30.6.09

Una tragedia dei diritti umani

Rapporto di Amnesty International sulla Nigeria: l'inquinamento ha causato una tragedia dei diritti umani nel Delta del Niger. Le responsabilità del governo e delle compagnie petrolifere, in particolare Shell. Amnesty Italia scrive a Eni.

Amnesty International ha dichiarato oggi che "una tragedia dei diritti umani" è in atto nel Delta del Niger. I diritti umani della popolazione vengono violati dalle compagnie petrolifere, che il governo nigeriano non può o non vuole chiamare a rispondere del proprio operato. "Il Delta del Niger è un nitido esempio di come un governo venga meno agli obblighi nei confronti dei propri cittadini e della totale mancanza di responsabilità di quasi tutte le compagnie multinazionali per l'impatto delle loro attività sui diritti umani" - ha dichiarato Audrey Gaughran, responsabile del settore Imprese e diritti umani di Amnesty International e coautrice del nuovo rapporto "Petrolio, inquinamento e povertà nel Delta del Niger", presentato oggi ad Abuja, la capitale della Nigeria e, in contemporanea per l'Italia, a Bologna. Il rapporto descrive le fuoriuscite di greggio, il gas flaring (torce di gas), le discariche di rifiuti e gli altri impatti ambientali delle compagnie petrolifere. La maggior parte delle prove sull'inquinamento e sui danni all'ambiente raccolte da Amnesty International e illustrate nel rapporto, riguarda le attività della Shell, la principale compagnia petrolifera che opera nel Delta del Niger. Il rapporto analizza anche le conseguenze sui diritti umani delle attività dell'azienda italiana Eni Spa, che opera in Nigeria attraverso la consociata Nigerian Agip Oil Company (Naoc).

"Le persone che vivono nel Delta del Niger sono costrette a bere, cucinare e lavarsi con acqua inquinata e a mangiare pesce contaminato dal petrolio e da altre tossine, se sono abbastanza fortunate da riuscire ancora a pescarlo. La terra che coltivano si sta distruggendo. Dopo le fuoriuscite di greggio, l'aria puzza di petrolio, gas e altri agenti inquinanti. La popolazione denuncia problemi di respirazione e lesioni cutanee. Nonostante tutto questo, né il governo né le aziende verificano l'impatto umano dell'inquinamento" - ha detto Gaughran.

L'impatto dell'inquinamento sulla popolazione del Delta del Niger è fortemente sottostimato. La maggior parte degli abitanti dipende dall'ambiente naturale per il cibo e altri mezzi di sussistenza, soprattutto dall'agricoltura e dalla pesca.

"Il governo nigeriano è consapevole della minaccia per i diritti umani costituita dall'inquinamento petrolifero, ma non ha preso misure per garantire che quei diritti non venissero colpiti. Nonostante il massiccio inquinamento della terra, dei fiumi e di altri corsi d'acqua e le numerose denunce degli abitanti, non è disponibile praticamente alcun dato governativo sull'impatto dell'inquinamento petrolifero sulla popolazione nel Delta del Niger" - ha proseguito Gaughran.

Secondo Amnesty International, l'azione del governo per regolamentare l'attività delle compagnie petrolifere è ampiamente inadeguata.

"Il governo nigeriano sta venendo meno al suo dovere di rispettare e proteggere i diritti della popolazione del Delta del Niger al cibo, all'acqua, alla salute e all'accesso ai mezzi di sussistenza. Alcune compagnie petrolifere, da parte loro, hanno tratto vantaggio da questo atteggiamento e hanno mostrato un profondo disprezzo per le conseguenze delle proprie attività" - ha continuato Gaughran.

Il rapporto di Amnesty International rileva alcuni recenti segnali di miglioramento, come l'istituzione dell'Agenzia nazionale per l'individuazione e il contrasto alle fuoriuscite di petrolio (Nosdra), che pare avere un approccio più deciso ai problemi anche se necessita di maggiori risorse.

"Il governo deve affrontare l'impatto umano dell'inquinamento prodotto dalle compagnie petrolifere e ha il dovere di proteggere i suoi cittadini dalle violazioni dei diritti umani o dalle conseguenze delle attività delle compagnie. Tutto questo non è accaduto" - ha affermato Gaughran.

Amnesty International ha anche accusato il governo nigeriano di aver delegato l'onere di fornire una riparazione per le violazioni dei diritti umani agli stessi responsabili di tali violazioni: le compagnie petrolifere. Di conseguenza, tali riparazioni sono spesso inefficaci.

Il rapporto di Amnesty International non mette sotto accusa solo il governo nigeriano.

"Nonostante la sua pretesa di essere una compagnia responsabile dal punto di vista sociale e ambientale, la Shell continua a recare danno ai diritti umani, attraverso la mancanza di iniziative per impedire in modo efficace e mitigare l'inquinamento e i danni ambientali nel Delta del Niger" - ha precisato Gaughran.

La Shell e altre compagnie non controllano adeguatamente l'impatto sui diritti umani delle proprie attività né si distinguono per trasparenza. Le comunità locali del Delta del Niger non hanno accesso neanche alle informazioni minime sull'impatto dell'industria petrolifera sulle loro vite, persino quando sono le comunità "ospitanti". Questa mancanza d'informazioni alimenta la paura e l'insicurezza, contribuisce a propagare i conflitti e mina alla base il rispetto dei diritti umani.

"Il fatto che un governo non protegga i diritti umani dei suoi cittadini non assolve le compagnie petrolifere, così come il fatto che lo stesso governo non chiami queste ultime a rispondere del proprio operato non rende la Shell, l'Eni e le altre compagnie che operano nel paese libere di ignorare le conseguenze delle proprie azioni. Gli standard internazionali non sono una cosa che le compagnie possono scegliere di aggirare: esistono standard internazionali sulle attività delle compagnie petrolifere e sull'impatto sociale e ambientale, di cui le compagnie che operano nel Delta del Niger sono ampiamente informate" - ha dichiarato Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, in occasione della presentazione di Bologna.

Il rapporto di Amnesty International sottolinea come i processi di bonifica nel Delta del Niger risultino spesso al di sotto di qualunque buona pratica consolidata. Alcune compagnie impiegano negligentemente personale non qualificato per fermare le fuoriuscite di greggio, col risultato che i terreni e le acque vengono ulteriormente contaminati.

Quasi ogni comunità visitata da Amnesty International ha denunciato che i corsi d'acqua e gli stagni erano stati danneggiati dalle fuoriuscite di greggio o da altre forme d'inquinamento, spesso più di una volta. Le comunità colpite hanno manifestato ad Amnesty International la propria rabbia.

Le stesse comunità locali e i gruppi armati del Delta del Niger contribuiscono a loro volta al problema dell'inquinamento, compiendo atti vandalici negli impianti e rubando il petrolio. Tuttavia, non è chiaro quanto queste azioni incidano sulla situazione complessiva.

"Il governo nigeriano cerca disperatamente di porre termine al conflitto nel Delta del Niger, ma la povertà e i conflitti che continuano a devastare la regione non vedranno la fine sino a quando le cause di fondo, tra cui decenni di danni ambientali e l'impunità per le violazioni dei diritti umani e ambientali, non saranno affrontate e risolte e il governo nigeriano non avrà sufficiente volontà politica e mezzi per confrontarsi con le attività delle compagnie petrolifere che causano massicce violazioni dei diritti umani" - ha concluso Gaughran.

Ulteriori informazioni su Shell ed Eni

Domani, mercoledì 1° luglio, Peter Voser entrerà in carica come nuovo direttore esecutivo della Royal Dutch Shell, ereditando dunque i fallimenti e le cattive pratiche della Shell nel Delta del Niger. Quest'eredità è in larga parte dovuta all'assenza di azioni efficaci della Shell per prevenire e affrontare i danni ambientali e l'inquinamento causati delle sue attività. Amnesty International ha inviato una copia del proprio rapporto a Voser, chiedendogli di inserire tra le massime priorità la bonifica delle conseguenze delle attività della Shell in Nigeria. Amnesty International ha aderito alla richieste provenienti dalle Organizzazioni non governative del Delta del Niger, invitando Voser a "giocare pulito" sull'impatto della Shell sui diritti umani, fornendo le informazioni necessarie e prendendo un impegno pubblico a valutare l'impatto sociale e sui diritti umani delle attività della Shell.

La Sezione Italiana di Amnesty International ha inviato oggi una copia del rapporto anche all'amministratore delegato di Eni Spa, Paolo Scaroni, al quale ha chiesto un incontro per discutere nel dettaglio le conclusioni della sua ricerca e le raccomandazioni rivolte alle compagnie che operano nel Delta del Niger. Tali raccomandazioni saranno sottoposte a Eni anche attraverso una cartolina d'azione che sarà sottoscritta dai sostenitori e attivisti di Amnesty International.

Una copia del rapporto è stata inviata inoltre ai principali interlocutori di Amnesty International nel governo e nel parlamento italiani competenti su questi temi, ai quali l'organizzazione per i diritti umani chiede di adottare una legislazione che imponga alle aziende italiane di prendere tutte le misure necessarie e adeguate per rispettare e tutelare i diritti umani nel corso delle operazioni che conducono all'estero.

Il governo italiano dovrebbe inoltre:

* stabilire un meccanismo di supervisione parlamentare che riceva ed esamini le denunce relative alle attività delle aziende del settore estrattivo;
* assicurare che le vittime di violazioni dei diritti umani causate dalle aziende estrattive italiane possano ricevere una tutela efficace, compresa la possibilità di accedere ai tribunali italiani, nel caso in cui tale possibilità sia negata nel loro paese;
* sostenere il governo della Nigeria nell'istituzione di un organismo indipendente che supervisioni le operazioni estrattive relative a gas e petrolio;
* sostenere il governo della Nigeria perché siano ampliati gli spazi per l'accesso a tutele efficaci per le vittime di violazioni dei diritti umani causate dalle attività delle compagnie estrattive nel Delta del Niger.


30.6.09

L'introduzione della stampa nella civiltà occidentale

del nostro redattore Carlo Mafera

L’impatto che la stampa ebbe sul mondo occidentale fu immediato ma nello stesso tempo diversificato in relazione all’ambiente in cui si diffuse. Ci fu generalmente un’accoglienza notevole della nuova invenzione, ma anche un rifiuto pregiudiziale. Proprio il filosofo Leibniz temeva una banalizzazione ed eccessiva diffusione della cultura che, a suo giudizio, sarebbe degenerata in una confusione delle idee. Ma, a parte questa singolare opinione, la diffusione della cultura attraverso il testo stampato, apportò dei grossi vantaggi alla divulgazione delle idee stesse.

Certo, non si sa bene se fu il Rinascimento con le sue spinte libertarie a stimolare tale invenzione o se fu l’opposto. Resta però il fatto che la stampa ebbe una grande influenza per la circolazione della cultura. Non a caso viene affermato da più parti che la Riforma di Lutero prese piede, anche per questo nuovo mezzo di informazione e comunicazione sociale (come la radio fu per il nazismo in epoca successiva).

Nei primi secoli dell’invenzione, il XV e il XVI, si stamparono prevalentemente opere medievali, quelle che erano state scritte a mano dai famosi monaci amanuensi. Erano, per lo più testi classici che venivano scoperti da appassionati archivisti e storici che li salvavano dalle ritrascrizioni , i cosiddetti palinsesti, o dalla più prosaica pancia dei topi golosissimi della carta pecora. Rimasero quindi escluse dalla divulgazione stampata proprio le idee rinascimentali, tanto che qualcuno ebbe ad affermare che questa nuova invenzione non aveva contribuito all’accettazione delle nuove teorie della conoscenza.

L’avvento della stampa fece iniziare però un fenomeno a noi molto conosciuto: il consumo su larga scala. Il libro infatti rappresentò il primo genere di consumo a livello industriale, stimolando soprattutto gli studi universitari per i quali occorrevano allora delle disponibilità finanziarie non indifferenti, dati gli alti costi dei manoscritti. Da questo punto di vista la stampa ebbe il grande merito di ampliare notevolmente la classe degli studenti. Inoltre, come afferma Mc Luhan, “insegnò agli uomini come organizzare ogni altra attività su una base lineare e sistematica”. In altre parole l’arte tipografica fu l’antesignana dell’ industria moderna.

Ma forse i fenomeni più eclatanti che nacquero dalla stampa furono : “il pubblico”, espressione della massa di gente che sceglieva e giudicava le tesi proposte dall’autore, e poi “l’uomo moderno”, simbolo di un modo tutto nuovo di interpretare la realtà circostante e che rivendicava la propria autonomia di giudizio, la fiducia nella razionalità e nell’esperienza diretta nonché il desiderio di scoprire il mondo secondo questi nuovi criteri.
30.6.09

La tua preghiera al mio cuore

Korazym - Un amico sacerdote mi ha ricordato con una preghiera, e immediatamente mi sono sentito meglio: quando qualcuno accompagna me e la mia famiglia con un abbraccio fraterno, dentro me qualcosa si muove, si accalora, si divincola dalla mia insensibilità mutante. Qualcuno prega per me e lo fa senza scalpiccio di parole, né palcoscenico di ritorno, lo fa così come ne è capace, con la dolcezza di una preghiera.

E’ una verità che moltiplica la mia curiosità, la mia meraviglia, e mi fa diventare audace perfino nel chiedermi se sono capace di pregare, se riesco a farlo perché ne sento il morso che mi avverte della mia poca capacità alla fatica verso me stesso e gli altri, oppure è solamente un momento di calma piatta per non soccombere allo stress.

Pagine di sussurri e grida, volumi e autori di fede, silenzi che parlano messi da parte in attesa di un sussulto, di una domanda che spinge e esige una risposta, anche solo una parola che sollecita un sollievo a non esser più soli, ma insieme agli altri, a quelli che caparbiamente seguono orme digitali che non è facile vedere, forse solamente udire, un richiamo che accompagna il cuore dove le bramosie smodate, l’odio cieco, le intolleranze più rigide, hanno esigenza di essere messe pancia a terra, nei luoghi della riflessione e del rinnovamento.

Il mio amico don mi ha spedito in un messaggino la sua preghiera, nessun vociare o gran parlare, pochi segni per sentirmi meglio, un po’ meno avanti rispetto alla realtà quella vera, un po’ meno indietro rispetto alla verità che non è possibile barare. Una preghiera semplice, comprensibile alla testa come al cuore, affinché abbia occhi e sguardi nuovi per applicarmi, impegnarmi, nella fatica che occorre per favorire nuovi cambiamenti.

Una preghiera con le labbra ferme, con energia psichica in movimento, che incontra le altre parti, quelle logorate, dimenticate, una preghiera che bisogna fare circolare, sconvolgendo le linee di confine, opponendo ai divieti dell’egoismo e dei giudizi arbitrari, la consapevolezza che non è importante vivere di rendita, sugli allori delle medaglie ottenute, bensì vivere in modo dignitoso, costruttivo, anche quando i detriti del passato rimangono a destare la coscienza.

Non è certo la verità a creare problemi, la si cerca e ricerca partecipando con un dubbio, con una certezza, attraverso una sensibilità differente, guardando noi stessi riflessi in quella Croce, in quell’Uomo, in quella bocca chiusa, in quella voce che non fa rumore, ma si sente, dentro, dove non è facile riscattarsi dalle abitudini che offendono e umiliano l’amore più grande, troppo spesso preso a gomitate per mancanza di altri responsabili. Chissà se sono capace di pregare, dismettendo i panni della violenza nel barricarci dentro noi stessi, nel non rispondere a nessuna chiamata, nel pensare unicamente alle nostre esigenze, calpestando quelle degli altri.

Una preghiera, un canto silenzioso, una parola dietro l’altra, sopra e sotto ogni giorno che la vita dedica, una preghiera per imparare a credere, a avere fiducia, a entrare nel proprio vissuto, in quello dell’altro, una preghiera per essere finalmente disposti a cogliere le prossimità, le reciprocità, le responsabilità di un impegno sempre nuovo. Una preghiera per essere davvero disposti a tenere conto di chi mi è vicino, anche di chi poco più in là rimane sempre più spesso invisibile.
30.6.09

Iraq, risorse energetiche vendute all'asta e in diretta televisiva

Un primo contratto per l'estrazione di petrolio assegnato a britannici e cinesi

Un consorzio formato dai giganti petroliferi BP e CNPC International, rispettivamente inglese e cinese, avrebbero vinto l'appalto per l'estrazione di 17 miliardi di barili nella zona di Rumalia, nel sud dell'Iraq.

Il contratto è stato il primo stipulato dopo l'invasione del 2003, tra sei campi di petrolio e due di gas messi in vendita. Le risorse energetiche erano di proprietà statale durante il regime di Saddam Hussein, poiché nazionalizzate dal suo partito. I proventi ricavati dalla vendita delle risorse, serviranno al governo per la ricostruzione del paese devastato dall'embargo e dalla guerra, secondo quanto affermato dal primo ministro Nuri al-Maliki. All'asta di Baghdad hanno partecipato diverse compagnie Statunitensi, Europee ed Asiatiche tra le quali ExxonMobil, Total e Shell.
"Il nostro obbiettivo principale è di incrementare la produzione di petrolio da 2,4 milioni di barili al giorno a più di 4 milioni nei prossimi cinque anni", dichiara il ministro per il petrolio Hussein al-Shahristani alla televisione pubblica irachena. L'Iraq è il terzo paese al mondo per quanto riguarda le risorse petrolifere, stimate in almeno 115 miliardi di barili: ammontano a 43 miliardi quelli attualmente messi in vendita. Alcuni membri del parlamento lamentano però il fatto di non avere possibilità di intervenire in questi affari.


30.6.09

L'occhio vigile dei Mujahideen

Cresce la tensione per l’ipotesi di chiusura del campo iracheno Camp Ashraf

PeaceReporter, Baghdad - A cinquanta miglia dal confine iraniano, si sta svolgendo silenziosamente una vicenda drammatica, con il governo iracheno che affronta la sorte di diverse migliaia di membri dell'opposizione iraniana che si rifiutano di scomparire dalla storia.
L'opposizione dei Mujahideen al-Khalq (MEK) sta seguendo attentamente le proteste nel vicino Iran per le accuse di rielezione irregolare del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Ma il loro interesse non è se il leader iraniano concederà il riconteggio dei voti. La loro convinzione è che le proteste potrebbero in qualche modo rovesciare l'intero sistema iraniano a guida religiosa. "Stiamo assistendo all'inizio della fine del regime clericale oppressivo" dice uno dei sostenitori dell'organizzazione con sede a Parigi.

La prospettiva di un cambiamento nel governo dell'Iran è considerata da molti tanto improbabile quanto la speranza del MEK che l'Iraq cambierà idea sulla chiusura del campo, che è stato una fonte di forte tensione nelle relazioni Iran-Iraq.
Nelle ultime settimane, la leadership di camp Ashraf, l'ex base militare principale del MEK, ha accusato la polizia anti-sommossa irachena di essere entrata nel campo a nord di Baghdad e di aver minacciato i suoi 3400 residenti.
Funzionari occidentali che conoscono il caso dicono che le forze d'intervento rapido del Ministero dell'Interno si sono fermate fuori dall'ingresso principale del campo, in quella che è sembrata essere una manifestazione di forza, senza entrare effettivamente nel campo.
Dicono anche, comunque, che la situazione potrebbe diventare violenta in modo molto facile, data la combinazione delle truppe irachene, che non sono famose per la loro moderazione, e un'organizzazione estremamente disciplinata intenta a creare un incidente internazionale.
Nel 2003, a Parigi, diversi manifestanti del MEK si sono dati fuoco per protestare contro l'arresto del leader dell'organizzazione.
La posta in gioco è così elevata, dicono funzionari occidentali, perché Camp Ashraf, che prima della guerra aveva i propri carri armati e mortai, è stata il centro dell'organizzazione.
"Camp Ashraf è l'ultimo posto che hanno" dice un ufficiale occidentale, "Ci si deve domandare che può essere il MEK senza il campo".

Finanziati e armati sotto il regime di Saddam Hussein.
Il campo che occupa una vasta area, con i suoi giardini curati e le strade alberate, è un residuo del conflitto dell'Iraq con il vicino Iran, che include otto anni di guerra. Sotto Saddam Hussein, il MEK è stato finanziato ed armato, e ha lanciato attacchi su larga scala all'Iran dal suolo iracheno.
Con la caduta del regime iracheno nel 2003, il MEK è stato disarmato dalle forze americane. Il governo iracheno, che insieme agli Stati Uniti considera il MEK un'organizzazione terroristica, afferma che i membri del movimento non hanno alcun diritto legale di essere nel luogo e ha chiesto loro di tornare volontariamente in Iran o in un Paese terzo che li accetti.
"Senza uno status legale qui, non esistono" commenta un funzionario occidentale. "E' una situazione impossibile."
Per la persistenza con cui il MEK esercita pressioni verso i funzionari governativi, e per la delicatezza della questione, tutti i funzionari che hanno parlato della situazione hanno chiesto di restare anonimi. Il comitato iracheno che si occupa della vicenda si è rifiutato di rispondere alle richieste di commento.
Il MEK stesso, che emette costantemente comunicati che accusano le autorità irachene di cercare di uccidere i suoi membri, non ha risposto a domande specifiche riguardanti i piani di spostamento dei residenti del campo.
Si ritiene che circa 100 dei 3400 residenti del campo abbiano doppia nazionalità. Altri 1000 sono stati residenti in altri Paesi. Nonostante il MEK sia elencato fra le organizzazioni terroristiche da USA e Iraq, i residenti di Camp Ashraf non sono considerati individualmente terroristi.
Le offerte di trasferimento sono difficili da ottenere
Tuttavia, coerentemente con i commenti dell'ex capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale iracheno, che ha descritto i membri del MEK come "persone a cui è stato lavato il cervello" e potenzialmente pericolosi, persuadere altri Paesi ad accettarli è stato molto difficile.

L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha dato a circa 250 residenti del campo lo status di rifugiato, ma finora molto pochi sono stati accettati da un altro Paese, dicono alcuni funzionari.
Circa 600 residenti hanno lasciato il campo volontariamente dal 2003. Il governo iracheno ha dichiarato che sta progettando di trasferire quelli che sono rimasti in un'altra regione dell'Iraq, più lontana dal confine iraniano, ma non ha ancora spiegato ai leader del campo dove intenda trasferirli.
"Più ci avviciniamo a questa eventualità, più c'è tensione" dice un funzionario, affermando che lo scoppio della violenza dipende dalle istruzioni che i residenti ricevono dalla leadership del MEK.

Il limbo legale di un ex residente.
I capi del campo mostrano risme di documenti che elencano i residenti come persone protette dalla Convenzione di Ginevra durante i combattimenti del 2003. Ma questo non serve a risolvere il problema attuale di residenti senza uno status legale in un Paese che non è più in guerra con l'Iran o sotto attacco americano.
Alcuni di quelli che hanno preso la difficile decisione di abbandonare Camp Ashraf si sono ritrovati in un limbo.
In un hotel della zona verde di Baghdad, in maggio, una membra del MEK che se n'è andata dal campo stava aspettando i documenti di viaggio per potersi riunire a sua figlia, che ha dovuto abbandonare diciassette anni fa, all'età di due anni.
La donna, che non vuole far conoscer il suo vero nome per timore di rappresaglie da parte dell'autorità iraniana, ci ha chiesto di chiamarla Zahra. Ha vissuto in campi MEK in Iraq per 21 anni, e ha fatto crescere sua figlia nata a Baghdad da altri membri del MEK all'estero, dopo che l'organizzazione aveva deciso di separare le famiglie credendo che i legami familiari indebolissero l'impegno dei membri per la loro causa.
"E' difficile capire per le altre persone. Tutti noi nel campo siamo persone politicizzate, impegnate a rovesciare il regime iraniano" dice.
Zahra ha ricevuto lo status di rifugiata in Svezia dopo essere stata imprigionata a Shiraz quando era una manifestante adolescente negli anni 80. Ha detto di aver lasciato Camp Ashraf perché è stato difficile nell'ultimo anno ottenere gli antidolorifici per una ferita si è procurata durate un'operazione militare, poco dopo il suo arrivo in Iraq.
"Loro [la leadership del campo] mi hanno detto «Puoi andare dove vuoi»" dice Zahra.
Alcuni funzionari dicono privatamente che dopo che Zahra ha iniziato a fare pressione per conto del MEK su parlamentari iracheni che sono contrari alla decisione del governo di chiudere il campo, è stata trasferita dall'altra parte della città in un albergo molto più piccolo, dove molti altri membri del MEK vengono alloggiati mentre aspettano i documenti necessari a lasciare il Paese.

In una telefonata dalla sua nuova stanza, ha detto che le è stato impedito di lasciare l'hotel e di aver iniziato uno sciopero della fame. L'ambasciata tedesca ha detto che sta seguendo il caso, e altri diplomatici hanno detto che la sua salute non sembra essere in pericolo.
Alcune guardie del governo iracheno stazionano nell'atrio dell'hotel e impediscono di avvinarsi a Zahra e non permettono che il telefono dell'albergo venga usato per chiamare la sua stanza, dicendo che c'è bisogno di un permesso da ufficiali di grado più elevato perché Zahra possa parlare con qualcuno.
"E' una parte del problema... il governo iracheno non ha deciso come gestire la questione dei singoli individui," dice un diplomatico occidentale, notando che il trasferimento verso un Paese terzo impiega spesso mesi o anni. "Devono dare loro un incentivo per voler lasciare il campo".

Jane Arraf, corrispondente del The Christian Science Monitor

*Traduzione di Francesco Gastaldon

30.6.09

Crisi alimentare: riunione dell'ONU per discuterne la cause

Le cause che amplificano la crisi alimentare in Africa sono il tema di una riunione organizzata oggi a Ginevra dalla Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad), un organo sussidiario dell’Assemblea Generale dell’Onu incaricato di affrontare il ruolo del commercio nello sviluppo economico.

Agenzia Misna - “Più di 300 milioni di africani, pari a circa un terzo degli abitanti del continente, vivono in condizioni di fame cronica”, si legge in una nota preparatoria dell’Unctad, secondo la quale i prezzi dei prodotti alimentari negli ultimi mesi non sarebbero diminuiti molto rispetto ai massimi raggiunti tra la primavera e l’estate dello scorso anno. Intitolata “Sicurezza alimentare in Africa: lezioni da una recente crisi internazionale”, la riunione è stata convocata per porre l’attenzione sulla vulnerabilità del settore agricolo in un momento segnato dalla crisi economica globale. “Decenni di disattenzioni e negligenze nel settore dell’agricoltura in Africa – ha detto Supachai Panitchpakdi, segretario generale dell’Unctad – hanno trasformato molti paesi da esportatori di prodotti agricoli in importatori di prodotti alimentari, rendendoli vulnerabili alle oscillazioni dei prezzi con conseguenze gravissime per i cittadini più poveri”. Tra le priorità segnalate dall’Unctad, sicurezza alimentare, aumento della produttività, miglioramento delle condizioni di vita nelle zone rurali e l’impegno a risolvere gli squilibri dei mercati internazionali.

30.6.09

Golpe in Honduras: la condanna della comunità internazionale

È crisi aperta in Honduras, dopo il Colpo di Stato militare che ha destituito il presidente Manuel Zelaya. Dopodomani Zelaya dovrebbe rientrare in patria.

Radio Vaticana - Il golpe intanto è stato già duramente condannato da Unione Europea, Onu e Stati Uniti. L’Assemblea delle Nazioni Unite si è riunita ieri con procedura d’urgenza per esaminare la situazione politica. Per il presidente Obama il reinsediamento di Zelaya è una “priorità immediata”. Intanto, nella capitale Tegucicalpa, migliaia di sostenitori di Zelaya hanno sfidato il regime di coprifuoco ordinato dal nuovo presidente, bruciando cassonetti davanti al palazzo presidenziale. Sentiamo Francesca Ambrogetti:

E a conclusione dell’assemblea plenaria, i vescovi dell’Honduras hanno espresso forte preoccupazione per quanto sta avvenendo nel Paese latinoamericano. I presuli auspicano che le istituzioni democratiche e il rispetto della Costituzione rimangano alla base dello Stato honduregno. Ma che cosa c’è dietro il golpe? Roberta Rizzo lo ha chiesto a Luis Badilla, esperto di America Latina:
R. - E’ una vicenda lunga, complessa, con molti elementi tipici del modo di essere centro-americano. Si è trattato di una terribile polarizzazione politica, più volte denunciata dalla Chiesa: da un lato c’era l’ex presidente Zelaya, settori del suo partito, una parte rilevante dell’opinione pubblica e, dall’altro lato, l’intero parlamento, i partiti politici, incluso quello del governante, la Corte suprema, la Corte dei conti, il procuratore generale e un’altra parte importante dell’opinione pubblica. Qual è l’oggetto del contendere? Formalmente, le intenzioni di Zelaya erano di far redigere una nuova carta costituzionale, tramite la convocazione di un’Assemblea costituente, usando strumenti al limite della legalità: ecco perché l’opposizione della Corte Suprema. Ma in realtà la questione di fondo era il timore che il presidente volesse farsi rieleggere, manovrando e forzando la legalità costituzionale vigente.

D. - Secondo lei, non è un conflitto insanabile?

R. - No, non lo è per niente. Lo dicevano già i vescovi dell’Honduras alla fine della loro Assemblea plenaria, ma anche altre Chiese cristiane. Politici, intellettuali e personalità straniere, organismi internazionali avevano chiesto un dialogo tra le parti, la ricerca di una soluzione negoziata. Anche perché se si chiarisse la questione della rielezione - e Zelaya, il presidente, al riguardo non è stato mai categorico e trasparente - il problema della riforma costituzionale o di una nuova costituzione non dividerebbe il Paese radicalmente. Anzi, in Honduras, da più parti si auspica l’ammodernamento della Costituzione, datata 1982, anno in cui questo Paese ha fatto rientro nella democrazia, dopo un lungo periodo di golpe militare.

D. - Qual è lo scenario che si prospetta ora?

R. - Mi auguro che non si registrino fatti di violenza, che torni la ragionevolezza, perchè penso che la lezione più importante di questi fatti sia l’uso della ragione nel futuro. Penso che il presidente ad interim, Roberto Micheletti, dovrebbe mantenere la promessa di tenere l’elezione fra cinque mesi. Ritengo ci sarà un gran numero di dichiarazioni, di prese di posizione per condannare il golpe, cosa d’altra parte giustissima, e già sta accadendo. Penso tuttavia che rimarranno soltanto parole, non cambierà sostanzialmente nulla. Alla fine, sarà il popolo honduregno a dover risolvere il suo problema da solo. Occorrerebbe a questo punto che la comunità internazionale non interferisse nelle vicende interne di questo Paese, aiutasse a ritrovare l’unità nazionale che è necessaria e soprattutto fornisse all’Honduras risorse e mezzi economici, perché è un Paese al limite del crollo, dal punto di vista economico e sociale, con una povertà enorme, un’esclusione sociale spaventosa, una violenza metropolitana fra le più alte al mondo.

D. - E la Chiesa cosa farà?

R. - Continuerà a fare quello che ha fatto sempre, cioè lavorare per l’unità del Paese, per la pace basata sulla giustizia, ricordando quello che ha fatto non più di nove giorni fa: che tutti i problemi si possono risolvere se si tiene presente il bene comune, al di sopra del bene legittimo delle parti. Ma una nazione deve trovare un minimo comune denominatore per andare avanti. Penso che la Chiesa continuerà ad esortare al dialogo, alla ricerca dell’accordo, alla unità e alla pace in questo Paese così martoriato.

30.6.09

Le prime riflessioni sul rapporto tra Creato e Uomo‏

Resoconto della prima giornata del Forum di Pistoia

Pistoia - Un folta platea di giornalisti ha salutato l'apertura dei lavori del “Sesto forum dell'informazione cattolica per la salvaguardia del Creato”, promosso dall'associazione Greenaccord. Il tema dell'appuntamento di Pistoia, 'Il tempo del Creato e quello dell'Uomo', rimanda i comunicatori sensibili ai temi ambientali a spunti di riflessione verso la necessità di un riallineamento dei ritmi della vita dell'uomo, troppo frenetici e 'distratti', alle regole del Creato. “Proponiamo quest'anno l'ecologia del tempo, l'ecologia dello spirito, in un ambiente in cui la natura è il contesto ideale”, esordisce il presidente di Greenaccord Gian Paolo Marchetti. “Dov'è finito il tempo che dedicavamo allo spirito? Oggi è rimasto soltanto il 'chronos', il cronometraggio, con noi che risultiamo ostaggi proprio di questo 'chronos' ogni giorno”. Riflessioni sulla socialità in un contesto ecosostenibile anche da parte di Renzo Berti, sindaco di Pistoia. “L'ecologia del tempo e della natura diventi anche ecologia del sociale. Per fortuna nella nostra città le relazioni sociali sono ancora forti. Oggi vediamo quanta incidenza abbia il fattore globalità, il 'grande villaggio' che può avere effetti controproducenti. La comunicazione, i media possono aiutare a responsabilizzare tutti i cittadini a mantenere e migliorare questa reputazione positiva, restando anche al servizio della democrazia”. Durante i lavori, è stato letto anche un intervento di saluto del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato del Papa. “Auspico che siano sempre salvaguardati gli aspetti etici in ogni attività concernente la Natura. Questa lodevole iniziativa mette in evidenza l'attenzione cristiana nel rapporto tra Uomo e Creato”. Monsignor Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia, pone l'accento proprio sull'approccio dell'Uomo al concetto di Tempo: “Stupisce l'idea di un'ecologia del tempo. Perché l'ecologia non è solo il modo di porsi nei confronti della gestione degli scarti o dei rifiuti, ma anche un atteggiamento interiore. Se guardiamo dentro di noi vediamo un approccio aggressivo nei confronti del Tempo. Una violenza sulla natura, i cui ritmi sono sconvolti per produrre il più possibile nel minor tempo possibile, quasi che i suoi cicli siano appunto una 'perdita di tempo'”. Continua monsignor Bianchi: “Occorre una riflessione che con modelli personali e sociali nuovi riformuli questa ecologia del tempo, amica dell'uomo, della vita. Le nostre comunità cristiane cercheranno di ascoltare gli argomenti di questo forum, per poi rielaborarli nelle coscienze delle persone e nella vita della città”.

Il cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi, parlando del 'Tempo dello Spirito' ha sottolineato il valore di una relazione trinitaria tra l'Uomo ed il Creato. “Come Dio è relazione (Padre, Figlio, Spirito), l’Uomo ha la necessità e la capacità di relazionarsi. Di conseguenza, l’Uomo non è solamente un esistente razionale, ma è un esistente relazionale, con tre “entità”: Dio, l’uomo, il creato. Tre testimoni di questa relazione essenziale: San Benedetto (il primato di Dio), San Francesco d’Assisi (relazione con la natura in quanto creata da Dio e via per incontrare Dio), il Beato Charles de Foucauld (il fratello da amare sempre chiunque esso sia)”. L'astrofisico Piero Benvenuti, introducendo il concetto a-temporale di Creazione, sottolinea: “Galileo e Darwin, nell'anno del loro anniversario, hanno contribuito ad evidenziare un periodo di fruttuoso dialogo tra Scienza e Fede. La rinnovata concezione del termine 'Creazione', oltre al valore intrinsecamente teologico, pone le basi per un confronto tra credenti e non-credenti sui temi fondamentali del rispetto per la persona e per la salvaguardia del mondo in cui viviamo (“creato” per i primi, “ambiente” per i secondi). Nella nuova visione, la diversità di interpretazione non ostacola, anzi rafforza, il comune senso di responsabilità nella difesa, da parte di tutti, dei principi universali ed irrinunciabili per l’Uomo” e aggiunge “... nel Nulla non è detto che vi sia il vuoto”. Il professor Corrado Beguinot, presidente della Fondazione Aldo della Rocca, ha illustrato il progetto di una concezione di città interetnica e sensibile alle relazioni sociali: “Bisogna porsi il problema di ridurre la distanza tra la città e la società urbana in continuo divenire. La città 'di pietra' deve avvicinarsi alla città immateriale, quella delle relazioni, cosicchè la vera città, quella percettiva, la città dell’uomo, riacquisti i suoi valori di significato e funzionali”. Franco Pasquali, segretario generale Coldiretti, introduce il tema del riallineamento della produzione agricola ai ritmi naturali del Creato: “In questo momento di transizione l'agricoltura e i modelli di sviluppo necessitano di discontinuità sia nel Nord, iperindustrializzato, che nel Sud del mondo, dove c'è bisogno di una crescita a velocità differente. Alcuni concetti sono già realtà: il 'chilometro zero', il rispetto della stagionalità e la vendita diretta. La finanza che si intreccia con il cibo, le nuove schivitù e lo sfruttamento di alcuni paesi in via di 'malsviluppo' sono emergenze che vanno conosciute per essere correttamente divulgate e ben governate. Da qui anche l'importanza di risensibilizzare verso una corretta filiera”. In giornata è arrivato al Forum anche il saluto del ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo.
30.6.09

Esplosione alla stazione di Viareggio, morti e feriti

Il deragliamento di un treno merci provoca una tragedia: 13 vittime. Crollano due palazzi, mille evacuati. Aperta un'inchiesta dalla procura di lucca. Bertolaso in arrivo.



VIAREGGIO - Un treno merci deraglia e causa un'esplosione nei pressi della stazione di Viareggio. Il bilancio è tragico: 13 morti e una cinquantina di feriti, di cui 36 gravi o gravissimi. È successo intorno alla mezzanotte di ieri. La deflagrazione ha investito le case vicine, provocando il crollo di alcune palazzine. Recuperati i corpi di due bambini. Tra le vittime ci sono alcune persone che si trovavano a passare nelle strada che costeggia la ferrovia e alcuni abitanti di due palazzine crollate. Danni sono visibili anche su altri edifici limitrofi. La tragedia potrebbe essere stata causata dal cedimento del carrello di uno dei primi vagoni-cisterna del convoglio 50325 Trecate-Gricignano. «A causa di ciò - si legge in una nota delle Ferrovie - il carro sarebbe deragliato trascinando altri 4 carri. Lo svio avrebbe provocato la fuoriuscita del gas Gpl contenuto nella cisterna che si sarebbe incendiato al di fuori di questa. Non ci sarebbe stata dunque l'esplosione del primo carro cisterna come precedentemente reso noto a causa delle prime indicazioni. Il controllo effettuato sui carri dai tecnici della verifica in partenza da Trecate non aveva evidenziato alcuna anomalia».

SI SCAVA - Il bilancio di tredici vittime è ancora provvisorio e si teme che fra i resti delle due palazzine distrutte dall'esplosione del gas e dal successivo incendio vi possano essere altre vittime: per questo si continua a scavare tra le macerie. Contemporaneamente proseguono le operazioni per la messa in sicurezza delle altre cisterne del treno che ancora sono piene di Gpl. Solo una ha infatti avuto la perdita di gas che ha causato il disastro. Le altre tredici che componevano il convoglio sono ancora sui binari della linea ferroviaria La Spezia-Pisa, proprio poche centinaia di metri oltre la stazione di Viareggio e i tecnici dei vigili del fuoco dovranno provvedere a svuotarne il contenuto e trasportarlo altrove senza pericoli. Una operazione che si preannuncia lunga e complessa, ma che non dovrebbe comportare particolari rischi.



L'OSPEDALE - Da ore è in corso un pellegrinaggio ininterrotto di amici, parenti e conoscenti al pronto soccorso dell'Ospedale Versilia, dove si è concentrata l'emergenza sanitaria. Sono ancora da identificare nove dei 10 deceduti, e fra i numerosi feriti ci sono ancora persone senza nome. Nella sala d'aspetto del pronto soccorso si avvicendano viareggini, ma anche stranieri alla ricerca di notizie di congiunti e conoscenti.

EVACUATI - Sono un migliaio le persone evacuate dalle loro abitazioni in seguito all'esplosione. Lo ha detto il sindaco della città, Luca Lunardini, che ha spiegato che 200 di queste sono state accolte in un centro di prima assistenza allestito nel municipio. «Nella piazza davanti al Comune - ha spiegato il sindaco - sono state installate cinque tende da campo che ospitano un centinaio di persone. Altrettante hanno passato la notte all'interno del municipio». Il sindaco ha spiegato che gli edifici crollati sono due mentre «altri 4 o 5 sono stati interessati dallo scoppio anche se non sono interamente crollati. Le altre persone sono state evacuate per una questione di sicurezza. Cercheremo di trovare accordi con gli albergatori in Versilia per ospitarle».

Audio 2 - I vigili del fuoco: «È l'incidente più difficile da gestire» dall'inviato G. Fasano

Due pupazzetti di peluche trovati in un'abitazione crollata nei pressi della stazione ferroviaria di Viareggio (Ansa)
Due pupazzetti di peluche trovati in un'abitazione crollata nei pressi della stazione ferroviaria di Viareggio (Ansa)
INCHIESTA - Sull'incidente sono in corso gli accertamenti della procura di Lucca. Parlando con i giornalisti, il questore Maurizio Manzo e il prefetto Carmelo Aronica hanno spiegato che sulle cause dell'incidente sarà la magistratura a cercare di dare una risposta, aggiungendo che la procura sta acquisendo le varie relazioni dei vigili del fuoco e delle forze dell'ordine.

BERLUSCONI - Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è stato costantemente informato del disastro ferroviario dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti, e dal responsabile della Protezione, Civile Guido Bertolaso. Il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, ha inoltre nominato una Commissione di inchiesta. Lo comunica l'ufficio stampa del Ministero, precisando che intanto alcuni funzionari dell'Agenzia per la Sicurezza Ferroviaria si trovano sui luoghi del disastro per le prime verifiche.

SOPRALLUOGO - E proprio Bertolaso, è in arrivo a Pisa da dove raggiungerà il luogo dell'esplosione a Viareggio. Qui Bertolaso farà un sopralluogo nelle zone colpite con le autorità locali. Per tutta la notte il capo della Protezione civile è rimasto in contatto con il prefetto di Lucca e con i vertici delle Ferrovie dello Stato.
30.6.09

Ogni essere vivente

della nostra redattrce Monica Cardarelli

“Laudato sii, mio Signore, con tutte le tue creature. Laudato sii, mio Signore, per sorella nostra madre terra, la quale ci sostenta e governa e produce diversi frutti, con fiori colorati e erba.” Il Cantico delle creature è forse la più poetica espressione di lode del creato e della creazione che riconosce al tempo stesso l’utilità, l’essenzialità della natura per l’uomo: l’aria, il vento, il fuoco, il sole, la luna e tutte le espressioni del creato. Ristabilisce quindi un rapporto paritetico tra esseri viventi, una sorta di convivenza pacifica, equilibrata, in cui ognuno ha ben chiaro la propria funzione e utilità per l’altro. L’acqua, l’aria o il sole sono fonti di vita senza le quali anche l’uomo non vivrebbe.

Non penso che San Francesco abbia avuto un’attenzione particolare all’ecologia. Non è stato un santo ‘verde’, semplicemente si è sentito creatura di Dio nel creato. Per il cristiano non esiste tanto l’ ‘ecologia’ quanto il creato. Ogni forma vivente è opera della creazione di Dio. Diverso è il punto di partenza, indubbiamente di maggiore responsabilità per noi cristiani, nei nostri confronti e nei confronti delle generazioni future.

L’uomo deve riacquistare la consapevolezza di essere creatura fra le creature. L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, non è onnipotente e deve tornare a sentirsi creatura tra le braccia di Dio, nella natura, nel creato che gli è culla e madre. L’essere umano e tutte le altre forme viventi in natura, insieme. “E’ ormai chiaro che l’anima dell’uomo fedele, che è la più degna tra tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio più grande del cielo. Mentre, infatti, i cieli con tutte le altre cose create non possono contenere il Creatore, l’anima fedele invece, ed essa sola, è sua dimora e soggiorno, e ciò soltanto a motivo della carità.” Così Santa Chiara definiva l’anima del cristiano amante di Dio nella Terza Lettera a Sant’Agnese di Praga (21-26).

Ma anche se l’uomo è l’essere che, proprio perché creato a immagine e somiglianza di Dio, gli è più vicino e gli ‘rassomiglia’ più delle altre creature “L’hai fatto poco meno degli angeli” (Salmo 8), ciò non gli dà il diritto di dominare o sfruttare la natura in cui Dio l’ha posto. All’uomo Dio ha affidato il creato, in custodia, non come proprietà. Affidare, custodire, prendersi cura per restituire ciò che abbiamo ricevuto alle generazioni future così come lo abbiamo trovato o meglio addirittura.

Non ‘sfruttare’ o ‘utilizzare’ dunque, ma conoscere, godere e apprezzare tutto il creato con gusto e piacere, con tutti i sensi, la vista, il tatto, l’olfatto, il gusto. Essere nel creato, essere CON il creato, insieme. Tutto questo presuppone la conoscenza e l’accettazione, soprattutto, equilibrio e armonia non lotta per contrastare o dominare le forze della natura. Equilibrio e armonia; come nelle relazioni umane. Non prevaricazione sui più deboli o per dimostrare il proprio potere o la propria forza, ma accettazione dell’altro e della sua dignità come essere umano e creatura di Dio.

Solo la dignità umana ristabilisce il giusto equilibrio dell’uomo con l’uomo e con il creato e ridona all’essere umano (maschio e femmina) la dignità che gli spetta.
L’attenzione alla dignità umana ridefinisce il punto di partenza di ogni relazione sia essa personale, sociale, politica o economica e ogni relazione con gli altri essere viventi: la centralità della persona umana.
Tenendo presente questo punto di partenza dobbiamo ricordarci, ad ogni respiro, che siamo infinitamente piccoli, creature fra le braccia di Dio che ci ama con i nostri limiti, e sentire che respiriamo nel grande respiro infinito di Dio nel creato che ci contiene.
Se riusciamo poi a percepire il tempo che ci è stato donato non come un contenitore da riempire a tutti i costi di cose e fatti ma come un dono estremamente ampio, ricco, da vivere, inserito come tutto il progetto della creazione nel tempo e nel ritmo del creato, allora, in quegli attimi, siamo nel tempo senza tempo del respiro di Dio.
Potremmo, così, pregare con Francesco con le parole che concludono il Cantico delle Creature: “Lodate e benedite il mio Signore ringraziate e servitelo con grande umiltà. Amen.”
30.6.09

Honduras, cronaca di un golpe

Le organizzazioni sociali si sono ribellate al golpe militare

Le paure dei giorni scorsi si sono trasformate in tragica realtà durante la mattina di domenica 28 giugno, mentre la gente si preparava per accorrere alle urne ed esercitare il suo diritto a decidere sul futuro del paese. Le forze armate, ubbidendo all'ordine del Potere Giudiziale, hanno fatto irruzione in casa del Presidente dela Repubblica, Manuel Zelaya, arrestandolo e conducendolo in modo violento all'aeroporto affinché abbandonasse il paese con rotta verso il Costa Rica. Nel frattempo, i settori che hanno organizzato e diretto il colpo di stato hanno sospeso la somministrazione di energia elettrica in tutto il paese e hanno chiuso i mezzi di comunicazione del governo, mentre radio e canali televisivi si occupavano macabramente di dare informazioni sui funerali di Michael Jackson.Per questi mezzi di informazione, quasi tutti in mano alle potenti èlite economiche dell’Honduras, ciò che stava accadendo dalla 2 di mattina non era degno di nota. Questa situazione è stata il preludio alla risoluzione del Congresso Nazionale che, con una tempistica straordinaria, ha presentato una falsa lettera di rinuncia di Zelaya e del suo vicepresidente, ha votato l’ approvazione di un’indagine secondo la quale il presidente avrebbe commesso tutta una serie di delitti contro la Costituzione, e lo ha infine destituito, nominando al suo posto il presidente del Congresso, il liberale Roberto Micheletti. È quindi un vero e proprio colpo di stato quello che si è consumato in Honduras, con la partecipazione di quasi tutti i poteri economici e politici del paese che di fatto hanno armato la mano delle Forze Armate. La notizia del sequestro del presidente e dell’occupazione della Casa Presidenziale ha cominciato a diffondersi poco prima delle 6 di mattina, quando il popolo honduregno si stava preparando per partecipare alla Consultazione Nazionale sulla creazione di una Quarta Urna nelle prossime elezioni presidenziali di novembre.

Di fronte a questa notizia, al silenzio mediatico dei mezzi di informazione nazionali ed alla difficoltà per le agenzie internazionali, impossibilitate ad inviare notizie per il black out energetico, i movimenti e le organizzazioni sociali, popolari e sindacali si sono immediatamente attivate ed hanno iniziato a preparare il proprio piano di mobilitazione per opporsi al vergognoso colpo di stato. Nel frattempo, la gente ha cominciato a confluire in modo spontaneo davanti alla Casa Presidenziale, già saldamente in mano all’esercito. In mezzo alla confusione, alla mancanza di notizie ed all’evidente e comprensibile rabbia della popolazione, si è diffusa la notizia che l’ esercito aveva arrestato la ministra degli Esteri, Patricia Rodas ed aveva colpito e trattenuto gli ambasciatori del Venezuela, Cuba ed il Nicaragua, “colpevoli” di aver voluto difendere la ministra con la loro presenza. Arrestati la maggior parte dei ministri, mentre altri, insieme ai direttori ed al personale delle istituzioni pubbliche, abbandonavano le loro case in cerca di un posto sicuro dove nascondersi o si avviavano verso la Casa Presidenziale, per cercare sostegno tra le migliaia di persone accorse all’appello dei movimenti sociali. Il susseguirsi di questi episodi ha scaldato ulteriormente gli animi e in più di un’occasione la gente ha minacciato di irrompere nella Casa Presidenziale, cosa che senza dubbio avrebbe provocato un bagno di sangue. I leader delle organizzazioni popolari hanno quindi invitato la gente a mantenere la calma e non fornire all’esercito ed alle èlite che lo controlla l’occasione di intervenire violentemente. Dura comunque la reazione dei movimenti sociali. “Diciamo al mondo che il popolo honduregno si sta ribellando –ha detto Carlos H. Reyes, segretario generale del STIBYS e candidato indipendente per la Presidenza della Repubblica, davanti alla moltitudine concentrata di fronte alla Casa Presidenziale a Tegucigalpa-. Lo facciamo pacificamente e continueremo a farlo in tutto il paese fino a che il presidente Zelaya non verrà reintegrato al suo posto. Per questo abbiamo bisogno che tutti i presidenti del continente latinoamericano e del mondo esigano a questa oligarchia traditrice che ristabilisca l'ordine democratico. Continueremo a resistere fino al ritorno del presidente Zelaya", ha detto Reyes. Dal Costa Rica il presidente Zelaya ha immediatamente indetto una conferenza stampa, accompagnato dal presidente Oscar Arias, durante la quale ha detto che non riconoscerà nessuna persona che assuma la carica che gli appartiene di diritto ed ha accusato del colpo di stato "una élite vorace che sta dominando il paese e che non ha limiti".

La situazione molto critica che in queste ore si sta vivendo in Honduras ha cominciato a definirsi durante il corso della giornata di domenica, quando i congressisti si sono riuniti in Parlamento ed hanno destituito il presidente Zelaya ed il suo vicepresidente, eleggendo allo stesso tempo Roberto Micheletti er i mesi che mancano alle elezioni di novembre. Nel frattempo, la comunità internazionale ha lanciato severi avvertimenti al nuovo corso “golpista”, dichiarando il proprio sostegno unanime a Manuel Zelaya e riconoscendolo come legittimo presidente dell’ Honduras. Dal Costa Rica, il presidente Óscar Arias ha annunciato che parteciperá insieme a Zelaya alla riunione dei presidenti del Sistema di Integrazione Centroamericana, SICA, e ha invitato tutti i presidenti del Gruppo di Río a esprimere la propria solidarietà al presidente honduregno. Nella serata di ieri è arrivata anche la condanna del presidente dell’ Assemblea dell’ONU, Miguel D’Escoto, della OSA, del Parlamento Centroamericano e del governo Obama. Le dichiarazioni del presidente nordamericano e della segretaria di Stato, Hillary Clinton, sono state una vera e propria doccia fredda per il nuovo pseudo presidente e per le ricche famiglie che controllano l’economia del paese. In nottata i presidenti dei paesi che fanno parte dell’ALBA hanno attaccato duramente il colpo di stato ed hanno intimato al nuovo presidente Michelleti di rinunciare immediatamente a questa farsa. Fondamentale a questo punto la capacità di mobilitazione e resistenza delle organizzazioni sociali. "È importante resistere e presidiare le strade. Qualunque atto che permetta al nemico di tirarci via dalle strade sarà un vantaggio i “golpisti”, perché saranno loro a prenderne possesso. È molto probabile che decretino un coprifuoco, ma noi dobbiamo restare qui, uniti ed ai nostri posti –ha detto Carlos H. Reyes alla gente--. Per questo dobbiamo continuare la nostra resistenza pacifica fino a che non si risolva la situazione, e dobbiamo duplicare o triplicare il numero di persone disposte a lottare qui con noi. Bisogna chiamare i quartieri, le comunità, affinché aderiscano a questa mobilitazione. Ci manterremo in contatto con il resto del paese –ha continuato il leader sindacale dello STIBYS- per garantire una conduzione nazionale che ci permetta di trionfare, perché è di questo che si tratta, e solo la mobilitazione e la resistenza pacifica ci permetterà di sconfiggere questi "gorilla" che si sono impadroniti dell’Honduras su istruzione di un gruppo di mafiosi che controllano la nostra economia ed il paese intero. Qui non si tratta di persone o di leader, ma si tenta di cominciare a gestirci come gruppo, come collettivo, come organizzazione. Tutti dobbiamo pensare e contribuire a condurre questa lotta, perché la migliore intelligenza è l'intelligenza di tutti", ha concluso Carlos H. Reyes in mezzo alle grida ed agli applausi.

Scritto per Peace Reporter da
Giorgio Trucchi di Italia Nicaragua
29.6.09

Iran, dopo il riconteggio confermato il risultato dei voti

Il Consiglio dei “Guardiani della Costituzione”, al termine di un riconteggio parziale dei voti (circa il 10%), ha confermato la vittoria di Mahmud Ahmadinejad nelle elezioni presidenziali del 12 Giugno

Agenzia Misna - Pur essendo stata annunciata da alcuni mezzi d’informazione una “catena umana” di protesta nelle strade di Teheran, non è chiaro stasera se e quali reazioni siano in corso nel paese dopo la notizia che il Consiglio dei “Guardiani della Costituzione”, al termine di un riconteggio parziale dei voti (circa il 10%), ha confermato la vittoria di Mahmud Ahmadinejad nelle elezioni presidenziali del 12 Giugno, senza sostanziali modifiche del numero di preferenze; in un distretto di Teheran sembra che il riconteggio abbia anzi assegnato al presidente qualche preferenza in più rispetto al primo spoglio. Il ministro responsabile dei servizi di ‘intelligence’, Gholamhossein Mohseni-Ejei, aveva già ieri smentito che il risultato delle elezioni potesse essere stato modificato da qualsiasi tipo di manipolazione, sostenendo invece che le accuse formulate da fonti straniere tra cui gli Stati Uniti hanno lo scopo di destabilizzare il paese. Alcuni ‘blog’ sostengono che per le strade della capitale iraniana sarebbero presenti in queste ore molti manifestanti ma non è possibile avere conferme certe e affidabili della situazione effettiva. Una conferma dell'inaffidabilità di molte informazioni circolanti viene dalla smentita che il principale esponente dell'opposizione, Mir Hossein Mussavi, è stato costretto a fare a proposito di un suo mai avvenuto arresto. Sulla maggior parte dei mezzi d'informazione on-line non occidentali, scarse sono le tracce della ridda di voci che continuano a descrivere la protesta antigovernativa. La notizia dei risultati del nuovo spoglio ha fatto oggi seguito a quella del rilascio di cinque degli otto o nove dipendenti dell’ambasciata inglese fermati ieri per accertamenti e interrogatori relativi a loro presunte attività di favoreggiamento delle proteste; i rimanenti verrebbero tuttora interrogati.

29.6.09

Un albero per ogni auto venduta

La casa automobilistica Skoda ha confermato per il terzo anno consecutivo la sua partecipazione all'iniziativa "Un albero per ogni auto venduta".

Ecoage.it - Grazie a questa iniziativa nel 2007 sono stati piantati 131.977 alberi nelle località di Bakov nad Jizerou e Bily Ujezd, contribuendo al rimboschimento delle zone esposte all'incuria e all'inquinamento, lungo le strade trafficate e nei pressi delle vecchie discariche non più in attività. Nel 2008 l'iniziativa è stata premiata al concorso "Top Corporate Philantropist". Quest'anno la piantumazione è stata anticipata a luglio. Saranno piantati 58.909 alberi in Repubblica Ceca, nelle regioni dei Monti dei Giganti, dei Monti Iser e dell'aria conosciuta come "Svizzera Ceca".Il numero degli alberi è determinato esattamente dal numero delle automobili vendute dalla marca Skoda nel mercato della Repubblica Ceca. In questo modo, la marca automobilisce contribuisce a trasformare, almeno parzialmente, un successo commerciale privato in un beneficio sociale per la collettività. Una iniziativa interessante, meritevole d'essere conosciuta. Se tutte le case automotive mondiali piantassero un albero per ogni auto venduta... avremmo di sicuro un mondo più verde.

29.6.09

Il problema energetico nella storia

Il problema energetico accompagna la storia dell'uomo fin dalla prima comparsa delle prime civiltà organizzate. La prima fonte di energia ad essere sfruttata dall'uomo è quella più semplice, l'energia biologica della forza muscolare umana o animale. Ad esempio, i sistemi produttivi del mondo antico basati sulla schiavitù o quelli medioevali sulla figura del servo della gleba.

Ecoage - L'uomo ha iniziato ad affrancarsi dalla schiavitù con il progresso e l'ampliarsi delle fonti di energia sfruttabili. Non è un caso che l'ottocento, secolo in cui la schiavitù è stata abolita in gran parte del mondo occidentale, coincide con il secolo dell'affermazione della macchina a vapore. Ancora prima della rivoluzione industriale non sono tuttavia mancate fonti di energia diverse da quella biologica. Basti pensare all'energia termica, presente nella storia dell'uomo fin dalla preistoria con la scoperta del fuoco. L'energia termica è utilizzata dall'uomo per riscaldare ed illuminare le abitazioni e per cuocere il cibo. Il mondo antico è una immensa foresta incontaminata e la risorsa energetica dell'energia termica, il legno, abbondante per tutti. Un'altra fonte d'energia del mondo antico è l'energia eolica, sfruttata per la navigazione sui mari e per alimentare rudimentali macine. Come anche l'energia idrica dei torrenti, anch'essa utilizzata nei mulini ad acqua per far girare le macine o piccoli macchinari. Il ricorso ai mulini è limitato ai soli luoghi dove le acque hanno un corso d'acqua ristretto, potente e sufficientemente costante. Il ricorso alle energie rinnovabili per le attività produttive è quindi molto limitato. Il costo della tecnologia è inoltre molto elevato e poco accessibile. Gran parte della produzione continua ad essere basata sull'energia muscolare di uomini e animali.

La rivoluzione industriale e la macchina a vapore

Nel settecento il progresso tecnologico modifica radicalmente l'ambiente produttivo e la società umana. L'energia termica, fino a quel momento sfruttata per riscaldare o illuminare, viene trasformata direttamente in energia meccanica tramite la macchina a vapore di Watt. La forza vapore consente di alimentare macchinari di ogni tipo senza alcun legame con lo spazio di produzione. L'uso della macchina a vapore si diffuse rapidamente nelle attività produttive e nei trasporti. Alla tradizionale risorsa energetica, il legno, si aggiungono altre risorse fossili quali il carbone (nel '700-800) e gli idrocarburi (nel '900). La società produttiva si affranca dall'energia biologico-muscolare e gran parte dei sistemi basati sulla schiavitù sono soppressi dalla nascente classe imprenditoriale industriale. Il passaggio non è privo di traumi. I vecchi sistemi produttivi basati sulla schiavitù continuano per molti anni a convivere accanto alle realtà industriali, fino allo scontro politico. Uno degli eventi storici più importanti in tal senso è la guerra civile americana, con il sud schiavista delle piantagioni di cotone da una parte e il nord industrializzato dall'altra.
La rivoluzione dell'energia elettrica e l'automobile

Alla fine del '800 l'invenzione dell'energia elettrica e dell'automobile rivoluzionano ulteriormente il sistema energetico mondiale. La macchina a vapore viene superata da sistemi più efficienti e rapidi. Il petrolio e il gas si affiancano al carbone come risorse energetiche. I nuovi sistemi produttivi e di trasporto sono di piccole dimensioni, facendo ben presto dimenticare il gigantismo industriale delle macchine a vapore, e accessibili a tutte le fasce sociali della popolazione. L'energia meccanica viene prodotta dai motori ad energia elettrica (motori elettrici) e dai motori a combustione a petrolio o gas. A queste risorse energetiche si affianca l'energia nucleare nella metà del novecento. Anche le moderne fonti di energia rinnovabile, cadute in disuso con l'età della macchina a vapore, tornano ad avere un ruolo come fonte di energia elettrica (es. fotovoltaico, eolico, idroelettrico, geotermia, ecc).
La crescita del consumo energetico nel '900

Il novecento è il secolo in cui l'uomo può accedere facilmente a sconfinate riserve di energia fossile. I consumi energetici mondiali (fabbisogno energetico) crescono in progressione geometrica. Raddoppiano una prima volta tra l'inizio del secolo e il 1950, una seconda volta tra il 1950 e il 1970. Si tratta però di una crescita infinita soltanto in apparenza. La scarsità delle risorse d'energia fossili (petrolio, gas, carbone) si mostra al mondo interno nel corso degli anni '70 con le crisi e gli shock petroliferi. La crescita del fabbisogno energetico rallenta pur mantenendo un tasso di crescita molto elevato. Il costo delle risorse di energia fossile permane ancora oggi basso. Pochi però sanno dire con esattezza quanto ancora durerà ed il mondo si interroga sulla data presunta del picco petrolifero, oltrepassata la quale il prezzo dell'energia salirà in modo esponenziale.

Dualismo nord sud e scenari futuri
L'immensa accessibilità alle fonti di energia ha consentito nel novecento una rapida crescita del benessere e del progresso tecnologico. La distribuzione dei benefici ha tuttavia riguardato soltanto una parte della popolazione mondiale. I paesi industrializzati (circa il 20% dei paesi mondiali) consumano la maggior parte dell'energia globale. Gran parte della popolazione umana abita nei paesi non industrializzati del terzo mondo, non conosce l'energia elettrica e soddisfa ancora oggi il proprio fabbisogno energetico di base tramite le biomasse tradizionali (legno e sterco essiccato). Il dualismo tra il nord del mondo benestante e il sud del mondo arretrato è tuttavia uno scenario non sostenibile. La crescente scarsità delle risorse, le grandi migrazioni internazionali e lo sviluppo economico di molti paesi ex-poveri stanno progressivamente mutando lo scenario energetico mondiale. Da questo momenti in poi il futuro diventa cronaca e le pagine della storia ancora da scrivere.

29.6.09

Impiegati arrestati Teheran, una “sceneggiata” di Khamenei

È solo un tentativo di propaganda nazionalista per fermare la diffusione della protesta. A Teheran gli impiegati locali delle ambasciate straniere sono sottoposti a controlli soffocanti e separati dal mondo degli espatriati. Un monito alla Bbc in persiano.

Teheran (AsiaNews) - L’arresto di otto impiegati locali dell’Ambasciata britannica a Teheran seguita all’espulsione di due diplomatici, provoca nuove tensioni tra l’Iran e il Regno Unito. Tale crisi è voluta da Khamenei e Ahmadinejad, prima di tutto per discreditare il movimento di protesta della società civile. Niente di nuovo: la storica diffidenza francese verso la Gran Bretagna è rimasta un fantasma profondamente radicato in vari ambienti della società iraniana. Nel retroscena, l’Inghilterra sarebbe sempre stata attiva, con astuzia, per indebolire e sfruttare la Persia. Secondo alcuni, a metà ironici, a metà seri, perfino la rivoluzione islamica potrebbe essere stata pianificata a Londra: parecchie barzellette ben note da anni a Teheran affermano che sotto il turbante dei mullah, o sotto la barba, ci sarebbe l’iscrizione “made in U.K.” Più che gli Yankee strapotenti e minacciosi, ma assai rozzi e sinceri, gli Inglesi sono per i nazionalisti iraniani l’emblema di quell’Occidente furbo che sempre impedisce all’Iran di ritrovare l’antica potenza. Perciò, da decenni, l’Ambasciata britannica a Teheran è sottoposta ad accuse, danni, dimostrazioni teleguidate. Londra ha sempre reagito con fermezza e calma, come ha fatto ieri il ministro David Miliband.

Arrestare gli impiegati locali di un’ambasciata occidentale permette al regime iraniano di sperare in risultati a diversi livelli. Il primo e principale è di rafforzare la propaganda all’interno: l’attuale opposizione ad Ahmadinejad proviene dal nemico storico dell’Iran. I giovani militanti che in modo ironico gridano “Allah akbar!” sui tetti di Teheran, non crederanno certo a questa propaganda, ma forse avranno dubbi i loro genitori o i loro cugini in provincia. Khamenei spera così di limitare la crescita del movimento di protesta.

Un secondo risultato sperato dal regime è di consolidare la pressione sui diplomatici stranieri e i loro impiegati locali. Con realismo, va detto che le accuse di questi giorni sono del tutto infondate. Per lavorare in un’Ambasciata straniera, un Iraniano deve prima comunicare alla Polizia tutti i numeri di telefono, attuali e passati (fino ai cinque indirizzi anteriori!). Poi, se riceve l’autorizzazione, ci sarà per lui e la sua famiglia una sorveglianza più o meno stretta dalle forze di sicurezza o, peggio, dai colleghi iraniani dentro l’Ambasciata: una delle basi del potere dei mullah e dei pasdaran è la delazione, facilitata ed incoraggiata in vari modi, inclusa la tristemente famosa “buca delle denuncie anonime”.

Per premunirsi dalle “spie” e proteggere gli impiegati locali contro le pressioni del loro stesso Paese, le grandi Ambasciate occidentali hanno preso misure organizzative ed architettoniche che evitano ai “locali” di aver accesso agli uffici e alle sale riunioni riservate agli stranieri. Un ex diplomatico australiano afferma: “Sembra una mancanza di fiducia, ma i primi a chiederlo sono gli impiegati iraniani. Per loro, è una protezione contro le pressioni dei servizi di sicurezza iraniani”. È dunque molto improbabile che dietro le dimostrazioni di questi giorni vi sia la mano della diplomazia britannica o di impiegati locali, posti sotto sorveglianza e sotto pressione permanente. Un diplomatico europeo a Teheran conferma: “Sarebbero gli ultimi a complottare o a dimostrare, per loro è troppo rischioso

Dietro queste misure di repressione contro gli impiegati locali c’è però forse un messaggio specifico per il Regno Unito. Il terzo risultato a cui tende Khamenei sarebbe forse di far tacere o “moderare” il servizio in persiano della Bbc. Ma questa è forse una battaglia già persa.

di Dariush Mirzai
29.6.09

I tibetani commemorano la Giornata mondiale contro la tortura

Ogni anno le Nazioni Unite ricordano la ferma e totale condanna contro ogni tortura e trattamento inumano. I tibetani ricordano che in Cina queste pratiche sono ancora diffuse e chiedono a Pechino e al mondo di intervenire.

Dharamsala (AsiaNews) – I tibetani in esilio e il Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (Tchrd) hanno commemorato il 26 giugno la 20° Giornata internazionale delle Nazioni Unite in sostegno delle vittime della tortura. Il Tchrd ha ricordato come la tortura sia un crimine contro i fondamentali diritti umani, vietata in modo assoluto dalla legge internazionale. Il gruppo ha denunciato che le autorità cinesi da lungo tempo praticano la tortura contro i detenuti tibetani, per ottenere informazioni o per intimidirli, senza mai avere dovuto temere conseguenze. Al punto che simile inumano comportamento è denunciato come un elemento essenziale della strategia di Pechino contro i dissidenti tibetani, anche per chi si limita a dichiararsi fedele al Dalai Lama o a criticare le scelte delle autorità cinesi.

Il Tchrd ha accusato la polizia di usare torture mentali e fisiche, quali scariche elettriche, bruciature di sigarette sul corpo, appendere le vittime per le braccia, privandole del sonno, tenendole in isolamento, con percosse e lavori faticosi. Ha ricordato che ci sono riprese video che mostrano la polizia cinese picchiare in modo selvaggio giovani tibetani, colpevoli solo di essersi loro opposti. Fra questi vi è Tendar, ferito da un colpo d’arma da fuoco durante le proteste del marzo 2008 a Lhasa e portato dalla polizia in ospedale: alla dimissione mostrava bruciature di sigaretta e lividi sul corpo, chiodi ficcati nel piede destro. E’ morto a seguito di queste ferite.

Nel 1984 l’Assemblea generale dell’Onu ha adottato la Convenzione contro la tortura e gli altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti, entrato in vigore il 26 giugno 1987. La Convenzione obbliga gli Stati aderenti a considerare la tortura un crimine e a punire chiunque la pratichi. Nel novembre 2008 il periodico rapporto Onu ha accusato la polizia cinese di usare la tortura in modo sistematico. Il ministro cinese degli Esteri ha respinto le accuse come “ingiuste” e “frutto di pregiudizi” anticinesi. Il Tchrd sollecita la comunità internazionale a verificare l’uso di torture in Cina e chiede a Pechino di dare attuazione piena alla Convenzione Onu.

di Nirmala Carvalho

29.6.09

Card. O'Malley: nell'Anno Sacerdotale più identità e missione

"Chiedo un rinnovamento del sacerdozio attraverso una maggiore vita di preghiera" e una sempre più grande consapevolezza dell'identità e della missione.

Fraticappuccini.it - È quanto ha detto l'arcivescovo di Boston, il cardinale Sean Patrick O'Malley, [ofm cap, NdR] durante una convocazione di presbiteri per l'inaugurazione dell'Anno Sacerdotale, alla quale hanno partecipato quasi 400 sacerdoti per preparare l'Anno che segna il 150.mo anniversario della morte di San Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d'Ars. Il porporato ha sottolineato l'esempio del Santo e il suo operato in una situazione che, "umanamente parlando, sembra impossibile", caratterizzata da "indifferenza, ostilità, cinismo in un mondo post-rivoluzione francese in cui la cultura era stata rovesciata". "Nella vita di Giovanni Maria Vianney c'erano grandi mentori, sacerdoti santi che hanno aiutato questo chierico dalle capacità limitate. L'incoraggiamento e il buon esempio di questi sacerdoti santi lo posero su una via che portò alla trasformazione sua e della sua parrocchia", ha aggiunto.

Il cardinale O'Malley ha osservato, rende noto l'agenzia Zenit, che mentori di questo tipo sono necessari anche oggi per aiutare i nuovi sacerdoti a comprendere la propria identità, e ha ricordato l'amore di San Giovanni Maria Vianney per coloro che doveva servire, "anche quando non lo apprezzavano, erano totalmente indifferenti o gli si opponevano apertamente". "Parte dell'identità di un sacerdote diocesano deve essere l'amore per il suo popolo", ha proseguito il cardinale O'Malley. "Non un amore egoista o narcisistico, ma uno che si traduce in un pressante desiderio di aiutare la gente a conoscere Dio e a sperimentare il suo amore". Il porporato ha osservato che il celibato sacerdotale "deve saper esprimere il nostro amore pastorale".

"Per un sacerdote diocesano, il celibato significa una paternità speciale, un amore che dona la vita per il nostro popolo". Il porporato ha annunciato anche una campagna che avrà luogo durante questo Anno Sacerdotale, chiamata "Leaving the Lights On" (Lasciare le luci accese), che includerà confessioni il mercoledì sera durante l'Avvento e la Quaresima e un programma promozionale per preparare alla riconciliazione. L'iniziativa "incoraggerà il nostro popolo cattolico a rimettersi in contatto con questo sacramento della misericordia di Dio", ha spiegato, e come sacerdoti "questo sacramento deve essere parte del nostro viaggio spirituale". (V.V.)

29.6.09

Santi Pietro e Paolo: il Papa impone il sacro pallio a 34 arcivescovi

Domani mattina, alle 9.30, il Papa presiederà nella Basilica Vaticana la Santa Messa nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo, Patroni dell’Alma Città di Roma.

Radio Vaticana - Concelebrano 34 arcivescovi metropoliti, ai quali Benedetto XVI imporrà il sacro pallio, la stola di lana bianca, simbolo della potestà vescovile esercitata in comunione con la Chiesa di Roma. Quella di domani è una festa che offre ai cristiani l’opportunità di riflettere sulla testimonianza di queste due grandi personalità. Tiziana Campisi ne ha parlato con don Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico diocesano di Roma (ascolta):

R. – Su Pietro è possibile dire che è il nome stesso a rivelarne l’identità. Prima di Gesù “Pietro” non era un nome di persona; è Gesù che dà questo nome, e ciò indica il desiderio che ci sia una roccia su cui costruire, una pietra su cui la Chiesa sarà edificata. Già il solo nome di Pietro dice la volontà di Gesù di fondare la Chiesa, di lasciare un gruppo di apostoli che continuasse la sua missione. Per delineare invece i tratti di San Paolo potremmo usare due grandi immagini. La prima è quella del suo pellegrinare come missionario. Un esegeta ha calcolato che San Paolo ha fatto 16 mila 500 km, fra percorsi sulla terraferma e in barca. C’è una frase della Lettera ai Romani dove l’Apostolo spiega in maniera molto profonda cosa lo spingeva a questo; dice: “Io mi sento in debito verso tutti, verso i greci, verso gli ebrei, verso gli ignoranti, verso i colti”. È bellissimo questo “sentirsi in debito” di chi ha ricevuto una cosa così straordinaria e non é in pace con se stesso finché non l’ha donata a tutti quelli che non ce l’hanno. La seconda immagine che mi viene in mente è quella della spada. Nell’iconografia Paolo viene sempre rappresentato con la spada e con un libro e la spada non è solo lo strumento del martirio, ma anche la parola che può essere tagliente. Ne abbiamo bisogno in un tempo come questo così confuso dove tutto si confonde con tutto. Paolo ha amato spiegare, parlare, scrivere, per mostrare che questa Parola è quella di Dio, e che essa serve veramente a capire la vita.

D. – Cosa possiamo dire dell’incontro di queste due personalità?

R. - A me piace sottolineare proprio la comunione dei due. E’ chiaro che sono due personalità diversissime ma è interessante riflettere sul fatto che Paolo ha sempre cercato Pietro. Si rende conto che la comunione con Cefa è decisiva, anche quando litiga con Cefa lo fa perché ritiene fondamentale essere in comunione con lui. Mi sembra significativo che in queste due figure c’è il primo degli Apostoli ma ci sono tutti gli Apostoli e l’amore e la fede tengono queste due cose insieme tranquillamente, senza nessuna opposizione.

D. – Perché San Pietro e San Paolo sono patroni di Roma e quale rapporto hanno avuto con l’Urbe?

R. – “Patroni” è una parola che sembra antica, ricorda anzitutto la parola “padre”, ci ricorda che Roma ha delle radici, che noi siamo quello che siamo perché Pietro e Paolo sono venuti a Roma, e credo che la città ne porti in maniera indelebile il segno. Basta girare per Roma ed è evidente che questi padri ne hanno cambiato e indirizzato il destino. La parola “Patroni” porta con sé anche il segno della preghiera, cioè noi crediamo che Pietro e Paolo sono vivi nel cielo, lo crediamo profondamente, con Cristo, e che pregano per questa città, pregano per la sua Chiesa, pregano per tutti noi e, quindi, ci rivolgiamo a loro non solo nel senso di una memoria, ma anche di una vita che ci accompagna, che prega per noi.

29.6.09

Il papa conferma le indagini sulla tomba di San Paolo

Korazym - ''Siamo qui raccolti presso la tomba dell'apostolo il cui sarcofago conservato sotto l'altare papale e' stato fatto recentemente oggetto di una attenta analisi scientifica''. Un annuncio di cui si attendeva la conferma da quando era circolata la notizia di una ispezione segretissima e sotto segreto pontificio. Il papa lo ha detto nella omelia di conclusione dell’anno paolino, proprio davanti alla tomba di Paolo . ''Nel sarcofago che non e' mai stato aperto - ha spiegato il pontefice - in tanti secoli, e' stata praticata una piccolissima perforazione per produrre una speciale sonda mediante la quale sono state rilevate tracce di un prezioso tessuto di lino colorato di porpora, laminato di oro zecchino e di un tessuto di colore azzurro con filamenti di lino. E' stata anche rilevata la presenza di grani di incenso rosso e di sostanze proteiche e calcaree .

Inoltre piccolissimi frammenti ossei , sottoposti all'esame del carbonio 14 da parte di esperti ignari della loro provenienza sono risultati - ha aggiunto Benedetto XVI - appartenere a persona vissuta tra il primo e il secondo secolo''. ''Cio ' sembra confermare l'unanime e incontrastata tradizione che si tratti dei resti morali dell'apostolo Paolo. Tutti questo riempie il nostro animo di profonda emozione''. La notizia dell'analisi - circolata l'anno scorso - era stata ripetutamente smentita dall'arciprete della basilica di San Paolo, card. Andrea Lanza di Montezemolo. Un annuncio che si lega alla scoperta della più antica immagine di Paolo in una catacomba romana.

Nelle riflessione spirituale il papa ha detto poi che ci vuole ''coraggio'' non ad attaccare la Chiesa, ma a difenderla, a farne parte, ad tutelarne gli insegnamenti, dall'inviolabilita' della vita alla sacralita' del matrimonio. E' questa la ''vera fede adulta'' una espressione che negli ultimi decenni e' diventata uno slogan diffuso. Lo s'intende spesso nel senso - ha osservato Ratzinger - dell'atteggiamento di chi non da' piu' ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente cio' che vuol credere e non credere - una fede 'fai da te', quindi. E lo si presenta come 'coraggio' di esprimersi contro il Magistero della Chiesa'', ha deplorato ancora. In realta', ha detto, ''non ci vuole per questo del coraggio, perche' si puo' sempre essere sicuri del pubblico applauso''.

''Coraggio - ha spiegato - ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo 'schema' del mondo contemporaneo''. ''Cosi' - ha indicato - fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l'inviolabilita' della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con cio' radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane piu' inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo''. ''La fede adulta - ha concluso - non si lascia trasportare qua e la' da qualsiasi corrente. Essa s'oppone ai venti della moda''.
29.6.09

I nuovi network e le crisi internazionali

PapaBoys - Chi ha ucciso il giornale? Tre indizi fanno una prova e tre prove un colpevole. Ma non è detto. Nell'odierna battaglia tra nuovi e vecchi media, tra le storiche testate della carta stampata che cercano faticosamente di ritagliarsi uno spazio sulla rete con blog, video, forum e quant'altro - ma alla fine pur sempre considerando quella vita virtuale solo un doppione dell'originale in cellulosa - e i nuovi social network o microblogging alla portata di tutti e capaci di aggirare le forme più odiose della censura, non ci sono colpevoli e innocenti, vittime e carnefici. Tutti sono coinvolti in una ridefinizione globale del paradigma dell'informazione che è parte di una riconfigurazione degli spazi e dei tempi della comunicazione e perciò, inevitabilmente, della coscienza comune. Quali saranno le conseguenze? Nelle recenti proteste postelettorali in Iran ha giocato un ruolo fondamentale il social network Twitter, letteralmente "il cinguettio". Si è trattato del primo vero esempio di "citizen journalism": dalle strade di Teheran migliaia di ragazzi muniti di cellulari e computer hanno trasmesso brevi messaggi - centoquaranta il numero dei caratteri consentito per ciascun testo - e immagini delle manifestazioni e dei disordini. Sensazioni, idee, opinioni, denunce, tutto condensato in poche righe strette nelle caselle sparse sull'indirizzo #iranelection, apparentemente senza senso né autore. Notizie che spesso gli organi di stampa stranieri sono stati costretti a inseguire e riprendere a causa delle restrizioni imposte. Un'onda anomala che col tempo è diventata voce dei manifestanti: così l'immagine della morte di Neda Soltani - uccisa da un colpo di arma da fuoco mentre dimostrava con il padre - è assurta a simbolo della protesta e ha fatto il giro del mondo.

A maggio Twitter - nato nel 2006 su iniziativa della Obvious Corporation a San Francisco - è risultato il sito internet più cresciuto. In soli dodici mesi gli utenti sono aumentati del 1.500 per cento. Ma il successo del mezzo dice ancora poco. Ben più importante e originale è la sua struttura. Questa, infatti, rappresenta una sfida non solo ai classici canali dell'informazione, ma anche al modo in cui finora è stato intesa la fruizione della rete. Il progetto alla base di Twitter dimostra che si tratta di più di un semplice sito internet. Twitter va al di là del mezzo e del messaggio: l'aspetto centrale è l'iperconnessione. Non archivia i contenuti immessi, li pubblica subito, in tempo reale, su una piattaforma comune accessibile agli utenti registrati. Un grande flusso di coscienza schiacciato sul presente e centrato su un'unica domanda: "Che cosa stai facendo adesso?". Si risponde con un sms, con una mail, per dire e ascoltare qualsiasi cosa. Durante il discorso di insediamento di Obama nel gennaio 2009, una ventina di senatori e oltre sessanta deputati hanno usato la piattaforma per fare i loro - non sempre elogiativi - commenti. Nel novembre 2008 circa ottanta tweet ogni cinque secondi sono partiti da testimoni degli attentati di Mumbai.

Tutta questa velocità e facilità di comunicazione ha il suo prezzo. "Su Twitter niente è sottoposto a verifica", spiega Noam Cohen sulle pagine del "The New York Times". È ancora questione di fiducia, "gli utenti imparano per esperienza a quali account credere". Spesso le informazioni sono poco accurate o palesemente false. Dietro molti account - riferisce ancora Cohen - si celano agenti che cercano di depistare. E palesi errori d'informazione sono già stati commessi: per esempio le notizie che il numero dei partecipanti alle proteste iraniane fosse tre milioni (mentre erano alcune centinaia di migliaia) o che Mussavi fosse stato messo agli arresti domiciliari. Più immediato del social network Facebook - che pure ha cercato di comprarlo - Twitter può essere bloccato solo dall'interno e quindi per oscurare una voce occorre oscurare l'intero sistema. La struttura più agile e veloce lo rende difficilmente intrappolabile nelle maglie della censura. "Twitter è una sorta di comunità, con leader e clan", scrive Cohen. "Naturalmente è un certo tipo di comunità, composta da persone amanti della tecnologia, in genere benestanti e filoccidentali; da questo punto di vista è uno strumento molto povero per poter giudicare il sentimento popolare in Iran e tentare di valutare chi ha vinto le elezioni presidenziali". La stessa Cnn diffonde i video ripresi da Twitter definendoli "contenuti entrati in possesso della Cnn" e agli utenti raccomanda la massima discrezione. Ma Twitter è solo l'ultimo di una lunga serie di fenomeni simili. Non è un caso che la Casa Bianca abbia deciso di promuovere la trasmissione del discorso cairota del presidente Obama al mondo islamico su piattaforme quali Facebook, Myspace, Youtube. Durante le proteste a Teheran Google ha reso disponili alcuni servizi in persiano e Facebook ha modificato il proprio portale per facilitare l'accesso agli utenti iraniani grazie all'aiuto di quattrocento volontari. Si tratta di un'inflazione mediatica senza paragoni nella storia, che impone ai giornalisti di ripensare il loro mestiere. La tecnologia è davvero la chiave di tutto?


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