31.8.09

Pace: in migliaia da Assisi a Gubbio sul sentiero francescano

Il Sentiero francescano della pace Assisi-Gubbio da domani sara' popolato da decine di pellegrini, grazie a "Da Assisi a Gubbio sul Cammino di Francesco: riconciliato con Dio, con gli uomini, con il creato".

Agenzia Asca - L'evento è organizzato e promosso con la collaborazione delle diocesi e delle istituzioni pubbliche di Gubbio e Assisi, del Comune di Valfabbrica, delle famiglie francescane, dell'associazione Terra Mater e di molte altre realta' del territorio eugubino e assisano. Con partenza prevista per le 9, domattina dalla Piazza del Vescovato di Assisi iniziera' il viaggio di tre giorni di cammino; e' previsto il passaggio presso la Pieve di San Nicolo' e nel tardo pomeriggio, l'arrivo a Valfabbrica dove ci sara' un momento di riflessione sulla spiritualita' di San Francesco. Dopo il pernottamento, Mercoledi' 2 settembre, l'itinerario prevede il passaggio a Caprignone, all'eremo di San Pietro in Vigneto e l'arrivo in serata presso l'abbazia di Vallingegno.
L'ultimo giorno, infine, partenza da Vallingegno e arrivo per il pranzo alla Chiesa della Vittorina di Gubbio, luogo dell'incontro tra il Poverello e il Lupo. Nel pomeriggio di giovedi' 3, alle 17, la Chiesa di San Francesco a Gubbio ospitera' una liturgia di accoglienza, con la presentazione di un messaggio rivolto a tutti gli uomini di buona volonta', frutto delle riflessioni maturate nel corso del cammino. In serata, infine, a partire dalle ore 20, presso gli Arconi di via Baldassini, l'iniziativa si conclude con il saluto delle autorita' e la cena di saluto per partecipanti e accompagnatori.

Il 27 e 28 agosto, il Sentiero francescano della pace da Assisi a Gubbio e' stato percorso da due ''pellegrini'' particolari; si tratta dell'israeliano Jaacov Guterman e del palestinese Wajeeh Tmaiza, membri di Parents' Circle, l'associazione che riunisce un gruppo di genitori - oltre 50 coppie di coniugi - che si impegna per portare la pace tra israeliani e palestinesi. Padri e madri - a cui si aggiungono un migliaio di altri associati e' detto in una nota - che hanno perso i loro figli o altri familiari nella guerra fra i due popoli e che ora sostengono la pace e la riconciliazione.

Hanno deciso di trasformare il loro lutto in promozione della pace, auspicando un accordo tra i due governi e che si possano sanare le ferite delle due popolazioni. Per questo il loro cammino di riconciliazione ha assunto un significato profondo, inserito nel contesto del Sentiero francescano della pace Assisi-Gubbio. Guterman e Tmaiza, hanno ricevuto il Premio internazionale ''Lupo di Gubbio'' per la riconciliazione, organizzato nell'ambito dell'evento di spettacolo Life in Gubbio.

31.8.09

Si è spento padre Augusto Colombo, apostolo dei "fuori casta"

E’ morto questa notte in India padre Augusto Colombo, uno dei personaggi più rappresentativi della Chiesa indiana nella difesa e promozione dei “fuori casta” (paria o dalit).

Radio Vaticana - Nato a Cantù (Como) nel 1927, come sacerdote del Pime è partito per l’India nel 1952, destinato allo stato di Andhra Pradesh dove l’Istituto lavora dal 1855. Erano gli anni in cui i paria prendevano coscienza della loro emarginazione e si volgevano al buddhismo e al cristianesimo. Augusto è stato uno dei fondatori della diocesi di Khammam (1988) con tre parrocchie. In quasi sessant’anni di missione in India, oltre al lavoro pastorale ha realizzato una quantità di iniziative per la promozione dei paria: case per i poveri, cooperative di produzione artigianale e di vendita, la “Lodi Farm” premiata in India per la produzione del “riso del miracolo”, impegno anche giuridico per difendere le terre dei paria, banche rurali per la lotta contro gli usurai , assistenza sanitaria e ai lebbrosi, educazione scolastica, lavoro artigianale per le donne (ricami e merletti di Cantù), scavo di pozzi, alfabetizzazione degli adulti, ecc.Padre Colombo si è dedicato soprattutto ai dalit, elevati mediante le scuole che fondava, dalle elementari alle superiori. Poco distante da Hyderabad, capitale dell’Andhra, in una terra arida e sassosa, padre Augusto ha costruito il College di ingegneria (“Institute of Technology and Science”), che oggi ha 1.500 studenti e laurea ogni anno 140-150 ingegneri, in cinque specialità diverse. Metà dei posti sono riservati ai paria e ai cattolici, che difficilmente entrano in altri istituti di studi superiori. Vista la buona riuscita della sua prima università, 12 anni fa padre Colombo ha acquistato a Warangal un modernissimo ospedale appena costruito con 600 letti, che dovrebbero diventare mille. Accanto all’ospedale c’è un inizio di costruzione dell’università di medicina, la seconda cattolica in India (la prima è a Bangalore). Padre Colombo ha chiamato tre ordini di suore pratiche di sanità e di ospedali,per la gestione di reparti diversi (fra cui anche le Missionarie dell’Immacolata). L’ospedale già funziona, ma il riconoscimento statale come università è ancora incerto, per le forti opposizioni che incontra una iniziativa cristiana in questo campo. In precedenza, il religioso ha fondato un lebbrosario e tre ospedali in particolare per la cura delle malattie oculistiche e dell'Aids. (R.P.)

31.8.09

Libero Grassi: la lotta al racket diventa maggiorenne

Diciott’anni dopo, tra luci e ombre i segnali di una riscossa possibile

di Lorenzo Frigerio

Liberainformazione - Il 29 agosto del 1991, alle 7.30 circa di una mattinata calda e torrida di quelle che solo l’estate palermitana è capace di offrire spesso e volentieri, l’imprenditore Libero Grassi viene ucciso a colpi di pistola, lungo un marciapiede di via Alfieri, nei pressi di casa sua. È solo quando i killer lo raggiungono, appena pochi minuti prima che si appresti ad aprire la sua fabbrica di pigiami e biancheria, come ogni mattina. A sessantasette anni di età, la morte di quest’uomo coraggioso è una morte annunciata – anche questo come da macabro copione accade spesso e volentieri in Sicilia – dopo che la ribellione all’imposizione del pizzo mafioso, amplificata dai mass media nazionali, ne ha fatto un personaggio pubblico. La condanna a morte è un atto dovuto agli occhi dei mafiosi: già di per sé non sarebbe tollerabile il rifiuto al pagamento della protezione accordata dalle cosche, ma assolutamente insopportabile diventa il tentativo disperato ed isolato messo di trovare alleanze all’interno di quel mondo del commercio e dell’imprenditoria nell’azione di contrasto al racket. Un mondo del commercio e dell’imprenditoria che spesso e volentieri preferisce trovare un accordo con gli estorsori, come apprende sulla propria pelle in quei mesi la vittima annunciata.

La storia di Libero Grassi è per forza di cose riassumibile in quell’aggettivo divenuto nome di battesimo in ricordo dell’uccisione di Giacomo Matteotti, spazzato via dalla violenza di un regime fascista all’apice della sua potenza. Come Matteotti, Grassi reagisce alla violenza criminale con la parola che si fa gesto di ribellione, mettendo in atto una rivolta etica e morale, personale prima che pubblica, nei confronti di chi vuole trasformare i diritti in favore. Da sempre la mafia pratica un’estorsione diffusa e soffocante, proprio come mezzo principale per affermare la propria signoria su un determinato territorio, una sorta di presupposto fondamentale per poter svolgere in tranquillità i propri illeciti affari.

Un ricco bagaglio culturale, costruito con anni di studio e di lavoro che lo hanno portato fuori dalla sua amata Sicilia, nato a Catania ma cresciuto a Palermo, Libero Grassi quando fa ritorno in Sicilia scopre subito di essere un pesce fuor d’acqua, visto il contesto omertoso e complice che scopre con fastidio allignare soprattutto in quella borghesia che riteneva immune dal cancro mafioso. Gli anni della maturità li divide tra l’impegno imprenditoriale, avviato in compagnia della moglie Pina Maisano, e la politica attiva, altra passione che condivide con la donna che ha sposato. Un impegno agito prima nelle file del Partito Repubblicano e poi in quelle del Partito Radicale.

La sua Sigma, fabbrica messa in piedi con sudore e volontà, attirano ben presto le attenzioni della mafia, in ragione anche del fatturato che raggiunge i sette miliardi di lire. Siamo agli inizi degli anni Novanta, quando iniziano a manifestarsi le prime richieste estorsive. Fino a quel momento i mafiosi non si erano fatti avanti, forse per la vicinanza della fabbrica di famiglia alla vecchia vetreria di Don Masino Buscetta, in via Dante. Una sorta di protezione indiretta e non richiesta ovviamente; il famoso “boss dei due mondi” evidentemente incute soggezione solo a sentirne il nome e solo per questo vicinato fortuito la vedova Grassi si spiega l’assenza di pressioni criminali. Quando la sede della fabbrica viene trasferita in via Thaon di Revel, infatti, arrivano puntuali gli approcci estortivi e le minacce si fanno più incalzanti. Vengono prima rubate le buste paghe, poi le telefonate minatorie si fanno insistenti, sempre più insistenti. Di fronte a questa escalation, Grassi reagisce sempre e soltanto in unico modo, denunciando i fatti alla polizia, alla quale consegna anche simbolicamente le chiavi della fabbrica, per indicare platealmente la scelta di volere la tutela dello Stato e non dell’antistato mafioso, che si fa vivo, telefonicamente e sotto le sembianze di un fantomatico “geometra Anzalone”, per reclamare un contributo e minacciare rappresaglie fisiche contro la famiglia e l’attività economica di Grassi.

Matura in quei mesi la scelta di pubblicare sul “Giornale di Sicilia” una lettera con la quale manifesta a chiare lettere la sua volontà di andare fino in fondo contro il racket: “Volevo avvertire il nostro ignoto estorsore di risparmiare telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere”. Poche parole per esprimere una profonda etica del lavoro, finanche di stampo protestante visto il contesto di accomodamenti e collusioni che costituiscono la normalità dei rapporti tra impresa e mafia in terra di Sicilia.

È il 10 gennaio del 1991 quando la lettera pubblicata suscita discussioni e polemiche a non finire. Inizia così il tragico conto alla rovescia che vede impegnato Libero Grassi in una disperata corsa contro il tempo per aggregare consensi e trovare risposte alla sua scelta solitaria di contrastare il racket mafioso che opprime Palermo. Le reazioni però sono di segno opposto e non lasciano spazio ad alcuna solidarietà, anzi. I vertici dell’imprenditoria cittadina e regionale fanno a gara per sminuire la portata della coraggiosa denuncia pubblica. Accuse di protagonismo nel migliore dei casi – “una tammuriata” il commento più cinico – ma si arriva anche alla calunnia personale.

Opinione pubblica e politica stanno a guardare e ad accrescere lo stato di isolamento arriva proprio in quei mesi una clamorosa sentenza dal Tribunale di Catania che certifica paradossalmente la pacifica convivenza tra imprenditoria e mafia. Alcuni “cavalieri del lavoro”catanesi vengono assolti dall’accusa di concorso in associazione mafiosa, in quanto il pagamento accordato al clan Santapaola in cambio di protezione sarebbe stato originato da un non ben definito “stato di necessità”: Grassi si sfoga durante un’assemblea studentesca, definendo scandalosa la sentenza, forse perché inizia veramente a comprendere che attorno a sé si sta creando il vuoto.

Concetti sui quali torna ampiamente e lucidamente nel corso dell’aprile 1991 negli studi di“Samarcanda” in onda su Rai Tre. Ai microfoni della trasmissione diretta da Michele Santoro, Grassi confessa tutta la sua amarezza, dichiarando tra l’altro: “Non sono un pazzo, sono un imprenditore e non mi piace pagare. Rinuncerei alla mia dignità. Non divido le mie scelte con i mafiosi”. Nel frattempo la polizia arresta alcuni uomini del clan Madonia, al quale si fanno risalire le richieste di estorsione. Dalle pagine de “L’Ora”, l’imprenditore sminuisce la sua scelta in termini di coraggio, riconducendola sul piano della convenienza in favore dei propri interessi economici. Nonostante tutto, la vicenda di Libero Grassi, suo malgrado, diventa l’emblema della ribellione al potere mafioso. La scelta di portare lo scontro in pubblico non piace alle cosche che ovviamente reagiscono come quando sono in difficoltà e l’omicidio resta l’unica misura rimasta a disposizione.

Dopo il barbaro asssassinio, il funerale in forma laica e la volontà espressa di non vedere affisse lapidi nel luogo dell’agguato sono scelte che la famiglia prende coraggiosamente per dare continuità alla coerenza manifestata in vita da Libero.

Quello che è avvenuto dopo quel 29 agosto 1991 è storia di questi anni recenti: la presa di coscienza della necessità di una battaglia antiracket per sviluppare il paese e liberarlo dal giogo mafioso; l’approvazione di una nuova normativa a sostegno dell’imprenditoria e la condanna di killer e mandanti dell’omicidio Grassi, ma anche e soprattutto una battaglia antiracket, che si radica in Sicilia a partire dall’esperienza pilota di Capo D’Orlando e che spinge un commerciante, Tano Grasso, prima in politica e poi come Commissario antiracket a raccogliere con passione e competenza il testimone del suo quasi omonimo, Libero Grassi. Nasce successivamente anche il FAI (Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura Italiane) che raccoglie tutte le associazioni antiracket che nel frattempo nascono in ogni parte d’Italia. Tutti passi importanti che non devono però far dimenticare anche le tante ombre che accompagnano la battaglia contro il racket di questi anni, perché non tutti sembrano aver introiettato la lezione di chi ha pagato con la vita il suo coraggioso no al pizzo. Una politica disattenta inoltre non sempre sembra in grado di accompagnare i gesti coraggiosi di imprenditori e commercianti.

E arriviamo ai segnali che segnano l’avvicinamento del movimento antiracket alla maggiore età: sono infatti trascorsi ben diciotto anni dall’uccisione di Libero Grassi. Per una persona il raggiungimento dei diciotto anni d’età rappresentano non solo un traguardo ma anche un inizio. Il diciottesimo anno è sempre tempo di bilanci, con un occhio benevolo rivolto al futuro.

Oggi è lecito guardare con maggiore speranza al futuro, anche perché dal sacrificio di quell’uomo sono maturate scelte importanti che hanno nomi e volti. Sono i nomi e i volti dei giovani di “Addio Pizzo” e dell’associazione di imprenditori e commercianti palermitani “Libero Futuro”, ma anche dei vertici della Confindustria siciliana che sembrano, con un impegno quotidiano e senza sconti per nessuno, in grado di aprire una nuova stagione nel contrasto al racket mafioso.

“Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all'estremo sacrificio”: così tra l’altro si legge nella motivazione che ha accompagnato la concessione della medaglia d’oro al valore civile in memoria di Libero Grassi. Riletto a diciotto anni di distanza, può sembrare un riconoscimento postumo forse tardivo, ma pur sempre importante. Dopo diciotto anni di battaglie e speranze, forse è davvero lecito sperare in un futuro migliore.

31.8.09

«I talebani mi hanno mutilato»

Il racconto di Lal Mohamed a cui hanno tagliato naso e orecchie mentre si recava ai seggi elettorali. «In ospedale non mi hanno curato e le autorità non si sono occupate del mio caso».

Ci vuole coraggio. Per uscire di casa e andare a votare. Per raccontare e denunciare quello che è successo. Semplicemente per riuscire a sopravvivere in Afghanistan. Tra bombe e minacce. Tra soldati e talebani. Lal Mohamed è un uomo coraggioso. Uno dei tanti eroi che vivono nel paese. Il 20 agosto ha sfidato i talebani. Ha lasciato il suo villaggio, nella provincia di Uruzgan, per andare in uno dei seggi elettorali. Non c'era minaccia a convincerlo di non uscire di casa. I Mujaheddin l'hanno fermato e, dopo averlo picchiato a sangue, gli hanno tagliato naso e orecchie. Lo hanno lasciato così, sul ciglio della strada, come esempio per tutti gli afgani che volevano esercitare il loro diritto di voto. E che sperano nella democrazia e nel futuro.

LA DENUNCIA- C'è chi dice che nel paese ci sono sicuramente altri casi simili. Ma per adesso Mohamed è tra i pochi che ha deciso di raccontare e ha scelto il quotidiano inglese Independent. È a casa di un amico. Mutilato e umiliato, l'uomo di 40 anni, ha spiegato, tra le lacrime, che la mattina delle elezioni doveva camminare almeno un'ora e mezza per arrivare al suo seggio. Dopo solo mezz'ora è stato fermato da tre uomini armati che hanno trovato il certificato elettorale. «Hanno cominciato a picchiarmi così forte che sono caduto a terra. Poi un uomo si è seduto a cavalcioni su di me e ha tirato fuori un coltello». Mohamed, poi non si ricorda nulla, tranne che è rimasto sulla strada per molto tempo. Fino a quando «un uomo mi ha portato a Kabul su un asino. Pensavo di morire». All'ospedale, «nessuno mi ha assistito, mi hanno rimandato a casa dicendo che erano pieni e di tornare dopo un paio di giorni». Solo che «ero una maschera di sangue». Ha dovuto farsi «prestare dei soldi per comprare le medicine. Adesso mi hanno promesso un intervento, però c'è il problema del debito». Intanto neanche la polizia «è intervenuta»

LE ELEZIONI- «Ecco cosa succede quando ci si mette contro i talebani. Gli stranieri dicono: "Esci a votare". Poi però non ti aiutano», a parlare questa volta è l'amico di Mohamed. Si è preso cura di lui, lo protegge e lo sta curando. I talebani erano stati chiari: «Non andate a votare e ve ne pentirete». Nel sud l'affluenza è stata bassissima, «troppa paura delle conseguenze». Ma c'è chi come Mohamed non pensava di «fare qualcosa di sbagliato». Per questo si è fatto coraggio. Ed è partito per votare.
31.8.09

Mogavero: «Boffo potrebbe dimettersi»

Il vescovo di Mazara: «Se lo fa non è per ammissione di colpa». Il GIP di Terni: «Nel fascicolo non c'è alcuna nota sulle sue inclinazioni sessuali». Feltri: decisione che riguarda la Chiesa.

A parlare di possibili dimissioni di Dino Boffo in ambito ecclesiale è monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici. «Non certo per ammissione di colpa, ma per il bene della Chiesa e del giornale» spiega, ma poi in serata chiarisce che «la scelta spetta a lui e a chi lo ha designato», ribadendo «stima e apprezzamento» per il direttore di Avvenire dopo l'attacco del Giornale di Vittorio Feltri. Poco dopo è il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, a esprimere con una telefonata «incoraggiamento e sostegno» a Boffo. Dalla Santa Sede sarebbero arrivate diverse attestazioni di solidarietà al giornalista, dopo che il presidente della Cei Angelo Bagnasco ha espresso personalmente una posizione di chiara condanna contro l'iniziativa di Feltri. Ma la polemica politica si infervora, con il Pd pronto a scendere in piazza per la libertà di informazione e a chiedere in Parlamento chiarezza sulla nota anonima pubblicata dal Giornale. Antonio Di Pietro ha presentato un esposto all'autorità giudiziaria per sapere «chi sono il mandante e l'esecutore dell'attività di dossieraggio».

«NON NUOCERE AL GIORNALE» - Monsignor Mogavero era stato chiaro: «Se Boffo ritiene che tutta la vicenda, pur essendo priva di fondamento, possa nuocere alla causa del giornale o agli uomini di Chiesa, potrebbe anche decidere di dimettersi. In effetti in Italia chi si dimette è sempre ritenuto colpevole, ma non sempre è così. Se Boffo accettasse anche di passare per un disgraziato pur di non nuocere alla causa del giornale, farebbe la cosa giusta. Poi nelle sedi opportune si accerteranno debitamente i fatti». La precisazione arriva qualche ora dopo dalla diocesi di Mazara: «Non ho mai chiesto le sue dimissioni, è una scelta che spetta a lui e a chi lo ha designato».

FELTRI: DECIDE LA CHIESA - Anche il direttore del Giornale ha preso poi le distanze dall'ipotesi di dimissioni del collega: «Non entro nel merito di decisioni che riguardano la Chiesa e i suoi giornalisti - ha detto Feltri -. Queste cose devono avvenire nell'ambito della Cei, sono cose che devono decidere loro, io non sono neanche credente. Ho pubblicato la notizia nel momento in cui ho avuto in mano la documentazione pur sapendola già da prima: senza documentazione non avrei potuto azzardarmi a scriverla. Se avessi avuto la documentazione prima, l'avrei pubblicata su Libero».

SECONDO EDITORIALE - Comunque il direttore di Avvenire non sembra intenzionato ad accogliere l'invito a farsi da parte. Martedì mattina Dino Boffo pubblicherà un secondo intervento (dopo quello di domenica), per spiegare cosa c’è dietro la lettera anonima spedita almeno tre mesi fa e inviata a circa 300 persone, tra vescovi, una vasta rappresentanza della Curia e alcuni direttori di giornali. Il quotidiano della Cei dedicherà ben tre pagine alla vicenda, nella rubrica «Il direttore risponde», in cui compariranno anche lettere di solidarietà arrivate in redazione. «Boffo è molto provato e umanamente a pezzi, come anche tutta la sua famiglia - dice una fonte a lui vicina -, ma non ha intenzione di arrendersi». Tuttavia la voce di possibili dimissioni nell’arco di qualche mese è circolata in modo insistente, tanto più che una frangia dell’episcopato italiano - quella legata all’ala progressista - non è in totale accordo con le posizioni di Boffo.

«AVVERTIMENTO MAFIOSO» - A proposito della lettera anonima inviata a tutti i vescovi, monsignor Mogavero conferma: «L’ho ricevuta anche io, poco prima di Pasqua. È un momento di grande imbarbarimento, questa storia si contorna sempre più di tinte sgradevoli. Ho subito pensato che fosse un’operazione pilotata da qualcuno, diretta a noi vescovi, un’operazione squallida, quasi un avvertimento mafioso (forse nei confronti dei cardinali Ruini e Tettamanzi, citati nel testo, ndr). A me è arrivata una fotocopia, ma c’era tanto di carta intestata, e il pezzo riconduceva al casellario giudiziario. Le ipotesi dunque sono due: o qualcuno ha messo mano a documenti riservati - e questo è estremamente grave - o qualcuno ha diffuso la notizia falsa per far scoppiare una bomba ad orologeria. È un’operazione squallida, che non ha nessuna credibilità. Lo scopo? Forse delegittimare i vescovi, o Avvenire, o Boffo? Oppure spaccare ulteriormente il mondo cattolico? Ma né l’uno né l’altro scopo è stato raggiunto e le posizioni espresse in passato da Avvenire sulle principali vicende politiche italiane rimangono valide».

LA NOTA ANONIMA - Dunque resta un mistero l'origine del mini dossier anonimo reso pubblico da Feltri, che accusa Boffo di molestie ai danni della moglie dell'uomo con cui avrebbe avuto una relazione omosessuale e che da mesi giace sulle scrivanie di mezzo episcopato italiano. Secondo una ricostruzione dell'agenzia Apcom potrebbe essere partita da ambienti dell’università Cattolica di Milano e recapitata in prima battuta alla diocesi ambrosiana e all’istituto Giuseppe Toniolo presieduto dal cardinal Dionigi Tettamanzi. L'invio del documento risalirebbe al momento in cui si stava discutendo la riconferma della nomina di Boffo a segretario dello stesso istituto Toniolo. In serata lo stesso arcivescovo di Milano ha espresso «stima e gratitudine» al direttore di Avvenire, rivelando di aver cestinato la famosa lettera anonima. «Rinnovo la mia stima per il dottor Dino Boffo - scrive Tettamanzi - e la mia gratitudine per il servizio che rende alla comunità cristiana e al nostro Paese, e dico la mia vicinanza umana ed evangelica per il momento di prova che sta attraversando».

CHIESA-GOVERNO - In ambienti ecclesiali si dice che, mentre la sentenza è vera, «l’informativa aggiuntiva potrebbe essere una bomba a orologeria per regolare questioni personali o politiche». Secondo monsignor Mogavero in ogni caso la vicenda «pesa» nelle relazioni tra Chiesa e governo perché «indubbiamente in situazioni come questa c'è uno spirito di corpo che si ricompatta anche se precedentemente vi poteva essere una situazione sfilacciata». «Se il premier Silvio Berlusconi - continua il vescovo di Mazara - cerca un riavvicinamento con la Chiesa deve semplicemente cambiare stile di vita, deve semplicemente fare il politico e non il manager o l'uomo di spettacolo». Poi, prosegue Mogavero, «il giudizio sulla sua politica lo daranno il Parlamento e la storia ma se cerca la vicinanza con il mondo ecclesiastico deve assumere un rigoroso stile di vita. Non ci interessa la sua vita privata, ci interessa che non ne faccia motivo di spettacolo».

«I SERVIZI NON C'ENTRANO» - Entrando nel merito della vicenda Boffo, il presidente del Copasir Francesco Rutelli ha escluso un coinvolgimento dei Servizi, assicurando la «massima attenzione contro eventuali deviazioni». «A proposito degli articoli di stampa che ipotizzano la formazione di documentazione illecita nell'ambito delle polemiche in corso, il presidente del Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica Francesco Rutelli - si legge in un comunicato- ha reso noto che il comitato non ha ricevuto finora alcuna segnalazione su coinvolgimenti diretti o indiretti di persone legate ai servizi di informazione. Il Copasir dedicherà il massimo di attenzione ad ogni notizia a questo proposito e vigilerà perché non si registrino deviazioni, in qualunque direzione, dai compiti istituzionali in un momento molto delicato per la vita democratica». Lunedì pomeriggio a San Macuto c'è stato un lungo incontro tra lo stesso Rutelli e il direttore del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) Gianni De Gennaro. Al centro del colloquio diverse questioni di stretta attualità, tra cui la vicenda Boffo.

IL FASCICOLO A TERNI - Informativa a parte, negli archivi del tribunale di Terni è conservato il fascicolo processuale che riguarda il direttore di Avvenire, all'epoca costretto a pagare un'ammenda di 516 euro. Sulla vicenda lunedì mattina il procuratore Fausto Cardella, che all'epoca dei fatti non guidava ancora l'ufficio, non ha voluto fare commenti. Si è limitato a confermare che nessuna iniziativa è stata presa dalla Procura in seguito alla pubblicazione della notizie riguardanti Boffo. Da parte sua il gip di Terni Pierluigi Panariello ha spiegato che nel fascicolo riguardante il procedimento per molestie a carico di Dino Boffo «non c'è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali». Il giudice si sta occupando della vicenda essendo stato chiamato a decidere in merito alle richieste di accesso agli atti presentate da diversi giornalisti. Non si trovano invece più a Terni il pubblico ministero che coordinò l'inchiesta e il gip che firmò il decreto penale di condanna nei confronti di Boffo per molestie. Lo stesso giornalista ha sempre contestato le accuse e nel corso dell'inchiesta ha negato la paternità delle presunte telefonate moleste, ipotizzando che ad averle fatte potesse essere stato un suo collaboratore.

CESA E ROTONDI - A sostegno del giornalista è sceso in campo il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa: «L'attacco a un giornale libero come Avvenire che per tutti noi cattolici è un punto di riferimento è vergognoso ed è un segno del degrado della politica dei nostri tempi» spiega il leader centrista a margine del sit-in di protesta davanti all'Ambasciata libica di via Nomentana a Roma contro la visita del premier Berlusconi a Tripoli. Cesa si augura che venga fatta luce «sul dossier che è girato tra le redazioni e lo si faccia in Parlamento nella commissione competente che è il Copasir». Per il ministro per l'Attuazione del programma di governo, Gianfranco Rotondi, «questo è uno dei casi in cui serve solo la preghiera per tutti i protagonisti di questo doloroso capitolo della vita nazionale».

FASSINO E DI PIETRO - «Il livello di imbarbarimento nel rapporto tra politica e informazione è tale che necessita di un momento di riflessione e di responsabilità» sostiene Piero Fassino. All'esponente del Pd replica il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto: «Quello che afferma Fassino sull'imbarbarimento dello scontro politico-giornalistico è condivisibile se riguarda ciò che è successo in Italia da alcuni mesi a questa parte e se si rivolge a trecentosessanta gradi a tutti i mezzi di comunicazione di massa, giornali e trasmissioni televisive, che si sono esibiti su questo terreno». Infine, l'Italia dei Valori ha presentato un esposto alla autorità giudiziaria sulla vicenda. «È sbagliato prendersela con Feltri, in quanto ha dato la notizia di un atto giudiziario esistente - afferma Antonio Di Pietro -. È necessario invece prendersela con il mandante e l'esecutore dell'attività di dossieraggio. Qualcuno si è messo a fare veline, dossier, per conto di qualche "eccellenza": vorrei sapere chi è l'eccellenza, chi lo ha ordinato e chi lo ha eseguito».

CAPEZZONE - Alla difesa di Vittorio Feltri pensa invece Daniele Capezzone: «Se qualcuno, nell'opposizione, pensa di poter intimidire o imbavagliare Feltri e Il Giornale, si sbaglia di grosso - dice il portavoce del Popolo della Liberta -. E non solo per la forza, la tenacia, la qualità umana e giornalistica di Feltri, ma anche perché lui e il suo quotidiano hanno l'appoggio, il sostegno e la fiducia dei milioni di italiani che, in questi giorni, hanno ancora una volta potuto constatare l'ipocrisia e il doppiopesismo della sinistra. Pd e soci sono stati pronti a tutto quando si trattava di colpire Berlusconi. Oggi sono divenuti improvvisamente paladini della privacy».
31.8.09

L'ultima battaglia per Gaza

Il 15 agosto Hamas e un gruppo salafita hanno combattuto aspramente: 28 le vittime. Ma perché è successo?

PeaceReporter - La calma, si fa per dire, sembra tornata nella Striscia di Gaza dopo che due settimane fa è scoppiato l'inferno. I miliziani delle Brigate Izz al-Din al-Qassam, ala militare di Hamas, e i poliziotti del movimento islamico hanno messo a ferro e fuoco la città di Rafah, al confine con l'Egitto. Obiettivo dell'operazione il gruppo Jund Ansar Allah e il suo leader e fondatore Abdul-Latif Moussa.

Ferragosto di fuoco. Almeno 28 persone sono morte e 150 sono rimaste ferite nello scontro a fuoco avvenuto tra gli uomini di Hamas, che controllano la Striscia dal 2007, e i seguaci di Moussa, barricati nella loro moschea di Rafah, la Ibn Taymiya. Lo stesso leader ha perso la vita nella battaglia, secondo alcune testimonianze vicino a uno dei suoi fedelissimi che si è fatto esplodere all'ingresso dei miliziani di Hamas nel luogo di culto dove, il giorno prima, Moussa aveva tenuto il sermone della discordia. Secondo il quotidiano israeliano Jerusalem Post, invece, lo stesso leader si sarebbe fatto trovare con un giubbino carico di esplosivo azionato al momento dell'arresto. La ricostruzione ufficiale di Hamas, infatti, individua nel contenuto della predica tenuta da Moussa il 14 agosto scorso il casus belli. ''Hamas ha abbandonato la retta via dell'Islam, sono infedeli. Proclamo l'Emirato Islamico di Palestina'', avrebbe detto il predicatore, che per la prima volta da quando aveva iniziato la sua attività leggeva il sermone da un foglietto, come mostra un video postato su YouTube.

Lo scontro, oltre la retorica. Come sono andate davvero le cose è difficile dirlo, anche perché a tutti i giornalisti (palestinesi e stranieri) è stato proibito l'accesso alla moschea Ibn Taymiya e a tutti gli ospedali e gli obitori di Rafah e della Striscia di Gaza. Un black-out dell'informazione condannato da Reporters sans Frontière, che denunciava come il ministero degli Interni di Hamas abbia giustificato il divieto con motivi di sicurezza per gli stessi giornalisti. Alcune immagini, però, sono circolate lo stesso, grazie a telefonini e social network. In alcune di queste, postate in rete poche ore dopo i combattimenti a Rafah, mostrano alcuni militanti di Jund Ansar Allah in fila contro un muro del cortile della moschea Ibn Taymiya che vengono giustiziati sul posto dai miliziani di Hamas. Rihbi Rantisi, uno dei portavoce di Hamas, ha sconfessato le immagini, sostenendo la tesi secondo cui tutte le vittime sono cadute nello scontro a fuoco generato dal fatto che i circa cento miliziani di Moussa hanno opposto resistenza all'arresto.

Fase diplomatica. La dinamica di quanto accaduto il 15 agosto scorso rimane un mistero. Restano i 28 morti e l'importanza di quanto accaduto. Il governo israeliano, fin dalla sua vittoria alle elezioni del 2006 e dopo la presa del potere nella Striscia di Gaza nel 2007, considera Hamas un'entità ostile' e non ha mai voluto intraprendere alcun dialogo con il movimento islamico. Una delle accuse che Israele muove ad Hamas, tra le altre, è quella di essere un'emanazione del network internazionale di al-Qaeda. Stando così le cose e prendendo per buone le interpretazioni secondo cui Jund Ansar Allah fosse un gruppo salafita (che predica il ritorno all'Islam delle origini) legato a Osama bin Laden, il governo israeliano dovrebbe ammettere che Hamas lavora per un governo confessionale moderato, eliminando in prima persona gli integralisti. Questo non accadrà mai, ma proprio nei giorni in cui si prepara al Cairo il vertice con il leader politico di Hamas Khaled Meshaal per la liberazione del caporale israeliano Shalit (rapito tre anni fa a Gaza) potrebbe essere un buon elemento da spendere con l'opinione pubblica interna israeliana, o almeno con quella parte della stessa che rifiuta l'idea di trattare con Hamas.

C'eravamo tanto amati. Questa è una delle possibili interpretazioni, anche perché Hamas attraversa un periodo molto 'diplomatico' delle sue relazioni con Israele. I miliziani del movimento controllano palmo a palmo la Striscia per evitare contrasti con Tel Aviv. Dopo l'ultimo conflitto Hamas ha cantato vittoria, ma anche subito un duro colpo ed è tutta concentrata sulla riorganizzazione. Alcuni militanti di Jund Ansar Allah, invece, hanno attaccato a cavallo l'esercito israeliano causandone la reazione e facendo infuriare Hamas. Inoltre, secondo fonti palestinesi, la polizia di Gaza ha intercettato un carico di armi diretto a Moussa e ai suoi uomini. Hamas ha temuto il peggio, anche perché i suoi rivali del Fatah, in passato, attraverso l'onnipresente dirigente Mohammed Dahlan, avrebbe finanziato e armato Moussa per creare difficoltà al movimento islamista. Quello che non si capisce, però, è come mai proprio adesso Hamas abbia deciso di agire con tanta durezza. Il sermone del venerdì 14 agosto sembra un motivo un po' debole per le dimensioni dell'operazione scattata il 15 agosto.

Il medico che volle farsi califfo. Jund Ansar Allah è stato fondato, a novembre dello scorso anno, da Abdul-Latif Moussa. Il leader, medico di formazione, è stato per anni in Egitto, molto vicino al movimento dei Fratelli Musulmani. Tornato in Palestina dopo gli accordi di Oslo ha lavorato come impiegato al ministero della Sanità palestinese prima di dedicarsi agli studi religiosi. Le sue posizioni si sono sempre più radicalizzate e, come ricostruito da Taher a-Nunnu, un portavoce di Hamas, ''il gruppo si è reso colpevole di attentati contro barbieri e parrucchieri, coffee shop, internet cafè e matrimoni, sempre con l'intento di punire coloro che non si attenevano al vero Islam. Ma il loro comportamento, nella Striscia post 2007, non è differente da quello di altri gruppetti salatifi come Salafi Jihad o Jaysh al-Islam. Il denaro per le armi, le moschee e per le opere caritatevoli (con le quali fare proselitismo tra la gente di Gaza) veniva dall'Arabia Saudita, mai favorevole alla relazione tra Hamas e l'Iran. Anche questo era un elemento noto da tempo alle forze di sicurezza di Hamas. A livello dottrinale, poi, le differenze non sono così sostanziali tra la linea di gruppi come Jund Ansar Allah e quello che predica l'ala dei falchi di Hamas. Perché, allora, tutta questa fretta improvvisa nel chiudere il conto con il gruppo? Davvero Hamas ha così paura di una reazione d'Israele da affrontare il rischio di una mattanza di palestinesi?

Il nodo gordiano. Hamas, in realtà, sta giocando su un tavolo più importante ancora della contrapposizione con Israele: quello del suo rapporto con l'amministrazione Obama e il governo britannico. Il nuovo corso di Washington, sancito dalla fine dell'era Bush, ha aperto spiragli interessanti per Hamas. La sensazione è che sia alla Casa Bianca che a Downing Street qualcosa si muove per la spinta alla ripresa dei negoziati con Israele e che, per la prima volta, Hamas potrebbe essere considerato un interlocutore credibile. Colpire un gruppo come Jund Ansar Allah, in aria di lista nera Usa, potrebbe essere stato il prezzo da pagare alla nuova dimensione politico internazionale che Hamas cerca di ritagliarsi, sul modello di Hezbollah, ormai coinvolta a pieno titolo nello scenario internazionale. ''Noi combattiamo al-Qaeda'', potrebbe essere il significato di tutta l'operazione. Lo sdoganamento di Hamas, infatti, aprirebbe la strada a un governo di unità nazionale palestinese e alla ricostruzione di Gaza, utile politicamente, ma ancor di più un business milionario nel quale la leadership del movimento vuole entrare con tutte le scarpe. I finanziamenti della comunità internazionale sono un bottino che fa gola.

Sottile strategia. I punti di vista sulla vicenda, come sempre, sono molteplici. Walid Phares, docente universitario a Washington e direttore del Future Terrorism Project presso la Fondazione per la Difesa della Democrazia, un think tank conservatore statunitense, lancia il suo allarme.
''Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non devono cadere nella trappola che si cela dietro lo scontro tra Hamas e Jund Ansar Allah. I vertici di Hamas vogliono entrare nel club dei 'jihdaisti buoni' che combattono i 'jihdaisti cattivi', ma non sono affatto differenti tra loro'', ha scritto il prof. Phares come in Libano, quando il gruppo di Fatah al-.Islam venne combattuto con violenza e presentato come la filiale libanese di al-Qaeda. Gruppi come Hamas ed Hezbollah vogliono farsi coinvolgere nella vita politica dei rispettivi paesi, per ottenere una patente di presentabilità che permetta loro di trattare con Usa e Gran Bretagna. Il modello dello stato islamico e quello della lotta senza quartiere a Israele è identico a quello di gruppi come Fatah al-Islam e Jund Ansar Allah. Cambia solo la strategia: una visione di medio - lungo periodo contro una visione di breve periodo. I gruppi minori vogliono la jihad senza quartiere, Hamas ed Hezbollah puntano a vincere la loro battaglia senza porsi limiti di tempo'', conclude Phares.

Imbarazzo di Hamas. Il corrispondente di al-Jazeera English da Gaza, Ayman Mohyeldin, ha messo in imbarazzo uno dei portavoce di Hamas, Ghazi Hamad, chidendogli dopo lo scontro a fuoco: ''Non crede che le persone che avete appena eliminato si limitassero a invocare quell'emirato islamico in Palestina che è presente come obiettivo del vostro stesso statuto?''. Hamad, dopo una serie di goffi tentativi di evitare la domanda, ha risposto: ''Questa gente vuole stabilire il califfato con effetto immediato in tutte le zone liberate dall'occupazione israeliana. Sono irrazionali, non capiscono che la jihad ha tempi e modalità particolari. Come i nostri''. Non proprio una smentita categorica. E' anche vero, però, che una certa retorica jihdaista è sempre rivolta all'opinione pubblica interna, soprattutto a Gaza, dove la disperazione causata dall'assedio che dura dal 2007 stanno spingendo sempre più giovani palestinesi su posizioni oltranziste e integraliste, sconosciute fino a qualche anno fa alla cultura religiosa palestinese. Hamas, quindi, pur se sposasse un approccio diplomatico alle cancellerie occidentali (come sembra confermato dallo stretto controllo esercitato dai suoi uomini per impedire attacchi a Israele in questo periodo di intense trattative) non lo andrebbe certo a sventolare come un vessillo davanti a un'opinione pubblica ridotta alla fame.

Emulazione e radicalizzazione. Quello che Hamas teme di più è che il suo immenso consenso tra la popolazione civile di Gaza, che gli ha garantito il trionfo delle elezioni del 2006, si stia erodendo di fronte alle tragiche condizioni di vita che i palestinesi della Striscia vivono da due anni. L'operazione Piombo Fuso dell'esercito israeliano, a cavallo tra la fine del 2008 e l'inizio del 2009, ha aggravato ancora le privazioni della gente di Gaza e dintorni. Il timore della leadership di Hamas è quello, prima o poi, di sentirsi accusati dai loro stessi sostenitori di aver contribuito a questo disastro. Gli esiti possibili di questa evoluzione possono essere due: il ritorno in auge del partito dei moderati di Fatah o la radicalizzazione dei giovani verso forme incontrollabili di guerriglia. Entrambi due scenari inquietanti per Hamas. Illuminante in questo senso un'intervista concessa al settimanale egiziano al-Arham Weekly da Yahya Moussa, vicepresidente di Hamas. ''I gruppi che fraintendono i principi della religione esistono in tutto il mondo. Ma da noi il fenomeno è molto limitato rispetto al fondamentalismo presente in altri paesi. Abbiamo la situazione sotto controllo, anche se esiste un rischio di emulazione dei giovani palestinesi nei confronti di quello che accade in Iraq o in Afghanistan. Molti di questi gruppi si sono formati e rafforzati proprio dopo l'ultimo attacco israeliano, per le sofferenze che tutti hanno subito. Non permetteremo, però, che la Striscia di Gaza ripiombi nel caos''. Per scongiurare questo rischio, però, forse è già tardi.
31.8.09

Diminiscono le rimesse degli immigrati che lavorano in Italia

Un fenomeno legato alla crisi secondo gli esperti

PeaceReporter - La crisi economica colpisce anche le rimesse degli immigrati. Lo scorso anno gli stranieri presenti in Italia hanno inviato nei loro Paesi d'origine quasi 6,4 miliardi di euro, ossia lo 0,41 per cento del Pil nazionale, con un aumento del 5,6 per cento rispetto al 2007. Mentre negli ultimi anni l'incremento percentuale è sempre stato decisamente più consistente, con un picco di più 132 percento nel 2004, nel 2008 si assiste ad una stabilizzazione. I dati provengono da un rapporto su entità e destinazione del denaro inviato dagli immigrati, stilato dalla Fondazione Leone Moresca. Si registra inoltre, per la prima volta, una diminuzione del 10 per cento della consistenza delle rimesse: ogni straniero invia mediamente circa 155 euro al mese, contro i 171 dell'anno scorso.

Più del 25 per cento del denaro inviato all'estero proviene dal Lazio, e da Roma in particolare. La Cina è invece il Paese che ha ricevuto più rimesse, seguita da Filippine, Romania, Marocco, Senegal, Bangladesh e Brasile.
Secondo i ricercatori, a frenare gli invii dei risparmi all'estero sarebbe stata, oltre alla congiuntura economica, la tendenza ad investire in Italia i soldi che in passato venivano spediti all'estero.
31.8.09

Serbia, polemiche per la legge sulla libertà di informazione

L'associazione dei giornalisti dichiara: "E' una vergogna per la Serbia"

PeaceReporter - I giornalisti serbi protestano duramente contro le nuova legge sulla libertà d'informazione approvata dal parlamento. L'Associazione dei Giornalisti Serbi (AGS) ha protestato davanti al parlamento contro quella che definisce una grave limitazione alla libertà di stampa. Nella legge sono contenute norme che inaspriscono le sanzioni per per chi viola la "supposizione di innocenza" e rendono difficile la vita ai giovani giornalisti. Secondo molti osservatori dietro questo provvedimento serve a mettere al riparo i politici dalle denunce della stampa, impedendo di diffondere notizie su eventuali crimini, prima che vi sia stata una condanna giudiziaria.

L'AGS denuncia che la legge è una "vergogna" e che è contraria agli standard europei, annunciando che porteranno il caso alla Corte Europea per i Diritti Umani. La legge era stata proposta dal ministro dell'economia Mladjan Dinkic che, insieme al suo partito G-17 Plus, è stato spesso criticato dai media.
31.8.09

IV Giornata Salvaguardia del Creato

Greenaccord: continuare un dibattito approfondito sulla salvaguardia del Creato. Tante iniziative in tutta Italia per riflettere sull’ambiente.

Greenaccord.org - Domani, 1 Settembre, si celebrerà la IV Giornata per la Salvaguardia del Creato. La Conferenza Episcopale Italiana ha dedicato il suo messaggio per la Giornata del Creato al tema dell’aria, invitando a riflettere sul problema dei ’gas serra’ anche in vista della prossima Conferenza di Copenaghen prevista per dicembre 2009. Non possiamo dimenticare però che le conseguenze più serie e devastanti dei cambiamenti climatici si rifletteranno sull’acqua, sia sul piano della disponibilità quantitativa che qualitativa. A questo, infatti, ci ha richiamati Papa Benedetto XVI nella sua recente enciclica sociale Caritas in Veritate, affermando con forza che l’acqua è un diritto fondamentale umano. “Il diritto all’alimentazione così come all’acqua, rivestono un ruolo importante per il perseguimento di altri diritti, ad iniziare dal diritto primario alla vita“ scrive il Papa. E’ necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni. E toccherà all’Onu proclamare tale diritto.

Per questo, in occasione della IV Giornata del Creato, Greenaccord si unisce alle iniziative proposte nelle tante diocesi italiane e lancia il tema del prossimo appuntamento internazionale. Si svolgerà infatti a Viterbo dal 25 al 29 Novembre prossimi il VII Forum Internazionale per la Salvaguardia della Natura: il Clima sarà al centro del dibattito, per proporre, sul fronte internazionale, un appuntamento di approfondimento e confronto per gli oltre 80 giornalisti provenienti da tutto il mondo della rete di Greenaccord. Esperti ed accademici presenteranno i propri studi, il racconto diretto di giornalisti e testimoni, che già oggi stanno vivendo sulla loro pelle le conseguenze dei cambiamenti climatici, per raccogliere le voci delle esperienze più diverse da ogni parte del mondo, con l’obiettivo di presentare un appello, condiviso da tutti i giornalisti partecipanti al Forum, al vertice di Copenaghen.

Di particolare rilievo l’iniziativa “Creato, ambiente, etica e spirito: idee e prospettive per il dialogo ed il confronto”, convegno proposto dai monaci del Monastero di Siloe, organizzato con il contributo e la partecipzione di alcuni rappresentanti di Greenaccord. Il Convegno si terrà il prossimo 4 settembre a Poggi del Sasso (GR): la relazione dell’uomo con la natura e l’ambiente è elemento costitutivo dell’identità umana e motivo tra i più centrali del rapporto più autentico e partecipato con la Creazione. Nell’impegno cristiano, tale rapporto diventa immediatamente terreno di impegno e di riflessione etica e spirituale che non può non aprirsi nell’immediato come spazio di sensibilizzazione, dialogo e confronto. È in questa chiave che nel corso della settimana di attività religiose, sociali e culturali che a Siloe ruoteranno intorno alla Giornata del Creato, i Monaci di Siloe hanno ritenuto di grande interesse l’idea di un incontro tra ambientalisti, intellettuali e uomini di cultura di tutte le tendenze su queste delicatissime e affascinanti tematiche, nella speranza di segnare una tappa importante lungo il cammino verso nuove prospettive di comprensione e di azione comune. Per maggiori informazioni: www.monasterodisiloe.it

31.8.09

UE e politiche migratorie: una barca alla deriva?


di Luisa Deponti


La morte dei 73 potenziali richiedenti asilo politico su una barca alla deriva nel Mar Mediterraneo, di cui hanno riferito alcuni superstiti lo scorso 20 agosto, appare sempre più come il risultato perverso di un'evoluzione nelle scelte politiche in materia di immigrazione attuate dall'Unione Europea e dai singoli stati membri.
Esternalizzazione delle frontiere. La lotta all'immigrazione clandestina è da anni al primo posto nell'agenda della politica europea, anche perché i vari paesi non riescono ad accordarsi su una gestione lungimirante dell'immigrazione legale e le misure restrittive godono di un vasto consenso nell'opinione pubblica. L'abolizione delle frontiere interne ha reso necessario il rafforzamento di quelle esterne, accollando maggiori responsabilità ai paesi mediterranei e ai nuovi stati membri dell'Europa centro-orientale. Per una più equa distribuzione degli oneri l'UE ha creato l'agenzia FRONTEX, che coordina i corpi di polizia degli stati membri per il controllo delle frontiere, e stanziato ingenti fondi per "sigillare" i confini terrestri ad oriente e organizzare più efficaci pattugliamenti dei bracci di mare.
Il processo di "esternalizzazione" delle frontiere europee è poi proseguito rivolgendosi ai paesi limitrofi. Negli ultimi anni sono stati stipulati accordi di riammissione con Marocco, Tunisia, Algeria, Libia, Turchia, Ucraina, Bielorussia, affinché riaccogliessero prima i loro stessi cittadini e poi anche tutti gli altri clandestini passati sul loro territorio. Essi hanno ricevuto mezzi e finanziamenti necessari anche per allestire centri di detenzione. Secondo numerose testimonianze in questi luoghi si verificano gravi lesioni dei diritti umani.

Effetti collaterali. Tali misure hanno avuto effetti collaterali disastrosi, quali l'allungamento delle rotte - con aumento del pericolo – percorse dai migranti, la crescita dei guadagni dei trafficanti di esseri umani e l'ulteriore erosione del diritto d'asilo.
Da anni ormai i richiedenti asilo sono obbligati a percorrere le vie dell'immigrazione irregolare per arrivare in Europa. Nei paesi di origine è per loro pressoché impossibile ottenere un visto. L'accordo di Dublino impone che essi facciano richiesta d'asilo nel primo paese europeo sicuro raggiunto. La banca dati delle impronte digitali EURODAC permette di capire se un richiedente giunto in Germania ha già fatto domanda in Grecia o in Italia, dove viene puntualmente rimandato. La normativa europea ha di fatto causato il collasso dei sistemi di asilo di paesi molto piccoli come Malta e Cipro, con conseguenze devastanti per i profughi, o addirittura contribuito a far sì che la Grecia abbia respinto la domanda di asilo di migliaia di persone che avevano diritto ad una qualche forma di protezione. Si è prodotto anche l’effetto di deresponsabilizzare i paesi nei confronti degli obblighi di salvataggio in mare.
L'Italia ha visto aumentare le richieste d'asilo, ma l'allarme è ingiustificato: un paese di 60 milioni di abitanti che sta per regolarizzare 700'000 lavoratori irregolari può certo accogliere 30'000 rifugiati all'anno. Gli sbarchi sono stati strumentalizzati per ottenere consensi politici. L'accordo con la Libia va a colpire in larga maggioranza proprio eritrei, somali ed etiopi che avrebbero diritto d'asilo. Infine, i procedimenti giudiziari a carico di marinai che hanno aiutato i migranti in mare scoraggiano ulteriormente le azioni di soccorso.

Intrico di competenze. Attualmente nel Canale di Sicilia vi è un intrico sempre più complicato di competenze per quanto riguarda il respingimento o il soccorso dei migranti in mare, che coinvolge Italia, Malta e l'Agenzia FRONTEX. È auspicabile che le autorità giudiziarie verifichino se i morti degli ultimi giorni siano stati le vittime di un malvagio gioco allo scarica barile.
Tuttavia ci si dovrebbe interrogare su un processo di chiusura che nasce dalla mancanza di una politica migratoria innovativa, nella speranza che organizzazioni umanitarie e religiose, politici lungimiranti in sede europea e nazionale e numerosi cittadini possano cogliere quest'ultima tragica vicenda come un'occasione per invertire la rotta che punta verso la costruzione della "Fortezza Europa" basata sulla violazione dei diritti umani dei migranti. A quel punto affonderebbe per tutti il sogno di uno "spazio di libertà, sicurezza e giustizia" che accompagna lo sviluppo dell'Unione Europea.

31.8.09

Le suore dello Sri Lanka nei campi profughi tra i rifugiati tamil

Una ventina di religiose hanno lavorato nei centri e negli ospedali attorno a Vavuniya. Suor Fatima Nayaki, cha ha guidato il gruppo, racconta: “L’unico desiderio di ogni rifugiato è di poter iniziare una nuova vita con dignità e libertà”.

Colombo (AsiaNews) - Per tre mesi hanno aiutato i rifugiati di guerra raccolti nei campi profughi e negli ospedali del nord dello Sri Lanka. Sono una ventina di suore, di diverse congregazioni, che in maggio, tramite la Caritas Sedec, avevano risposto alla richiesta del governo di assistere le cosiddette Internally displaced persons (IDPs). I dati ufficiali riportano che, sino a metà agosto, i 19 campi presenti nel solo distretto di Vavuniya, ospitavano più di 79 mila famiglie per un totale di oltre 246 mila persone. Le suore hanno vissuto con loro ed ora raccontano quanto hanno visto. All’inizio non avevano il permesso di entrare nei campi e negli ospedali e solo dopo diverso tempo hanno potuto iniziare la loro opera di assistenza non senza restrizioni e divieti.

Suor Jayangika, della congregazione delle Carmelitane apostoliche, ha lavorato nell’ospedale di Poovarasankulam. “Le autorità sanitarie ci hanno permesso di curare solo i malati di varicella. C’erano diverse donne incinta. Dieci di loro avevano perso i mariti e possedevano solo i vestiti che avevano indosso”. Sr. Jayangika aggiunge: “Avevano sempre gli occhi colmi di lacrime e a noi veniva da urlare vedendole in quelle condizioni. Non potevamo farlo davanti a loro, ma ogni volta ci saliva un grido dentro che facevamo fatica a trattenere”.

Suor Fatima Nayaki, cha ha guidato il gruppo delle religiose, racconta ad AsiaNews: “L’unico desiderio di ogni rifugiato è di poter iniziare una nuova vita con dignità e libertà. Non vogliono ricordare quanto è successo loro negli ultimi mesi e lottano con il loro passato. Quando ci vedevano ci chiedevano di pregare per loro e di benedirli”.

Suor Francisca, della congregazione della Sacra Famiglia, afferma: “I profughi aspettano che qualcuno arrivi per aiutarli, porti loro cibo, vestiti. Hanno solo riso, dhal, sale e qualche noce di cocco”. Nei centri di accoglienza temporanea allestiti dal governo per ospitare i profughi nel passaggio dai campi ai villaggi di origine, ci sono negozi e mercati. Ma sr. Francisca spiega che “i banchi sono pieni di frutta troppo costosa e i rifugiati non hanno soldi per comprarla. Alcuni raccolgono qualche spicciolo recuperando acqua potabile, legna da ardere o preparando il pesce per altri profughi, ma non hanno mai più di 10 o 15 rupie e li usano per comprare cibo per i bambini”.

Molti dei campi in cui le suore hanno prestato assistenza sorgono lungo la strada. “Tutti possono vederli da fuori - dice sr. Francisca - sono centinaia di capanne variopinte. Ma la vita di chi le abita non è per nulla colorata. Sono persone che piangono i loro figli morti o scomparsi”.

Nei giorni del grande pellegrinaggio al santuario della Madonna di Madhu le strade si sono riempite di macchine e camion. Racconta la religiosa: “Vedere passare i pellegrini per molti è stato doloroso. Li abbiamo consolati spiegando che Madhu Amma [la Madre, ndr] conosceva i loro problemi e che era con loro. Il 15 agosto poi alcuni sacerdoti della diocesi di Mannar non sono andati al santuario e hanno celebrare la messa dell’Assunta nei campi con i rifugiati”.
31.8.09

La Cina continua la sua corsa verde

L'economia verde in Cina continua a crescere. Con la crisi - e grazie alle politiche governative - si amplia il mercato interno del low-carbon: rinnovabili, efficienza energetica, edilizia e mobilità sostenibile. Un report di The Climate Group fa il punto della situazione.

Qualenergia.it - La Cina continua la sua corsa verso il low-carbon, nonostante la crisi. Anzi, il rallentamento dell’economia mondiale, che ha danneggiato l’export ha portato ad una crescita maggiore del mercato domestico, sostenuto dalle politiche del governo di Pechino. È quello che emerge da China’s Clean Revolution II (vedi allegato) il nuovo report di The Climate Group che va ad aggiornare il lavoro dell’anno scorso, "China’s Clean Revolution". Veicoli elettrici, rinnovabili, efficienza energetica ed edilizia sostenibile: il dossier appena pubblicato dal think-tank britannico-internazionale legato a Tony Blair porta buone notizie dal gigante asiatico, il maggiore emettitore mondiale di gas serra. I soldi del pacchetto stimolo da 585 miliardi di dollari - molti dei quali destinati alla green economy - e le diverse misure di incentivazione - stanno dando i loro risultati.

La leadership mondiale nelle tecnologie verdi, come si vede dai dati presentati dal rapporto, in Cina sta raggiungendo in diversi campi. Nelle rinnovabili innanzitutto (vedi editoriale su Qualenergia.it "La Cina delle rinnovabili vola"): metà dei pannelli solari termici venduti nel mondo sono di produzione cinese (complice un enorme mercato interno: 65% delle installazioni mondiali), per il fotovoltaico invece il paese soddisfa il 30% della domanda mondiale (il 40% se si conta anche Taiwan). L’eolico poi continua la sua crescita che vede raddoppiare la potenza installata ogni anno. Un trend che secondo il report continuerà anche nel 2009, anno in cui un terzo della nuova capacità eolica installata nel mondo sarà in Cina.

Altro settore della green economy nel quale Pechino sta investendo molto, quello dei veicoli a basse emissioni (vedi articolo Qualenergia.it "Auto, la Cina le vuole più efficienti"). Il pacchetto stimolo ha stanziato 2,9 miliardi di dollari per la promozione dei veicoli elettrici nei prossimi 3 anni, con incentivi all’acquisto, fondi per la ricerca e commesse pubbliche. Solo quest’anno le città cinesi acquisteranno 13mila veicoli elettrici. L’obiettivo è di arrivare entro il 2011 a produrre in Cina mezzo milione di mezzi elettrici. Nel 2009 il mercato cinese dell’auto è diventato il più grande al mondo, superando gli Usa. Si stima che saranno 10 milioni le auto vendute entro fine anno. Per il 2030 la stima è che sulle strade cinesi ci saranno 287 milioni di automobili, il 30% del totale mondiale: chiara l’importanza di una motorizzazione a basso impatto ambientale.

Anche l’edilizia, attualmente intorpidita dalla crisi, in Cina ha potenzialità enormi per diventare un settore trainante della green economy. Le stime dicono che i 40 miliardi di metri cubi attuali edificati nel paese dovrebbero quasi raddoppiare arrivando a 70 nel 2020: un mercato potenziale di 220 miliardi dollari per l’edilizia verde se solo un edificio su due adottasse soluzioni low-carbon, di 439 se si applicassero norme più severe. Pechino pare intenzionato a seguire questa strada con standard di conservazione dell'energia dal 2010 per tutti i nuovi edifici di almeno il 50%, che diventa il 65% in alcune città.

Altri passi avanti il colosso asiatico, che conta ancora sul carbone per oltre l’80% della sua produzione elettrica, li sta facendo sull’efficienza energetica in generale. Nel piano di rilancio economico il governo cinese, ad esempio, ha previsto diverse misure per alcune industrie che dovrebbero portare ad un risparmio pari 240 milioni di tonnellate di carbone entro il 2010. Intanto l’etichetta energetica imposta agli elettrodomestici avrebbe fatto risparmiare 90 miliardi di kWh. Che la Cina punti decisamente a ridurre lo spreco d’energia d’altra parte è chiaro anche dall’unico obiettivo che si è data nella lotta all’effetto serra: quello contenuto nel piano 2005-2010 di ridurre del 20% la propria intensità energetica (il rapporto tra energia consumata e ricchezza prodotta).

Insomma, la Cina sta procedendo verso Copenhagen sul doppio binario che più volte abbiamo raccontato: da una parte rifiutare imposizioni internazionali sui gas serra e tenere al primo posto la crescita, dall’altra rendere più pulito il proprio sviluppo e approfittare il più possibile delle opportunità economiche della lotta al global warming. Vedremo che effetto avrà questa strategia sul negoziato internazionale di dicembre, quello che è quasi certo è che, comunque si concluda il vertice, lo slancio della corsa cinese ad un'economia verde non si arresterà.

di Giulio Meneghello

31.8.09

Alberi artificiali per combattere l'effetto serra

Alberi artificiali per combattere l'effetto serra. Il progetto stato avanzato in uno studio condotto da esperti di geoingegneria dell'universita' di East Anglia.

Ecoage.it - Gli alberi artificiali sarebbero in grado di catturare una quantità di anidride carbonica in atmosfera mille volte superiore rispetto ad un albero vero (fonte Ansa 27/8/2009). L'anidride carbonica catturata dagli alberi artificiali e tolta dall'atmosfera terrestre, viene infine stoccata ed immagazzinata in sicurezza. Secondo gli esperti di geoingegneria questa potrebbe essere una delle risposte per ridurre il problema dell'effetto serra e del conseguente surriscaldamento climatico. Ciò nonostante gli stessi esperti ammettono che non può trattarsi di una soluzione definitiva ma soltanto di un modo per guadagnare tempo. L'unica soluzione sostenibile consiste nell'eliminare le cause alla base delle emissioni dei gas serra in eccesso. Tra le altre soluzioni proposte nello studio si annovera anche l'installazione di tetti riflettenti sugli edifici per riflettere la luce solare e ridurre il riscaldamento terrestre, e la produzione di speciali fotobioreattori ad alghe per rimuovere l'anidride carbonica in atmosfera mediante la fotosintesi.

31.8.09

Il "senso della vita" si scopre a Gubbio

Conclusa con la premiazioni la terza edizione di "Life". La consegna del premio internazionale "Lupo di Gubbio", i riconoscimenti "Il senso di una vita". Sono stati questi i momenti clou della serata finale di Life in Gubbio.

di Anna Maria Minelli

Cappuccini.it - Un bilancio decisamente positivo da parte degli organizzatori Michele Afferrante e Filippo Mauceri per questa quattro giorni di immagini, musica e parole. La nostra città si conferma per il terzo anno consecutivo il luogo ideale in cui riflettere sulla vita in tutte le sue sfaccettature. Life in Piazza Grande ieri sera è stato un po' il fulcro della manifestazione e Paolo Bonolis, ormai un amico di Gubbio così come lo ha definito il sindaco Orfeo Goracci, è salito ancora una volta sul palco ai piedi di Palazzo dei Consoli per "interrogare" i suoi ospiti sul senso della vita.

"Lo confesso - aveva detto in conferenza stampa - sono ansioso di incontrare Dario Fo e parlare con lui, non ho mai avuto l'occasione di farlo". Ma se a Dario Fo è andato il premio il "Senso di una vita" per la cultura con la motivazione che attraverso il suo instancabile impegno artistico e civile ha fatto della sua intera vita un'opera d'arte, sono stati Nicola Piovani (per lui un ritorno a Gubbio dopo l'eccezionale concerto sotto l'albero a dicembre) a ricevere il premio per la musica (con le sue raffinate e intense composizioni, apprezzate nel mondo, ha saputo rendere semplice la musica ritenuta difficile) e Gigi Proietti per il teatro (perché con eclettismo artistico e uso sapiente della parola e del corpo ha saputo toccare le corde emotive del pubblico e dare dignità all'idea del teatro come arte popolare).

Altro momento importante quello che ha visto protagonisti due rappresentanti de "The Parents Circle" associazione di padri e madri che hanno perso i loro figli nella guerra fra i due popoli e che ora sostengono la pace e la riconciliazione. Wajeeh Tmaiza palestinese e Jaacov Guterman erano arrivati a Gubbio venerdì pomeriggio dopo aver camminato lungo il sentiero francescano.

A loro è stato consegnato il premio nato da una idea del vescovo di Gubbio Mario Ceccobelli, per aver saputo indicare, nel contesto del perdurante conflitto tra israeliani e palestinesi, una nuova via verso la pace. Non la vendetta per l'uccisione del proprio famigliare, ma interrompere la catena di violenza con un gesto di riconciliazione. La convivenza è possibile, è questo il messaggio forte lanciato da Gubbio. Ma Life in Gubbio è stata in questi giorni davvero un luogo fisico, artistico, letterario, teatrale per declinare la vita in tutte le sue forme ed espressioni.

Dagli incontri con Roberto Vecchioni e Carlo Lucarelli insieme a Marino Sinibaldi e Filippo La Porta e la lezione del filosofo Luigi Perissinotto. Ma ancora gli spettacoli di Vinicio Capossela e Vincenzo Costantino "Chinaski" presentati da Ernesto Assante. La Mostra del frate francescano Sividal Fial e l'anteprima nazionale di "Fili" di e con Erri de Luca. Poi nella serata finale anche tante musica con Stefano di Battista e Nicky Nicolai, apprezzato ritorno e il giovane prodigio della chitarra Giovanni Baglioni.

E da riconosciuto interista, non ha mancato Bonolis di scherzare sulla serata "L'anno scorso ho perso Inter-Sampdoria, quest'anno il derby. Devo aspettarmi che il prossimo anno ci sia una improbabile finale di champion?". Ha scherzato Bonolis, ma quando si parla del Ce.R.S. il centro studi che sostiene e che si occupa dell'assistenza domiciliare per i bambini disabili, il presentatore si fa serio e ricorda quanto ancora ci sia da fare soprattutto al sud.

Il ricavato della serata è andato all'associazione, così come quello delle vendite delle opere di Fila. E per la non stop dei quattro giorni di Life in Gubbio valga il commento di Lucarelli sempre ieri in conferenza stampa "Gubbio è uno dei posti in cui si può arrivare a ricercare il senso della vita"

31.8.09

Accogliere con gioia la volontà di Dio: così il Papa nella Messa per il circolo dei suoi ex allievi

Solo se conoscere Dio e la sua volontà provocano in noi gioia il cristianesimo diventa anche missionario. Solo se nella rivelazione di Dio agli uomini si riconosce un dono il cristianesimo diventa stimolante.

Radio Vaticana - È quanto ha sottolineato Benedetto XVI questa mattina durante la Messa celebrata per il circolo dei suoi ex allievi formatosi all’epoca della sua docenza all’Università di Ratisbona, nella Cappella del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Nella sua omelia il Papa ha preso spunto dalle letture della liturgia di oggi per precisare che se vogliamo ascoltare interamente il messaggio di Gesù, il modo in cui ci guida a Dio, se vogliamo conoscere come Dio si avvicina a noi, dobbiamo leggere sia l’Antico che il Nuovo Testamento. Nella Sacra Scrittura c’è la Legge che Dio ha dato agli uomini, ma questa non deve essere letta come un giogo, una schiavitù; piuttosto, regala saggezza, la vera conoscenza, indica come essere e vivere. Il cristiano deve essere grato a Dio per aver ricevuto da Dio tutto questo, gioire. La gioia, ha detto Benedetto XVI, deve essere il segno che contraddistingue il cristiano perché conosce la volontà di Dio, perché la Legge è anche espressione dell’amicizia di Dio. È parola che rende liberi, che dà forza, purifica. Parlando ai suoi ex allievi, il Pontefice ha aggiunto che nella misura in cui ci lasciamo toccare da Dio, instaurando con Lui un dialogo d’amore e d’amicizia, anche noi possiamo amare come Lui ama. È un po’ quello che Sant’Agostino ha sintetizzato nella frase “Dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi”, un modo per spiegare che attraverso la sua amicizia Dio ci rende capaci del suo stesso amore. (A cura di Tiziana Campisi)

31.8.09

A 70 anni dall’inizio della II Guerra Mondiale, i vescovi tedeschi e polacchi commemorano a Berlino le vittime del conflitto

I vescovi tedeschi e polacchi hanno commemorato le vittime della II Guerra Mondiale, nel 70.mo di inizio del conflitto, in una Concelebrazione eucaristica congiunta stamane presso la Cattedrale berlinese di Sant’Edvige.

Radio Vaticana - Le celebrazioni ufficiali dell’inizio del conflitto avverranno invece a Danzica, in Polonia, a partire da martedì 1 settembre sulla penisola Westerplatte, dove vennero sparati i primi colpi di artiglieria. Presenzieranno alla cerimonia molti capi di Stato e di governo, tra i quali anche il premier russo Putin. Stefano Leszczynski ha chiesto al prof. Victor Zalslavsky, storico e docente presso la LUMSA di Roma, se questa guerra che scovolse l'intero Pianeta sia dimenticata nel sentimento collettivo:

R. – No, assolutamente no. In Russia specialmente non è dimenticata, anzi, ogni anno vengono sempre celebrate manifestazioni commemorative legate a date e battaglie della Seconda Guerra Mondiale. Per cui questa guerra non è stata affatto dimenticata ma è diventata il centro dell’identità collettiva della Russia.

D. – Quello che oggi colpisce è notare tante zone di confine miste. Questo viene vissuto adesso come un elemento arricchente dell’Europa, mentre un tempo era motivo di tensione e di conflitto. Cos’è cambiato?

R. – Ci sono state delle riconciliazioni tra Paesi come Polonia e Germania o anche tra Ucraina e Polonia. Anche qui ci sono delle popolazioni miste, c’è scambio, c’è una libertà di movimento e questo è molto importante. Dopo che l’Europa orientale è entrata a far parte della Comunità europea sono avvenuti moltissimi cambiamenti – specialmente nell’Europa orientale – ed oggi possiamo vedere che anche Paesi come l’Ucraina si stanno avvicinando alla Comunità europea. Questo si può notare soprattutto dal punto di vista della collaborazione tra questi Paesi come anche a livello d’individui, di singole persone.

D. – Quanto è stato importante il ruolo della Chiesa nella riconciliazione dei Paesi che erano nemici durante la Seconda Guerra Mondiale?

R. – Il ruolo della Chiesa cattolica in Polonia è stato sempre cruciale, come anche in Ucraina. Da questo punto di vista dobbiamo anche vedere quello che succederà il 1 settembre, data in cui è previsto il viaggio di Vladimir Putin – il primo ministro russo – in Polonia, a Danzica. Speriamo che questo spirito di riconciliazione tocchi anche la Russia.

D. – I rancori scatenati dal secondo conflitto mondiale sono secondo lei ancora motivo, oggi, di preoccupazione in Europa?

R. – Penso e spero di no. Mi pare che questi rancori non ci siano. Proprio sul punto della riconciliazione guardiamo che lavoro ha fatto la Germania per stabilire questo senso di riconciliazione, di pacificazione, riconoscendo anche le colpe e dire “non succederà mai più”.

30.8.09

Sicilia, respinto gommone di migranti

A bordo 75 persone tra i quali donne e bambini, in prevalenza somali: tornati in Libia

Erano in 75. Tutti stipati su un gommone. Uomini, donne e bambini in fuga dall'Africa e alla ricerca di un futuro. La speranza era tutto lì in quel viaggio da costa a costa. Fino in Sicilia. E c'erano quasi arrivati, quando il brusco risveglio è stato dettato dalle motovedette italiane, incrociate sul loro cammino. Tutti, tranne un uomo ferito, sono stati riportati in Libia. I primi a intercettare l'imbarcazione sono stati gli uomini della marina maltese. Poi è arrivata la Marina Italiana, al di fuori delle acque territoriali. Il gommone si stava dirigendo «inequivocabilmente» verso le coste della Sicilia sud orientale. Da qui la decisione di rimandare tutti indietro con la Guardia di Finanza. Tutti tranne un immigrato con alcune costole rotte che è stato trasferito all'ospedale di Pozzolla, in provincia di Ragusa. Secondo le prime informazioni gli extracomunitari sarebbero in maggioranza somali o comunque provenienti dal Corno d'Africa, dunque nelle condizioni di fare richiesta d'asilo. Quello di oggi è l'ennesimo respingimento, dopo l'accordo bilaterale tra Italia e Libia. Dal 6 maggio ad oggi sono oltre un migliaio gli immigrati che sono stati riportati a Tripoli.
30.8.09

Le caratteristiche del Vangelo di Marco

del nostro redattore Carlo Mafera

Il Vangelo di Marco è il più semplice e il più immediato, fatto apposta per una lettura popolare, ed infatti qualche anno fa l'ho letto, come cammino di fede, nell’ambito della CEB (comunità ecclesiale di base). Questo vangelo, infatti, si presenta come una vera e propria "iniziazione" al mistero cristiano, un vangelo per i catecumeni: per coloro, cioè, che già hanno sentito il primo annuncio e che già hanno cominciato ad aderire con slancio alla fede, ma che devono, per decidersi definitivamente, giungere a una più piena comprensione del mistero di Gesù. Le qualità di Gesù Cristo che mi hanno colpito sono la mitezza, l’obbedienza e l’umiltà. Marco ha fatto di queste qualità una tesi essenziale del suo vangelo: infatti c'è innanzitutto da precisare che, nel Vangelo di Marco, la rivelazione progressiva del mistero di Gesù e del discepolo avviene attraverso una storia che, man mano che si vive, si chiarisce con la modalità della gradualità, della delicatezza e della pazienza. Il Vangelo di Marco rivela la gloria di Dio nei patimenti e nella morte di Gesù. Il processo davanti a Pilato costituisce un esempio lampante di questa impostazione paradossale. Troviamo infatti Cristo a colloquio con il rappresentante dello Stato romano. Ma davanti a Pilato il Figlio di Dio è un re in ceppi. La singolarità della scena è sconvolgente: il Re dell'universo è incatenato e non apre bocca di fronte ai poteri mondani.

Scopriamo qui una lezione totalmente inattesa: impariamo infatti che l'onnipotenza di Dio non consiste nel cambiare il corso delle cose mediante i miracoli o nella capacità di compiere opere spettacolari. Non è certo questo che vogliamo dire quando confessiamo: «Credo in Dio, Padre onnipotente».

La scena del processo ci rivela invece che l'onnipotenza di Dio viene contemplata nel potere libero e illimitato dell'abbandono di Gesù alla volontà del Padre. Vediamo qui una realtà bellissima e stupefacente. Il potere di Dio si rivela nella debolezza. In questa "follia", la follia della Croce, Gesù dimostra la superiorità della sua sapienza sulla sapienza degli uomini. Questo è un capovolgimento rivoluzionario del significato del potere. L'essenza di Dio è amore, umiltà e abbandono. In realtà, l'umiltà richiesta nel brano di Marco è più di un semplice sforzo di abnegazione personale, è piuttosto una sorta di verifica della stretta coincidenza di valori umani e valori politici. Essere "servo di tutti" implica un rapporto sociale caratterizzato dalla democraticità. Nel senso cioè che quanto più un individuo aspira al potere politico, tanto più deve dimostrare di possedere una grandissima umanità. E l'unica possibilità di dimostrarlo è quella di mettersi al servizio della collettività, ascoltandone le esigenze. "E preso un bambino lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me"(vv.36-37). Che significa? Semplicemente che nessuno può mettersi al servizio degli altri se non ha la semplicità, la disponibilità di un bambino. La persona orgogliosa, prepotente, intollerante... potrà anche essere un ottimo politico secondo i canoni tradizionali delle società antagonistiche, ma essendo una nullità sul piano umano, lo sarà anche come "moderno" uomo politico.
30.8.09

Giovani e santità: intervista al cardinale Saraiva Martins

In uscita dall'Agenzia Vaticana 'Fides' il dossier 'I giovani e la santità' - Utopia e possibilità, curato in collaborazione con l'Associazione Nazionale Papaboys. Pubblichiamo integralmente l'intervista al Prefetto Emerito della Congregazione delle Cause dei Santi, Cardinale Saraiva Martins, realizzata dal nostro collaboratore Daniele Impieri, e presente nel dossier dell'Agenzia della Santa Sede, diretta da Luca De Mata.

PapaBoys - Eminenza, qual è il rapporto tra giovani e la Santità secondo la sua esperienza?

Card. Saraiva Martins - Secondo la mia esperienza i giovani sono i primi a essere chiamati alla Santità, perché la Santità non è un privilegio per pochi, ma un dovere stringente per ogni battezzato. Quindi non ci sono discriminazioni per quanto riguarda la santità, giovani e meno giovani sono tutti chiamati ad attendere la Santità; la vocazione battesimale è essenzialmente una vocazione alla Santità, i giovani dunque, prima di tutti sono chiamati alla Santità. Naturalmente c’è un altro concetto da chiarire, cioè cos’è la Santità? Sembra un po’ assurdo parlare oggi di Santità soprattutto ai giovani, perché si ha un concetto sbagliato di Santità. Se noi intendiamo la Santità per com’è in realtà, allora diremmo che per i giovani va benissimo, cioè la Santità altra non è, infondo, che la pienezza dell’umanità, il santo è colui che vive in pienezza la sua umanità. Noi diciamo che Cristo è l’uomo perfetto. Perché uomo perfetto? Perché è la santità stessa del Padre, incarnata e fattasi in tempo e storia. Quindi il Santo, possiamo dire che è colui che vive in pienezza la sua Santità alla luce del Vangelo ovviamente. Se noi intendiamo così la Santità possiamo dire che giovani sono chiamati per prima alla Santità. Non dovremmo mai dimenticare le parole di Giovanni Paolo II rivolte ai giovani durante la “Giornata Mondiale della Gioventù”: «giovani non abbiate paura di essere i Santi del terzo millennio». È una frase stupenda, magnifica, i giovani non devono avere paura della Santità intendendola come una cosa astratta, generica quasi contraria all’umanità. No, non è contraria all’umanità, per me è una realtà sovrapposta all’umanità, è una cosa che completa l’umanità che è l’umanità piena. Poi non dobbiamo dimenticare che i giovani sono il futuro della società, che la società di domani sarà quello che saranno i giovani, loro saranno i responsabili dell’umanità, della società e quindi se vogliono influire, incidere nella società e vivere pienamente la loro umanità devono per prima vivere questa pienezza personalmente.

Come può un giovane di oggi diventare Santo?

Card. Saraiva Martins - È molto semplice, la via della Santità è uguale per tutti, non c’è niente di complicato. Talvolta se si leggono dei libri sulla Santità, si leggono delle cose che spaventano, che fanno paura, ma essere Santi altro non è quello che abbiamo detto prima, cioè impostare la proprio vita alla luce del Vangelo il quale esso ha un messaggio profondamente umano. Cristo non è venuto per completare l’umanità, ma per perfezionarla. Il Vangelo non è una cosa rivoluzionaria, è un messaggio umano prima ancora di essere un messaggio cristiano per i credenti, ma non dobbiamo distinguere troppo tra umano e cristiano, tra valori umani e cristiani, perché tutto ciò che è autenticamente umano è già profondamente cristiano e tutto ciò che è profondamente cristiano, è già automaticamente umano e quindi arriviamo sempre allo stesso concetto: l’uomo è pienezza dell’umanità, cioè la Santità è pienezza dell’umanità.

Tra i Santi giovani che lei ha avuto modo, con il suo mandato alla Congregazione per le cause dei santi, di renderli tali con i processi che avete eseguito, c’è né uno che l’ha particolarmente colpito?

Card. Saraiva Martins - Sì. Pier Giorgio Frassati! Lui era un giovane moderno, un giovane sportivo che viveva con gioia la pienezza della sua umanità, ed è un modello per i giovani sotto ogni aspetto. E proprio per questo che io come Prefetto della Congregazione insieme ai miei collaboratori abbiamo fatto tutto il possibile per far si che il corpo di Pier Giorgio Frassati fosse presente all’ultima “Giornata della Gioventù” a Sidney. Ci sono state molte complicazioni, ma alla fine siamo riusciti a far si che anche Frassati partecipasse all’ultima giornata di quella GMG. Qualche volta si crede che Santi possano essere solo i preti o le suore, assolutamente no! La Santità va ravvisata da ognuno nel proprio stato, nella sua professione, dove vive ed esercita la sua professione, quindi non è una cosa da sacrestia, ma è una cosa più umana. Infatti Pier Giorgio Frassati è un esempio straordinario e modernissimo.

Cosa l’ha colpito di Pier Giorgio Frassati e cosa ha contribuito a renderlo Santo?

Card. Saraiva Martins - Lui era uno sportivo, amava sciare, andava al cinema faceva tutto ciò che fanno i giovani, non era un giovane di sacrestia. Ma viveva la sua realtà terrena alla luce del Vangelo, credendo nel Vangelo e facendo del Vangelo la propria vita, anche in mezzo alle difficoltà. Questo vuol dire Santità, vivere il Vangelo senza complicazioni, molte volte cerchiamo di complicarlo, ma il Vangelo è molto semplice, la Santità è molto semplice. Un altro Santo molto giovane è Alberto Marvelli di Rimini, lui era un politico, apparteneva alla Democrazia Cristiana, gli piaceva andare in bicicletta, era un giovane modernissimo che senza fare cose straordinarie è diventato Santo. La Santità, aggiungo, non consiste nel fare cose straordinarie, strabilianti, ma la Santità consiste nel fare in modo straordinario le cose ordinarie e parlando dei giovani la loro Santità consiste nel fare in modo straordinario, alla luce del Vangelo, le cose ordinarie come lo studio, il lavoro, la politica, il sociale. La Santità deve essere raggiunta in tutti questi settori.

Cosa sta facendo e cosa può fare ancora la Chiesa per parlare ai giovani di Santità?

Card. Saraiva Martins - Penso che la cosa più semplice da fare è che la Chiesa deve parlare ai giovani come parla in occasione della “Giornata Mondiale della Gioventù”, non limitare a fare un discorso molto attraente e attinente alla realtà dei giovani solo in quei giorni. La Chiesa dovrebbe parlare sempre, nella quotidianità, con quel linguaggio ai giovani. Io ho un concetto di giovane diverso da quello che si ha in genere o da quello che propagano i mass media cioè di persone sbandate ecc. Ho partecipato a diversi incontri di giovani sia in Italia e sia in Albania l’anno scorso e per me sono veramente straordinari, la maggior parte di loro sono gente sana. Bisogna usare pastoralmente un linguaggio che li attragga cosi come accade nella GMG; quando loro applaudono alle parole del Papa vuol dire che sono d’accordo e il Papa quando parla è fedele alla dottrina, quindi i giovani sono disposti ad accogliere quelli che sono i principi del Papa. Perché non parlare sempre in questo modo ai giovani? Io penso che giovani mai come ora sono disponibili ad ascoltare le parole della Chiesa, del Vangelo, perché sono delusi dalle ideologie, dalla politica e loro cercano qualcosa che li riempie interiormente. Io dico sempre che mai come oggi la Chiesa ha un’occasione così bella di evangelizzare in ogni senso, sotto ogni aspetto, in ogni campo. Mai come oggi il terreno è cosi ben preparato perché c’è una grande delusione in tutto ciò che non è vangelo. I giovani di oggi sono senza speranze come l’uomo in genere e proprio per questo che si sentono delusi per non riuscire a raggiungere le loro aspirazioni. Perciò questo è un momento opportuno come non mai per offrire ai giovani valori evangelici autentici, valori umani autentici che gli facciano raggiungere le loro aspirazioni. Sembra assurdo ma non lo è!
30.8.09

I Paesi industrializzati tutelino il Pianeta

Nell'odierna catechesi dell'Angelus, Benedetto XVI richiama anche l’esempio di Santa Monica e l’amore coniugale, terreno fertile per la vocazione religiosa dei figli

RadioVaticana - Il Papa richiama i Paesi industrializzati a cooperare per il futuro del Pianeta e perché non siano i più poveri a pagare il prezzo più alto dei cambiamenti climatici. Al centro della sua catechesi all’Angelus, recitato nella residenza estiva di Castel Gandolfo, l’esempio mirabile di Santa Monica e l’amore coniugale via per la santità e terreno fertile per la vocazione religiosa dei figli. Il servizio di Roberta Gisotti. “La storia del Cristianesimo - ha ricordato Benedetto XVI - è costellata di innumerevoli esempi di genitori santi e di autentiche famiglie cristiane, che hanno accompagnato la vita di generosi sacerdoti e pastori della Chiesa. Il Papa ha rievocato l’esempio di Santa Monica, festeggiata tre giorni fa, madre di Sant’Agostino che “non smise mai di pregare per lui e per la sua conversione ed ebbe la consolazione di vederlo tornare alla fede e ricevere il battesimo”. Commoventi ed edificanti - ha osservato il Santo Padre - gli ultimi colloqui spirituali tra il figlio e Monica, “più che madre sorgente del suo cristianesimo”, colei che lo aveva “generato due volte” soleva ripetere Agostino.

Tra le famiglie esemplari, il Papa ha citato ancora quelle dei santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, e vicino a noi i coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, vissuti tra la fine dell’800 e la metà del ‘900, beatificati da Giovanni Paolo II, in coincidenza con i 20 anni dell’esortazione apostolica Familiaris consortio, dedicata al matrimonio e ai compiti della famiglia. “Quando i coniugi si dedicano generosamente all’educazione dei figli, guidandoli e orientandoli alla scoperta del disegno d’amore di Dio, preparano quel fertile terreno spirituale dove scaturiscono e maturano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Si rivela così quanto siano intimamente legati e si illuminino a vicenda il matrimonio e la verginità, a partire dal loro comune radicamento nell’amore sponsale di Cristo”.

Poi l’invito a rivolgere tutti una speciale preghiera, nell’Anno sacerdotale, a Giovanni Maria Vianney. “..preghiamo perché, ‘per intercessione del Santo Curato d’Ars, le famiglie cristiane divengano piccole chiese, in cui tutte le vocazioni e tutti i carismi, donati dallo Spirito Santo, possano essere accolti e valorizzati’”.

Dopo la recita dell’Angelus Benedetto XVI ha rivolto un appello in vista della prossima Giornata per la salvaguardia del Creato, che sarà celebrata il 1 settembre, “un appuntamento significativo - ha sottolineato – di rilievo anche ecumenico”, che ha per tema l’aria “elemento indispensabile per la vita”. “…esorto tutti ad un maggiore impegno per la tutela del creato, dono di Dio. In particolare, incoraggio i Paesi industrializzati a cooperare responsabilmente per il futuro del pianeta e perché non siano le popolazioni più povere a pagare il maggior prezzo dei mutamenti climatici”.


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