31.3.09

Israele: si insedia il nuovo governo

Agenzia Misna - Con un discorso in cui ha sostenuto di voler arrivare a una pace onnicomprensiva con il mondo arabo e musulmano, si è insediato oggi il nuovo governo di Benjamin Netanyahu. Per il capo del Likud si tratta di un ritorno alla poltrona di primo ministro che aveva già occupato dal 1996 al 1999. Del governo fanno parte i partiti religiosi, gli ultranazionalisti di Yisrael Beiteinu e i laburisti: un esecutivo particolarmente eterogeneo, sottolineano alcuni osservatori, in cui il nazionalista Avigdor Lieberman occuperà il ministero degli Esteri al posto di Tzipi Livni (Kadima) e il laburista Ehud Barak quello alla Difesa. Netanyahu ha detto di essere disponibile al dialogo con i palestinesi, ma il suo partito e quasi tutte le formazioni del suo esecutivo sono da sempre contrari a concessioni territoriali che mettano in discussione le conquiste fatte con la guerra del 1967 o il ritiro dei coloni dalla Cisgiordania. Da valutare le posizioni verso la Striscia di Gaza, da quasi due anni sotto assedio, dove ancora oggi due combattenti palestinesi sono rimasti uccisi e altri due feriti dal fuoco israeliano; ferito anche un soldato di Tel Aviv.

31.3.09

Tragedia dell’immigrazione: 200 dispersi al largo della costa libica

Radio Vaticana - Il dramma dell’immigrazione ancora in evidenza. Sono circa 200 i migranti dati per dispersi nel tratto di mare tra Libia e coste italiane in seguito al naufragio, la notte scorsa, di tre imbarcazioni al largo della costa libica. Oltre 20 i corpi senza vita recuperati, mentre sono oltre 300 gli irregolari salvati, molti dei quali da un rimorchiatore italiano. A confermare la notizia, oltre alle autorità di Tripoli, anche il personale diplomatico dell’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. E proprio al direttore dell’Oim, Peter Schatzer, Hélène Destombes, del nostro programma in lingua francese, ha chiesto quali sono le strategie per combattere questo fenomeno sempre più drammatico (ascolta):

“Senza’altro è importante avere più collaborazione tra tutti gli Stati coinvolti in questi flussi, da una parte per ridurre le pressioni migratorie, dove è possibile, e dall’altra per creare un sistema di identificazione dei richiedenti d’asilo. Dobbiamo evitare che prendano queste “carrette” del mare e poi è importante la richiesta d’asilo in Italia. Tutti insieme bisogna ridurre le pressioni più gravi e dare più informazioni sui rischi reali dei flussi migratori, perché i migranti non muoiono solo nel Mediterraneo ma anche nel deserto della Libia”.

Domenica scorsa, sempre al largo della Libia, il naufragio di un'imbarcazione carica di migranti aveva provocato la morte di 21 di loro ed un numero imprecisato di dispersi. Ma come mai non si riesce a intervenire, almeno per salvare delle vite? Stefano Leszczynski ha intervistato Berardino Guarino, direttore dei progetti della Fondazione Migrantes (ascolta):

R. – C’è innanzitutto un dato ineludibile, che tutti fingono di ignorare, che è questo fenomeno dei flussi migratori. Un fenomeno che non finirà facilmente, per cui bisognerebbe piuttosto interrogarsi su come creare dei canali umanitari, affinché queste persone possano arrivare in Italia senza questi viaggi avventurosi. Ricordiamo che su queste barche ci sono spesso profughi, persone, che hanno diritto all’asilo. La questione non si risolve semplicemente pattugliando le coste.

D. – Quando si migra, si migra con tutta la famiglia?

R. – Sì, le condizioni dei Paesi da cui queste persone vengono le conoscono tutti. In alcuni casi ci sono ulteriori recrudescenze di guerre, di conflitti. I Paesi dove si registrano fenomeni per cui le persone scappano sono attualmente circa 40. Queste persone non hanno alcuna alternativa che affidarsi a dei “passeur” che spesso poi li trattano come carne da macello. Ci sono racconti allucinanti di violenze subite durante il viaggio. Il tema è molto complesso e certamente non si risolve con il pattugliamento, ma ponendosi innanzitutto il tema dei diritti di queste persone a trovare un approdo, un futuro, un motivo di speranza.

D. – Bisognerebbe puntare piuttosto sull’accoglienza che sul contrasto…

R. – Bisognerebbe puntare prima di tutto sul migliorare le condizioni dei Paesi da cui queste persone vengono. Il recente viaggio del Papa in Africa ha suscitato ulteriori domande, ulteriori appelli, ma non mi sembra ci sia stata una mobilitazione delle coscienze.

Un nuovo episodio, dunque, che interroga drammaticamente la nostra coscienza e spinge a prendere seriamente in esame l’immigrazione irregolare, fenomeno che, nonostante le ultime iniziative di legge, continua ad aggravarsi. Giancarlo La Vella ne ha parlato con Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio Immigrazione della Caritas Italiana:

R. – Sono dei disastri annunciati, purtroppo. Il fatto che si prendano provvedimenti sempre più restrittivi non fa altro che spostare le rotte. Quindi, non tanto attendiamo politiche volte a contrastare, ma ci attendiamo invece una politica di collaborazione internazionale con i Paesi d’origine e di transito veramente efficace. Certo, l’auspicio è sempre che queste persone non tanto vengano contrastate e rinviate nei Paesi di transito, dove non trovano quell’accoglienza e quegli standard umanitari che ci si attenderebbe, bensì quello che ci attendiamo è un’accoglienza nei termini non solo previsti dalla legge ma che in qualche modo anche le nostre coscienze ritengono fondamentali.

D. – Il rischio di un viaggio che potrebbe concludersi in tragedia vale comunque la pena di essere provato, pur di arrivare ad una realtà migliore?

R. – Evidentemente, le condizioni di partenza sono tali per cui anche questo rischio viene calcolato e viene messo nel conto, ahimè! E’ vero che attraverso il mare transitano migliaia di persone. Di queste, alcune centinaia ogni anno – forse migliaia in tutta Europa – trovano la morte e questo, a nostro avviso, è l’aspetto più grave nella misura in cui siamo consapevoli del fatto che, se queste persone fossero entrate regolarmente, attraverso un sistema di ingressi più flessibile, non avremmo assistito a tutto ciò a cui stiamo drammaticamente assistendo. Soprattutto, avremmo sul territorio persone con un titolo di soggiorno, piuttosto che vedere poi con il tempo – e questo è quello che accadrà – tanti di loro che si aggireranno irregolarmente per le nostre città, con tutte le conseguenze che l’irregolarità produce nel tempo.

31.3.09

Anche l'Iran alla conferenza dell'Aja sull'Afghanistan

Misna - Rappresentanti di 90 paesi e istituzioni internazionali partecipano oggi alla Conferenza sull’Afghanistan convocata all’Aja per iniziativa degli Stati Uniti; l'inedita presenza dell’Iran - con il viceministro degli Esteri Mahdi Akhoundzadeh - fa sperare che la soluzione della crisi afgana possa ora venire, come auspicato in più sedi internazionali, dal coinvolgimento di tutti i paesi dell'area. Invitato da Hillary Clinton, Segretario di stato americano, l’Iran accettando, ha ottenuto reazioni positive anche dalla Nato. In vista dei colloqui si sono già incontrati l’ambasciatore iraniano e il responsabile degli affari politici dell’Alleanza atlantica, rompendo un gelo diplomatico che durava dal 1979. La conferenza sarà presieduta congiuntamente da Clinton, dal Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e dal presidente afgano Hamid Karzai. Venerdì il presidente statunitense Barack Obama ha ribadito l'impegno contro le basi terroristiche in territorio sia afgano sia pakistano; annunciando l’invio di 21.000 truppe in rinforzo al contingente americano in Afghanistan (per un totale di quasi 60.000 soldati americani), Obama ha sottolineato che non si tratta di un “impegno a tempo indeterminato” e che il successo dipende da un forte impegno diplomatico e politico e dallo sviluppo socioeconomico sia in Afghanistan che in Pakistan; il capo di stato ha però escluso un invio di truppe in territorio pakistano. Obama ha proposto la creazione di un gruppo di contatto per l’Afghanistan, di cui facciano parte i paesi della Nato e quelli del Golfo Persico, con Cina, India, Russia e anche Iran. Nei giorni scorsi la crisi afgana è stata oggetto di una riunione convocata a Mosca dell’Organizzazione di Shangai per la cooperazione (che riunisce Russia, Cina e repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale) in cui è stato chiesto un approccio regionale e multilaterale alla ricerca di una soluzione.
31.3.09

La Cei ribadisce la propria solidarietà al Papa

RadioVaticana - “Stare con il Papa”, cioè esprimergli vicinanza e solidarietà per gli attacchi di cui è stato oggetto di recente: mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ha delineato in questo modo il significato dei lavori del Consiglio episcopale permanente che si è tenuto a Roma dal 23 al 26 marzo. Nella conferenza stampa di questa mattina, nella sede della nostra emittente, mons. Crociata ha anche annunciato la nascita di un fondo a favore di circa 30 mila famiglie numerose messe in ginocchio dalla crisi. Sul tema dell'immigrazione, i vescovi hanno ribadito che chi sbarca sul territorio nazionale va accolto.

La Chiesa interviene concretamente nella crisi che sta scuotendo il mondo. La Cei, in collaborazione con l’Associazione Bancaria Italiana, ha varato un fondo da 30 milioni di euro, ma il cui valore nei fatti sarà di 300 milioni, per tutte quelle famiglie con almeno tre figli a carico, o con un familiare malato, e dove non vi sia più reddito. Saranno quindi erogati 500 euro mensili da restituire in dodici o 24 mesi. Il commento di mons. Mariano Crociata:

“Innanzitutto, il suo carattere e la sua finalità è tipicamente, propriamente, ecclesiale. Si esprime nel primato della colletta, cioè del suo essere frutto di un coinvolgimento delle Chiese, dei fedeli, delle comunità ecclesiali di tutta Italia”.

In politica, poi, nessuna scelta di campo e ancor meno di partito, rispetto dell’autonomia del parlamento, attenzione ai valori. Sui temi più eticamente sensibili, il segretario dei vescovi italiani ha ricordato che la Chiesa non ha “mai avuto simpatie per uno Stato etico” ed è contro l’accanimento terapeutico. Ancora, mons. Crociata, sulla legge sul fine vita:

“In termini più possibili rapidi e nella forma più possibile condivisa, concordata, si giunga alla approvazione di questa legge”.

I vescovi italiani sono poi tornati stingersi attorno al Papa. Nel comunicato finale si è fatto notare come in occasione del viaggio in Africa, nei confronti del Pontefice, “da parte di alcuni organi di informazione e addirittura di soggetti istituzionali internazionali non ci si è limitati a un libero dissenso, ma si è arrivati a un ostracismo che esula dagli stessi canoni laici”. Sull’uso del preservativo per combattere l’Aids, mons. Crociata è stato chiaro:

“Il Papa ha mostrato di essere interessato alla persona e alle cause che generano i problemi e a ciò che permette veramente di superare i problemi e le difficoltà. E, dunque, il suo sguardo è uno sguardo alto che cerca il bene pieno, il bene vero della persona”.

Il Consiglio episcopale permanente ha poi approvato il programma dell’Assemblea generale della Cei, dal 25 al 29 maggio, che avrà al centro la questione educativa.
31.3.09

Netanyahu, i problemi della pace e la visita del papa

Il nuovo governo che si installa oggi suscita timori e paure ai cristiani per il problema dei visti, agli israeliani per il futuro con l’Iran e i palestinesi. L’epoca del “processo di pace” sembra ormai chiusa. A maggio la visita di Benedetto XVI in una Terra che sembra scivolare sempre più nella disperazione e nella guerra.

Tel Aviv (AsiaNews) – Per questo pomeriggio è atteso il varo del nuovo governo israeliano, capeggiato da Binyamin Netanyahu. Per la Chiesa balza agli occhi un fatto preoccupante: ancora una volta il partito fondamentalista Shas controllerà il ministero degli Interni. Circa 10 anni fa, quando un membro dello Shas è stato ministro degli Interni,è avvenuto un blocco completo dei visti, dei rinnovi e dei permessi di residenza al personale religioso ecclesiastico.

I visti per il personale eccesiastico

C’è voluta una grande pressione internazionale per indurre il ministero a ri-emettere i visti, e quando lo ha fatto, ciò è avvenuto in termini peggiori che nel passato. Intanto, dozzine di sacerdoti, religiosi e religiose erano ridotti allo stato di “immigrante illegale”; diversi di loro erano fermati dalla polizia e nessuno di essi, per qualunque ragione, rischiava di lasciare il Paese nel timore di non ricevere più il permesso di ritorno.

a questione dei visti, una catena di difficoltà e di ricorrenti “crisi”, finora non è stata ancora risolta in modo pieno e nei circoli ecclesiastici c’è preoccupazione che adesso ritorni ancora ad essere acuta. Si spera, ovviamente, che questo non accadrà, e che invece il problema verrà risolto da un accordo fra Santa Sede e Stato d’Israele. Tale accordo è rimasto sull’agenda dei negoziatori vaticani e israeliani fin dal 1993, con l’Accordo Fondamentale, ma altre questioni hanno preso sempre il primo posto.

Anche gli israeliani, soprattutto quelli più coltivati e più laici (le “élite”, come sono chiamati dai populisti della destra), danno il benvenuto al nuovo governo con qualche timore e con poche attese di un qualche progresso nella pace con i vicini, in particolare coi palestinesi.

È noto che il primo ministro in-fieri Netanyahu si è rifiutato di parlare di uno Stato palestinese, anche come uno scopo a lungo termine, ancor meno come un tema per gli attuali negoziati di pace con i palestinesi. Del resto, questo è il motivo per cui il Kadima, il più grande partito in Israele, capeggiato da Ehud Olmert e da Tzippi Livni - rispettivamente premier e ministro degli esteri uscenti – hanno declinato l’invito a entrare nella nuova coalizione governativa. Olmert e Livni parlavano invece da tempo del bisogno di metter fine all’occupazione dei territori palestinesi, iniziata con il 1967.

Guerra o pace con l’Iran

A sorpresa, il partito Labour – una volta dominante e ora ridotto a solo 13 membri del parlamento su 120 – si è aggregato, nonostante tutto, alla coalizione di Netanyahu. Questa alleanza innaturale fra un partito social democratico e alcuni di destra, che formano il resto della coalizione governativa, è al centro di molti commenti, perplessità e perfino critiche.

Eppure, la presenza di ministri del Labour, affianco a quelli dell’estrema destra e ai fondamentalisti, è anche rassicurante. Ci si aspetta che siano loro a prevenire i peggiori eccessi di cui possono essere capaci gli elementi ultra-nazionalisti e fondamentalisti. Per molti in Israele da tranquillità soprattutto il fato che Ehud Barak, leader del Labour, rimarrà a capo del potente ministero della Difesa. E questo perché molti dicono che l’impegno più cruciale del nuovo governo dovrà essere quello di decidere cosa (e se) fare verso la minaccia che viene dall’Iran. Il capo dell’intelligence israeliana ha messo in guardia poco tempo fa che l’Iran sarà capace di costruire una bomba atomica entro un anno. Tutti gli israeliani, di destra e di sinistra, religiosi o laici, sono in profonda ansia riguardo a queste prospettive. Vi è un diffuso disprezzo verso l’insufficiente determinazione dell’occidente a prevenire con sanzioni efficaci la nuclearizzazione militare dell’Iran. In Israele si dice sempre di più che ormai non restano che 3 terribili scelte: rassegnarsi a vivere all’ombra di una minaccia nucleare da parte di una nazione che in modo esplicito è impegnata nella distruzione dello Stato ebraico, o decidere un’azione militare diretta per neutralizzare la capacità nucleare e bellica dell’Iran con conseguenze imprevedibili per Israele, e con quasi certe violenze e ricatti.

I sostenitori dell’entrata del Labour nel governo – e per assicurare al generale Barak il posto come ministro della Difesa – hanno espresso molte volte l’idea che gli israeliani si sentiranno più sicuri con lui, che non con Netanyahu lasciato a se stesso. Gli israeliani ricordano molto bene e con paura il periodo in cui Netanyahu è stato capo del governo (1996-1999) e il modo in cui allora egli ha affrontato problemi di sicurezza nazionale. A un certo punto egli ha dato l’ordine di assassinare Khaled Mesh’al, leader di Hamas, nelle strade di Amman, la capitale di uno dei Paesi arabi amici (la Giordania). Poi, quando l’assassinio è stato sventato, Netanyahu ha temuto la reazione del re Hussein. Per calmare il re, egli ha inviato ad Amman l’antidoto al veleno iniettato nel corpo di Mesh’al dalle spie israeliane, salvando la vita di uno che continua a dirigere il terrorismo contro Israele. Poi ha liberato dalla prigione il fondatore e l’ideologo di Hamas, Ahmad Yassin, che ha usato la sua libertà per predicare ancora più terrorismo contro i civili israeliani.

Un errore di giudizio sulla possibilità di attaccare (o non attaccare) l’Iran, potrebbe essere anche più grave e gli israeliano saranno meno nervosi se Barak rimane al ministero della Difesa.

Netanyahu è molto cosciente dei suoi problemi di immagine in patria e all’estero e ha lavorato sodo per venirne a capo. Far entrare il Labour nel suo governo è una parte importante di questo sforzo. Fanno parte di tale sforzo anche i suoi discorsi sul migliorare la vita quotidiana dei palestinesi nei territori occupati, sotto lo striscione della “pace economica” (senza libertà politica). In ciò egli non è certo aiutato dal ministro degli esteri da lui scelto: Avigdor Liebermann, leader di Israel Beitenu, partito fortemente laico e nazionalista, tristemente famoso per la sua pesante retorica contro la minoranza arabo-israeliana e per le dichiarazioni aggressive contro l’Egitto e Hosni Mubarak.

Non è sicuro per quanto tempo Liebermann potrà rimanere come ministro degli Esteri. Egli è al centro di numerose inchieste di polizia, sospettato di corruzione e riciclaggio di denaro, e potrebbe – a quanto dicono i media - dover rispondere a pesanti accuse criminali in poche settimane.

La visita di Benedetto XVI

Il sentimento che si respira in Israele è che il periodo della ricerca di pace, del “processo di pace”, inaugurato nel 1993 con gli accordi di Oslo è ormai finito. Questa percezione è rafforzata dai nuovi movimenti in campo palestinese, con la “riconciliazione” fra il presidente Abu Mazen di Fatah e Hamas, che rigetta gli accordi di Oslo e con essi, la possibilità o il desiderio di una pace definitiva con Israele.

In questo quadro, la Terra Santa attende in maggio l’arrivo di papa Benedetto XVI. Nel 2000 Giovanni Paolo II è giunto in una Terra che si pensava fosse sul punto di dire addio al conflitto sanguinoso fra le due Nazioni che la reclamano come loro patria. Allora era un tempo di rande speranza e di grandi attese. Di tutto ciò rimane oggi molto poco. Ma proprio in questo presente di timori e disillusione, la testimonianza del papa a Colui che è la nostra Pace, è senz’altro ancora più necessaria e più urgente che mai.
31.3.09

Sequestrato dalla polizia mons. Jia Zhiguo vescovo sotterraneo

È stato portato via dalla sua casa da 5 poliziotti. Da settimane era sotto controllo 24 ore su 24 per proibirgli di incontrarsi con il vescovo ufficiale, con il quale si era riconciliato su indicazione del Vaticano. Un colpo alla strategia di unificazione della Chiesa cinese lanciata dalla Santa Sede, mentre in Vaticano prosegue l’incontro della Commissione plenaria sulla Chiesa in Cina. Mons. Jia Zhiguo ha subito anche la derisione della polizia.

AsiaNews – Mons. Giulio Jia Zhiguo, vescovo sotterraneo di Zhengding (Hebei) è stato sequestrato ieri dalla polizia e portato in un luogo sconosciuto. Il sequestro avviene in concomitanza con l’incontro in Vaticano della Commissione plenaria sulla Chiesa in Cina.

Ieri pomeriggio alle 16 (ora locale), 5 poliziotti e due auto si sono presentati nella casa del vescovo e lo hanno prelevato per una località sconosciuta. Mons. Jia, 74 anni, soffre di vari disturbi a causa delle carcerazioni passate e per la sua età e i fedeli della diocesi sono preoccupati che questo nuovo sequestro possa metterlo in pericolo di vita.

Da anni mons. Jia subisce sequestri e isolamenti da parte della polizia, che lo tengono lontano per mesi dalla sua comunità. Durante questi periodi la polizia cerca di indottrinarlo sulla politica religiosa del Partito e lo spinge ad aderire all’Associazione patriottica (Ap).

Questa volta i motivi sono ancora più gravi e colpiscono al cuore i tentativi del Vaticano nel voler riconciliare Chiesa ufficiale e sotterranea dell’Hebei, la regione a massima concentrazione di cattolici.

Mesi fa mons. Jang Taoran, vescovo di Shijiazhuang (Hebei), la diocesi della Chiesa ufficiale della zona, si è riconciliato con la Santa Sede, ed ha accettato – su indicazione del Vaticano - di collaborare con il vescovo Jia Zhiguo, divenendo suo vescovo ausiliare. Mons. Jia diverrebbe invece il vescovo ordinario della diocesi, pur rimanendo della Chiesa sotterranea e non riconosciuto dal governo.

I due vescovi si sono incontrati spesso e hanno cominciato a costruire un piano pastorale comune. Ma non appena l’Associazione patriottica ha scoperto questi segni di riconciliazione, ha obbligato i due vescovi a non più incontrarsi e li ha messi sotto custodia della polizia 24 ore su 24. Secondo alcuni fedeli locali, la polizia ha detto a mons. Jia Zhiguo che “questa unità [fra i due vescovi – ndr] è cattiva perché è voluta da una potenza straniera come il Vaticano. Se unità ci deve essere, deve avvenire attraverso il governo e l’Ap”. Data la resistenza di mons. Jia a sottoscrivere l’adesione all’Ap, la polizia si è messa a irridere il vescovo, dicendo che il governo metterà un altro vescovo al suo posto e che per lui “è tempo di andare in pensione, dato che è malato”.

L’incontro della Commissione vaticana sulla Chiesa in Cina, che dura fino a domani, doveva affrontare proprio le tematiche dell’accettazione della Lettera del papa ai cattolici cinesi, pubblicata nel giugno 2007. In essa Benedetto XVI aveva esortato Chiesa ufficiale e Chiesa sotterranea a far crescere la riconciliazione e aveva definito “incompatibili” con la fede cattolica gli ideali e la struttura dell’Associazione patriottica, che mira a costruire una Chiesa nazionale, indipendente dalla Santa Sede.
31.3.09

Earth Hour 2009

Centinaia di migliaia di persone hanno votato per la terra

Con lo spegnimento della strada dei Casinò di Las Vegas, si è chiusa domenica alle 05.30, ora italiana, la maratona mondiale per il clima del WWF. Centinaia di milioni di persone in più di 3929 città di 88 paesi hanno aderito spegnendo le luci per un’ora intera dando un fortissimo segnale di interesse per il futuro del pianeta. Il loro gesto rappresenta un vero e proprio “voto” mondiale a favore della Terra contro il riscaldamento globale, con una decisa richiesta ai leader mondiali perché agiscano subito. Guarda il video dello spegnimento di S. Pietro e la bellissima galleria fotografica mondiale. Il WWF ringrazia tutti coloro che hanno partecipato anche in Italia all'Ora della Terra.
31.3.09

La lunga mano del Mossad

Raid israeliani in terriorio sudanese, contro sospetti convogli di armi dirette verso Gaza. Ancora una volta un raid aereo israeliano in territorio straniero rimane avvolto dal mistero, suscitando ipotesi e congetture - probabilmente destinate a rimanere tali - nei media internazionali.

PeaceReporter - L'episodio risale alla fine dello scorso gennaio, quando un convoglio di 17 automezzi è stato bombardato da caccia non identificati. L'attacco, che ha provocato la morte di almeno 39 persone e il ferimento di diversi civili, era stato inizialmente attribuito all'esercito degli Stati Uniti. Fino a venerdì scorso, quando l'emittente Usa Abc ha rivelato che a compiere quel raid sarebbe stata l'aviazione Israeliana. Secondo i servizi di intelligence Usa e israeliani, il convoglio in questione era composto da sudanesi e iraniani, che trasportavano armi verso la Striscia di Gaza per il governo Hamas, che nel frattempo subiva l'operazione Cast Lead. Lunedì 30 marzo il quotidiano arabo Al Sharq al Awsat ha fornito una ricostruzione degli eventi, secondo la quale, poco prima di quel bombardamento, ufficiali statunitensi avevano avvisato le controparti sudanesi della presenza del convoglio sospetto. Katrhoum aveva risposto che avrebbe indagato le accuse, poi, subito dopo, c'era stato l'attacco, che era dunque stato attribuito agli F16 Usa.

Venerdì scorso, dopo la rivelazione dell'Abc le autorità sudanesi sostenevano di non avere ancora concluso la loro inchiesta. Tuttavia, secondo il portavoce del ministero degli Esteri sudanese, "i convogli trasportavano merci di contrabbando, ma non armi". Sul giallo del convoglio lunedì è intervenuto anche il settimanale britannico Times. Citando fonti della Difesa ha sostenuto che il convoglio trasportava razzi a lungo raggio destinati a Hamas, armi che avrebbero potuto colpire sia Tel Aviv che Dimona, il sito nucleare nel sud di Israele. Oggi il Times rivela altri due dettagli significativi: in primis a compiere l'attacco sarebbero stati dei droni, degli aerei senza pilota israeliani. Si tratterebbe degli stessi mezzi, chiamati Heron, capaci di percorrere la distanza che separa Israele dalla centrali nucleari iraniane. Il Time, inoltre, sostiene che dall'inizio di gennaio a oggi i raid israeliani contro sospetti trafficanti di armi in territorio sudanese sarebbero stati già tre. Il primi due attacchi sarebbero avvenuto il 27 gennaio e l'11 febbraio nel deserto sudanese, il terzo episodio, invece, sarebbe un non meglio precisato affondamento di una nave nelle acque del mar Rosso.

Israele non ha confermato né smentito le notizie, ma il premier uscente Olmert, interrogato sul tema, ha risposto sibillino che "Israele opera ovunque possa colpire l'infrastruttura terroristica", e ha aggiunto: "ciò è stato vero a nord, in una serie di incidenti, e a sud, in una serie di incidenti". Il riferimento è al raid israeliano del 6 settembre 2006, che colpì una sospetta infrastruttura nucleare in territorio siriano. Quell'episodio, a oltre due anni di distanza, rimane ancora avvolto nel mistero. Rimarrà un mistero anche il reale carico del convoglio colpito in Sudan? Probabilmente sì visto che le parti si accusano senza mostrare prove. Secondo la stampa sudanese i raid israeliani avrebbero prodotto "200 vedove e 600 orfani". Il ministero degli Esteri di Khartoum ha parlato di "flagrante aggressione da parte di Israele" e ha annunciato che, quando sarà terminata l'inchiesta governativa, il Sudan potrebbe inoltrare un reclamo al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Israele insiste però nel sostenere di avere agito contro il contrabbando di armi verso la Striscia, ma la sorveglianza del territorio a sud di Gaza compete all'Egitto. Domenica 29 il capo dei servizi segreti israeliani, Yuval Diskin, ha lodato il Cairo per il miglioramento dell'attività anti-contrabbando, che viene ora sostenuta anche dalle tecnologie dell'intelligence israeliana. Secondo Diskin, però, il problema delle forniture di armi a Hamas è ancora consistente. "Dalla fine dell'operazione Cast Lead - ha dichiarato - nella Striscia sono entrate 45 tonnellate di materiali necessari alla produzione di armi, 22 tonnellate di esplosivi, decine di razzi terra terra e anticarro". Anche in questo caso non vengono fornite prove. Difficile da credere visto che si parla della Striscia di Gaza, dove non riesce a entrare nemmeno il cemento per ricostruire le case.
31.3.09

Coca connection italo-colombiana

Il legame in nome della Coca fra Italia e Colombia continua. Al di là della crisi globale.

PeaceReporter - Uno dei principali quotidiani colombiani, El Espectador, in questi giorni ha voluto tirare le fila della Coca-connection italo-colombiana, che ha visto protagonista Salvatore Mancuso, il fondatore del gruppo paramilitare, Auc, i cui tentacoli sono arrivati oltreoceano per radicarsi nella sua patria d'origine, l'Italia. Un articolo che si spiega, in questo momento di crisi economica, con il fatto che sono in molti a chiedersi come si evolverà l'economia ombra della criminalità organizzata, finanziata dal boom senza precedenti registrato dalla fine degli anni Ottanta del mercato della cocaina.

Sulle orme bianche. Seguendo la scia della polvere bianca, dopo quattro anni d'indagine, l'Unità anti-mafia italiana, è arrivata a ricomporre il puzzle del narcotraffico che ha legato a doppio filo la Calabria e molte zone della Colombia. Il Tribunale di Reggio Calabria ha individuato nel controverso imprenditore italiano Giorgio Sale l'uomo chiave che gestiva la gigantesca operazione di riciclaggio di denaro, collegata all'ormai estradato ex capo del paramilitarismo colombiano Mancuso, che incassava montagne di soldi grazie alla coca. In sostanza, la connessione Mancuso-Sale, grazie alla catena di locali La enoteca di Barranquilla e ai magazzini Made in Italy, ha lavato milioni di euro derivati dal narcotraffico. Un business che Mancuso ha continuato a curare anche dal carcere. Nel portare avanti l'Operazione Galloway, nel novembre 2006, sono stati arrestati sia Sale che i suoi tre figli. Il suo nome viene accostato persino ad alcuni giudici dell'Alta corte colombiana e di influenti politici, non solo, dunque, a quello di Mancuso, antico comandante del Bloque Catatumbo, gruppo responsabile di cinquemila omicidi nella regione.

Oltre ogni aspettativa. La connessione tra Mancuso e la mafia italiana, in un primo momento, pare però finire qui. Poi la sorpresa: le indagini portate avanti dal giudice italiano Salvatore Curcio della Dda di Catanzaro sui nessi fra il paramilitarismo colombiano e la cupola di San Luca, Calabria, capeggiata da Santo Scipione, porta alla luce che Mancuso, nel Bel Paese, ha rapporti ben distinti da quello instaurato con Giorgio Sale. In Colombia si inizia così un'altra indagine sulla scia di quella inaugurata dalla Direzione antimafia italiana con la sua Operazione Decollo nel 2001. E' allora che, grazie a uno scambio di informazioni Italia-Colombia, viene ricreato il giro di affari di un'organizzazione di narcotraffico che andava dalla Grecia, all'Olanda, fino a Bulgaria, Spagna e Australia. Grazie a intercettazioni telefoniche, pedinamenti, ricorsi a informazioni di Intelligence, viene fuori che la suddetta organizzazione appartiene alla 'Ndrangheta, che dal 2001 ha fortificato il suo illegale giro di affari grazie agli accordi con i colombiani di Cordoba, Bolivar e Magdalena. Tonnellate di cocaina vengono introdotte in Europa sulla rotta Venezuela - Africa, camuffati in carichi di frutta, sardine congelate e blocchi di marmo.

Rapporti privilegiati. Nel gennaio 2002, nel porto spagnolo di Vigo, le autorità sequestrano 1700 chili di cocaina inviata tramite l'impresa A.Marconi. Destinatari: due spagnoli proprietari della ditta Conserva Nueva. "Un carico di droga che era da ricollegare all'accordo siglato nel 2001 dai fratelli Castillo Rico e il gruppo Ventrici Barbieri, legati alla 'Ndrangheta, il cui modus operandi era mettere la droga nelle lattine di tonno da un chilo", dichiara l'investigatore Giovanni De Chiara, aggiungendo che fra il giugno e l'aprile del 2003 le autorità spagnole smantellarono un traffico di 296 chili nascosti in blocchi di marmo e l'anno prima una spedizione di 434 chili verso l'Australia. Si tratta di un'organizzazione che, secondo un testimone italiano, "ha buone relazioni con i paramilitari Mancuso e Carlos Castano". In particolare, dei nessi diplomatici interoceanici si occupa un certo Ramiro, mentre Giovanni Castillo si occupa della produzione della cocaina. Mancuso, infatti, controlla anche dei laboratori, dove si preferisce lavorare la polvere bianca destinata agli amici calabresi.

Nell'organizzazione compare anche un uomo chiamato Jairo Gabriel Hernandez Espinosa, alias Pipo, che funge da contatto con l'italiano Santo Scipione e che per una transizione di cocaina e di denaro che non rispecchia le aspettative dei fratelli Castillo e dei paracos, viene sequestrato fino a quando il suo capo, Santo Scipione, non regola i conti e lo fa liberare. Il pomo della discordia tra la mafia italiana e quella colombiana è, né più né meno, l'equivalente di circa due milioni di dollari. Il conflitto si risolve e l'organizzazione continua a lavorare e a somministrare tonnellate di polvere bianca fino all'Africa e all'Europa. Poi, Santo Scipione e il suo gancio con la Colombia vengono arrestati.

Il rapporto inscindibile. In Colombia le indagini sono continuate e tutta l'organizzazione dei fratelli Castillo e dei suoi soci sta per essere incastrata dalla Fiscalia, che indaga sulle accuse di narcotraffico, fabbricazione di stupefacenti e organizzazione a delinquere. Ed è grazie a questo processo che è stato svelato che Mancuso è oggetto di indagine da parte delle autorità italiane da quasi nove anni e che i gruppi di autodifesa trafficavano cocaina sotto il suo comando, racimolando montagne di soldi poi riciclati da Giorgio Sale. Il cerchio, aperto in Italia anni or sono, sta per chiudersi. Ma il narcotraffico continua. Uscito di scena Mancuso, qualcun altro avrà preso il suo posto, mentre per quanto riguarda la 'Ndrangheta, è chiaramente viva e vegeta. E anzi, due rapporti della polizia federale di Berlino (la mafia clabrese da anni è radicata anche in Germania) , il primo dell'aprile 2008 sulle attività dei clan di San Luca e il secondo sulla presenza della 'Ndrangheta in Germania, mettono in luce la "colonizzazione mafiosa dei land". Frutto della collaborazione tra la polizia tedesca, i Ros dei carabinieri e la polizia italiana, i dossier descrivono le attività di ben 229 clan, con centinaia di ristoranti controllati dalle famiglie calabresi.

Il gemellaggio Italia-Colombia continuerà. Con o senza Mancuso. Oltre ogni crisi globale. Perché, per usare le parole di Roberto Saviano in un'intervista a Internazionale: "E' ora di pensare seriamente a un piano globale di depenalizzazione delle droghe. La coca o la si combatte ricorrendo a qualche forma di legalizzazione o continuerà a essere, insieme al petrolio, il motore mobile dell'economia contemporanea"
31.3.09

Bruxelles: entro il 2050 elettricità ad emissioni zero

Eco51.it - Le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, lo sappiamo da tempo, sono una delle principali cause dell’effetto serra e di tutta una serie di danni ambientali che caratterizzano il nostro presente e rischiano di segnare drammaticamente anche il nostro futuro. Uno dei settori maggiormente responsabili di queste emissioni di CO2 è quello della produzione di energia, ancora troppo legato a macchine ormai obsolete e a tecnologie troppo dipendenti da combustibili fossili. Per ovviare a tutto ciò la Eurelectric, l’unione delle aziende fornitrici di energia elettrica dei 27 paesi mebri dell’Unione Europea, ha sottoscritto un documento in cui manifesta il proprio impegno ad azzerare entro il 2050 le emissioni di carbonio nell’atmosfera.

Ad annunciarlo sono stati i 61 amministratori delegati dei fornitori di elettricità, rappresentati dal presidente della Eurelectric, lo svedese Lars Josefsson, e da Andris Piebalgs, Commissario Europeo per l’Energia, lettone. Come è noto la domanda di energia elettrica è in continua crescita, nel mondo come in Europa, e questo comporta una serie di problemi per l’ambiente e per lo sfruttamento delle sue risorse. A quanto pare non ci sarà una svolta epocale nei prossimi decenni, ma si continuerà ad ottenere la gran parte dell’energia elettrica da fonti non rinnovabili come il nucleare e soprattutto da combustibili fossili: ciò si tradurrà in un possibile aumento di centrali nucleari – visto che alcuni paesi, tra cui l’Italia, sembrano essere orientati verso l’istallazione di nuovi impianti – ed un sicuro incremento delle emissioni di anidride carbonica nell’aria.

Cosa fare allora? Difficile, se non impossibile, pensare di ridurre le forniture di energia, che anzi dovranno essere sempre più efficienti ed abbondanti. Più praticabile, invece, la strada che porta a migliorare dal punto di vista ambientale gli impianti tradizionali, ristrutturandoli secondo le più moderne tecnologie e migliorandone l’efficienza. Si pensa pertanto ad un’azione sinergica fatta di impianti di filtraggio e stoccaggio del carbonio emesso dalle centrali ed un sempre maggiore ricorso a fonti rinnovabili e pulite (tra queste ultime, però, viene annoverata anche l’energia nucleare, sulla quale abbiamo in più momenti espresso le nostre perplessità). Tutto ciò, in ogni caso, non potrà prescindere da un comportamento energetico più consapevole e razionale da parte di tutti i cittadini europei: se questo è facilmente ipotizzabile in paesi come la Svezia o la Germania, qualche dubbio si può avanzare per altre nazioni – tra le quali anche la Nostra – un tantino in ritardo un po’ su tutte le tabelle di marcia nel settore ambiente ed ecologia.

Ad ogni modo si tratta di un obiettivo importante, non certo facile ma di grande valore simbolico (e non solo!). Per attuarlo non sarà necessaria solo la buona volontà di tutti ma anche denaro, un fiume di denaro: si stima che gli investimenti per l’adeguamento delle centrali esistenti, per l’istallazione di nuove e per il miglioramento ed ampliamento delle reti di distribuzione ammonteranno a circa 1.800 miliardi di euro…

30.3.09

Mostra d'arte contemporanea a Milano sull'opera di San Paolo

Radio Vaticana - “Un itinerario di fede e riflessione spirituale che si ispira ad alcuni brani delle Lettere di San Paolo, con l’obiettivo di ripercorrere tappe salienti della vita del Santo e della sua predicazione”. E’ dedicata all’Apostolo delle genti la mostra di arte contemporanea promossa dal Centro pastorale dell’Università Cattolica in occasione dell’Anno Paolino. “Ti basta la mia grazia”: questo il titolo della rassegna, che sarà presentata domani all'Università Cattolica di Milano. L’esposizione - riferisce l'agenzia Sir - raccoglie nei chiostri bramanteschi dieci opere inedite tra dipinti, fotografie e sculture, commissionate a 10 artisti contemporanei. Nel Cortile d’onore, è collocata l’installazione dell’artista anglosassone Mark Wallinger, “Via Dolorosa” (2002), visibile fino al 24 aprile. L’opera di Wallinger – informa l’Ufficio stampa della Cattolica - proviene dal Duomo di Milano, ed è una video installazione digitale: una delle pareti è interamente occupata da uno schermo sul quale è proiettata la sequenza della “passio” tratta dal film di Franco Zeffirelli del 1977, “Gesù di Nazareth”, oscurata al 90% attraverso un riquadro nero che ne salva la visione periferica. Ogni opera è accompagnata da un commento artistico e una riflessione spirituale di docenti della Cattolica, come Aldo Grasso e Luigi Campiglio, ed esperti della materia, come il biblista Bruno

30.3.09

Dai cittadini europei 10 raccomandazioni agli eurodeputati

Radio Vaticana - Eleggibilità e moralità dei Parlamentari, tutele dei consumatori, energie alternative e politiche del lavoro: di questo e non solo 100 cittadini italiani hanno discusso per due giorni a Roma per elaborare dieci raccomandazioni da inviare all’Unione europea, in contemporanea con altri otto Paesi. La stessa iniziativa si è svolta infatti anche in Danimarca, Bulgaria, Cipro, Lettonia, Paesi Bassi, Portogallo, Germania e Slovacchia. Si tratta delle Consultazioni europee 2009 volute dall’Europarlamento per costruire dal basso le politiche europee. Le dieci raccomandazioni licenziate ieri saranno sottoposte al nuovo Parlamento Europeo, durante un dibattito nel prossimo mese di ottobre. Le consultazioni in Italia sono state curate da “Cittadinanzattiva”, interpellando cittadini delle diverse regioni, con età compresa tra 19 e 72 anni, per il 53% donne. Tra le dieci proposte emerse in Italia, spiccano la richiesta di pubblicizzare il numero delle presenze dei parlamentari europei con l'eliminazione della diaria se esse sono inferiori al 75%, e la pubblicazione dei certificati penali dei deputati oltre al loro reddito. L'Italia è la nazione che appare più preoccupata di arginare la corruzione nella politica. Con l'adesione di 95 partecipanti su 97, è stata votata la richiesta di ridurre l'utilizzo di fonti energetiche esauribili e inquinanti incentivando il partenariato tra Stati e potenziando la ricerca nelle fonti rinnovabili. E' emersa inoltre la richiesta di istituire un organismo di controllo e vigilanza in collaborazione con la Banca Centrale Europea, composto da rappresentanti dei cittadini per controllare la legislazione bancaria nazionale, garantire la trasparenza dei prodotti finanziari e individuare il limite di investimento delle banche. E, non da ultima, la richiesta di istituire, da parte dell'Ue, un'Agenzia per le politiche del lavoro. (R.G.)

30.3.09

I vescovi angolani ringraziano il Papa per la sua visita pastorale

Radio Vaticana - La Conferenza episcopale di Angola e Sao Tomé e Principe ringrazia Benedetto XVI per la visita da lui compiuta in Angola dal 20 al 23 marzo, e loda i media locali per come hanno seguito l'evento. In una nota inviata all'agenzia Fides in occasione della loro Assemblea plenaria, i vescovi di Angola e Sao Tomé e Principe esprimono il loro compiacimento per il “modo responsabile ed esemplare con il quale i media nazionali, pubblici e privati, hanno preparato, accompagnato, trattato e divulgato la visita e il messaggio del Papa in Angola, differenziandosi dall'atteggiamento, purtroppo riduzionista, di alcuni mezzi di comunicazione, soprattutto occidentali e di alcune istituzioni, durante la visita del Santo Padre, in Camerun”. I vescovi esprimono “il loro riconoscimento e la gratitudine per la nobile missione compiuta” da Benedetto XVI e dichiarano la loro solidarietà al Santo Padre e ai Vescovi della Conferenza episcopale del Camerun. I presuli infine, “incoraggiano tutti i mass media nazionali, pubblici e privati, ad impegnarsi in modo inequivocabile per diffondere la verità, a favore della vita nella sua interezza e per i valori fondamentali che devono nobilitare la nostra società”. (R.P.)

30.3.09

Cile: centiania di pinguini arenati sulle spiaggie di Araucania

Agenzia Misna - Sarebbero oltre 1500, secondo fonti della Marina militare cilena, i pinguini rinvenuti morti solo da sabato sulla spiaggia di Caleta Queule, 900 chilometri a sud di Santiago, per cause non ancora accertate. Gli studiosi dell’Università di Valdivia hanno avviato un’indagine per tentare di fare luce su un episodio drammatico quanto inusuale per la zona, situata nella regione di Araucanía (o IX Regione): “Non abbiamo ancora alcuna ipotesi su cosa stia accadendo. Capita che alcuni esemplari restino impigliati nelle reti dei pescatori, ma normalmente si tratta di poche decine” ha riferito il tenente della Marina Rodrigo Zambrano che dirige le operazioni di recupero. Secondo le prime informazioni riportate dalla stampa locale, i pinguini arenati apparterrebbero alla specie protetta ‘Spheniscus Magellanicus’, che durante l’inverno australe risale fino al nord del Cile, nell’Oceano Pacifico; non ci sarebbero per il momento prove che siano stati esposti a elementi tossici. Gli esperti dell’Università di Valdivia stanno cercando di determinare tra l’altro l’età di pinguini morti e la loro provenienza.

30.3.09

In Cina è persecuzione. Incontro in Vaticano

Un sacerdote sotterraneo dell’Hebei arrestato perché ha celebrato una messa. Controlli accresciuti per l’anniversario della morte di mons. Giuseppe Fan Xueyan, ucciso sotto tortura nel ’92. Vescovi e sacerdoti scomparsi o nei lager. Sotto pressione i vescovi ufficiali per farli tornare sotto l’obbedienza dell’Associazione patriottica. Da oggi in Vaticano incontro della Commissione per la Chiesa in Cina.

AsiaNews – Vescovi e sacerdoti della Chiesa sotterranea arrestati, Chiese ufficiali sotto controllo, aumento della repressione contro i fedeli: è questa la situazione dei cattolici in Cina, mentre in Vaticano, da oggi, è in corso il raduno della Commissione plenaria sulla Chiesa cattolica in Cina. Fonti di AsiaNews confermano che in queste settimane, soprattutto nell’Hebei (la regione vicina a Pechino, con la massima concentrazione di cattolici) le comunità sotterranee sono sotto pressione e viene loro proibito di incontrarsi per celebrare la messa. Giorni fa un sacerdote di Dung Lü, p. Paolo Ma, 55 anni, ha celebrato l’eucarestia con alcuni fedeli sotterranei e per questo è stato arrestato. La comunità cristiana è preoccupata per la sua sorte anche perché p. Ma è malato di cuore ed è probabile che in detenzione non venga curato.

Incremento di controlli e arresti sono dovuti al fatto che è vicino l’anniversario della morte di mons. Giuseppe Fan Xueyan, vescovo di Baoding, ucciso dalla polizia nel 1992. Per l’occasione i fedeli visitano la tomba del vescovo a Baoding e organizzano momenti di preghiere per il loro martire.

Mons. Fan, dopo aver passato decenni in campo di concentramento, è stato sequestrato dalla polizia nel 1992. Dopo alcuni mesi, il 13 aprile dello stesso anno è stato riportato morto, depositato nella notte davanti alla porta della casa dei familiari, il cadavere racchiuso in un sacco di plastica, con evidenti segni di tortura.

Fonti di AsiaNews ricordano che nella Chiesa sotterranea vi sono altri due vescovi scomparsi da anni nelle mani della polizia e dei quali non si conosce il loro destino. Il primo è mons. Giacomo Su Zhimin (diocesi di Baoding, Hebei), 75 anni, arrestato e scomparso dal 1996. Nel novembre 2003 è stato visto nell'ospedale di Baoding, controllato dalla polizia, dove ha subito cure al cuore e agli occhi. Ma dopo pochi giorni è scomparso ancora. Il secondo è mons. Cosma Shi Enxiang (diocesi di Yixian, Hebei), 86 anni, arrestato e scomparso il 13 aprile 2001. Mons. Shi, ordinato vescovo nel '82, era stato in prigione per 30 anni. L'ultima volta fu arrestato nel dicembre '90, poi rilasciato nel '93. Da allora aveva vissuto in isolamento forzato fino al suo ultimo arresto

Le stesse fonti affermano che vi sono anche decine di sacerdoti sotterranei in prigione o nei campi di lavoro forzato. E altre decine i vescovi sotterranei in isolamento.

Anche la Chiesa ufficiale subisce controlli e durezze. In questi mesi i vescovi riconosciuti dal governo sono stati chiamati molte volte a subire per settimane e perfino per mesi sessioni politiche sul valore della politica religiosa del Partito comunista cinese. Alcuni vescovi, come quello di Pechino, sono stati costretti anche a elogiare in pubblico l’operato dell’Associazione patriottica e a criticare “l’intromissione vaticana” negli affari religiosi in Cina. L’aumento delle pressioni è dovuto al fatto che ormai la quasi totalità dei vescovi ufficiali sono in segreto in comunione con la Santa Sede e molti vescovi riconosciuti dal governo collaborano sempre più con i vescovi sotterranei. Pechino vede male questa riconciliazione fra Chiesa sotterranea e ufficiale perché essa è generata “da una potenza straniera”, cioè il papa. Dal giugno 2007, quando Benedetto XVI ha pubblicato la sua Lettera ai cattolici cinesi, si sono moltiplicati i segni di riconciliazione fra i due rami della Chiesa in Cina, emarginando il potere dell’Associazione patriottica, l’organismo di controllo sulla Chiesa, voluto dal Partito.

Rompere questa unità è lo scopo di tutte queste vessazioni.

Da tempo l’Associazione patriottica prepara degli incontri a livello nazionale per votare il nuovo presidente dell’Associazione patriottica e il presidente del Consiglio dei vescovi cinesi [una specie di conferenza episcopale, che raduna solo i vescovi ufficiali, non riconosciuta dalla Santa Sede]. Le due cariche sono vacanti da tempo: il vescovo patriottico Michele Fu Tieshan, eletto presidente dell’Ap nel ’98, è morto nel 2007; mons. Giuseppe Liu Yuanren, vescovo patriottico di Nanchino, eletto presidente del Consiglio dei vescovi nel 2004, è morto nel 2005.L’elezione delle due cariche dovrebbe avvenire nel Congresso nazionale dei rappresentanti cattolici, già in programma da mesi. Ma l’incontro non si è ancora tenuto, a causa della resistenza di molti vescovi ufficiali a parteciparvi. Il card. Zen, in un messaggio ai vescovi cinesi lo scorso fine dicembre, ha chiesto loro di boicottare l’incontro, per onorare il loro rapporto di comunione con papa, che nella Lettera ha bollato come “inconciliabili” con la dottrina cattolica gli ideali e la politica dell’Ap.

La Commissione plenaria che si incontra in Vaticano da oggi fino al 2 aprile, è composta circa da 30 persone: superiori e membri della Segreteria di stato e della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli; rappresentanti dell’episcopato cinese, fra cui il card. Joseph Zen di Hong Kong; il suo coadiutore, mons. John Tong Hon; mons. Jose Lai Hung-seng di Macao; mons. John Hung Shan-chuan di Taipei e mons. Bosco Lin Chi-nan di Tainan (Taiwan).

La notizia del raduno, pubblicato ieri sull’Osservatore Romano, annuncia che fra i temi in discussione vi sono “questioni religiose attuali e importanti”.
30.3.09

Separazione e divorzio, manuale di pronto soccorso

Dalla nostra corrispondente Masal Pas Bagdadi

Che cos’è una crisi?
Una crisi è una rottura tra il cuore e il cervello.
Finché la ragione e i sentimenti funzionano come le due parti di un ingranaggio, ognuno compensa gli svantaggi dell’altro e in questo modo l’essere può funzionare. Appena i due poli si dissociano i sentimenti più immediati, più potenti prendono il sopravvento.
E’ il disordine, è la crisi. Siccome i sentimenti non sono più guidati dalla coscienza possono portare l’essere allo smarrimento.
(maestro chassidico)

Nel mio libro "Proprio a me doveva capitare?" (Ed. F.Angeli) ho approfondito le problematiche psicologiche e pratiche che le coppie genitoriali devono affrontare quando si stanno separando. Il mio intento in questo trattato è diminuire il più possibile le sofferenze che ogni separazione provoca ai protagonisti, anche in quelle separazioni meno dolorose.

Ogni separazione, seppure necessaria o desiderata, equivale psicologicamente a un terremoto che si abbatte sulla terra; i danni investono tutti e la “riparazione” è lenta. Il trauma o la crisi, oltre alla sfera materiale, tocca corde profonde di ordine psicologico da non sottovalutare. Nell’atto della separazione scatta in primo luogo la preoccupazione della gestione di ordine pratico (legate ai figli, ai soldi, alla casa); questo spinge i genitori a concentrare le loro energie e le loro preoccupazioni su un terreno emotivo più facile da gestire.
Nella mia esperienza lavorativa ho verificato che in questi momenti di crisi le buone promesse spariscono, e anche i genitori più sensibili alle emozioni che provoca la situazione “cascano”, involontariamente, in reazioni incontrollate: vecchi rancori, rabbie, accuse reciproche, ingiustizie, ripicche, pretese sui figli, sui soldi e cosi via…. E’ facile che in questo clima si scatenino “guerre” infinite tra i coniugi, sia a livello personale che legale, che sfociano a volte in disprezzi reciproci che fanno dimenticare il più elementare rispetto umano.
In mezzo a questo “inferno” stanno i bambini. Non ci sono più papà e mamma uniti per garantire la stabilità della loro vita familiare. La disfatta mina in profondità la psiche dei figli, anche di quelli più grandi. I bambini si sentono inquieti, abbandonati…. Le loro ansie si riversano anche fuori dell’ambito familiare, spesso la tensione si sfoga con eccessiva violenza a scuola, attacchi di panico, depressioni o altre regressioni di vario genere.

Nel libro ho affrontato e analizzato tutti i punti salienti della coppia, dei figli, della gestione comune dei bambini, dei sensi di colpa, dei diritti dei bambini di essere sostenuti e non usati come merce di ricatto, degli avvocati, dei tribunali. E propongo al lettore il “da farsi” per sostenerlo. A volte il mio aiuto è per i genitori a volte è per i figli. I figli comunque sia, soffrono sempre e non sono mai abbastanza grandi quando papà e mamma divorziano. E’ comune che i genitori, presi dalla loro situazione drammatica, perdano di vista l’angoscia dei figli in quanto loro possono sembrare al apparenza tranquilli.
E’ altrettanto vero che i genitori a parole affermano che non vorrebbero fare soffrire i figli, ma le cose sfuggono loro di mano più di quanto immaginano. A volte, (anche se ci fa dispiacere), dobbiamo fare i conti con sentimenti distruttivi e sgradevoli che non pensavamo di avere o sentire nei confronti della persona che ha vissuto con noi per tanto tempo. E’ utile in questo periodo chiedere aiuto a esperti di mediazione familiare o a psicoterapeuti per evitare almeno in parte le sofferenze inutili.

In "Proprio a me doveva capitare?" volevo, oltre a focalizzare l’attenzione del lettore su un argomento così delicato, anche dare consigli utili, una sorta di “manuale di pronto soccorso” per chi si sta separando.
Penso che bisogna aiutare i bambini in modo concreto a elaborare e superare le difficoltà, anche in ambito scolastico. E’ ora di“rimboccarsi le maniche” e studiare più a fondo un fenomeno che intacca tutte le sfere sociali senza alcuna distinzione. Voglio precisare che il fatto che le separazioni e i divorzi siano aumentati, non ha eliminato o diminuito il dolore e le rabbie a riguardo.

Purtroppo le ripercussioni della separazione non si concludono con il divorzio ma a volte durano per anni.
Dopo tutto quello che ho affermato, sono comunque conscia che affrontare la separazione con intelligenza ed equilibrio non è facile per nessuno. Il titolo di questo libro è un lamento doloroso di un bambino di 8 anni che ho avuto in cura. E’ come se dicesse “Cosa ho fatto di male perché mi capitasse una disgrazia del genere?”. Sicuramente questa frase condensa in sé tutta l’essenza emotiva e psicologica che sente ogni bambino che vive l’esperienza di una famiglia che si sgretola e va a pezzi.

"Proprio a me doveva capitare?" è l’urlo di dolore dei bambini che va ascoltato, e non in tribunale ma dai propri genitori e familiari! "Proprio a me doveva capitare?" ha questo obbiettivo!
30.3.09

AIFO: Il Progetto di emergenza a Goma

Repubblica Democratica del Congo, per gli sfollati di guerra prosegue con successo

I sostenitori dell'AIFO hanno risposto con grande generosità all'appello lanciato cinque mesi fa dall'AIFO per l'emergenza guerra a Goma. Il progetto ha permesso fino ad oggi di dare cibo e riparo a migliaia di famiglie vittime della guerra. Continuano le iniziative di aiuto umanitario. La città di Goma, nel Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo), in cui ha sede il Progetto AIFO per l'infanzia, è teatro da diversi mesi di accesi combattimenti tra le forze governative e i ribelli. L'AIFO ha immediatamente attivato un progetto psico-sociale di emergenza per fornire cure, acqua, cibo e medicine a oltre 3.000 sfollati che si sono riversati nel “Centro di Salute mentale” sostenuto dall'AIFO a Goma. Grazie alla generosità dei sostenitori, l'AIFO ha potuto offrire riparo e sostegno a migliaia di famiglie, e soprattutto ai bambini vittime della tremenda ondata di violenze. 27.000 euro sono stati investiti fino ad oggi per fornire ai profughi riparo e beni di prima necessità. Ulteriori fondi sono indispensabili per proseguire l'attività del progetto, che prosegue con grande successo nonostante le innumerevoli difficoltà.

Continuate a sostenere i nostri progetti: bollettino postale ccp 7484 intestato AIFO. AIFO - Organizzazione per la cooperazione sanitaria internazionale. Via Borselli, 4-6 - 40135 Bologna - Ufficio stampa tel. 051 4393214 redazione@aifo.it - www.aifo.it

29.3.09

Olio di palma contro i diritti umani. L'Onu critica l'Indonesia.

Secondo l'Onu l'espansione delle piantagioni di palma da olio non rispetta i diritti dei popoli indigeni. Lo ha dichiarato il Comitato dell'Onu per l'Eliminazione della Discriminazione razziale.

SalvaLeForeste - La distruzione delle foreste per farne piantagioni priva le comunità indigene della propria terra e delle risorse essenziali alla sopravvivenza. Il Comitato ha anche espresso preoccupazione verso una possibile inclusione delle piantagioni nel processo REDD, volto a contrastare le emissioni di carbonio proteggendo le foreste. Le piantagioni di olio di palma, secondo il comitato delle Nazioni Unite, sono causa di numerosi conflitti con le comunità locali, e il diritto dei popoli indigeni sulle terre ancestrali.

L'associazione indonesiana dei popoli indigeni (Aliansi Masyarakat Adat Nusantara - AMAN), ha accolto con favore la di chiarazione del Comitato dell'Onu. Proprio di recente alcuni indigeni Dayak Iban sono stati arrestati nel Kalimantan occidentale (Borneo) per essersi opposti alla trasformazione della propria foresta tradizionale in una piantagione di palma da olio.
29.3.09

Sei continenti per la pace

Una marcia mondiale per la pace che toccherà 90 paesi e 100 città

Peacereporter - Una marcia mondiale per la pace. L'iniziativa non ha precedenti e i numeri suonano altisonanti: 90 paesi, 100 città, sei continenti. La data non è certo casuale: il 2 ottobre, data di nascita di Gandhi e giorno internazionale della non violenza. Gente di culture e religioni differenti si uniranno in un lungo cammino per dire no alla violenza e alla guerra: 160mila chilometri passando per climi ed ecosistemi differenti. Tre mesi di viaggio, da Wellington, in Nuova Zelanda, a Punta de Vacas, ai piedi del Monte Aconcagua, in Argentina. Arrivo previsto il 2 gennaio 2010.

Ad aver promosso l'evento in America Latina è stato Tomas Hirsch, presidente del partito umanista cileno ed ex candidato alla presidenza del Cile, che ha coinvolto nomi del calibro di Josè Saramago, il Dalai Lama, Noma Chomski e Desmond Tutu.
L'idea però è nata da una Ong spagnola Mundo Sin Guerras cominciando a concretizzarsi nel 2007. Consapevoli che un'iniziativa del genere certo non porrà fine alle guerre, né alle occupazioni, né porterà la sparizione di arsenali nucleari, l'intento è pungolare la coscienza umana e metterla di fronte a queste emergenze. Proprio com'è stato per il tema del surriscaldamento globale. Grazie all'insistenza sul tema, oggi diventato un argomento prioritario nell'agenda mondiale. "Cerchiamo di far succedere la stessa cosa con la pace e la non violenza", ha spiegato Tomas Hirsch.

Le zone che la marcia andrà a toccare sono le più calde e simboliche della pace: Hiroshima, la frontiera delle due Coree, Gerusalemme, la frontiera tra Algeria e Marocco, la Colombia, tutte aree marcate da differenti tipi di conflitto, ma tutte soggiogate dalla violenza. Ogni tappa toccata sarà teatro di cerimonie simboliche, come il concerto sinfonico in simultanea da Gerusalemme e Ramalla.
Per partecipare, dall'inizio alla fine, occorreranno circa diecimila euro per coprire spostamenti e alloggi e gli organizzatori prevedono che saranno un centinaia le persone che potranno dedicare tre mesi della loro vita a questa iniziativa. "Cento, ma che diventeranno migliaia in molte zone della marcia", spiega l'umanista cileno. E per far sì che non resti un'iniziativa marginale, alla luce di quanto succede da troppi anni ai Social Forum dove alle parole non sono pressocché mai seguiti fatti, gli ideatori della marcia hanno in mente ben altro. Innanzitutto muoversi coinvolgendo i governi, le istituzioni, i mass media e poi realizzare una serie di tappe concrete a corollario della marcia. Per iniziare, già il governo argentino ha dichiarato l'iniziativa di interesse nazionale, definendo il 2009 l'anno della non violenza. Oppure il seminario di Santiago del Cile, a cui parteciperanno tutte le forze armate della regione per dialogare sulla pace e il disarmo. E parteciperanno perfino gli Stati Uniti.

Meno soldi in armi. E a coloro che contestano agli organizzatori di aver scelto il momento sbagliato per rilanciare il tema della pace globale, in un momento in cui ogni singolo abitante del pianeta è preoccupato per le proprie finanze, sempre più minacciate, Hirsch risponde: "Sempre ci saranno urgenze che impediranno di vedere l'importante, ma un dieci percento in meno delle spese militari nell'intera regione sudamericana permetterà di aiutare anche i lavoratori a rischio. La riduzione degli investimenti militari ha un'incidenza diretta sulle nostre possibilità di sviluppo".
Parole che cozzano con la realtà, vista la corsa agli armamenti in voga nell'intero continente latinoamericano. Gli interessi economici che stanno dietro alla fabbricazione e alla vendita di armi sono enormi, tanto che ogni volta che ci si avvicina a risolvere conflitti o tensioni, qualche cosa va storto e tutto frana. "Per questo occorre lavorare sodo dar forza al tema della pace - aggiunge il presidente degli umanisti cileni ed ex candidato per Juntos Podemos - La gente deve sapere che con il dieci percento della spesa militare si potrebbe risolvere la fame nel mondo. Cosa succederebbe se destinassimo addirittura il 30 o il 50 percento di quello che ora i governi buttano in armi a migliorare la qualità della vita della gente? Certo - conclude - non pretendiamo di convertire ogni cittadino in un Gandhi redivivo, ma vogliamo aiutare la gente a scoprire che è possibile un altro modello di relazione, basato sulla valorizzazione della diversità, nella consapevolezza che nessuno è migliore di un altro, che, sebbene differenti, siamo tutti uguali. Il primo passo, questo, verso un nuovo tipo di società".
29.3.09

Fine vita, interviene l'Ordine dei medici

"Ora serve una pausa di riflessione"

Votato all'unanimità un documento che contiene una serie di perplessità. "Nutrizione e idratazione artificiali sono trattamenti assicurati da competenze sanitarie"

Quotidianonet - Prima di proseguire con l’iter parlamentare della legge sul testamento biologico (approvata ieri dal Senato) occorre "una doverosa pausa di riflessione". Il Comitato Centrale della Federazione Nazionale Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), riunito oggi a Roma, frena sull’approvazione dei cosiddetti Dat, cioè le dichiarazioni anticipate di trattamento, votando all’unanimità un documento che esprime una serie di perplessità.

"Il testo - si legge nel documento - sarà oggetto di un’approfondita valutazione in ragione dei principi e delle indicazioni contenute nel nostro Codice Deontologico". In ogni caso, ribadiscono i medici contraddicendo quanto sostiene il ddl Calabrò, "nutrizione e idratazione artificiali sono, come da parere unanime della comunità scientifica, trattamenti assicurati da competenze mediche e sanitarie".

Quanto alla non vincolabilità del testamento biologico, i medici precisano che "l’autonomia decisionale del paziente, che si esprime nel consenso/dissenso informato, rappresenta l’elemento fondante della moderna alleanza terapeutica al pari dell’autonomia e della responsabilità del medico; in questo equilibrio, alla tutela della libertà di scelta del paziente deve corrispondere la tutela della libertà del medico, in ragione di scienza e coscienza (obiezione)".

Questo "straordinario incontro", come lo definisce la Fnomceo, "di libertà e responsabilità non ha per il nostro Codice Deontologico natura meramente contrattualistica, ma esprime l’autentico e moderno ruolo professionale e civile del medico nell’esercizio delle sue funzioni di tutela". Sotto questo profilo, "anche alla luce di un dibattito tecnico-scientifico talora contraddittorio", i medici ritengono che "le attuali conoscenze diagnostiche, prognostiche, terapeutiche ed assistenziali, relative agli stati vegetativi, richiedano ulteriori approfondimenti, anche mediante la predisposizione di studi osservazionali coordinati in modo da garantire l’esercizio delle scelte più appropriate sia del paziente sia del medico.

Nel merito, una questione fondamentale è rappresentata dalla predisposizione di una rete efficace ed accessibile di servizi di sostegno alle famiglie impegnate nel ruolo di assistenza. Per queste ragioni - conclude il documento - chiediamo che il processo legislativo, peraltro caratterizzato da forti contrasti politico-istituzionali, faccia una doverosa pausa di riflessione, per consentire lo sviluppo di un confronto nella Società che aiuti il Parlamento a dispiegare, su questa materia così intima e delicata, un Diritto mite e condiviso nella certezza di un’Etica forte delle persone e della comunità".

Fonte Agi

29.3.09

La crisi fa bene al clima?

QualEnergia.it - La recessione fa calare le emissioni. Uno studio dice che, con la crescita rallentata, i costi per raggiungere l'obiettivo del 2020 saranno dimezzati rispetto a quanto previsto in precedenza. Ma crisi significa anche investimenti mancati nel settore low carbon, con il rischio di un effetto boomerang. Il rapporto tra contesto economico e lotta al cambiamento climatico resta al centro della discussione, con analisi a volte contraddittorie. Il rallentamento sta rendendo più facile il raggiungimento degli obiettivi e la lotta ai cambiamenti climatici? Conforterebbero questa visione i dati diffusi da New Carbon Finance: il basso tasso di crescita previsto per l’economia europea, infatti, porterebbe a rivedere anche le stime sulla spesa necessaria a raggiungere l’obiettivo fissato per il 2020, cioè ridurre le emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990, o del 30% se si raggiunge un accordo internazionale globale.

La società di consulenza ha rivisto le previsioni in merito allo sforzo economico necessario per raggiungere l’obiettivo alla luce della rallentamento previsto nella crescita economica. Le ultime previsioni stimano che tagliare del 30% i gas serra costi meno di quello che l’anno scorso si stimava costasse un taglio del 20%. L’impegno economico necessario sarebbe in pratica dimezzato rispetto a quello che si era stimato nel giugno 2008.

Il motivo è semplice: meno crescita economica vuol dire meno emissioni, la stima è che il rallentamento previsto per i prossimi 5 anni le farà calare del 7%. La quantità da tagliare dal 2008 al 2020 risulterebbe così inferiore del 32% rispetto a quanto previsto l’estate scorsa e i costi per la riduzione passerebbero da 55 euro a tonnellata di CO2 a 40. In totale la spesa per raggiungere l’obiettivo del meno 20% sarebbe così di 152 miliardi di euro, anziché dei 309 stimati a giugno 2008, quella per tagliare del 30% invece passa dai 408 miliardi di calcolati l’anno scorso a 205.

Nuove stime sui costi per tagliare i gas serra che sono senz’altro una buona notizia per la lotta la global warming e che avranno probabilmente il loro peso nei negoziati internazionali di dicembre a Copenhagen. Che il rallentamento dell’economia mondiale stia producendo un calo delle emissioni, lo aveva sottolineato Terry Barker, direttore del Centro di Ricerca sul Cambiamento Climatico all'Università di Cambridge all’incontro scientifico preliminare del vertice di dicembre, tenutosi a Copenhagen una decina di giorni fa. La recessione, aveva spiegato, potrebbe portare entro il 2012 ad una riduzione delle emissioni superiore rispetto a quella registrata a causa della Grande Depressione tra il 1929 e il 1932, stimata intorno al 35%. "La mia previsione è che le emissioni diminuiscano dal 40% al 50%, ma è tutto da vedere", aveva dichiarato.

Di numeri che testimoniano come la crisi stia alleviando temporaneamente il problema dei gas serra, d’altra parte, non ne mancano. Gli ultimi sul fronte nazionale sono quelli che riguardano il settore dei trasporti, elaborati dal Centro Studi Promotor su dati del Ministero dello Sviluppo Economico: tra caro petrolio nella prima parte dell’anno e crisi, nel 2008 i consumi di benzina e gasolio sono calati del 2,4%, che significa 3.140.000 tonnellate di CO2 in meno ( per avere un idea l’obiettivo al 2012 per tutta l’Ue è di ridurre di 10,4 milioni di tonnellate).

La recessione allora fa bene all’ambiente? Le cose purtroppo non sono così semplici e il rallentamento economico rischia, in quanto a livello di emissioni, di avere un effetto boomerang sul lungo periodo. Stretta del credito e bassi prezzi del petrolio, infatti, stanno facendo saltare molti investimenti necessari a ridurre le emissioni in maniera strutturale, come quelli in rinnovabili ed efficienza energetica. Una preoccupazione alla quale nei giorni scorsi ha dato voce Fatih Birol, direttore dell’International Energy Agency. “Che la crisi economica faccia bene all’ambiente - ha dichiarato – è completamente sbagliato. Perché ci sono molti investimenti che fanno bene all’ambiente come quelli in efficienza, rinnovabili e nucleare che si stanno rimandando o cancellando. Uno o due anni con emissioni più basse alla fine non conteranno molto”.

Sui mancati investimenti dovuti a crisi finanziaria e bassi costi dell’energia l’IEA aveva già lanciato un avvertimento, dicendo che sul lungo termine avrebbero determinato carenza di offerta e dunque prezzi del barile alle stelle. Ora l’agenzia mette in guardia dal problema anche per quel che riguarda una ripresa delle emissioni una volta che l’economia sarà ripartita. Una preoccupazione che l’IEA inserirà nel documento che sta preparando per il G8 che si terrà il 24-25 maggio a Roma, con il quale inviterà i governi a investire di più per produrre energia e per ridurre le emissioni.

29.3.09

Sui barconi rischiando la vita e chiedendo libertà

Agenzia Misna - Si chiamano Ahmed, Muhammad, Ali, vengono dalla Tunisia e dal Marocco, hanno trascorso settimane, a volte mesi in Libia, prima di sfidare le onde del Mediterraneo per arrivare in Italia. A Lampedusa nel 2008 sono sbarcati 32.600 migranti, altri 642 non ce l’hanno fatta, sono morti annegati, assiderati, ustionati; ma i morti potrebbero essere molti di più. Mentre marocchini e tunisini rappresentano la grande maggioranza delle persone trattenute nel centro di identificazione ed espulsione (Cie) di contrada Imbriacola, somali, eritrei e ivoriani hanno spesso ottenuto, al termine del loro lungo viaggio, la possibilità di chiedere lo status si richiedente asilo. Al Cie, entrando con una delegazione della Caritas in via straordinaria autorizzata a presentarsi con qualche giornalista al seguito, la realtà vista è stata quella di centro di detenzione con condizioni di vita scadenti nonostante l’impegno degli operatori dell’ente gestore. E la voce dei migranti, prima con timore poi con maggiore vigore è stata solo una: “Libertà, libertà” ripetuta più volte e in più lingue. “Un’aspirazione legittima – ha detto il vicedirettore di Caritas Italiana Francesco Marsico – che chi lavora al Cie né questo paese possono garantire a causa delle legislazione vigente. Occorrono valutazioni serie sul sistema applicato perché in futuro accoglienza, rispetto dei diritti umani e legalità procedano di pari passo”.

29.3.09

Il leader come un’icona

Meditazioni dal deserto del nostro collaboratore Padre Renato Zilio

Dopo una giornata intera di paesaggio desertico, errando ramingo come un antico ebreo, la gioia finalmente, alla sera, di essere accolto dalla verde oasi musulmana di Ibrahim. Il deserto, però, fa emergere tutti i tuoi idoli e ti illumina sul senso vero di idolo e del suo contrario. Idolo e icona: stessa origine, stessa relazione con lo sguardo, il sacro e il bello, ma opposta dinamica. Comprendi come l’idolo concentra tutte le forze, l’attenzione, il potere: è autoreferenziale, per eccellenza. L’icona, al contrario, rinvia ad altro, a qualcosa di più grande. Non è che un raggio della luce del Divino, del Trascendente.

E, così, ti fai idolo quando vivi un protagonismo eccessivo o un attivismo esagerato, ti metti al centro dell’ammirazione,dell’attività o dell’obbedienza di altri: ansiosamente e dappertutto cerchi sempre un piedistallo. È ancora idolo quando ci si arroga ogni forza, ci si identifica con Dio o con la sua volontà.

Sarà la preghiera che ti renderà icona: essa stessa, icona della presenza di Dio che desideri al tuo fianco. Ricorda: il vero leader sarà sempre un’icona, colui che cammina accanto agli altri un passo innanzi... per cercare insieme qualcosa di più grande e di più bello. Perfino la sessualità vivrà sempre questa ambivalenza; solo quando essa saprà esprimere quel senso grandioso della vita come danza e come lotta da fare insieme, allora sì, sarà un’icona. Insuperabile.

Il deserto mi riporta alla figura di Abramo, di Mosè, di tanti altri leader…, perché esserlo significa che si possiede il carisma della speranza e quello della fiducia. Non sarà questi un realista, un gestore, semplicemente. Il deserto ti insegna a distinguere fra la gente un leader dallo sguardo: esso è differente da quello di ogni altro essere. Gli occhi gli brillano: ha una visione davanti a lui, vede il mondo che sarà domani, sa captare il futuro che sta nascendo. Avverte i bisogni nuovi e vitali di un popolo che cammina e ciò diventa una forza mobilizzatrice per sé e per gli altri. Ma il leader possiede uno sguardo vivo anche sui suoi. In loro sa risvegliare le forze migliori, perché le intravede, le chiama alla vita, al cammino e alle sfide… Egli non abbatte, ma suscita, incoraggia, stimola, potentemente.

“Signore, presta i tuoi occhi ai nostri leader!”, dovrebbe essere la nostra preghiera quotidiana.
29.3.09

Brasile: minacce a suora impegnata contro la pedofilia

"Indignazione" è stata espressa dalla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile del Regional Norte 2 (Cnbb N2) in relazione alle minacce di morte ricevute, martedì scorso, da suor Marie Henriqueta Cavalcante, coordinatrice della locale commissione di Giustizia e Pace. Lo rende noto l’Osservatore Romano.

RadioVaticana - In una nota, firmata da suor Orlanda Rodrigues Alves, segretaria esecutiva del Regional Norte 2, la Cnbb e i suoi organismi di pastorale sociale affermano di considerare le minacce "come un atto disperato e un tentativo non solo di colpire la coordinatrice di Giustizia e Pace ma anche di far tacere la Chiesa davanti alla sua incessante lotta per la difesa della vita". Suor Marie Henriqueta Cavalcante, la commissione di cui è responsabile e i rappresentanti delle pastorali sociali della Conferenza episcopale stanno svolgendo, specialmente negli ultimi mesi, un ruolo essenziale nei procedimenti di denuncia relativi ai casi di abuso e sfruttamento sessuale ai danni di minori nello Stato del Pará. Casi che purtroppo - si sottolinea nel comunicato - "sono avvenuti con la partecipazione di persone influenti della nostra società". Ma le intimidazioni, giunte per telefono, non fermeranno la religiosa che "continua in maniera instancabile il suo impegno" anche nella Commissione parlamentare di inchiesta sulla pedofilia istituita dall'Assemblea legislativa del Pará. Gli organismi di pastorale sociale della Cnbb - si legge nella nota - "con il totale appoggio dei vescovi sosterranno sempre ogni legittima lotta intrapresa in difesa dei diritti umani. La Chiesa, fedele a Gesù Cristo "venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Giovanni, 10, 10), svolge un ruolo profetico nella difesa e nella promozione della vita, denunciando ogni forma di ingiustizia, specialmente quando essa è praticata da coloro che dovrebbero lottare in favore della giustizia". Le azioni della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile - scrive suor Orlanda Rodrigues Alves - "sono pensate a partire dalla Parola di Dio e dalla realtà costruita per gli uomini. La nostra pratica è regolata dal dialogo, dal rispetto e soprattutto dalla costante testimonianza, agendo pacificamente e credendo nella pace e nella costruzione di un mondo giusto ed egualitario". Il comunicato si conclude con la riaffermazione della scelta ecclesiale per i poveri, "difendendo la causa di coloro che nella nostra società più necessitano di giustizia". Una risposta all'appello della Conferenza di Aparecida là dove evidenzia che "i volti sofferenti dei poveri sono i volti sofferenti di Cristo". (S.C.)
29.3.09

Quando Lancet dava ragione al Papa

“No alle speculazioni sull’Africa, no alla strumentalizzazione del messaggio del Papa”

RadioVaticana - All’insegna di questo motto, gli studenti africani, residenti a Roma, si riuniranno domani in Piazza San Pietro per manifestare solidarietà a Benedetto XVI, oggetto di accuse per le sue affermazioni sull’uso del preservativo nella lotta all’Aids. Ultima, in ordine di tempo, quella espressa dalla rivista britannica Lancet che sulla questione, tuttavia, non l’ha pensata sempre allo stesso modo. I preservativi, come le cinture di sicurezza, possono rendere più disinvolti e far aumentare i comportamenti a rischio. Il condom non basta per sconfiggere l’Aids. Così, scriveva nel 2000 la rivista scientifica Lancet che ora accusa il Papa di “falsità scientifiche” per aver detto che l’uso del profilattico non è la soluzione nella lotta all’Aids. La stessa rivista scientifica, sempre nel 2000, aveva spiegato che il rischio di contrarre il virus dell’Hiv, usando i preservativi durante i rapporti sessuali, è del 15 per cento. Ben lontano dallo zero. Oggi invece sostiene che “le parole del Papa possono avere conseguenze devastanti per la salute di milioni di persone”. Sull’editoriale di Lancet, abbiamo raccolto l’opinione della dott.ssa Paola Germano, responsabile del progetto Dream della Comunità di Sant’Egidio, in prima linea in Africa contro l’Aids:

“La nostra esperienza conferma quello che dice il Papa. In realtà, senza tanto stracciarsi le vesti, basterebbe guardare anche soltanto all’Europa. I dati recenti di quest’anno di Unaids, l’ultimo rapporto annuale, indicano significativamente l’aumento dell’Aids, per esempio, nell’Europa dell’Est dove si è fatta una campagna di prevenzione massiccia incentrata sul condom e dove, purtroppo, l’Aids è cresciuto in maniera esponenziale. Quindi, qualcosa non é andato bene, evidentemente. Dall’altra parte si dimentica che l’Aids in Africa non si trasmette soltanto sessualmente, si trasmette negli ospedali, per le trasfusioni e questo non si evita col preservativo. C’è bisogno della cura. Il Papa ha detto una grande novità: non si ha il coraggio di affermare che c’è bisogno di cure e di cure gratuite per l’Africa. Questo ridurrebbe l’Aids. E’ probabilmente una verità scomoda, sia per i governi africani, sia per l’Occidente che non vuole impegnarsi in questa lotta ma sceglie la via del disimpegno con una soluzione semplicistica, direi: distribuendo preservativi”.

Che dire poi del Washington Post? Nei giorni scorsi, il quotidiano americano aveva criticato duramente il Pontefice per le dichiarazioni sull’uso del preservativo. Ma nel marzo del 2007, aveva pubblicato un lungo articolo sul “caso Botswana”, dove il numero di malati di Aids, nonostante la distribuzione massiccia di profilattici, è andato aumentando drammaticamente. Il giornale citava dunque un rapporto elaborato nel 2006 da alcuni esperti del Sudafrica sull’Aids, che sottolineava come “la riduzione del numero di partner” sia la priorità assoluta nella prevenzione dell’Aids. Tesi, quest’ultima, già promossa peraltro dalla prestigiosa rivista Science, in uno studio pubblicato nel 2006. E’ l’educazione, dunque, lo strumento per vincere l’Aids? Ancora Paola Germano:

“L’educazione è la vera sfida, per la prevenzione e per la cura. Senza questo, qualsiasi programma è inefficace. Se non si parte dalla realtà degli uomini e delle donne africane, dalla loro cultura, non si è in grado di fare un programma che sia efficace. Noi siamo partiti da questo e questo effettivamente ha dato grandi risultati. Bisogna uscire dagli schemi ideologici e anche dal pensiero unico che un po’ ha dominato in questi anni nelle strategie di lotta all’Aids: essere più vicini alla realtà, conoscere la realtà delle persone. Non si può semplicemente applicare uno schema occidentale”.

D’altro canto, balza agli occhi un dato che sembra smontare certi teoremi. Nei Paesi africani, più sono i cattolici meno è diffuso l’Aids. In Burundi, i cattolici sono il 65 per cento degli abitanti, i sieropositivi solo il 2 per cento. In Guinea Equatoriale: 93 per cento di cattolici e 3,5 di malati di Aids. In Sudafrica, dove i cattolici sono solo il 6 per cento, i sieropositivi sono il 18 per cento. In Botswana, con il 5 per cento di cattolici, i sieropositivi sono addirittura il 24 per cento della popolazione adulta. Certo, come hanno messo in rilievo più voci africane, la distribuzione dei preservativi arricchisce chi li fabbrica. L’educazione ad una sessualità responsabile, invece, non ha alcun costo. Ancora una volta, ci sono in gioco gli interessi di multinazionali. Lobbies che hanno sfruttato e sfruttano il continente africano, come denunciato coraggiosamente dall’Instrumentum Laboris del Sinodo per l’Africa.
29.3.09

Water Forum di Istanbul: malcontento negli osservatori

Eco51.it - Del Forum Mondiale sull’acqua conclusosi a Istanbul pochi giorni fa vi abbiamo detto la scorsa settimana: i TG hanno riportato la notizia degli incontri al vertice, fatto le interviste di rito e concesso passaggi ed inquadrature ai politici di tutte le fazioni. Tuttavia nei servizi si vedevano dei manifestanti per lo più snobbati dai media: quello che hanno da dire non è così banale e ci sembra giusto farvelo sapere. Troverete una trattazione più diffusa sull’argomento sul sito dell’associazione Acqua Bene Comune, una sorta di Contro Water Forum che si batte per la pubblica distribuzione delle risorse idriche.

Ad Istanbul sono stati comunicati dati allarmanti, secondo i quali entro il 2030 una persona su due non disporrà di acqua potabile a sufficienza per condurre una vita ai limiti della dignità o addirittura per poter sopravvivere: i movimenti di contestazione del Water Forum appaiono favorevoli alla divulgazione di queste notizie, quand’anche allarmanti, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica ed indurla ad un consumo più razionale delle risorse idriche. Ciò che contestano, però, è il fatto che il vertice fosse diretto essenzialmente da organizzazioni governative e da privati, proprio i responsabili di quella privatizzazione dell’acqua contro cui tanto si battono.

Sul sito troverete anche diverse informazioni relative alla privatizzazione delle risorse idriche in Italia e la segnalazione di svariate iniziative di sensibilizzazione locale (e lo spazio per promuovere eventualmente la vostra), ma è soprattutto il tema del Forum di Istanbul a tenere banco adesso: con l’efficacissimo slogan “l’acqua è un diritto non una merce” il movimento di contestazione fa una denuncia gravissima. Nonostante le preoccupazioni da più parti manifestate e dati statistici inequivocabili, si continua a promuovere una politica di gestione delle risorse idriche assolutamente sconsiderata, finalizzata all’arricchimento dei soliti noti. Tutti gli esperimenti di privatizzazione dell’acqua, infatti, si sono rivelati fallimentari: considerando l’acqua un prodotto da commerciare ed obbedendo quindi a logiche non solo di domanda ed offerta quanto anche di semplice logistica e di costi di produzione, si è operato un autentico scempio ambientale.

L’esempio più grave in tal senso è proprio la Turchia, dove sono stati privatizzati sia i servizi di raccolta dell’acqua che di distribuzione delle risorse idriche. I prezzi hanno conosciuto delle oscillazioni a dir poco sospette, ma, soprattutto, i corsi d’acqua sono stati in gran parte sbarrati da dighe per farne bacini artificiali sconvolgendo interi ecosistemi e mettendo a rischio l’incolumità di interi centri abitati.

Con l’attesa riduzione delle risorse nei prossimi anni sarà difficile immaginare uno scenario molto migliore anche dalle nostre parti, dove gli approfittatori certo non mancano. Un’ultima frecciata è destinata dal Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua alle società di imbottigliamento delle acque minerali: di fatto ciò comporta uno sfruttamento di una risorsa pubblica per finalità di lucro, oltre che una produzione di rifiuti plastici enorme.



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