31.7.09

Mons. Fisichella: s'impone la banalizzazione della vita

Intervento di Monsignor Fisichella: per sviluppare la corretta sessualità bisogna formare le coscienze, non dare pillole con leggerezza

RadioVaticana - “Si vuole imporre la banalizzazione della vita e della morte”: così mons. Rino Fisichella, presidente della Pontificia Accademia per la Vita dopo il via libera, ieri, da parte dell’Aifa, l'Agenzia Italiana del farmaco, all’utilizzo in strutture ospedaliere della pillola abortiva RU486. La Chiesa – ha precisato – continuerà a lottare per l’affermazione della vita, non rinunciando ad aiutare le donne che affrontano scelte drammatiche. Massimiliano Menichetti lo ha intervistato:

R. – Direi che è proprio il tema della tristezza quello dominante, cioè, si sceglie ancora una volta di seguire la via più facile e non quella più impegnativa. La via più facile è quella di dover dare una pillola, la via più impegnativa è quella di dover educare. Se si fa un ragionamento soltanto economico, è evidente che dare una pillola al sistema sanitario costerà molto di meno; se invece si fa un ragionamento molto più importante, che guarda alla persona, alla posta in gioco, allora dobbiamo seguire un’altra strada.

D. – Più volte ha ribadito “è importante far comprendere il valore della vita, sempre e comunque”. Sembra però che si stia andando in un direzione del tutto opposta…

R. – La direzione verso cui si sta andando, purtroppo, è quella di voler imporre la banalizzazione della vita e addirittura la banalizzazione della morte. Questo è un processo che sembra irreversibile, mentre invece dobbiamo fare di tutto, la Chiesa in primo luogo, le istituzioni formative, per collaborare con la famiglia perché alle giovani generazioni si dia un impatto diverso.

D. – Ribadiamolo: l’embrione è vita umana e di conseguenza abortire significa uccidere una vita…

R. – Un aborto, in qualsiasi forma viene compiuto, sia attraverso un’operazione, sia attraverso un qualsiasi trattamento sanitario, comporta sempre la distruzione di una vita umana, perché per definizione l’aborto è proprio questo: la delibera e diretta soppressione di una vita umana che è già iniziata. E’ bene ribadire anche, da questo punto di vista, che non è che cambiando tecnica cambia l’insegnamento della Chiesa in proposito, anche con le conseguenze che ne derivano per i cristiani. L’aborto è sempre un male intrinseco, è un male in sé perché è una soppressione di una vita innocente. Bisogna ribadire, con tutte le nostre forze, che il dramma di una soppressione di una vita umana è un dramma che permane poi per tutta l’esistenza.

D. – Cosa farà la Chiesa di fronte a questa decisione?

R. – Ripercorrere la stessa strada che abbiamo fatto quando sono entrate altre leggi similari, sia quella sul divorzio sia quella sull’aborto, la 194; non faremo altro che continuare a compiere il nostro sforzo educativo, che è innanzitutto quello di educare alla comprensione del valore della vita e poi è quello di aiutare soprattutto le donne che in quel momento sono chiamate a compiere una scelta che è veramente drammatica. Siamo chiamati non solo illuminando la loro coscienza, ma soprattutto dando la nostra compagnia della fede, dando anche il nostro aiuto. Direi che sono tante quelle situazioni in cui possiamo verificare come la Chiesa sia stata vicino a tutte quelle situazioni, aprendo le case famiglia, facendo di tutto per non lasciare sola la donna nel momento della decisione d’accogliere la vita.

Un coro di no alla pillola abortiva RU486 si leva dalle organizzazioni pro-life e dall’Associazione medici cattolici italiani che oltre a sottolineare l’inaccettabilità della soppressione della vita nascente, rimarcano l’alta pericolosità del preparato per la salute della donna. Al microfono di Massimiliano Menichetti il presidente dell’Associazione Scienza e Vita, Lucio Romano:

R. – Assolutamente critica la considerazione e la valutazione sulla decisione del Consiglio di amministrazione dell’Aifa. Sotto il profilo scientifico non c’è assolutamente certezza e serenità per quanto riguarda gli effetti collaterali e la molteplicità di decessi che sono riportati in letteratura. Sotto il profilo procedurale è una metodica, quella dell’aborto chimico, che dà luogo alla privatizzazione dell’aborto. E’ impossibile che possa essere rispettata la legge 194 del ’78, in particolare l’articolo 8, perché tecnicamente la donna abortirà a casa, nel proprio domicilio, in quanto l’assunzione della RU486 avverrà sì presso la struttura ospedaliera e così la prostaglandina dopo tre giorni, ma il vero e proprio aborto, vale a dire l’espulsione dell’embrione, avverrà a casa.

D. – La pillola dà di fatto avvio a un aborto vero e proprio?

R. – Esatto. La RU486 impedisce ad un ormone, il progesterone, di poter agire. Dopo due giorni si interviene con le prostaglandine che sono delle sostanze chimiche che servono a far contrarre l’utero in modo tale da espellere l’embrione che è già ovviamente morto, in ragione dell’azione della RU486. Ma il tutto avviene, l’espulsione, al di fuori della struttura ospedaliera.
D. – Lei, oltre ad essere il presidente di Scienza e Vita, è anche un ginecologo. Quali rischi corre anche la donna?

R. – Rischi sotto il profilo tecnico, salutare, e una banalizzazione della procedura. Abbiamo casi di metrorragie, sepsi, infezioni che devono essere attentamente controllate. La banalizzazione consiste in un’eccessiva semplificazione che non significa la banalizzazione di quella che è la reazione della donna stessa ma la banalizzazione di una procedura che porterà in tempi estremamente ridotti, entro la settima settimana di amenorrea, 49 giorni, ad indurre l’aborto. Il che vorrà significare tempi estremamente ridotti anche per una riflessione e per una presa in carico di un eventuale decisione che possa contemplare il prosieguo della gravidanza. Non è assolutamente vero che è una tecnica innocua e non è assolutamente una tecnica meno invasiva. Basti dire - sempre richiamando la letteratura scientifica - che il rischio di mortalità materna con aborto chimico è 10 volte superiore al rischio di mortalità materna con aborto chirurgico.

D. - Ad oggi quante persone sarebbero morte utilizzando questo farmaco, secondo le vostre informazioni?

R. - Dai 16 ai 29 decessi.

D. – C’è chi afferma che statisticamente questo dato non sia rilevante. E’ così?

R. – E’ rilevantissimo e sarebbe ancora più rilevante alla luce anche della richiesta che abbiamo fatto ufficialmente che il report dell’Exelgyn - che è stato secretato - e così il parere del comitato tecnico scientifico dell’Aifa siano resi pubblici. Non c’è nessun discorso di privacy perché qualsiasi documento ovviamente può non riportare i nomi delle donne che sono state interessate, ma sicuramente ci sono stati molti decessi che richiedono un’attenta valutazione ed un attenta riflessione proprio nell’interesse della salute delle donne.

D. – Quali margini di manovra secondo lei adesso ci possono essere per tornare indietro rispetto a questa approvazione …

R. – Si demanda sicuramente una responsabilità politica ad intervenire nell’ambito della decisione assunta dall’Aifa stessa e una valutazione quindi di ordine legislativo.
31.7.09

Il creato di Benedetto

La decisione di Benedetto XVI di scegliere il tema della salvaguardia del Creato per la prossima Giornata Mondiale della Pace rappresenta «un contributo fondamentale per una corretta impostazione della sfida del secolo: la difesa del creato da tutto ciò che ne sta provocando il degrado, senza cadere nella trappola del catastrofismo climatico»

LaStampa.it - La decisione di Benedetto XVI di scegliere il tema della salvaguardia del Creato per la prossima Giornata Mondiale della Pace rappresenta «un contributo fondamentale per una corretta impostazione della sfida del secolo: la difesa del creato da tutto ciò che ne sta provocando il degrado, senza cadere nella trappola del catastrofismo climatico». Lo afferma il prof. Franco Prodi, studioso di fisica dell’atmosfera, di meteorologia e di climatologia d’indiscussa autorevolezza che commenta sull’Osservatore Romano anche l’attenzione dedicata dal Papa all’ambiente nell’Enciclica «Caritas in veritate». Ricercatore del Centro Nazionale delle Ricerche dal 1967, docente universitario e membro di numerose commissioni di studio nazionali e internazionali su atmosfera e clima oltre che fratello dell’ex premier, il prof. Prodi sottolinea «l’importanza dell’attenzione che il Papa reclama costantemente per la questione ambientale, soprattutto nell’ottica della salvaguardia del creato come presupposto imprescindibile per costruire la pace» e in sintonia con l’impostazione del Pontefice prende le distanze dal rischio di «concentrare l’attenzione sul clima» in modo eccessivo che, spiega, «ci ha fatto perdere di vista l’essenziale: ci vuole un accordo immediato per far sì che le leggi del mercato siano sottomesse all’urgenza del rispetto planetario. In questo senso la raccomandazione del Papa è fondamentale. Dobbiamo imparare a considerare il nostro pianeta come la casa di tutti. E dobbiamo cominciare a pensare alla necessità di trasmettere questa casa alle generazioni future in modo il più possibile integro. Per questo abbiamo il dovere di custodire il creato: è questo - ricorda il climatologo - un obbligo morale. E se questo obbligo morale fosse effettivamente alla base di un accordo internazionale planetario e vincolante, la pace ne sarà conseguenza inevitabile».Per Prodi, e con l’accostamento tra la pace e la protezione dell’ambiente proposto dal Papa siamo «in presenza di un intervento giusto e puntuale per il momento che stiamo vivendo, caratterizzato da una serie di dibattiti sul clima. A mio avviso l’enfasi che è stata data in questi ultimi anni agli aspetti dei cambiamenti climatici ha un pò deviato da quello che è l’aspetto fondamentale della questione ambientale: la salvaguardia del pianeta dall’indubbio degrado cui è sottoposto. La cognizione della scienza sul sistema climatico è ancora incompleta, nel senso che è incapace di produrre previsioni affidabili sui cambiamenti climatici. Questa consapevolezza ha portato come contraccolpo lo scetticismo e dunque il fallimento di appuntamenti come quello di Kyoto». Per questo, afferma Prodi, «trovo perfettamente attuale l’invito del Papa a riportare l’attenzione sulla centralità della salvaguardia dell’ambiente del pianeta, del creato. È l’aspetto oggettivamente più compromesso: non esito a usare il termine tragedia proprio quando penso al degrado planetario ambientale. Non credo sia tanto questione di consapevolezza quanto piuttosto di volontà. È chiaro - conclude - che la questione del degrado ambientale, sia nel senso positivo sia in quello negativo, esercita influenze sul piano economico. Quindi la prima cosa che bisognerebbe fare è separare interessi di mercato dalla questione ambientale».
31.7.09

La Biblioteca Apostolica Vaticana riaprirà i battenti nel 2010

Un congresso e una pubblicazione accompagneranno l'evento

Città del Vaticano (ZENIT.org) - La Biblioteca Apostolica Vaticana, chiusa dal 14 luglio 2007 per lavori di restauro, riaprirà le porte nel 2010, ha annunciato il suo prefetto, monsignor Cesare Pasini. “Due anni sono passati, quindi diciamo i due terzi del periodo di chiusura”, ha spiegato alla “Radio Vaticana” il 26 luglio. In occasione della riapertura nel 2010 verrà pubblicato “un primo volume della Storia della Biblioteca Apostolica Vaticana”, ha annunciato, “accessibile a tutti i curiosi interessati ad una storia come quella della Biblioteca”.

Si organizzerà inoltre un convegno “strutturato su due poli”: in primo luogo verrà presentata “la Biblioteca come luogo di ricerca”, attraverso ricercatori ai quali è stato chiesto di spiegare “che cosa si è fatto negli ultimi 50, 60 anni”. La seconda parte del convegno cercherà di presentare “cos’è questa Biblioteca al servizio degli studi”, “di che cosa vive” e “che cosa fa”.

A due anni dall'inizio dei restauri, la Biblioteca vaticana ha sviluppato vari servizi nonostante la chiusura, come il catalogo on line su Internet e la riproduzione fotografica dei manoscritti. La Biblioteca Apostolica Vaticana è una delle più antiche del mondo. E' conosciuta soprattutto per le sue collezioni di manoscritti di ogni epoca. Conserva oltre 1.600.000 libri antichi e moderni, 8.300 incunaboli e più di 150.000 manoscritti e documenti d'archivio, nonché 100.000 documenti stampati e frammenti, 300.000 monete e medaglie e 20.000 oggetti d'arte. Conserva anche preziosi tesori come il "Codex vaticanus", un manoscritto della Bibbia completa in greco scritto 1.700 anni fa, e gli atti originali del processo di Galileo, un manoscritto autografo di San Tommaso d'Aquino e le lettere originali di Martin Lutero.

Il 25 giugno 2007, poco prima della sua chiusura, Benedetto XVI ha visitato la Biblioteca e l'ha definita “un’accogliente casa di scienza, di cultura e di umanità” aperta a tutti, dove si conserva “ la sintesi tra cultura e fede”.

La Biblioteca vaticana è detta “apostolica” perché è un'istituzione che fin dalla sua fondazione viene considerata la "Biblioteca del Papa", visto che gli appartiene direttamente.
31.7.09

“Insieme per vivere e far vivere”

Life Happening “Vittoria Quarenghi”, in Sicilia, dal 2 al 9 agosto

ZENIT.org - Nel venticinquesimo anniversario della scomparsa di Vittoria Quarenghi centinaia di giovani e famiglie si ritroveranno in Sicilia dal 2 al 9 agosto “Insieme per vivere e far vivere!”. Lo slogan scelto come titolo di questa edizione non solo sta ad indicare l’adesione alla campagna “Liberi per vivere” dell’Associazione Scienza e Vita, ma dice qualcosa di molto più profondo. In primo luogo la partecipazione di testimoni del nostro tempo, don Fortunato di Noto, Biagio Conte ed altri che si impegnano per le povertà antiche e nuove, ma che non faranno mancare la loro voce per sostenere che la dignità umana va riconosciuta anche al bambino concepito, segno della povertà più estrema in cui l’uomo non ha neppure la voce per chiedere aiuto.

Inoltre, grazie al format ormai collaudato, riteniamo vinta la sfida di portare la bioetica e tematiche complesse come quelle del fine vita o della fecondazione artificiale, a tanti giovani che hanno scelto il Seminario Quarenghi per trascorrere in amicizia e formazione la pausa estiva.

Eppure ciò detto, non basta ancora ad illustrare lo scopo ultimo dell’azione educativa del Movimento. Infatti l’Evangelium Vitae che ci guida nella formazione del volontario è o, lo diviene grazie al Seminario, per tutti i giovani una occasione preziosa, non tanto per conoscere un’ottima enciclica, ma di comprendere che per noi l’Evangelium Vitae è prima di tutto l’Enciclica sul “senso della Vita”.

Ecco perché nel 2009 arriva la conclusione di un percorso formativo triennale che ha portato ogni partecipante a impegnarsi in prima persona per la causa dell’uomo (nel 2007, “Muovi la Vita!”), a comprendere l’importanza della posta in gioco (nel 2008, “La vita val bene una Vita”) e infine (nel 2009, “Insieme per vivere e far vivere”) a comprendere che l’amicizia e la passione per la vita che ci accomuna sono il fondamento del nostro impegno a servizio della vita.

Conoscere il senso della missione del Movimento ha permesso ai giovani di “dare senso” alla propria vita e alla loro azione come annunciatori del Vangelo della Vita ai coetanei e come presenza gioiosa nel popolo per la vita.

I frutti sono stati abbondanti? Molto si è fatto e molto di più si vorrà raccogliere, perché insieme, nella condivisione piena di ideali e speranze, possiamo diventare portatori di vita per noi e gli altri.

[Per ulteriori info: www.mpv.org e www.seminarioquarenghi.blogspot.com, il blog attraverso il quale sarà possibile seguire i lavori del Seminario Quarenghi]
31.7.09

Messaggi SMS per costruire una chiesa nelle Canarie

Un parroco raccoglie fondi inviando il Vangelo della domenica via cellulare

ZENIT.org - Un parroco della Diocesi delle Canarie, in Spagna, ha diffuso un sito di successo che offre un servizio di messaggi SMS per alcune festività e permette anche di ricevere sul telefono cellulare una frase del Vangelo domenicale. La pagina web “Iglesiasms.com” è una proposta evangelizzatrice creata dal sacerdote e giornalista Julio Roldán. Il suo obiettivo, ha spiegato il presbitero a ZENIT, è quello di raccogliere fondi per la costruzione della chiesa del Pilar, in uno dei quartieri di cui si occupa, nell'isola di Gran Canaria. A questo scopo, si organizzano varie campagne nel corso dell'anno, che consistono nell'invio di messaggi SMS.

“Stiamo lavorando insieme per costruire la chiesa del Pilar – ha affermato il parroco –. Abbiamo bisogno di uno spazio in cui la comunità cristiana e i credenti possano pregare e celebrare la fede. Un domani i nostri figli e giovani ci ringrazieranno per ciò che facciamo per loro oggi”.

“Una cosa così semplice come inviare un SMS con il cellulare può presupporre un forte impulso per tutti noi – ha aggiunto –. Con questa intenzione lanciamo questa iniziativa iglesiasms.com, un nuovo modo di trasmettere il Messaggio”.

Nella celebrazione di certe festività, come la Settimana Santa o la Prima Comunione, la pagina web offre la possibilità di inviare un messaggio adatto al significato della festività.

Dall'altro lato, esiste la proposta di ricevere sul telefono cellulare il Vangelo domenicale. Basta inviare il messaggio “MAT EVANGELIO” al 5700. E' un servizio offerto tutto l'anno che permette di ricordare una frase centrale del Vangelo proclamato nella Messa domenicale.

Da iglesiasms.com è possibile iscriversi per ricevere novità e iniziative sviluppate
durante tutto l'anno.
31.7.09

Doppio colpo allo Stato

Due attentati in 24 ore: Eta scatena una offensiva che preoccupa per i possibili sviluppi nel corso dell'estate

PeaceReporter - Non è la 'campagna estiva' di una volta, quando Eta faceva esplodere ordigni di basso o medio potenziale lungo la Costa del Sol. Il doppio colpo dell'organizzazione armata basca segna una fase che annuncia un agosto caldo per le forze di sicurezza spagnole. Due bombe, lo stesso bersaglio: la Guardia civil. A Burgos e vicino a Palma di Maiorca, come dire che esiste almeno un commando itinerante, ma lasciando la percezione - che resta tale - che vi sia la possibilità di venire colpiti in più parti della penisola iberica.


In tutte le strategie che fanno riferimento alla lotta armata per ragioni politiche c'è un elemento tattico: i mesi passati sono stati caratterizzati da importanti arresti, sparizione di un militante di Eta, folte dichiarazioni sulla debolezza dell'organizzazione. Ma, forse, la scelta dell'obiettivo è ancora più esplicita: non sono i politici, ma il vecchio bersaglio consolidato nella storia di mezzo secolo, ormai: le forze di sicurezza dello Stato. Colpire un politico è' colpire un sistema di potere, colpire i simboli più profondi dello Stato è mirare oltre i governi. Ci sono fonti giornalistiche spagnole che danno per certo un agosto molto movimentato. Il quesito spontaneo riguarda il perchè della ripresa della violenza politica dopo un comunicato in cui si annunciava una fase di riflessione e una risposta nel corso dell'estate, che è stagione lunga e non si esaurisce di certo agli ultimi giorni di luglio. C'è un alzare la posta in palio, una dimostrazione di forza, che ricorda chi si sta disponendo a una sorta di ricapitalizzazione per arrivare con i conti a posto a un confronto, con le carte in regola per poter trattare, almeno dal punto di vista militare.

Anche perchè, dal punto di vista politico, l'illegale Batasuna e il suo leader Arnaldo Otegi, da mesi ripetono un messaggio che il governo di Zapatero, scavalcato dalla destra nelle ultime intenzioni di voto, non vuole più affrontare: riprendere il processo di pace là dove si era arenato. Non il dicembre del 2006 con le bombe di Barajas, come viene scritto dappertutto, perchè documentazione ufficiale dimostra che il governo socialista proseguì nella trattativa per altri mesi a venire del 2007. La soluzione, ormai a portata di mano, vide il governo socialista cambiare repentinamente idea sul percorso di pace, quando Eta si era dichiarata pronta ad arrivare allo smantellamento definitivo. Le cronache di quelle ore descrivono osservatori internazionali - sempre pronti a riprendere il loro ruolo - esterrefatti dal diniego dello stato spagnolo. L'ultimo caso di lotta armata in Europa, anche a dispetto delle nuove terminologie propagandate come goccia che scava dal giornalismo superficiale, risponde a meccanismi così semplici da apparire banali. Un'esperienza anacronistica, quella delle armi in pugno, è ancora oggi di forte richiamo per le giovani generazioni basche. Questo significa, in un mito smitizzato dalla realtà di 750 prigionieri politici, che gli elementi per la soluzione erano e restano quelli del dialogo politico e della trattativa militare. E che la repressione di polizia e il silenziamento degli interlocutori politici non fanno altro che rendere più drammatico il vicolo cieco del conflitto basco.
31.7.09

Immigrazione: appelli al governo per i 'bimbi invisibili'

L’impossibilità di registrare all’anagrafe i figli degli immigranti irregolarmente presenti sul nostro territorio significa che questi bambini saranno condannati all’invisibilità. L’alternativa per loro è essere dichiarati figli di nessuno e quindi adottabili, pur avendo dei genitori.

Misna - Un appello a governo e regioni ad adottare disposizioni attuative tali da eliminare il rischio che i bambini nati da coppie di immigrati irregolari non siano registrati all’anagrafe: lo ha lanciato l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) invitando ad aderire entro il 3 Agosto chiunque voglia esprimere contrarietà su una norma prevista dal ‘pacchetto sicurezza’ approvato di recente in parlamento che potrebbe essere interpretata in maniera restrittiva dai funzionari pubblici come da più parti denunciato. Ricordando una serie di obblighi, anche sulla base di convenzioni internazionali firmate dall’Italia, sottolineando quanto previsto dalla Costituzione che richiama a proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, rilevando infine i timori che tali norme possono suscitare nei genitori restii così a rivolgersi alle istituzioni, l’Asgi ritiene fondamentale “che si adottino tutte le misure necessarie a favorire il più possibile l’effettuazione della dichiarazione di nascita e del riconoscimento del figlio naturale presso le direzioni sanitarie”. Secondo l’Asgi, dunque, il governo dovrebbe adottare disposizioni attuative della legge dalle quali risulti chiaro ed evidente che non può essere richiesta ai cittadini stranieri l’esibizione del permesso di soggiorno ai fini della dichiarazione di nascita e del riconoscimento del figlio. Posizione condivisa da Terre des Hommes Italia – organizzazione non governativa attiva nella protezione dell’infanzia – che in una nota ha sottolineato i rischi connessi alle nuove norme del governo italiano. “A pochi giorni dall’entrata in vigore del pacchetto sicurezza – ha detto Raffaele Salinari, presidente dell’organizzazione che ha aderito all’appello dell’Asgi – questo clima di incertezza può avere delle conseguenze molto gravi. Da una parte infatti la paura può spingere le madri a non partorire in strutture pubbliche, come già è successo, pregiudicando la salute loro e del bambino e lasciandoli alla mercé delle reti criminali di traffico di minori. Dall’altra si può arrivare al paradosso che i genitori migranti irregolari possano arrivare a decidere di abbandonare il bambino, in quanto questa diventa l’unica chance per fargli acquisire la cittadinanza italiana e godere dei diritti che a loro vengono negati”.
31.7.09

Greenpeace vince ancora per l'Amazzonia: impegno Timberland

Le foreste primarie sono una delle risorse naturali più vitali del pianeta. Ospitano circa i due terzi della biodiversità, regolano i cicli dell'acqua e stabilizzano il clima.

GreenPeace — Continuano le vittorie di Greenpeace che a favore dell’Amazzonia è riuscita a far cambiare rotta a molte aziende che producono pelle. Da oggi anche Timberland si impegna annunciando una nuova politica di acquisti della pelle bovina concordata con Greenpeace. L’azienda, infatti, sarà in grado di garantire che la pelle utilizzata per la produzione delle proprie scarpe vendute in tutto il mondo non avrà causato alcun fenomeno di deforestazione recente dell’ultimo grande polmone del pianeta. Secondo quanto stabilito dal documento in questione Timberland richiederà a tutti i propri fornitori di pelle – tra cui il gigante della carne e della pelle brasiliana Bertin – di impegnarsi immediatamente ad una moratoria sui fenomeni di nuova deforestazione in Amazzonia.

Questo annuncio arriva appena due mesi dopo il lancio dell’inchiesta di Greenpeace “Amazzonia che Macello”, nella quale si ricostruiva la filiera dei prodotti a base di carne e di pelle da allevamenti coinvolti in fenomeni di deforestazione, lavoro schiavile e occupazione di territori indigeni in Amazzonia. Meno di una settimana fa anche Nike e Geox si sono impegnate a non acquistare pelle dall’interno del Bioma Amazzonico fino a quando non si fermerà la deforestazione a causa dell’allevamento bovino.

Le buone notizie non sono finite, nel frattempo i commercianti brasiliani di soia rinnovano il proprio impegno per proteggere l’Amazzonia ed evitare una catastrofe climatica rinnovando per un anno ancora la moratoria sull’acquisto di soia da aree recentemente deforestate.

“La coltivazione della soia finalmente non è più un pericoloso motore della deforestazione in Amazzonia mentre non possiamo dire lo stesso dell’allevamento bovino. – spiega Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia - La moratoria sull’acquisto di soia proveniente da aree recentemente deforestate è un modello replicabile e, per questo motivo, è necessario che dopo Timberland, Nike e Geox l’intero settore della carne e della pelle si adegui agli stessi standard”.

“Il nostro Paese ha una grossa responsabilità nella deforestazione. – continua Campione- Siamo, infatti i primi importatori, in termini di valore, di pelle brasiliana al mondo. Per questo motivo è molto importante che oltre ai produttori di scarpe o divani l’impegno per un’immediata moratoria arrivi anche dal settore conciario e da aziende leader come il Gruppo Mastrotto, che ora ha avviato un dialogo con noi, e Rino Mastrotto Group, che invece fa orecchie da mercante alle nostre richieste.”

Ogni otto secondi un ettaro di foresta amazzonica viene distrutto a causa dell’espansione dell’allevamento bovino, il principale motore della deforestazione al mondo e, per questo motivo, la principale causa di emissioni di CO2 in Brasile. Fermare la deforestazione è vitale per salvare il clima. E’ necessario che cittadini, industria e governi esigano un vero ed efficace accordo sul clima al Summit della Nazione Unite che si terrà nel Dicembre del 2009 a Copenhagen. Soltanto un patto, che includa misure reali per fermare la deforestazione a livello globale entro il 2020, potrà mitigare gli effetti del cambiamento climatico.
31.7.09

Aborti in calo in Italia

Secondo la relazione presentata dal governo tra 2007 e 2008 sono stati effettuati il 4,1 per cento in meno di aborti. Ma non c'è da esultare. Ecco perché.

Tempi - In calo il numero degli aborti in Italia. Un dato tanto più significativo se paragonato al trend inverso degli altri paesi. Secondo la relazione presentata dal ministero del Welfare al Parlamento sull'attuazione della legge 194, che regola l'interruzione volontaria di gravidanza dal 1978, tra 2007 e 2008 sono stati effettuati il 4,1% in meno di aborti. Che non si tratti di una cifra viziata da altri indicatori lo conferma il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, per cui «a causare la diminuzione degli aborti non è il fatto che si facciano sempre meno figli». Anzi, l'analisi presentata dimostrerebbe il contrario, avendo calcolato il “rapporto di produttività”, che si ricava tenendo conto del numero di bambini nati vivi è sceso del 4,9 per cento. In picchiata anche il “tasso di abortività” che, conteggiato per numero di aborti ogni 1.000 donne in età fertile (dai 15 ai 49 anni), è sceso all'8,1 per cento. L'unico margine d'imprecisione dei risultati deriva dal numero degli aborti clandestini, la cui cifra di 15 mila, risale al 2005, ultimo anno in cui è stato possibile raccogliere le informazioni necessarie per il suo computo.

Ma se il dato, che secondo il sottosegretario è in controtendenza rispetto al resto d'Europa perché «da noi si sente l'effetto famiglia», può dirsi positivo, c'è altro ad allarmare: la percentuale delle donne immigrate che praticano l'interruzione volontaria di gravidanza è fino a tre o quattro volte maggiore di quello delle italiane visto «l'accesso più difficile a strutture sanitarie e consultori d'aiuto».

La relazione del ministero confermerebbe anche un'applicazione migliore della legge 194, nonostante il comportamento di alcune regioni che ricorrono alla procedura d'urgenza anche laddove non sia necessaria e facendo saltare la pausa prevista per una riflessione approfondita: in testa la Toscana dove è successo nel 22,7 per cento dei casi, seguita da Emilia Romagna (14,7%) e dalla Campania (12,8%). In generale, e sul versante opposto, aumenta invece la percentuale dei medici che disapprovano la pratica e scelgono per l'obiezione di coscienza, dal 58,7% del 2005 è passata al 70,5 del 2007.

I dati sono importanti per il fine dello studio che, ha concluso la Roccella, è quello di «capire le ragioni che portano la donna a praticare l'aborto, per promuovere un'attività di prevenzione mirata (contro la solitudine, la povertà o la disinformazione) e rafforzare la rete d'aiuti».
31.7.09

L'onda è donna

Neda è divenuta il simbolo della ribellione in Iran. L'anima della protesta è femminile

PeaceReporter - I palazzoni, alti e in cemento armato; il cielo mai limpido per via dello smog; un traffico che trasforma le strade in un enorme flipper, con biglie che schizzano impazzite da un angolo all'altro della città: Teheran toglie il fiato. Soffoca. Così come soffoca l'idea di un Paese in cui le donne sono obbligate a coprire il capo e le parti del corpo che più tradiscono la femminilità, da quando, nel 1979, la rivoluzione islamica ha sovvertito il potere occidentalista dello scià Reza Pahlavi.

Contrariamente a quanto si possa pensare, però, la realtà della Repubblica Islamica va ben oltre un chador nero, caratterizzata da un grande dinamismo del sesso debole, nonostante le innegabili limitazioni. Il 65 percento degli studenti ammessi alle università è, infatti, costituito da ragazze; le stesse giovani donne che nei giorni della cosiddetta "onda verde" sono scese in piazza, insie
me ai loro coetanei uomini, per manifestare contro il risultato delle elezioni presidenziali. E Neda Agha-Soltan, la ventiseienne uccisa nel corso di una manifestazione da un colpo sparato con tutta probabilità da un miliziano Basij, è diventata simbolo, oltre che delle proteste contro il regime, anche di un attivismo al femminile, molto spesso messo in secondo piano di fronte agli stereotipi del roosari o del manto.

Faezeh, la politica e lo sport. Per le donne che aspirano "ad essere coinvolte in molti settori della vita pubblica e politica", in Iran, "ci sono tetti invisibili, ma invalicabili", spiega Faezeh Hashemi Rafsanjani, figlia dell'ex presidente Ali Akbar Rafsanjani ed esponente del fronte riformista che ha sostenuto Mir Hossein Mousavi alle discusse presidenziali di giugno. Faezeh è impegnata politicamente dai primi anni Novanta e, nelle scorse settimane, si è guadagnata un breve arresto per il cognome che porta e per essersi messa alla guida di alcune proteste di piazza.
"Gli iraniani sono andati al voto pieni di entusiasmo e voglia di decidere per il proprio futuro, ma, nonostante la maggioranze cercasse un cambiamento, le loro speranze sono state deluse e un altro nome è uscito fuori dalle urne".

E sempre lei, che nel 1991 ha fondato la IFWS, Federazione Islamica Donne nello Sport, perché, a causa delle restrizioni in tema di abbigliamento, per le atlete islamiche era complicato "partecipare alle competizioni internazionali".
"Abbiamo deciso, così, di affermare che lo sport è importante per gli uomini quanto per le donne, anzi, di più per le donne, il cui corpo ha una certa responsabilità". Nel giro di alcuni anni, l'associazione che ha sede a Teheran, ma raccoglie 54 Paesi in cui si professa l'Islam, ha organizzato 4 edizioni di giochi internazionali, più una serie di tornei tra le nazioni, e ha portato le donne iraniane alle Olimpiadi di Pechino, dove "hanno vinto in alcune discipline, come il tiro con l'arco". Faezeh Hashemi ha il piglio deciso di chi combatte con convinzione le proprie battaglie, ma non rinnega il suo mondo, le sue tradizioni, il suo Paese. Nasconde, infatti, il capo e il corpo, minuto e atletico, sotto un chador nero, da cui spuntano pantaloni bianchi e scarpe da ginnastica.
L'islam non pone restrizioni in tema di sport, anzi, prosegue, "consiglia fortemente alle donne praticarlo. Anche nei testi sacri se ne parla". Il problema, il più del volte, è rappresentato dagli uomini e dalle interpretazioni che fanno del Corano e noi, conclude, "non dobbiamo mai smettere di fare pressione".

Con il naso all'insù. "La Sheherazade Media International è una società fondata nel 2002, che si occupa di produzione e distribuzione di documentari su scala internazionale".
A parlare è Katayoon Shahabi, presidente e madre di questa creatura che sforna prodotti in cui si parla della società iraniana, come
Nose, iranian style (che affronta il tema della diffusione della rinoplastica tra i giovani), ma anche la questione dei rifugiati afgani in Iran (My little country) o delle donne palestinesi (Maria's Grotto). È una mattina di giugno. Teheran è ancora scossa dai risultati delle ultime elezioni e dalle intense manifestazioni che invadono le piazze.
"Questa volta la situazione mi sembra diversa, la gente sa cosa vuole e sembra determinata ad andare avanti", afferma.
"Quello che possiamo fare noi è continuare a pensare al futuro e lavorare, giorno per giorno". Lavorare in un settore del genere, in un ruolo che solitamente spetta agli uomini, è complicato ovunque per le donne, "ancora di più in Iran, dove ci sono spazi oltre i quali non si riesce ad andare; progredire".
"Nei settori privati, non governativi", prosegue Katayoon, "la situazione è, tuttavia, meno difficile".
"Io ho avuto modo di viaggiare molto all'estero per il mio lavoro e molti si stupiscono che io viva qui e non abbia scelto di risiedere fuori. In realtà, le donne da noi cercano di fare molto, in vari settori, anche se non abbiamo modo di mostrarlo all'esterno".

Maral, il rock e la canzone per Neda. C'è, invece, chi per lavorare deve andare periodicamente fuori dal proprio Paese. Per poi ritornare.
"Naturalmente io ho pensato di abbandonare l'Iran, ma non è quello che voglio", esordisce Maral, ventiquattro anni, sopracciglia e naso all'occidentale e un piercing, fatto in Turchia, tra il labbro inferiore e il mento. Lei è una cantante di musica pop-rock che, nonostante il divieto di suonare questo genere di musica, ha deciso di portare avanti la sua passione. Ma con dei limiti.
"Se dovessi andarmene via da qui per il mio lavoro non lo farei. Non perché ami particolarmente l'Iran, ma perché qui c'è la mia famiglia e la mia famiglia è la cosa più importante".
Il suo sogno le è costato un arresto e tre giorni di detenzione, in una prigione vicino Karaj, poco fuori Teheran, per essere stata sorpresa con gli altri componenti della band, The plastic wave, durante un concerto clandestino.
"Ci hanno accusato di fare musica satanista e ci hanno portato via. Ma, in quel momento, ho potuto capire quanto tengo a questo lavoro e quanto sarei pronta a rischiare di nuovo".
Il rischio le piace. "Sono stata due settimane a Kabul, lo scorso settembre, per suonare con una band afgana, ma non ho avuto paura. È stata una nuova esperienza e anche se non è un posto sicuro, è stato eccitante".
"A me piacere correre rischi", continua. E, infatti, si fa fotografare senza velo, jeans attillati e conottierina nera.
Non ha paura neanche di mettersi contro il regime. Una delle canzoni incisa, in farsi, la sua lingua, pochi giorni prima del voto del 12 giugno, s'intitola proprio Azadi, cioè Libertà. Un'altra, più recente, è Neda, ed è uno struggente omaggio all'eroina di questa onda verde, giovane come lei, che come lei studiava musica, prima di vedere cancellare in un attimo i propri sogni.
30.7.09

Il futuro solare dell'India

Buone notizie sull'ambizioso piano solare indiano. Verrà presentato a settembre: un' ottima carta da mettere sul tavolo dei negoziati internazionali, in vista dell'accordo di Copenhagen.

Qualenergia.it - Con 20GW di energia solare al 2020 che diventeranno 100 al 2030 e 200 al 2050 sta sorgendo una nuova potenza delle rinnovabili. Altre notizie sul piano solare indiano - annunciato sui giornali indiani ai primi di giugno - sono state diffuse in questi giorni dalla stampa internazionale. Ora Reuter pubblica anche gli obiettivi intermedi e rivela che il piano, battezzato "National Solar Mission" verrà presentato ufficialmente a settembre: una buona carta da giocare in vista dei negoziati di Copenhagen. Una mossa cui prestare attenzione perché è un passo deciso ed è il passo di un gigante. Delhi, come avevamo raccontato il mese scorso, ha deciso di muoversi per diventare una nuova superpotenza delle rinnovabili: partendo dal livello attuale, prossimo allo zero (3MW), mira per il 2020 ad ottenere dal sole 20GW e punta a quota 100GW entro il 2030 e infine a 200GW al 2050.

La "National Solar Mission" nella sua prima fase avrà 3 obiettivi intermedi: al 2012 si arriverà a1-1,5GW, al 2017 a 6-7GW per averne 20 al 2020. Tramite obblighi di installazione e incentivi a ricerca e produzione, l’obiettivo del piano che da 19 miliardi di dollari è di arrivare a far scendere i costi di produzione dei pannelli solarie dunque alla grid parity (il momento in cui produrre elettricità da fotovoltaico costerà uguale a produrla con quelle più economiche) nel 2020.

Si punterà su grandi impianti di solare a concentrazione ma anche sulla generazione diffusa. Il progetto è di avere un milione di tetti fotovoltaici connessi in rete e premiati con una tariffa feed in (come il nostro conto energia). Oltre a questo si porterà l’elettricità con il sole a 3 milioni di case che al momento non ce l’hanno. I pannelli fotovoltaici saranno resi obbligatori per tutti i nuovi edifici pubblici. Quelli per l’acqua calda per tutti i nuovi edifici (sia pubblici che commerciali) che ospitano molte persone, come gli ospedali, gli alberghi, i complessi residenziali: si vogliono installare nella priam fase 40-50 milioni di metri quadrati di il pannelli per solare termico.

Una spinta in avanti quella dell’India sul solare per capire le dimensioni della quale basta rapportarle ai dati dell’International Energy Agency. Le previsioni IEA al 2020 parlano di 27 GW di capacità installata per il fotovoltaico dell’intero pianeta mentre, alla stessa data, il piano indiano prevede per il paese da solo una capacità di 20 GW: più di tre quarti di quella mondiale prevista dall’IEA.

L’India insomma sembra intenzionata a seguire la strada dell’altro gigante, la Cina (vedi editoriale su Qualenergia.it): crearsi una green economy forte, ponendo così le basi per un ulteriore sviluppo economico più sostenibile e nel contempo potendo dimostrare sul piano dei negoziati internazionali di stare agendo contro il cambiamento climatico, pur senza accettare limiti sulla CO2.

L’India infatti, anche se l’anno scorso si è data un programma d’azione contro il cambiamento climatico, ha sempre rifiutato limiti alle emissioni. Il paese, quarto emettitore mondiale, ma ventesimo per emissioni procapite, con 1,166 miliardi di abitanti di cui il 25% sotto la soglia di povertà, ha sempre visto le pressioni dell’occidente a ridurre le emissioni come una sorta di intrusione coloniale che mette a rischio la crescita del paese. Lo sviluppo delle rinnovabili invece è una buona strada per contribuire alla lotta al global warming creando ricchezza e soddisfando la crescente fame di energia del paese, che attualmente conta sul carbone per il 68% del fabbisogno elettrico e mira a costruire anche nuove centrali sporche da qui al 2012.

Ecco dunque il piano trentennale per il solare, che, secondo i calcoli di Delhi dovrebbe comportare una riduzione delle emissioni pari a 42 milioni di tonnellate di CO2. Non basterà da solo a fermare le emissioni del gigante che secondo i dati della Banca Mondiale crescono del 5% annuo e ammontano a 1402 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, ma sicuramente farà emergere una nuova potenza della green economy e indirizzerà il gigante verso uno sviluppo più sostenibile. Oltre a dare all’India un’ottima carta da giocare al tavolo dei negoziati sul clima di Copenhagen, dimostrando buona volontà nella lotta la global warming e ottenendo, probabilmente, in cambio che parte del fondo contro i cambiamenti climatici per i paesi poveri vada a finanziare anche il solare indiano.

30.7.09

Nigeria: la Chiesa teme l'islamizzazione

La Nigeria corre il rischio di essere sottoposta a un'islamizzazione radicale, sostiene padre Obiora Ike, direttore dell'Istituto Cattolico per lo Sviluppo, la Giustizia e la Pace nello Stato nigeriano di Enugu.

Radio Vaticana - Parlando con l'associazione caritativa Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs), il sacerdote ha citato anche i recenti scontri tra il movimento islamico radicale Boko Haram ("L'istruzione è peccato") e le forze di sicurezza, che hanno provocato almeno 600 morti. Per padre Ike, dopo gli ultimi attacchi che si susseguono dal 24 luglio nel nord della Nigeria, il Paese ha raggiunto un “nuovo livello” di violenza. Gli scontri tra le forze di sicurezza seguono l'assalto di Boko Haram alle stazioni di polizia in quattro Stati come ritorsione per l'arresto dei leader del gruppo, che chiede l'imposizione della legge islamica (sharia). La violenza, rende noto l’agenzia Zenit, è scoppiata nello Stato settentrionale di Bauchi, a maggioranza musulmana, diffondendosi ai vicini Stati di Yobe, Kano e Borno. “Finora gli islamici si erano scagliati quasi esclusivamente contro i cristiani, ma ora si sono formati nuovi gruppi radicali che stanno prendendo di mira tutte le 'agenzie occidentali' e anche contro altri musulmani”, ha spiegato padre Ike. Il sacerdote ha chiesto ai Governi occidentali di sostenere la Nigeria nella lotta contro i militanti islamici, assicurando l'istruzione e riducendo la povertà. I problemi attuali, constata, sono provocati da “mancanza di istruzione, mancanza di lavoro, assenza di competenze, poco denaro e scarsità di lavoro, che provoca una mancanza di senso della vita”. “Ciò porta agli abusi ideologici e al dirottamento della gioventù da parte dei terroristi”, ha aggiunto. Secondo un rapporto di Acs del 2008 sui cristiani oppressi per la loro fede, le comunità cristiane nei 12 Stati nigeriani in cui è in vigore la sharia subiscono intolleranza e discriminazione. Ciò include false accuse di blasfemia nei confronti dell'islam, la demolizione dei luoghi di culto cristiani e il rapimento e la conversione forzata di adolescenti – soprattutto ragazze – all'islam. (V.V.)

30.7.09

Nuovo attentato in Spagna: 2 morti a Maiorca

Almeno 2 persone sono morte in seguito alla forte esplosione avvenuta oggi fuori dalla caserma della Guardia Civil di Maiorca, nell’arcipelago delle Baleari. Ci sono anche diversi feriti.

Radio Vaticana - L’attentato arriva ad appena 24 ore dall’attacco rivendicato dall’Eta al quartier generale della Guardia Civil a Burgos, nel nord del Paese, in cui sono rimaste ferite 54 persone. L'arcivescovo di Burgos, mons. Francisco Gil Hellín, da parte sua, ha lanciato questo appello agli attentatori: “Abbandonate questo modo tanto vile di agire, convertitevi a Dio, smettetela di compiere il male e fate sempre il bene, per il quale il Signore ci ha creato”. Il pensiero poi va alla Guardia Civil e a “coloro che hanno sofferto nella propria carne le conseguenze dell'attentato”.Ad essi, scrive l'arcivescovo, “desidero manifestare la mia vicinanza, il mio affetto sincero e anche la mia disponibilità ad aiutarli nelle necessità”. Infine, mons. Gil Hellín chiede al Signore di “cambiare i cuori di coloro i quali si dedicano al male” e ai fedeli di essere all'altezza della loro vocazione, "manifestando una reale fraternità verso chi è stato colpito" e non lasciandosi prendere "dal pessimismo che tali avvenimenti possono ingenerare”.
30.7.09

Cartiere e biodiesel bruciano l'Indonesia

Lo denuncia Eyes on the Forests: su 4.782 incendi segnalati nella privincia di Riau (nell'isola di Sumatra) nei primi sei mesi del 2009, un quarto sono scoppiati nelle concessioni del colosso industriale APP/Sinar Mas, uno dei principali produttori di carta e di biocarburanti.

SalvaLeForeste - Le fiamme sono appiccate ogni anno per rimuovere la foresta e estendere le piantagioni di acacia e palma da olio, la prima per la produzione di carta e la seconda per l'olio impiegato nel biodiesel. Il gruppo Asia Pulp & Paper (APP) è il principale produttore di carta. La APP è controllata dal conglomerato Sinar Mas, che, oltre alle piantagioni di acacia, controlla anche numerose piantagioni di palma da olio. Gran parte delle foreste date alle fiamme si trovano su suolo di torba, la cui combustione libera in atmosfera immense quantità di carbonio. Tra le foreste date alle fiamme una Riserva della Biosfera dell'Unesco. L'uso del fuoco per rimuovere la biomassa forestale, benché proibito, è massicciamente praticato in quanto la forma più economica per fertilizzare il terreno e invertire l'acidità della torba. Una volta appiccati, gli incendi sono praticamente incontrollabili, dato che le fiamme si espandono sotto il livello del suolo, grazie all'estrema infiammabilità della torba.

"La APP, il gruppo Sinar Mas e le loro consociate debbono assumersi la responsabilità legale di quel che avviene nelle proprie concessioni - ha dichiarato Susanto Kurniawan, della locale associazione ambientalista Jikalahari - La APP e il gruppo Sinar Mas devono fermare immediatamente la distruzione delle foreste torbiere, e bloccare la costruzione di strade e canali di drenaggio della torba, che rendono possibili gli incendi".

Tra il 1996 e il 2007 la APP ha distrutto 177.000 ettari di foresta, il 65 per cento di tutta la deforestazione della zona. "Non rispettano neppure le aree protette - ha aggiunto Usman dell'associazione Walhi Riau - e violano sistematicamente il decreto presidenziale numero 32 del1990, che proibisce la deforestazione dove la torba è più profonda di tre metri. Il governo deve riaprire le investigazioni frettolosamente archiviate sulle attività illegali di questo gruppo".

Dei 700.000 ettari della Riserva della Biosfera UNESCO è rimasto appena un terzo. I restanti due terzi sono già stati convertiti a piantagioni di acacia.
30.7.09

Messico: celebrati gli 80 anni dell'Azione Cattolica

L’Azione Cattolica messicana ha compiuto gli 80 anni di vita. A questo proposito, si è celebrato un incontro nella città di Puebla, dal 24 al 26 luglio, sul tema “Ieri fecondo, oggi esigente, domani promettente”, al quale hanno partecipato membri dell’Azione Cattolica di 50 diocesi del Paese.

Radio Vaticana - Nella dichiarazione pubblicata al termine dell’incontro e ripresa dall'agenzia Fides, i partecipanti ricordano in primo luogo che “l’Azione Cattolica messicana è una comunità di laici liberamente impegnati a vivere di persona ed organicamente il Vangelo, e così a realizzare la loro vocazione cristiana nella missione apostolica della Chiesa, con uno speciale vincolo con la gerarchia”. Riconoscono, tuttavia, che in termini quantitativi la presenza dell’Azione Cattolica è attualmente in diminuzione. Tra l’altro la nazione sta vivendo “un cambiamento epocale in un Messico pluralista e diverso, che colpisce profondamente il nostro mondo e provoca sfide che non abbiamo saputo affrontare”. Per questo rivolgono un appello ad analizzare la realtà nazionale con una visione obiettiva e critica, per dare risposte ispirate al Vangelo. L’arcivescovo mons. Christophe Pierre, nunzio apostolico in Messico, durante la Messa celebrata per questo 80° anniversario, ha affermato che “la Chiesa ha bisogno di laici che, fedeli alla loro vocazione - che è essenzialmente e radicalmente una chiamata alla santità -, e radunati attorno ai legittimi Pastori, siano disposti a condividere insieme a loro il lavoro di evangelizzazione in tutti gli ambienti”. Ha quindi ricordato ai partecipanti che “ciò che rende l’Azione Cattolica non una semplice associazione ecclesiale ma un dono di Dio per l’incremento della comunione ecclesiale, è il suo vincolo diretto ed organico con la diocesi e con il suo vescovo, con le parrocchie ed i suoi pastori, insieme ai quali viene assunto, come proprio, il cammino, le scelte pastorali e la spiritualità della Chiesa diocesana”. Mons. Pierre ha concluso la sua omelia lanciando un appello a tutti i presenti ad assumere e a manifestare in ogni impiego e in tutti i luoghi, il loro “impegno a favore dell’evangelizzazione, con un nuovo fervore missionario” e a lasciarsi “illuminare, toccare e motivare dalla loro storia segnata dall’esempio luminoso dei santi e dei beati”.

30.7.09

Kenya: cominciati i lavori per maggiore campo eolico d'Africa

Un vasto parco eolico, il più grande di tutto il continente, sorgerà nel deserto vicino il lago Turkana, per sfruttare il forte vento che spira costantemente nel nord del paese dell’Africa orientale.

Agenzia Misna - Ne dà notizia il quotidiano di Nairobi ‘Daily Nation’, specificando che dopo quattro anni di rilevazioni sulla fattibilità del progetto sono cominciati i lavori per costruire le 365 turbine eoliche capaci di produrre ognuna fino a 850 kilowatt di potenza. Complessivamente l’impianto, che dovrebbe essere completato entro il 2012, sarà in grado di generare fino a 300 megawatt di energia, pari a circa un quarto di quella attualmente prodotta in Kenya. Secondo i media locali, il progetto ha un costo totale pari a circa 700 milioni di euro, finanziati per il 30% dalla Banca africana di sviluppo e il restante 70% da istituti di credito keniani e sudafricani. Gran parte dell’energia prodotta in Kenya può considerarsi già oggi ‘verde’: tre quarti delle centrali operanti nel paese sono di tipo idroelettrico; l’11% ò geotermica, con impianti nella Rift Valley, mentre è stato annunciato un progetto per costruire un secondo parco eolico capace di produrre altri 150 megawatt sulle Ngong Hills, alla periferia di Nairobi.

30.7.09

La difficile ricostruzione di Gaza

Concessa l'autorizzazione da parte di Tel Aviv di consegnare ad alcune organizzazioni umanitarie materiali edili (si parla di alcune centinaia di tonnellate di cemento e di tubature d’acciaio) per tre o quattro progetti specifici.

Agenzia Misna - “Aprire i confini per consentire la ricostruzione, ma anche e soprattutto garantire alla popolazione una libertà di movimento negata, e fin troppo dimenticata”: è questo il gesto che ci si aspetterebbe nella Striscia di Gaza secondo Lino Zambrano, rappresentante del Cric (Centro regionale di intervento per la cooperazione), contattato dalla MISNA nella regione palestinese che sette mesi fa ha subito un pesante attacco israeliano. “Qui c’è ancora tutto da ricostruire, molta gente vive nelle tende o in piccole casupole erette con la tecnica del mattone a secco e i danni alle infrastrutture sono ancora tutti qui” aggiunge Zambrano, commentando la notizia, diffusa oggi, dell’autorizzazione da parte di Tel Aviv di consegnare ad alcune organizzazioni umanitarie materiali edili (si parla di alcune centinaia di tonnellate di cemento e di tubature d’acciaio) per tre o quattro progetti specifici.
“Le necessità della popolazione sono ben maggiori” dice il rappresentante dell’ong italiana, per il quale il provvedimento ha tutta l’aria di un ‘contentino’ dopo la mossa di alcuni gruppi nazionalisti israeliani, che in questi giorni hanno occupato illegalmente insediamenti con l'obiettivo di creare 11 nuove colonie in Cisgiordania. “Il grande problema della ricostruzione – gli ha fatto eco Rami Hamdona, un abitante di Gaza raggiunto telefonicamente dalla MISNA – è che i materiali, quasi introvabili, costano più dell’oro”. A causa dell’embargo imposto da Israele da oltre due anni, la maggior parte dei prodotti non alimentari giungono dall’Egitto attraverso i tunnel sotterranei scavati dai palestinesi. Pochi giorni fa, le Nazioni Unite e alcune ong avevano chiesto la revoca del blocco almeno per consentire riparazioni a 300 scuole danneggiate nei bombardamenti. Israele giustifica le sue reticenze sostenendo che i materiali potrebbero finire nelle mani di Hamas.

30.7.09

Le foreste mature assorbono carbonio: il caso dell'Africa

Per molti anni la comunità scientifica ha ritenuto che le foreste raggiungessero il massimo livello di produttività nell'età intermedia, e iniziassero a declinare raggiungendo la maturità, fino a diventare neutrali: stesso carbonio assorbito, stesso carbonio rilasciato in atmosfera. Insomma, si riteneva che queste foreste custodissero un immenso pozzo di carbonio, ma non che continuassero a sequestrarne. Non è così.

SalvaLeForeste - Nuovi dati emersi dall'osservazione delle foreste tropicali africane, dimostrano che queste continuano ad assorbire carbonio: tra il 1968 e il 2007 ne hanno sottratto all'atmosfera 0,6 tonnellate (più o meno quanto ne rilascia una piccola automobile) per ogni ettaro. Ben tre studi pubblicati di recente su Nature, dimostrano il contrario. Una ricerca pubblicata da Sebastiaan Luyssaert dimostra come le foreste africane assicurano un importante servizio ambientale, sequestrando carbonio ma anche riducendo la crescente concentrazione di carbonio nell'atmosfera. All'opposto, il carbonio sequestrato dalle foreste per secoli viene rilasciato in atmosfera quando queste vengono disturbate. Per garantire che le foreste continuino a svolgere la loro positiva funzione, secondo il team di ricercatori è necessario rinforzare e far rispettare i diritti delle comunità locali, e assicurare loro una adeguata compensazione per il servizio reso dalle foreste.

Lo studio di Luyssaert trova conferma nella ricerca condotta da Simon L. Lewis, Gabriela Lopez-Gonzalez e dal loro team e pubblicata nel gennaio 2009 su Nature. Per 40 anni, dal 1968 al 2007, hanno misurato il diametro, l'altezza e la densità del legno di oltre 70.000 alberi, nel nelle foreste di dieci paesi africani. Ne è risultato un incremento di 630 kg per ettaro di carbonio.
Infatti l'immagazzinamento di carbonio al di sopra del suolo è stato misurato a 0,63 Mg C ha-1 year-1 per tutti e 40 gli anni della ricerca.

Un nuovo studio, curato da Helene C. Muller-Landau e il team dello Smithsonian Tropical Research Institute di Panama, conferma i due lavori precedenti, dimostrando come le foreste africane continuino ad assorbire carbonio. Lo studio inoltre conferma come le foreste preservino più carbonio di ogni altro impiego alternativo del suolo.

Questi studi ribaltano la concezione data per assodata, secondo cui le foreste mature siano stabili, ossia non assorbano ulteriore carbonio. E invece le foreste pluri-centenarie (da 15.000 a 8.00 anni), continuano a sequestrare carbonio. Le ipotesi per spiegare questa continua crescita sono tre: che le foreste studiate stiano recuperando disturbi subiti nel periodo precedente a causa del clima, che continuino a crescere stimolate dalla maggiore presenza di carbonio in atmosfera, o una combinazione di entrambi i fattori.

Secondo un recente articolo di Science, il risultato, proiettando i dati ottenuti sul campo sulle altre foreste tropicali, si aggira attorno a un sequestro di carbonio di quasi mezza gigatonnellata ogni anno (0.49 Mg C ha-1 year-1). Praticamente una risorsa insperata nella lotta al cambiamento climatico. A patto di proteggere le foreste pluviali di Amazzonia, Africa e Sud-est asiatico.
29.7.09

Ad Aung San Suu Kyi il premio "Ambasciatore della coscienza" di Amnesty International

Nel corso di una cerimonia svoltasi oggi a Dublino, alla presenza del gruppo rock irlandese U2, Amnesty International ha annunciato il conferimento del premio "Ambasciatore della coscienza" per l'anno 2009 ad Aung San Suu Kyi. Gli U2, vincitori del premio negli anni passati, sono da lungo tempo sostenitori della causa della leader birmana.

Amnesty International - "Questo mese ricorre il ventesimo anniversario dell'arresto di Aung San Suu Kyi. In questo lungo periodo, spesso denso di oscurità, Aung San Suu Kyi è rimasta un simbolo di speranza, coraggio e instancabile difesa dei diritti umani, non solo del popolo di Myanmar ma di chiunque nel mondo" - ha dichiarato Irene Khan, Segretaria generale di Amnesty International. Vaclav Havel, primo vincitore nel 2003 del premio "Ambasciatore della coscienza" ha trasmesso il seguente messaggio: "So, grazie alla mia stessa esperienza, che l'attenzione internazionale può, in una certa misura, proteggere da punizioni che altrimenti verrebbero inflitte. Per questo, poco dopo essere stato eletto presidente, candidai Aung San Suu Kyi al Nobel per la pace, che poi le venne conferito. Dio solo sa cosa le sarebbe accaduto se la sua vicenda non fosse stata tenuta alla ribalta come di nuovo accade oggi. Ringrazio Amnesty International per la sua scelta e ammiro la solidarietà che voi e gli U2 state mostrando nei confronti di questa donna coraggiosa, 'l'Ambasciatore della coscienza' di ognuno di noi".

Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia, il partito di opposizione di Myanmar, ha trascorso in stato di privazione della libertà 13 degli ultimi 20 anni, buona parte dei quali agli arresti domiciliari. L'ultima ordinanza di arresti domiciliari avrebbe dovuto scadere il 27 maggio di quest'anno, ma prima di quella data è stata arrestata e, il 18 maggio, sottoposta a processo, tuttora in corso, per aver violato le norme sugli arresti domiciliari. Oltre 2100 persone sono attualmente in carcere nel paese asiatico a causa delle loro idee. Amnesty International continua a chiedere che siano rilasciate.


Ulteriori informazioni

Il premio "Ambasciatore della coscienza", giunto al suo sesto anno, è un riconoscimento all'eccezionale leadership e all'impegno nella lotta per proteggere e promuovere i diritti umani. In passato, oltre agli U2, è stato conferito a Peter Gabriel, Nelson Mandela e Mary Robinson.

Ispirato da una poesia scritta per Amnesty International dal Nobel per la letteratura Seamus Heaney, il premio intende promuovere l'azione dell'organizzazione attraverso la vita, l'azione e l'esempio dei suoi "Ambasciatori", che hanno fatto molto per sensibilizzare il mondo attraverso la loro azione e l'esempio personale.
29.7.09

Interessi economici e idelogici dietro la pillola abortiva RU486

“Ci sono interessi economici ed ideologici dietro la pillola abortiva RU486”. Così in sintesi il presidente del Movimento per la Vita Carlo Casini che ha inviato una lettera all’Agenzia del Farmaco (Aifa), che domani potrebbe consentire l’ingresso del preparato negli ospedali italiani.

RadioVaticana - Casini ribadisce l’inaccettabilità della soppressione della vita umana e la mancanza di un’informazione completa sulla pericolosità della pillola per la donna. Massimiliano Menichetti lo ha intervistato.

R. – Le donne morte in conseguenza dell’uso della RU486 – nel mondo, intendo dire, non in Italia – sapevamo che fossero 16, ma recenti notizie dicono che sono 29. Allora noi abbiamo chiesto all’Aifa di chiarire come stanno esattamente le cose. E’ chiaro che tra 16 e 29, dal punto di vista qualitativo, non c’è differenza: i morti sono sempre morti. Ma insomma, questo fatto mi sembra estremamente importante. Quindi, noi chiediamo che prima di decidere l’Aifa faccia indagini. Naturalmente, riteniamo che se questo dato dovesse risultare vero, ci sono motivi sufficienti per sospendere quantomeno la commercializzazione.

D. – Lei ribadisce: per molto meno, si sono ritirati farmaci dal commercio. E’ in atto una battaglia contro la vita, che non tiene conto neanche della salute della donna …
R. – Io, in questa mia lettera, ho citato il caso di un medicamento per il morbillo che è stato ritirato in quanto, dopo un pò di tempo, sono stati riscontrati effetti secondari, o di un altro prodotto che serve, viceversa, contro la tosse: anche questo è stato ritirato perché addirittura aveva soltanto il rischio di effetti secondari ma non così gravi come la morte. Oltretutto, il Movimento per la Vita è informato - in particolare da alcune Regioni dove la pillola è stata usata in forma sperimentale, dal Piemonte alla Puglia, dalla Toscana all’Emilia Romagna - che questo aborto chimico è tutt’altro che tranquillo per la donna: è ovvio che noi siamo contro ogni forma di aborto, chirurgico o chimico che sia, però ci interessa anche la donna ... e allora abbiamo segnalato che in non pochi casi si è dovuto all’intervento di raschiamento dell’utero perché l’aborto era stato solo parziale; quindi, tutt’altro che psicologicamente tranquillo: in un certo senso, peggiore di quello chirurgico. Per questo, chiediamo un minimo di prudenza e di ulteriore approfondimento.

D. – Ecco: come rispondere a chi dice che in Francia questa pillola viene utilizzata dal ’98, negli Stati Uniti dal 2000 e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha definita “sicura” fin dal 2003?
R. – Ci dica allora perché 29 donne sono morte! Credo che dietro tutta questa campagna per la RU486 ci sia un aspetto commerciale e un aspetto ideologico che a sua volta ha due volti: il volto di chi vuole banalizzare al massimo grado l’aborto, sottraendolo ad ogni possibile controllo e filtro, cioè renderlo un fatto insignificante; ma è anche quello di non parlare del figlio, perché il figlio è cancellato più facilmente nella mente e nel cuore della donna e della società, vanificando persino la pur iniqua legge 194, se può essere distrutto soltanto bevendo un bicchier d’acqua per inghiottire una pillola.

D. – Quindi, ciò che non viene mai ribadito è la grande menzogna: ovvero quando si abortisce si uccide una vita umana?
R. – La vera questione è questa: l’uomo è sempre uomo dal concepimento alla morte naturale - quale che sia la sua grandezza, la sua intelligenza, la sua bellezza, la sua ricchezza e così via dicendo - oppure l’uomo è colui che ha determinate qualità? E’ chiaro che questo secondo criterio sarebbe fortemente discriminatorio, inaccettabile nella cultura moderna, nella storia dell’intera umanità. Dovremmo concentrare ogni nostro sforzo proprio nell’affermazione che l’uomo è uomo sempre, portatore di una dignità umana insopprimibile, sempre. I bambini non nati hanno lo stesso valore dei bambini già nati. E quando riusciremo a scrivere questa cosa nella legge di tutti gli Stati, nelle Costituzioni, in modo così chiaro come oggi si scrive che i neri sono uguali ai bianchi, gli schiavi non ci devono essere più, le donne sono uguali agli uomini … ecco: quando riusciremo a scrivere questo, un grande passo avanti di civiltà sarà compiuto. Ci vorrà tempo, ma l’obiettivo, il punto discriminante è questo.
29.7.09

Congo: Chiese cristiane denunciano le violenze contro le donne

Sono decine di migliaia le donne che hanno subito violenze in Congo. Su questo problema, l'arcivescovo di Kinshasa, monsignor Laurent Monsengwo Pasinya, ha esortato Governo e società a mobilitarsi.

Radio Vaticana - Il dramma delle donne violate è stato al centro degli interventi non solo di monsignor Monsengwo, ma anche del segretario generale del Consiglio Mondiale delle Chiese (Wcc), Samuel Kobia, in occasione di un incontro ecumenico svoltosi a Kinshasa. Sulla questione, l'arcivescovo della capitale congolese ha affermato che “la violenza contro il sesso femminile contraddice l'armonia originale voluta da Dio tra l'uomo e la donna”. “La donna è stata donata all'uomo come un aiuto che gli fosse simile e una compagna della sua stessa natura - ha aggiunto - creata a immagine e somiglianza di Dio, ossia dotata della ragione e del libero arbitrio”. Il presule ha sottolineato che “le violenze sono agli antipodi della cultura africana, in cui la donna è considerata come una madre e la cui missione è fortemente esaltata nella società, poiché la madre è fonte di vita. Le violenze perciò denotano una barbarie estranea alla visione cristiana e alla saggezza africana”. “E' fondamentale che le forze di Governo, la società civile, le organizzazioni di difesa dei diritti umani e le confessioni religiose si mobilitino”, ha concluso. Dal canto suo, Samuel Kobia ha esortato le comunità ecclesiali a mettere al centro dell'attenzione la questione nei suoi molteplici aspetti, sottolineando che “relegano ancora la violenza nella sfera privata e la considerano soltanto dal punto di vista fisico”. Il primo passo da compiere, ha osservato, è “quello di riconoscere che la violenza realmente esiste”. “Questo significa affrontare il problema pubblicamente, nelle nostre comunità, nella nostra assemblea parlamentare e nelle nostre accademie”, ha rilevato. Secondo dati dell'ospedale di Panzi, a Bukavu, Sud Kivu, solo nel 2008 sono state 3.500 le donne assistite per i traumi subiti. La Chiesa cattolica ha lanciato da tempo l'allarme per le violenze contro le donne congolesi. In un rapporto della Commissione Giustizia e Pace dell'Arcidiocesi di Bukavu ci si riferisce a “una barbarie inimmaginabile della quale bisogna parlare perché a volte si ha più paura del silenzio dei buoni che della barbarie dei cattivi. Le violenze contro le donne sono considerate come un modo d'infliggere la morte a un'intera comunità. È un modo di colpire al cuore stesso della comunità”. Secondo il rapporto, l'area più colpita dai crimini è quella di Walungu, nel distretto di Kaniola. (V.V.)

29.7.09

Minacce di morte ai cattolici di Dong Hoi mentre la polizia arresta un fedele

Il cattolico arrestato usava la sua casa per raduni religiosi. Il governo di Quang Binh vuole eliminare i cattolici dal suo territorio.

Hanoi (AsiaNews) – Un cattolico di Dong Hoi è stato arrestato ieri dalla polizia mentre gruppi di teppisti – alle dipendenze delle forze dell’ordine – gridavano minacce di morte contro i fedeli. La città di Dong Hoi si trova a circa 500 km a sud di Hanoi e secondo i fedeli il governo locale (che si trova a Quang Binh) ha dichiarato la zona “senza cattolici”, anche se ci vivono almeno tremila fedeli. P. Vo Thanh Tam, segretario del collegio presbiterale della diocesi di Vinh (a cui appartiene Dong Hoi) ha confermato che diversi cattolici sono stati arrestati nei giorni scorsi e che ieri “il sig. Nguyen Cong Ly è stato arrestato. La sua casa è spesso usata dai fedeli per servizi liturgici”. Nella zona infatti non vi sono chiese e l’unica è quella di Tam Toa, in rovine, che il governo vuole usare come “memoriale” della guerra contro gli Usa. Altre fonti dicono che la zona sta per essere usata per costruire un villaggio turistico (v. AsiaNews 21/07/09 - Percosse e arresti per sacerdoti e fedeli nella storica chiesa di Tam Toa).

Secondo testimoni, la polizia e gruppi di teppisti girano per le strade e picchiano coloro che hanno simboli religiosi cattolici.

Nelle scorse settimane un gruppo di fedeli ha cercato di riparare le rovine di Tam Toa, ma sono stati fermati dalla polizia, picchiati in modo selvaggio e arrestati. Per chiedere la loro liberazione nella diocesi di Vinh, a Saigon (Ho Chi Minh City), ad Hanoi e in altre città sono avvenute imponenti manifestazioni di cattolici.

Subito dopo l’incidente di Tam Toa, centinaia di famiglie di fedeli sono fuggiti da Dong Hoi, per trovare rifugio a Ha Tinh e Nghe An (anch’esse nella diocesi di Vinh).

Intanto gli oltre 600 media statali hanno cominciato una campagna di disinformazione contro i cattolici di Tam Toa, chiedendo la loro condanna e aizzando all’odio verso i cattolici.
29.7.09

Palestina, manifestazione a Ramallah per i minori in carcere

Oltre 500 palloncini rossi bianchi e neri, i colori della bandiera palestinese, hanno colorato il cielo di Ramallah per ricordare i minori palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Agenzia Misna - L’iniziativa, organizzata dalle famiglie dei detenuti palestinesi, è stata coordinata dal centro al Manara che ha provveduto a scrivere su ogni palloncino il nome di un giovane palestinese incarcerato. Alla manifestazione hanno partecipato centinaia di familiari, madri, sorelle e genitori dei minorenni. Secondo le stime della sezione palestinese di Defence for Children International (Dci), organizzazione per la difesa dei diritti dei minori, sono 355 i minori palestinesi, tra cui alcuni poco più che bambini, detenuti attualmente nelle carceri israeliane. Dall’inizio della “Seconda intifada”, nel Settembre del 2000, sono circa 7800 i minorenni arrestati dalle autorità israeliane e detenuti per vari periodi di tempo. Il numero ammonta a decine di migliaia se si considera l’intero periodo dall’occupazione del 1967 e costituisce il 3,6% del totale di detenuti politici palestinesi. “Il futuro di questi ragazzini è a rischio –scrive la Dci – ed è condizionato dalle torture e dai trattamenti degradanti subiti. (…) I piccoli sono soggetti ad abusi sistematici e a privazioni continue dei loro diritti di base, tra cui il diritto a ricevere cure mediche per le loro infermità”.

29.7.09

Marocco: la "nayda", giovani e cultura in un paese che cambia

Si chiama “nayda” la “movida” marocchina; un nome che in darija, il dialetto arabo parlato nel paese del Maghreb, significa “alzatevi”, “svegliatevi” oppure “c’è qualcosa che si sta muovendo?”

Agenzia Misna - Ad ascoltare le parole dei rapper marocchini - dai ‘Fnair’ agli Hoba Hoba Spirit o al pioniere del genere Don Bigg – che evocano a gran voce il loro rifiuto della politica, della corruzione, delle contraddizioni della società e invitano a prendere in mano il proprio destino, sembra che qualcosa si stia ‘muovendo’ in Marocco, dove la scorsa settimana si sono svolti i festeggiamenti per i 10 anni dell’ascesa al trono di re Mohammed VI. Gli osservatori sottolineano come in questi anni la “nayda” si sia manifestata con uno slancio libertario delle produzioni culturali, dalla musica al cinema, dalla grafica alla moda, a testimonianza di una libertà di linguaggio prima sconosciuta. La lingua utilizzata dagli artisti si propone come una miscela di dialetto locale, di francese e di inglese, uniti a ritmi musicali del patrimonio nazionale (berbero) e internazionale.
Secondo i ricercatori dell’Istituto nazionale delle lingue e civiltà orientali (Inalco), la “nayda” ha molte implicazioni: l’accettazione del pluralismo, l’indipendenza intellettuale, il passaggio dallo status di soggetto a quello di cittadino, la riconciliazione con il passato. Gli studiosi spiegano che “il movimento è nato dopo le elezioni legislative del 2002 e gli attentati terroristici di Casablanca (Maggio 2003), in un periodo chiave nella storia recente del paese, durante il quale sono emersi lo stupore e l’esasperazione di tanti giovani decisi a cambiare il loro paese dall’interno”. Sono poi seguite la liberalizzazione della stampa e delle frequenze radio, con le emittenti che dal 2006 hanno cominciato a trasmettere nuove creazioni musicali della “nayda”. Se molti artisti marocchini salutano questa rinascita culturale, altri sottolineano che si tratta di un movimento esclusivamente urbano e temono che sia strumentalizzato sia dalla politica che dal mercato, in termini di propaganda e di immagine. Se le recenti dinamiche culturali, sociali e politiche hanno portato l’Unione Europea (UE) a riconoscere al Marocco uno statuto speciale di “paese avanzato”, il primo attribuito ad un paese della regione, un rapporto di ‘Reporter senza frontiere’ (Rsf) traccia un bilancio controverso dei 10 anni di regno di Mohammed VI dal punto di vista della libertà di stampa, con molti giornalisti incarcerati e costretti a pagare multe salate; dopo alcuni passi in avanti nei primi anni, che hanno portato a un ‘boom’ di testate ed emittenti, dal 2002 si segnala un irrigidimento nei confronti del mondo della stampa, con leggi severe o addirittura restrittive. Se solo l’un per cento della popolazione compra un giornale, la radio e la televisione sono più accessibili, benché sia ancora il governo ad autorizzare le licenze. L’ultimo protagonista è internet: sono circa sei milioni i marocchini (su una popolazione stimata in 31 milioni) che si collegano al web. L’utente di un noto sito di “social network” straniero è stato condannato a tre anni di carcere – una “prima” mondiale - per aver finto di essere il Principe Moulay Rachid; in seguito a una mobilitazione planetaria del ‘popolo di internet’, è stato liberato dopo 42 giorni e graziato dal re.

29.7.09

E’ grave Huang Qi, in carcere perché ha cercato la verità sulle scuole crollate nel Sichuan

Il suo avvocato denuncia che gli crescono fibromi nell’addome e non riceve cure mediche. Huang ha raccolto notizie e parlato con giornalisti esteri sulle scuole crollate nel terremoto del Sichuan nel maggio 2008, che hanno ucciso migliaia di studenti.

Pechino (AsiaNews/Chrd) – Huang Qi, attivista per i diritti umani detenuto senza processo dal 10 giugno 2008, è malato, ma gli sono negate le necessarie cure mediche. Lo denuncia il Chinese Human Rights Defenders, che precisa che da maggio è stata chiesta la sua libertà su cauzione per motivi medici, senza ricevere risposta. Il suo avvocato Mo Shaping, che l’ha visitato lo scorso maggio, riferisce che da marzo l’attivista lamenta che 4 fibromi gli stanno crescendo nell’addome e nella parte sinistra del torace e che soffre di frequenti emicranie e insonnia, ma non ha ricevuto visite e cure mediche specifiche. Da due mesi nessuno ha potuto vederlo e si ignora se la sua salute sia ancora peggiorata. Da quando è detenuto, Huang non ha potuto vedere nemmeno i familiari.

Huang è accusato di “possesso illegale di segreti di Stato” e rischia una condanna fino a 3 anni di carcere senza effettiva possibilità di difesa, in quanto il concetto di cosa sia “segreto” è molto flessibile e, una volta affermato dalle autorità, non si presta a verifiche di giudici e avvocati.

Il Chrd riporta che, in realtà, l’attivista aveva offerto aiuto legale ai genitori delle migliaia di scolari morti nel terremoto nel Sichuan del maggio 2008 sotto le scuole crollate. I parenti denunciano che le scuole erano mal costruite e sono venute giù come "budini di tofu", mentre gli edifici circostanti sono rimasti in piedi. Ma le autorità, dopo avere promesso sollecite indagini, hanno risposto che le scuole sono crollate solo per la violenza del sisma e rifiutano qualsiasi ulteriore discorso o accertamento tecnico.

Huang ha ospitato sul suo sito web 64tianwang.com le richieste di indagini e di risarcimento di 5 genitori di bambini morti sotto la scuola media di Dongqi ad Hanwang, ha riportato notizie e ha parlato con giornalisti esteri.

L’attivista, fondatore del Centro Tianwang per i Diritti Umani e di un sito web che li difende, è già stato in carcere dal 2003 al 2005 per “istigazione alla sovversione contro il potere dello Stato”.
29.7.09

La paura di vivere

Intervista alla dott.ssa Ciccarello, direttrice sanitaria dell'associazione Sokos, che garantisce assistenza medica ai migranti anche in tempi di pacchetto sicurezza.

PeaceReporter - Natalia Ciccarello è direttrice sanitaria di Sokos, associazione che garantisce assistenza gratuita agli immigrati senza permesso di soggiorno, alle persone senza fissa dimora e a chiunque viva in una condizione di esclusione sociale nel territorio di Bologna. L'abbiamo intervistata per conoscere meglio questa realtà e per discutere della legge sulla sicurezza da poco approvata.

Come nasce l'esperienza di Sokos e dove opera?
Sokos, lo scorso anno, ha festeggiato i suoi quindici anni di attività. Nasce per iniziativa di alcuni medici che avevano accumulato esperienza in Africa e in altri paesi del cosiddetto Terzo mondo e con altre associazioni. Considerando ciò che stava accadendo all'epoca nei Balcani ed in Jugoslavia abbiamo sentito l'esigenza di creare qualcosa. E' da qui che parte l'esperienza di Sokos. Quest'associazione opera solo nella realtà di Bologna, non all'estero, ha iniziato lavorando sulla realtà territoriale, aiutando persone disagiate ed è cresciuta sino ad avere una convenzione con l'Unità Sanitaria Locale (Usl) che paga le spese di gestione e il locale.

Come si entra a far parte di quest'associazione?
Sokos è un'associazione che si basa su un'attività di puro volontariato. Non c'è alcun tipo di lucro per chi ci lavora. La quota associativa è di 35 euro e, prima di diventare soci, c'è un periodo di affiancamento di tre mesi. Non occorre necessariamente essere medici, chiunque può contribuire. I soci effettivi sono assicurati e per statuto è richiesta almeno una presenza per mese.

Quante persone si rivolgono a Sokos? E' possibile quantificare la vostra utenza?
Noi offriamo il nostro sostegno agli immigrati senza fissa dimora e senza permesso di soggiorno. Abbiamo più di sedicimila cartelle cliniche e si calcolano seimila visite in un anno. La maggior parte delle persone che si rivolgono a noi, ultimamente, provengono dall'est Europa, soprattutto donne, e ci sono anche numerosi pakistani. A seconda del momento ci sono immigrati diversi, si varia molto. Abbiamo collaborato anche con l'associazione Fiori di strada (un'associazione di volontari che assiste giovani prostitute e in certi casi riesce a convincerle a farsi liberare dalla schiavitù degli sfruttatori, ndr) per assicurare la copertura sanitaria alle ragazze che lavorano in strada. Quelli che stanno peggio, ora, sono i rumeni. Loro essendo cittadini neo comunitari non godono né della nostra assistenza né di quella Usl. Abbiamo provato a creare un'unità apposita, ma i tempi di risposta dell'Usl sono lunghi.

Come è organizzato il personale?
Fanno parte del personale 52 persone tra medici e addetti alla segreteria. Tre giorni a settimana, il lunedì, mercoledì e venerdì pomeriggio, viene garantita la medicina di base mentre gli altri giorni si offrono visite specialistiche. I tempi di attesa sono brevi e le persone che si rivolgono a noi non devono pagare il ticket. La cosa affascinante è che ci sono medici giovani che ancora credono di poter cambiare le cose. E' un bel messaggio di speranza. Inoltre Sokos mette a disposizione degli immigrati tre psicologi, per prevenire eventuali situazioni di disagio psichico che potrebbero anche degenerare in forme depressive.

Come vi siete mossi per contrastare la recente legge sulla sicurezza che introduce il reato di clandestinità?
Naturalmente abbiamo lottato e protestato già quando questo governo voleva introdurre l'obbligo di denuncia da parte dei medici. Era una cosa che a livello deontologico non poteva passare e l'ordine dei medici è stato dalla nostra parte. E' il reato di clandestinità a essere la questione più preoccupante. Anche se non c'è l'obbligo di denuncia, se mandassi un immigrato all'anagrafe a richiedere la tessera Spt (straniero temporaneamente presente), l'impiegato in quanto pubblico ufficiale potrebbe denunciarlo. La legge non tiene, perché regolarizzare le badanti e non i muratori? Perché le badanti fanno comodo alla nostra società e svolgono un ruolo di assistenza che gli italiani, a quel prezzo, non svolgerebbero mai. E' un'ipocrisia assurda.

Quale impatto può avere questa legge sulla vostra attività ambulatoriale?
Una diminuzione di afflusso c'è stata. Queste persone adesso hanno una grandissima paura. Ciò provoca enormi problemi: gli immigrati non vanno a farsi curare, diffidano. Oltretutto bisogna sfatare lo stereotipo per cui essi sono portatori di malattie. Non è assolutamente vero, ad arrivare sono i più giovani mandati dalla famiglia in modo da poter aiutare a distanza chi rimane. Da dieci anno lavoro per Sokos, ho conosciuto persone splendide. Dobbiamo tutti ricordarci delle ragioni che spingono gli immigrati ad abbandonare il loro paese. Vogliono garantire un tetto ai genitori, un futuro alla loro famiglia, ai loro figli. Se non si conoscono le motivazioni non si può giudicare. Ho conosciuto una ragazza con due lauree che fa la badante. Questo perché il suo paese non le offre nulla, è per questo che è qui. Questa legge è una legge razzista, crudele. Non pensavo che il presidente Napolitano l'avrebbe firmata. Crea esclusione, paura, emarginazione, depressione. Sono la prima a dire che chi delinque non merita di restare, ma ciò non dipende dall'essere immigrato. Oggi sono delusa e arrabbiata.

Come ha iniziato quest'esperienza e come si sente adesso che questa legge rischia di avere effetti negativi sulla vostra attività?
Dopo la pensione volevo andare in Africa e rendermi utile. In seguito a un colloquio con il presidente di Sokos, il dottor Zendron, ho capito che l'Africa è anche qui e ho cominciato a lavorare con Sokos. Io conosco queste persone, questa realtà e adesso mi sento più forte di prima, più forte di andare contro le istituzioni, ora che ho toccato con mano la loro bassezza. Difendo ancora di più queste persone. Adesso addirittura incitano le persone a non affittare agli stranieri. Sono amareggiata, forse perché vengo da un'esperienza giovanile in cui c'erano ideali molto forti. Se Sokos sparisse non dovrebbe accadere perché non ci sono più immigrati ma perché le istituzioni finalmente si sono fatte carico di questi compiti. La salute è un diritto di tutti, universale. Io non sono una politica, parlo con il cuore, vivo questa realtà e mi vergogno della situazione in cui l'Italia si trova. Non si può dire che è stata fatta una legge per contrastare la violenza. Ci sono persone con patologie estremamente serie, cosa accade se non si curano più?
E' difficile staccare l'esperienza in ambulatorio dal privato. E' tutto un continuo. Ci si rende conto che i problemi sono altri, ho un senso di impotenza e mi vergogno di appartenere a un'Italia che non sa più cos'è l'accoglienza. Ieri tre immigrati a causa dei loro problemi mi hann pianto addosso e quando si vivono scene del genere tutto viene rimesso in discussione, l'ordine delle priorità cambia. Per questo motivo non darò mai scusanti a chi giudica gli stranieri senza conoscerne il vissuto.


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