “I dibattiti – dice la nota finale – si sono svolti in spirito di reciproco rispetto, apertura e amicizia. Sono stati ispirati dalla convinzione dell’importanza di buone relazioni fra cristiani e musulmani e del loro contributo specifico alla pace nel mondo”. I partecipanti - l’assemblea era presieduta dal cardinale Jean-Louis Tauran e dal segretario dell’Accademia per la ricerca islamica di al-Azhar (Cairo) Ali Abd al-Baqi Shahata – hanno concordato otto punti sottolineando l’importanza di permeare di una cultura di pace tutti gli aspetti della vita. “Cristiani e musulmani – dice tra le altre cose la nota – considerano la pace un dono di Dio e, al contempo, un frutto dello sforzo umano. Senza giustizia e uguaglianza fra persone e comunità non si potrà raggiungere una pace autentica e duratura”. Commentando l’incontro a Radio Vaticana, monsignor Tauran ha detto: “In quanto capi religiosi abbiamo insistito sul fatto che è nostro compito educare i giovani all’incontro tra le culture e le persone; abbiamo sottolineato che i mezzi di comunicazione sociale dovrebbero rendere una visione positiva e rispettosa delle relazioni tra i fedeli delle diverse religioni”. Durante l’incontro si è anche affrontato il nodo della questione palestinese con un invito ai responsabili politici ad esplorare tutte le risorse del diritto internazionale per trovare una soluzione definitiva e pacifica.

26.2.09

Nigeria: caritas teme ripercussioni della crisi sui poveri

Agenzia Misna - “Siamo profondamente preoccupati per la recessione economica globale e le conseguenze che sta avendo sulla già impoverita popolazione nigeriana, specialmente per il fatto che giunge sull’onda della crisi alimentare globale”: è questo il primo punto del documento finale della riunione dell’ufficio nazionale per la Giustizia e la Pace della Caritas della Nigeria che riunisce i coordinatori e segretari di nove province ecclesiastiche, svoltasi dal 17 al 19 febbraio ad Abuja. I rappresentanti dell’organismo pastorale chiedono alle “agenzie governative competenti di elaborare e applicare politiche e programmi che ammortizzino gli effetti della crisi sulla popolazione nigeriana”. Nel documento si sottolinea in particolare la condizione dei bambini nigeriani: “Osserviamo con sgomento e preoccupazione il continuo degrado della situazione dell’infanzia in Nigeria. Il tasso di mortalità materna resta tra i più alti del mondo. L’accesso a servizi sanitari ostetrici è estremamente limitato soprattutto nelle comunità rurali e i nostri bambini continuano a morire di malattie che si potrebbero facilmente prevenire. Molti stati – continua la nota – si sono rifiutati o hanno omesso di adottare la legge sui diritti dell’infanzia, ed anche quelli che hanno adottato questa importante normativa non hanno applicato le sue disposizioni”. La riunione ha toccato più argomenti, incluse considerazioni sulla situazione in diversi paesi africani, tra cui lo Zimbabwe: “Ci complimentiamo per il graduale ritorno alla normalità in Zimbabwe – si legge nel documento – e sollecitiamo i principali attori del nuovo governo di unità a seppellire le loro differenze politiche e lavorare insieme per assicurare il miglior livello di vita ottenibile per i nostri fratelli e sorelle in Zimbabwe”. Rispetto alla situazione politica nigeriana, dopo aver incoraggiato tutte le parti politiche a cooperare in armonia a piano di revisione della Costituzione, i partecipanti alla riunione hanno avuto poi parole di rammarico per “la recente crisi che a Jos ha causato significative ma evitabili e inutili perdite di vite umane, e la distruzione di proprietà” riferendosi a scontri tra la comunità cristiana e musulmana, nati dalla strumentalizzazione di politici locali, a dispetto del fatto che fossero state messe in atto “una serie di iniziative per promuove il dialogo interreligioso e l’armonia in questa regione”. Il documento infine deplora le condizioni dei detenuti nelle prigioni nigeriane e condanna la violenza e i rapimenti nella regione del Delta del Niger.


26.2.09

Pechino annuncia ritorsioni contro Christie’s

La Cina aveva chiesto la restituzione di due opere d'arte cinesi di bronzo. Il venditore si era detto pronto a farlo in cambio della libertà del Tibet.

Pechino (AsiaNews) – Pechino pone severi controlli sul lavoro della casta d’aste Christie’s, dopo che ieri ha venduto in un’asta a Parigi due antiche sculture cinesi di bronzo. Offerenti anonimi si sono aggiudicati le due sculture per 14 milioni di euro ciascuna. Le due teste di bronzo rappresentano un coniglio e un topo e facevano parte dei 12 animali che rappresentano lo zodiaco cinese, in una fontana-orologio nel Vecchio Palazzo d’estate a Pechino dell’imperatore Qianlong. Sono state sottratte dai soldati anglofrancesi durante la Seconda guerra dell’oppio nel 1860.

L’Amministrazione statale per l’eredità culturale ha ordinato ora attenti controlli su ogni cosa che la casa d’aste introduce o esporta dal Paese, affermando che “da anni Christie’s vende articoli dell’eredità culturale cinese… portati all’estero illegalmente”.

Nei giorni scorsi Pechino ha più volte chiesto la sospensione dell’asta, rifacendosi alle convenzioni internazionali e “alla comune convinzione” che tali pezzi debbano essere restituiti al Paese d’origine.

Le due sculture fanno parte della collezione dello stilista francese Yves Saint Laurent. Pierre Bergé, ex partner di Saint Laurent che ha messo i due pezzi in vendita, nei giorni scorsi si è detto pronto a restituirle alla Cina, “se loro rispetteranno i diritti umani, restituiranno la libertà al Tibet e consentiranno il ritorno del Dalai Lama. Se lo fanno, sarò davvero felice di portare personalmente queste due teste cinesi al Palazzo d’estate a Pechino”.
26.2.09

Una “fatwa” contro la legge sull’età minima per sposarsi

La norma pone il limite di 17 anni, ma secondo gli esponenti islamici essa va contro la Shariah e quindi il Parlamento non può legiferare sulla materia. I deputati intanto hanno deciso di spostare di due anni le elezioni politiche previste ad aprile.

Sana’a (AsiaNews) - Alcuni esponenti religiosi yemeniti hanno lanciato una “fatwa” contro una legge recentemente approvata dal Parlamento che fissa a 17 anni l’età minima per sposarsi. La dichiarazione, firmata dal rettore dell’università Al-Eman, Sheikh Abdul-Majid al-Zindani, e da esponenti del partito Islamic Islah, mira ad eliminare il limite minimo di età. La questione dell’età minima per il matrimonio nello Yemen era stata portata all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale nell’aprile dell’anno scorso, in seguito al caso di Nojud Mohammed Ali, la bambina di 8 anni che, costretta a sposare un uomo di 30, ha chiesto, e ottenuto, il divorzio.

I 17 firmatari della “fatwa”, riferisc News Yemen, affermano che la legge non ha alcun fondamento islamico e viola la Shariah, la legge islamica, che la Costituzione del Paese afferma essere la base di tutte le leggi. “L’età per il matrimonio - ha affermato l’assistente segretario generale del partito Islah, Mohammad Assadi – è una norma islamica e i partiti politici non possono intervenire su tale questione”. Egli ha chiesto che il governo ritiri la legge.

C’è anche, però, chi chiede che l’età minima venga alzata a 18 anni. Un ricercatore di questioni islamiche, AbdulAziz alAsali, pure aderente all’Islah, sostiene che bisognerebbe dare alle ragazze il tempo di completare le scuole superiori e che “a 18 anni sono fisicamente e mentalmente pronte alle nozze”.

Da parte sua, il Comitato nazionale delle donne (WNC) ha chiesto al Parlamento di non rispondere a quei deputati che chiedono che il limite di età per sposarsi sia abbassato a 12 anni.

Improbabile, comunque, che la questione sia esaminata subito. Ieri il Parlamento yemenita ha in pratica deciso lo spostamento di due anni delle elezioni politiche previste per il prossimo aprile. I parlamentari hanno infatti approvato un documento che dà il via alle procedure necessarie per modificare gli articoli della Costituzione che fissano la durata del mandato parlamentare. La decisione è stata presa per permettere l’introduzione degli emendamenti necessari “per lo sviluppo politico ed elettorale”, compreso il sistema proporzionale.

La decisione è stata presa a seguito della minaccia dell’opposizione di boicottare il voto se non fosse stata modificata la legge elettorale.
26.2.09

Soia amazzonica

Stato del Parà, Brasile. L'affare della soia ha portato alla deforestazione di intere zone della foresta. I danni non sono solo ambientali, ma riguardano anche e soprattutto chi vive quelle terre immense, dal cielo sconfinato. Ecco il racconto dei protagonisti nella deforestazione voluta per far posto alle coltizazioni del legume.

PeaceReporter - Doňa Maria ci aspetta sulla porta, circondata dai suoi quattro nipoti, asciugandosi le mani con un panno. Ci fa accomodare nella casa di legno e paglia, scusandosi del disordine: sono le sei del pomeriggio, l'aria si fa scura anche nel soggiorno. Siamo a Tracuá, un piccolo villaggio in piena amazzonia, dove vivono attualmente dieci famiglie. Meno di dieci anni fa erano piú di trenta. ¨Non chiedete a me perché sono andati via¨ esordisce la padrona di casa, immaginando la domanda del giornalista. Poi peró concede: ¨Alcuni sono andati via per far studiare i figli, altri perché i trasporti qui sono pessimi, altri ancora perché non volevano vivere piú senza energia elettrica¨.

Il motivo di questo esodo, in realtá, si trova a una trentina di chilometri piú a nord: nella cittá di Santarem, nello stato del Pará, sulle sponde del Rio delle amazzoni. Qui, nel 2000, una delle piú grandi industrie alimentari del mondo, la Cargill, ha iniziato a costruire un porto privato per il trasporto, principalmente, della soia. Senza fare la valutazione di impatto ambientale (VIA), denunciano varie associazioni della zona (solo nel 2008, dopo 8 anni di contenzioso giudiziario un tribunale ha obbligato la Cargill a fare la VIA, ¨ma é stata fatta da un'impresa contrattata dalla stessa Cargill e solo riferendosi all'area del porto, senza tenere in conto l'impatto sul resto del territorio" ci ha spiegato Ricardo Folhes della Ong "saude y alegria¨). Fino a quel momento, gran parte della produzione di soia era concentrata nello Stato del Mato Grosso, piú di 1000 kilometri al sud. La vicinanza del nuovo porto, peró, ha spinto molti imprenditori ad acquisire nuove terre nello stato del Pará, in alcuni casi in maniera illegale: centinaia di ettari di foresta sono stati devastati per lasciare spazio alle nuove coltivazioni, l'intera economia della zona é stata sconvolta. ¨Molte famiglie hanno venduto e si sono trasferite altrove. Il prezzo dei terreni é salito da 70 reales a ettaro fino a 2000. Io peró non ho venduto, resto qui, amo questo posto¨ ci racconta doňa Maria, sbattendo continuamente il panno da una parte a l'altra della testa per scacciare i moscerini ¨Peró voglio dire una cosa: la gente oggi vede tutto difficile, ai miei tempi non era cosi. Certo, farebbe piacere avere l'energia elettrica, per guardare un poco di televisione¨. Lei non ha avuto nessun problema con i nuovi arrivati "anzi: hanno aggiustato la strada, e hanno aiutato mio genero a tagliare gli alberi del suo terreno, a cambio di poco denaro¨.

Piú di qualche problema l'hanno avuto, invece, le famiglie della comunitá di Boa Fé, una decina di chilometri piú a nord. Per arrivarci percorriamo la strada statale BR 613, che attraversa l'amazzonia e che per lunghi tratti é ancora incompleta. Ai lati della strada piccole macchie di foresta e molti campi lasciati al pascolo o coltivati a soia e riso. Al margine di un'assemblea della locale cooperativa ovicola, Fabio José e Francisca Oliveira ci spiegano le ricadute della soia sulle coltivazioni famigliari, spesso unico sostentamento della comunitá: ¨le malattie della soia colpiscono anche il miglio, i fagioli e la maracujá. Stiamo provando a sconfiggerle utilizzando metodi biologici, con l'aiuto di un istituto preposto, ma non é facile. Molte famiglie hanno smesso di coltivare, tanti hanno venduto, sono andati in cittá, dove peró spesso non hanno trovato lavoro, oppure hanno comprato altre terre in posti lontani. Qui non abbiamo ruscelli, se no ce li avrebbero avvelentati o prosciugati, come é successo nella zona di Monjuí, a qualche chilometro da qui¨. L'avvelenamento dei ruscelli é stato denunciato dalle Ong locali e ha generato conflitti tra le comunitá e i Fazenderos. ¨Se chiedi alla gente del sindacato di Belterra, loro possono spiegarti meglio¨

Belterra é um villaggio costruito ai tempi della Ford, quando da queste parti si estraeva il caucciú per le gomme. Ha un'architettura identica alle cittadine del midwest americano: case in legno, con una piccola veranda e un giardino. Nella piú prosaica sede del Sindacato di lavoratori rurali di Belterra incontriamo Irlanda de Almeida. Parla lentamente, misurando le parole: ¨Abbiamo lottato molto per convincere la gente a non vendere la terra, ma solo recentemente siamo riusciti a fermare le vendite. La prefettura di Belterra ha proibito nuove vendite, a partire dallo scorso anno, in attesa di un piano di regolarizzazione ¨. La questione é sapere se sia un effetto del crollo dei prezzi, delle campagne locali o della moratoria approvata nel 2006, firmata anche dalle principali associazioni di industriali, che impedisce di commercializzare soia che proviene da campi ricavati da una nuova devastazione di foresta. ¨La questione é complessa¨ ci spiega la presidentessa del sindacato ¨perché se le altre famiglie vendono, la produzione della comunitá non arriva a livello sufficente per rendere conveniente il trasporto. Cosi anche quelli che non vogliono vendere, sono costretti a farlo¨. Poi c´é il problema dei veleni: ¨conosco personalmente una famiglia la cui terra era circondata da campi di soia. Gli animali sono morti, e anche loro iniziavano a stare male. Sono dovuti andare via". Almeno tre villaggi della zona sono completamente scomparsi. ¨Ma quelli che sono andati via non hanno fatto molta fortuna in cittá, molti sono ritornati e adesso vivono nelle case di parenti¨.

Ci dirigiamo verso la comunitá di Genipapó. Lungo la strada, che possiamo percorrere in moto solo perché non ha piovuto in tutto il giorno, ancora campi di soia e macchie di foresta. All'entrata del villaggio una piccola scuola all'aperto. Dentro, quattro alunni. ¨quindici anni fa erano 42¨ ci racconta poco dopo Otilia Lora che, insieme con il suo vicino, ricorda lentamente i nomi di quelli che abitavano qui un tempo. Loro dicono di non aver problemi con los fazenderos ¨sono molto rispettosi, non invadono mai i campi altrui. Quando spargono veleno ci avvisano sempre. Chiudiamo porte e finestre e via. Solo una volta mia figlia é rimasta fuori e ha avuto vomito, nausea, non riusciva a stare in piedi. Peró qui é un posto tranquillo, coltiviamo la terra e dormiamo con le porte aperte¨.
26.2.09

Nasce “Princess Elisabeth”, nuova base scientifica belga

Prima base scientifica in Antartide a zero emissioni

Eco51.it - La stazione di ricerca scientifica belga “Princess Elisabeth” è stata finalmente inaugurata ad Utsteinein, in Antartide, dopo due anni di costruzione. La sua mission sarà quella di indagare gli effetti del surriscaldamento globale laddove questi sembrano avere la maggiore incidenza, nelle aree polari. Il principale obiettivo sarà sì quello di analizzare il global warming e il suo avanzare, ma anche quello di elaborare nuove soluzioni al problema, cercando di non contribuirvi. La base scientifica, infatti, si distinguerà dalle altre già esistenti per una grande attenzione all’impatto ambientale, che sarà nullo o quasi.

Fare ricerca a zero emissioni sarà dunque possibile, assicurano gli scienziati sovvenzionati dal governo belga, così da avere dati e informazioni sull’impatto ambientale delle attività antropiche mostrando allo stesso tempo che tutto quello che caratterizza le nostre vite quotidiane può essere fatto senza emettere gas serra o sfruttare eccessivamente le risorse naturali. La base antartica sarà infatti collegata da sistemi intelligenti di ottimizzazione energetica, che permetteranno di convogliare l’energia solo dove serve e quando è necessaria: sarà ad esempio dirottata alle cucine attorno all’ora di pranzo e cena, mentre sarà mantenuta costante nei dispositivi di sicurezza. Non sarà utilizzata alcuna fonte fossile ma soltanto pannelli solari e turbine eoliche: innovative batterie permetteranno inoltre di accumulare circa 8.000 ampere ad ora.

Ogni parete esterna è ricoperta da un pannello solare dello spessore di 60 cm e tutte le aperture sono trattate con spesse guarnizioni in gomma sintetica così da isolare perfettamente la struttura e minimizzare le esigenze di riscaldamento: una parte dell’energia accumulata, infatti, sarà destinata agli impianti di ventilazione, necessari per un corretto ricambio dell’aria negli ambienti interni. Potremmo dire, insomma, che la Princess Elisabeth Research Station è una casa passiva portata al massimo delle sue potenzialità. I 408 pannelli fotovoltaici sono tutti esposti a Nord per massimizzare la luce solare e la loro efficacia è coadiuvata da 24 metri quadri di pannelli solari termici, che permettono di riscaldare acqua per usi domestici ed anche, per quanto sembri curioso, di sciogliere la neve che rappresenta la fonte pressoché unica di acqua potabile.

7 turbine eoliche (saranno presto nove) provvederanno ad accumulare ulteriore energia elettrica per la base: tutte le turbine con tre pale flessibili ed orientabili genereranno 54 kw/h sfruttando la forza del vento orientandosi autonomamente a seconda della sua direzione. Una parte molto importante della Princess Elisabeth è l’unità di riciclaggio dell’acqua, che intende dimostrare la possibilità di risolvere il gravissimo problema della crisi idrica. Tutta l’acqua utilizzata sarà trattata e riciclata grazie a digestori aerobici ed anaerobici che purificheranno sia le acque grigie che quelle nere dalle componenti organiche e chimiche, purificate ulteriormente dall’esposizione a raggi ultravioletti. In teoria anche l’acqua nera, una volta trattata, potrebbe essere utilizzata per il consumo umano, ma la si destinerà ad altri usi. Pur essendo possibile riciclare la stessa acqua all’infinito si è deciso di riutilizzarla solo per cinque volte.

In ogni caso la Stazione Scientifica dell’Antartide rappresenta un grande passo per la scienza e per l’ecologia: la speranza è che possa presto vantare innumerevoli tentativi di imitazione…

26.2.09

Sri Lanka. La Caritas: tragedia umana senza precedenti

Radio Vaticana - Nello Sri Lanka la violenza causata dal conflitto tra Tigri Tamil ed esercito, sta raggiungendo l'apice e le possibilità di una soluzione politica stanno svanendo. La denuncia - rilanciata dall’agenzia Zenit - arriva dalla Caritas del Paese asiatico, fortemente preoccupata per la situazione dei civili costretti ad abbandonare le proprie case ed indirizzati verso campi senza adeguata protezione. La scarsità di cibo è drammatica, manca l'acqua potabile, e sono già comparse malattie collegate alle precarie condizioni igieniche. In questa situazione, la Caritas Internationalis esorta tutte le parti in causa a rispettare i diritti dei civili e a spingere per una immediata cessazione delle ostilità. Già lo scorso anno l'organizzazione ecclesiale umanitaria aveva lanciato un appello per raccogliere più di due milioni di dollari per fornire a 100 mila vittime del conflitto riparo, istruzione, acqua e servizi igienici, assistenza medica, sociale e psicologica. Dal canto suo l’arcivescovo di Colombo, mons. Oswald Gomis ha rivolto un accorato appello alla comunità internazionale affinchè mostri solidarietà concreta alle vittime del conflitto, venendo incontro alle esigenze segnalate da numerose organizzazioni non governative in favore degli sfollati interni presenti nei campi di Vavuniya, Kilinochchi e della zona circostante, che hanno bisogno urgente di cibo medicine, articoli sanitari, utensili, coperte e tende, materiale per la scuola da destinare i ragazzi. (R.G.)

26.2.09

Crisi: Obama cerca di ridare fiducia agli Stati Uniti

L'economia americana è indebolita, ma il Paese si riprenderà e uscirà dalla crisi più forte di prima. Con queste parole, il presidente Barack Obama ha dato un’iniezione di fiducia agli Stati Uniti in recessione, parlando ieri al Congresso di Washington, riunito a 5 settimane dal suo insediamento alla Casa Bianca. Il servizio di Elena Molinari (ascolta):

Radio Vaticana - Ha cercato l’equilibrio tra speranza e realtà, ma alla fine la speranza era più nel tono che nella sostanza, forse perché la pillola che Barack Obama ha fatto inghiottire agli americani era davvero amara. Durante il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, il presidente statunitense ha detto agli americani che userà i loro soldi per nazionalizzare alcune banche. Obama ha poi dovuto spiegare ai cinesi che vale la pena investire negli Usa e ai talebani che l’America non è in ginocchio. Del resto, il presidente non poteva limitarsi ai grandi principi della campagna elettorale; disoccupati, ammalati senza assicurazione sanitaria, famiglie di soldati, aspettavano tutti messaggi concreti. Nonostante la profonda crisi, Obama è arrivato alla fine del primo mese di governo con livelli di gradimento altissimi, ma le famiglie americane hanno paura: il 55% riesce infatti a stento ad arrivare alla fine del mese. Obama non poteva permettersi facili ottimismi e per giustificare la sua fiducia ha cercato di usare i fatti. Ha spiegato che la legge di stimolo da lui varata contiene il più grande investimento nelle infrastrutture dai tempi di Eisenhower. Ma questi programmi - ha ammonito - “richiedono pazienza, sia degli americani che degli stranieri”. “Il loro - ha detto - è un investimento a lungo termine”. “Ma i giorni migliori dell’America - ha concluso - sono davanti a lei”.

Il discorso del capo della Casa Bianca al Congresso è stato pronunciato nel giorno in cui il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha illustrato le stime della Banca centrale americana. Ha annunciato che la ''severa'' recessione in corso potrebbe prolungarsi nel 2010, se le misure del governo non avranno successo. “Per una ripresa totale dell’economia – ha aggiunto - ci vorranno oltre 2-3 anni”. Nel suo discorso, il presidente statunitense ha esortato in particolare gli americani ad assumersi le loro responsabilità. Perché Obama ha lanciato questo appello? Risponde il prof. Arduino Paniccia, docente di Studi strategici all’Università di Trieste ed esperto di questioni americane, intervistato da Giada Aquilino (ascolta):

R. – Perchè la crisi economica è veramente forte. Vi saranno dei passaggi molto difficili e quindi il presidente avrà bisogno di tutto il consenso popolare possibile per poter riuscire a portare a compimento il suo piano, che ovviamente è incentrato su alcune linee: il rilancio dell’energia verde, il risanamento delle banche e il rilancio dell’istruzione e della scuola. Un altro capitolo riguarda la sanità.


D. – Nel giorno in cui il presidente della Federal Reserve ha tracciato un quadro fosco dell’economia, Obama si è detto certo che riuscirà a ricostruire un’America più forte. Quali indicazioni ha dato?


R. – La nazionalizzazione delle banche è, probabilmente, il problema più spinoso perché la crisi sta contagiando anche le banche ordinarie. Negli Stati Uniti non vi è stato mai un periodo in cui le banche siano state nazionalizzate. In questo caso, il governo potrebbe arrivare a prendere oltre il 40% della City Corp, ma vi sono problemi anche a Bank of America, tra le grandi banche. Perfino la stabilissima J. P. Morgan ha dei problemi. Il presidente ha bisogno, quindi, di tutte le energie per far sì che soprattutto la Borsa risponda positivamente a questo. Se la Borsa riprende, uno dei grandi problemi è praticamente superato.


D. – Obama ha parlato anche di difesa e terrorismo, un riferimento alle guerre in corso, ma anche ai terroristi già catturati, ai quali gli Stati Uniti promettono una giustizia rapida e certa...


R. – Non vedo dei veri, grandi cambiamenti. A parte la vicenda di Guantanamo e la dichiarazione necessaria di porre fine alle torture, altri cambiamenti in politica estera e nella politica militare onestamente ne vedo, al momento, abbastanza pochi. Tutto dipende da quello che succederà con l’Iran.


D. – Il prossimo passo di Obama quale sarà?


R. – Continuare nel tentativo di risolvere quella che è la crisi più profonda, cioè quella relativa alle banche e nella parte relativa al salvataggio dell’industria automobilistica, che è un passaggio anch’esso molto spinoso. L’unico rischio che non deve correre è quello di cominciare a sollevare delle barriere protezionistiche, che è un rischio quasi connaturato, legato a questo tipo d’intervento.

26.2.09

Dopo 25 anni i libici potranno leggere i giornali esteri

Agenzia Misna - Dopo 25 anni di interdizione, saranno distribuiti nei prossimi giorni una novantina tra giornali e riviste arabe e internazionali, tra cui i principali quotidiani francesi, americani, inglesi e la diffusione di queste pubblicazioni non sarà controllata dallo stato. La prossima vendita in Libia di giornali stranieri è stata annunciata dal direttore della società privata di distribuzione Al-Ghad, fondata da Seif al-Islam, uno dei figli del presidente libico Muammar Gheddafi. “Questo, però, non significa che non terremo conto dei nostri valori sociali, culturali e islamici” ha precisato il responsabile di al-Ghad. Dopo diversi anni di stretto controllo dell’informazione da parte delle autorità governative, esercitato dall’Ufficio generale della stampa libica - dalla presa di potere di Gheddafi nel 1969 – che gestisce tre quotidiani locali, l’autorizzazione alla vendita di qualche testata straniera tra il 2006 e il 2007 ha rappresentato un primo segnale di apertura nel settore dei media, seguito dalla pubblicazione due anni fa di due quotidiani libici indipendenti e di un’emittente televisiva che non risparmiano critiche nei confronti del governo di Tripoli. Un altro passo avanti verso una maggior liberalizzazione del mondo della stampa è stata l’apertura a novembre scorso di un ufficio dell’agenzia France Presse nella capitale libica autorizzata dal colonnello Gheddafi.

26.2.09

USA, un quarto di dollaro per un grande americano

Agenzia Misna - Duke Ellington ritratto su una moneta da un quarto di dollaro con il gomito appoggiato sul suo pianoforte: è la prima volta che un conio ha per protagonista un afro-americano. La zecca americana ha presentato la nuova moneta in una conferenza allo 'Smithsonian Museum' di Washington, città natale di Ellington, nel District of Columbia, l'area che include la capitale. Considerato uno dei fondatori del jazz, Edward Kennedy ‘Duke’ Ellington nacque nel 1899 e morì nel 1974 dopo avere scritto oltre 3000 canzoni e cambiato la storia della musica; il Distretto di Columbia lo ha scelto come suo rappresentante sul conio commemorativo, preferendolo all’abolizionista Frederick Douglas e all’astronomo Benjamin Banneker. Sull’altra faccia della moneta compare il motto del distretto “Giustizia per tutti”. Prima di Ellington, solo un altro afro-americano era comparso su una moneta, ma non da solo; si tratta di York, lo schiavo nero che accompagnò il capitano Meriwether Lewis e William Clark nella spedizione attraverso il continente nord-americano dalla costa atlantica al pacifico tra il 1803 e il 1806, e che fu ritratto con loro su un quarto di dollaro coniato nel 2003 dallo stato del Missouri.

25.2.09

"A Medjugorje ho ritrovato la fede" - parola di Nek

"Prima ero un cristiano tiepido"

Il direttore di Pontifex (quotidiano on line) Bruno Volpe parla con Nek, nome di arte di Filippo Neviani da Sassuolo, la stessa cittadina che ha dato i natali al Cardinale Camillo Ruini e al genio del giornalismo religioso apologetico Vittorio Messori: insomma buon sangue,non mente. Nek è un ragazzo sensibile e dotato di grande fede, che,inutile girarci attorno, è stata ulteriormente aumentata dalle sue visite a Medjugorje. “ In quel posto ci sono stato ben tre volte e le assicuro, senza con questo cadere nella sterile ed inutile retorica, che la mia fede prima era molto, ma molto più tiepida, poi si è riscaldata e mi sono infervorato. Del resto, a Medjugorje ho toccato con mano che cosa vuol dire,in un luogo tanto lontano,ma nello stesso tempo geograficamente accessibile, la fede in Dio, grazie all’opera della Madonna che, come instancabile mediatrice, opera autentiche grazie”. Eppure su Medjugorje molti sono scettici, anche all’interno della Chiesa. “ Guardi, io metterei da parte le polemiche che non portano da nessuna parte e guardo al lato positivo. Bisogna considerare che in quel santuario avvengono tante, tantissime conversioni, si amministrano sacramenti, insomma si crea la aspettativa del sacro e di Dio e questo mi pare un frutto buono e lodevole, da rimarcare”. Ma la posizione della Chiesa ufficiale sul tema non è ancora apertamente per il sì: “ ma neppure per il no. Io comprendo e forse anche giustifico la saggezza e la calma della Chiesa che davanti a fatti inspiegabili,visioni e miracoli si è sempre manifestata cauta. Del resto occorre riconoscere che, nel caso di Medjugorje, le veggenti hanno ancora visioni,parlano, quindi penso che la cautela della Chiesa, da questo punto di vista ,sia lecita. Poi come in ogni cosa umana gli scettici esistono sempre e dappertutto. La mia esperienza è positiva e dico grazie a Medjugorje che ha rafforzato la mia fede”.

Inoltre lei ha avviato in quel posto un nobile progetto si solidarietà: “ lei sa che in quel posto esiste molta,tanta miseria che rappresenta una grave ingiustizia sociale. Grazie ad un amico imprenditore di Modena, abbiamo iniziato ed avviato un progetto di aiuto concreto che spero possa dare buoni frutti. La Madonna a Medjugorje chiede preghiera,pace,ma anche aiuto e solidarietà concreti. Bisogna mettere in pratica con le opere buone, la parola del Signore e tutto questo a Madjugorje avviene”. Che cosa la ha colpito maggiormente di Medjugorje?: “ il lato spirituale. Sei stato due ore, ma sembra che la tua sosta duri da anni, il tempo ,come per incanto, si ferma in una estasi quasi mistica. Ecco, questa è la vera spiritualità che porta con sé stessa pace ed amore. Io consiglio a tutti l’esperienza di Medjugorje”.

Ma lei era già in precedenza uomo di fede: “ certo,non dico che in quel posto ci sia stata una conversione,per carità,ma la mia fede si è come infuocata. Indubbiamente devo fare ancora molta strada,ma sono sulla via giusta”. Che cosa le piace della Chiesa attuale?: “ vedo una Chiesa attiva, concreta, vicina alle esigenze di chi soffre. Ma vorrei, da giovane, anche una Chiesa maggiormente attenta ai problemi della comunicazione, che sappia pensare in grande e il fatto di aver oprato ultimamente per i social network le rende onore”. Le piace la messa antica?: “ dal punto di vista dell’eleganza e del mistero, senza dubbio. Non la capisco come molti miei coetanei,ma ha una sua indubbia eleganza, valorizza l’idea del mistero e del sacrificio. Una messa che non banalizza il gesto,ma per altro verso comprendo le tesi di chi vuol vivere la Messa, comprendendola e partecipando attivamente”.
25.2.09

Continuano le violenze contro i cristiani in India

E un rapporto dell'ONU denuncia l'intero sistema

“Un sistema di impunità incoraggia in India l’intolleranza religiosa dei gruppi estremisti indù che fomentano l’odio provocando un clima di violenze”. Lo afferma un rapporto delle Nazioni Unite stilato da Asma Jahangir inviata speciale nel Paese asiatico. Il rapporto conferma che è lo Stato dell’Orissa il più colpito dalla violenza degli estremisti contro i cristiani. Il drammatico fenomeno si è scatenato in particolare dopo l’uccisione del leader religioso indù Swami Laxamananda Sararwati, e fino ad ora si contano circa 70 vittime, mentre più di 50 mila persone sono state costrette ad abbandonare i loro villaggi. L’ispettrice ha sottolineato più volte la preoccupazione per la continua violazione dei diritti umani e ha esortato la modifica delle leggi anti-conversione che sono “utilizzate per umiliare i cristiani ma anche i musulmani”. Era dal 1996 che un inviato Onu non si occupava di un tema del genere in India, per questo due organizzazioni cristiane, la All India Christian Council (Aicc) e la Christian Solidarity Worldwide (Csw), che si battono per la difesa della libertà religiosa, hanno sollecitato l’Onu ad affettuare una visita. Il presidente dell’Aicc, Joseph D’Souza, ha invitato le autorità civili e il governo a prendere in seria considerazione i risultati del rapporto. La direttrice del Csw, Alexa Papadouris, ha invece posto l’attenzione sulla “diffusa impunità seguita alla vastità delle violenze contro le minoranze religiose”.

In questi giorni in Orissa continuano gli episodi di violenza e i colpevoli riescono spesso ad evitare la giustizia. L’ultima denuncia, come riporta il quotidiano l'Osservatore Romano, è stata fatta dal presidente del Global Council of Indian Christians, che ha raccontato del rapimento e delle torture subite da un cristiano, per mano di alcuni fondamentalisti indù, senza che la polizia intervenisse. Dal canto suo, il Governo dell’Orissa aveva assicurato la protezione della comunità cristiana mettendo in campo alcune migliaia di agenti che per un periodo avevano scongiurato ulteriori violenze. Attualmente però il numero degli agenti è stato drasticamente ridotto e per la comunità cristiana è tornata la paura.
25.2.09

Restaurata in Vaticano la tavola giottesca dei SS. Pietro e Paolo

Radio Vaticana - Con il recente restauro della tavola giottesca raffigurante ss. Pietro e Paolo, da secoli parte del tesoro della Basilica Vaticana, il suo Capitolo “ha inteso sottolineare l’unione dei due principi degli Apostoli” ma anche “offrire il proprio contributo alle celebrazioni dell’Anno Paolino”. Così ha detto domenica scorsa, festa della Cattedra di San Pietro, il cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica. “Tutti coloro che da ogni parte del mondo giungono a Roma per sostare in preghiera presso le tombe dei due Apostoli - ha aggiunto il porporato - portino impressa nel cuore la testimonianza coraggiosa della fede di Pietro e Paolo e la traducano in un quotidiano gioioso impegno di fedeltà a Gesù nel mondo di oggi”. La tavola sarà esposta prossimamente nella mostra “Giotto e il Trecento” presso il complesso del Vittoriano a Roma. Sull’attento e delicato restauro si può consultare la preziosa pubblicazione del canonico vaticano mons. Dario Rezza. (G.M)

25.2.09

Spingere la CO2 negli abissi

Riceviamo e pubblichiamo un articolo su un progetto riguardante un procedimento di abbattimento della CO2 presente nell’atmosfera che prevede il pompaggio dell’anidride carbonica nelle profondità marine. L'autore è Giancarlo Moiso.

QualEnergia.it - In questo periodo stanno emergendo nel mondo diverse idee progettuali per ingabbiare la CO2. Qualenergia.it ritiene utile informare i lettori su queste proposte anche se ritiene opportuno che tutte vadano analizzate con la dovuta cautela per la loro fattibilità tecnica, economica e per i possibili effetti sull’ecosistema / La redazione.

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Un procedimento di abbattimento della riduzione della CO2 poco costoso

Ridurre, quanto più possibile, la quantità di CO2 nell’atmosfera è non solo opportuno ma necessario. Di procedimenti, proposte, progetti per il “sequestro” del biossido di carbonio, ce n’è già un bel po’ in giro, ne abbiamo letto e ne leggiamo ogni giorno. Tutti progetti piuttosto costosi, anche quelli che appaiono più promettenti, magari perché impostati sull’idea di sequestrare il biossido di carbonio direttamente “alla fonte di produzione”, a esempio dai fumi di scarico delle centrali termoelettriche (che però è solo una parte, poco più di un terzo, della CO2 che produciamo; e per l’altra parte, che facciamo?).

Pure in questi casi si richiedono comunque operazioni complesse: la separazione della CO2 dagli altri gas presenti (aria e vapore acqueo), la sua compressione, o addirittura la liquefazione, per poi convogliarla, pompata attraverso lunghe tubazioni, fino ai siti di stoccaggio, in caverne sotterranee o nelle profondità marine (dove si presume rimarrà confinata, se non per millenni almeno per molti decenni). Tutti procedimenti che implicano costi elevati, tanto da lasciar dubbiosi sulla loro applicabilità. Ma forse c’è qualche strada meno costosa, qualche mezzo più economico.

Il più grande contenitore di CO2 del pianeta è l’acqua degli oceani. Vi è disciolta CO2 per forse 40.000 miliardi di tonnellate, 15-20 volte quella presente nell’atmosfera e biosfera. Nei mari c’è oltre un quintale di CO2 per ogni metro quadro di superficie. Per la più gran parte, però, si trova negli strati superficiali: 1-2 kg per ogni mc nell’acqua dei primi 100 metri di profondità (per il continuo interscambio con l’atmosfera), ma è scarsa, a volte quasi assente, negli strati profondi.
Ciò significa che gli strati profondi (e la profondità media dei mari è di circa 3,5 km) ne potrebbero assorbire, prima di giungere alla densità di saturazione (che è di 1,5 kg/mc a 15 °C; 2 kg/mc a 10°; 2,7 kg/mc a 0°), una quantità enorme: decine di volte la quantità ora presente nei mari; centinaia di volte la quantità presente nell’atmosfera.

In effetti il mare costituisce già attualmente il principale meccanismo omeostatico di regolazione della quantità di CO2 nell’atmosfera: al crescere della tensione (quantità) di questa nell’atmosfera, infatti, ne cresce l’assorbimento da parte delle acque marine. Proprio a tale fenomeno si deve l’assorbimento di una gran parte dell’addizionale CO2 introdotta nell’atmosfera negli ultimi due secoli di civiltà industriale; e fino a qualche decennio fa gli studiosi si chiedevano, facendo “i conti” della CO2 prodotta, dove fosse finita la “parte mancante”; finché si capì che era finita nel mare.
Gli strati superficiali d’acqua assorbono CO2 dall’atmosfera (spesso giungendo a saturazione, specialmente durante le tempeste), cedendola poi, per rimescolamento, anche agli strati profondi. Il processo di rimescolamento verticale delle acque però è lento, tranne che in alcuni luoghi particolari, dove correnti superficiali s’inabissano (un esempio è quello della Corrente del Golfo nel Nord Atlantico). E questo meccanismo omeostatico naturale, che ha funzionato a meraviglia per milioni di anni, non risulta oggi in grado di “tenere il passo” col rapido accumulo di biossido di carbonio nell’atmosfera, generato dall’uso, sempre più intenso (qualcuno direbbe forsennato), di combustibili fossili.

Ma forse gli si può “dare una spinta”.
Appare infatti possibile (e fattibile), con apparati abbastanza semplici e costi energetici moderati (di gran lunga inferiori rispetto a quelli previsti dalle attuali tecniche di “sequestro”), pompare (o forse sarebbe più esatto dire “spingere”) la CO2 nelle profondità marine. E’ la CO2 contenuta, disciolta, nelle acque superficiali. In un metro cubo di acqua superficiale ce n’è da uno a due kg. Quel metro cubo d’acqua, pompato (“spinto”) a qualche centinaio di metri, o anche uno o due km di profondità, si mescolerà alle acque profonde, cedendovi parte della CO2 che conteneva. Le acque profonde, oltre che povere di CO2 sono anche più fredde, per cui la loro capacità di assorbimento dei gas è maggiore. Si tratta, in sostanza, d’imprimere un’accelerazione a quello stesso processo già in atto ma che, per vie “naturali”, ossia per il rimescolamento normale delle acque, richiederebbe secoli (e noi abbiamo un po’ di fretta).

E’ immaginabile anche un meccanismo operante “all’inverso”, ossia di “aspirazione” delle acque profonde verso la superficie, dove, spargendosi, assorbirebbero più facilmente CO2 dall’atmosfera. Può esser tuttavia preferibile, dal punto di vista ingegneristico, il pompaggio delle acque superficiali in profondità.
A prima vista potrebbe sembrare che, se per spostare un kg di biossido di carbonio per un km risulta necessario spostare di altrettanto un metro cubo (1.000 kg) di acqua, l’operazione sia poco razionale, e dissipatrice di energia, rispetto, ad esempio, ai metodi cui s’è accennato sopra, che prevedono il trasporto di CO2 “pura” o quasi, compressa o liquefatta. Invece no. Pompare (o “spingere”) dalla superficie marina a un km di profondità un metro cubo d’acqua, attraverso un condotto di alcuni metri di diametro, richiede ben poca energia: è sufficiente una prevalenza modesta, forse 1/20 di atmosfera (1/2 metro di altezza d’acqua) o poco più.
Lo dimostrano le (un po’ pochine, per la verità) sperimentazioni in alcuni impianti “OTEC” (Ocean Thermal Energy Conversion), in cui, appunto, si adducono grandi quantità di acqua dalle profondità marine. Il convogliamento in profondità di 1 mc/sec d’acqua comporta una potenza (teorica) di 5 kW. Con un lavoro (teorico) di 5 kWh (50 cents di €) si possono inviare in profondità 3.600 mc di acque superficiali, contenenti forse 3-5 tonnellate di CO2, di cui una parte (quanta, però, è difficile da calcolare) rimarrà confinata in loco. Anche se quelle stime sugli impianti OTEC peccassero di ottimismo (il che è molto probabile), rimane comunque un differenziale enorme nei costi rispetto ai vari procedimenti di sequestro della CO2 atmosferica finora proposti.

Come operare
Il convogliamento delle acque superficiali negli abissi può operarsi in svariati modi. Quello esemplificato nella fig. 1 mostra un impianto galleggiante (l’energia per il pompaggio può venir fornita dal vento, un motore diesel o altro) in cui, tramite un’elica, si spinge acqua superficiale in un tubo di lunghezza adeguata, diretto alla profondità, dove da una serie di fori di diffusione (numerosi, a quote diverse) spargerà acqua a elevato contenuto di biossido di carbonio. Il tubo può esser costruito in materiale plastico flessibile, di spessore modesto in quanto, se di peso specifico di poco superiore a quello dell’acqua marina, risulta in gran parte sostenuto da questa e automaticamente sempre in leggera tensione (quindi non “sbandierante”). Ovviamente non dev’essere soggetto a forti sollecitazioni meccaniche: quelle dei moti ondosi; ma queste sono presenti solo in prossimità della superficie, e qui la struttura può venir protetta o irrobustita. Si può dire insomma che valgano, per la costruzione di impianti di questo tipo, le stesse regole di progettazione adottate per le piattaforme o gli impianti eolici off-shore – e quindi l’uso di tecnologie già note e collaudate. Un impianto di tal genere, con un condotto di 5 mt di diametro, può sottrarre all’atmosfera alcune centinaia di migliaia di tonnellate di CO2 l’anno.

Un altro procedimento, esemplificato in fig. 2, richiede condizioni idrometeorologiche particolari: venti costanti ma assenza di moti ondosi violenti (tifoni o simili). Qui ci si affida totalmente all’energia del vento. Energia che può stimolare, accelerandolo, il rimescolamento delle acque di superficie con quelle profonde. L’impianto, come si vede, consiste in grandi fogli (chiamiamoli “sipari” o “tendaggi”) flessibili (di plastica quindi), di dimensioni di alcune centinaia di metri sia in altezza che in lunghezza, sostenuti da supporti galleggianti (grossi tubi di plastica flessibili, cavi e sigillati all’interno). Le correnti acquee superficiali indotte dal vento, impedite nel loro flusso regolare (in orizzontale), vengono costrette, in corrispondenza degli sbarramenti galleggianti, a immergersi, mescolandosi così con le acque profonde, e cedendogli parte della propria CO2.
Altri procedimenti ancora possono essere immaginati, ma il principio informatore rimane lo stesso: forzare il rimescolamento delle acque di superficie (ricche di CO2) con acque profonde (povere di CO2). Nelle profondità marine il biossido di carbonio diffuso rimarrà confinato, depositato, presumibilmente per parecchi decenni: il tempo della “moratoria” sufficiente per mettere in atto nuovi differenti sistemi di produzione di energia, meno inquinanti di quelli attuali.

Possono prodursi alcuni effetti collaterali. Uno può essere l’influenza sui microclimi locali: una (modesta) riduzione delle temperature nelle regioni circostanti questi impianti. Le acque profonde essendo, come s’è detto, più fredde di quelle superficiali, il loro rimescolamento forzoso causa un raffreddamento, insieme con un incremento dell’inerzia termica, della capacità dei mari di fungere da “volano termico”: un effetto magari neanche sgradito, visto che potrebbe persino ridurre gli eventi meteorologici “estremi” – uragani e simili. Un altro può essere l’incremento di acidità delle acque profonde, acidità dannosa a organismi (flora e fauna) sensibili. Tuttavia nelle acque profonde già scarseggia, non solo il biossido di carbonio ma altresì la vita marina. E comunque in molti luoghi profondi esistono già ora condizioni poco propizie alla vita: il Mar Nero, per esempio, al disotto dei 200 metri di profondità è praticamente abiotico, per la consistente presenza di acido solfidrico. Non dovuto a inquinamento umano, bensì naturale.

Di questi procedimenti, ho depositato domanda di brevetto – più che altro per definire una priorità accademica, ché in effetti la materia non si presta (e non sarebbe neppure giusto) alla brevettazione. Una priorità che forse è già incrinata. Recentemente infatti m’è capitato di leggere (su “L’espresso” del 19 giugno 2008), l’accenno a un’azienda americana che forse sta seguendo la stessa via: la Atmocean. Cercando su internet a questa voce troverete progetti d’impianti, se non proprio simili, concettualmente analoghi a quelli da me proposti: impianti, congegni per il rimescolamento forzoso delle acque marine superficiali con quelle profonde.
La strada è tracciata. Può essere proficuo seguirla.
Giancarlo Moiso



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