30.9.09

Cristiano convertito dall’islam minacciato di morte

Dopo la preghiera del venerdì un gruppo di fanatici ha assalito la casa di William Gomes, giovane musulmano convertito al cristianesimo e attivista per i diritti umani. La polizia non gli garantisce protezione.

Dakha, Bangladesh (AsiaNews) - William Gomes, cattolico convertito si dall'islam, è in pericolo di vita Da diversi giorni è nel mirino di estremisti musulmani che vogliono ucciderlo a causa della sua nuova fede. Il 25 settembre scorso ha dovuto fuggire da casa per salvarsi da un gruppo di militanti islamici che volevano uccidere lui e la sua famiglia (moglie e figlio), bruciandogli la casa. Dopo la preghiera del venerdì in una moschea vicina, il gruppo di fanatici avevano chiesto alla guide della loro moschea di sentenziare sulla sorte del giovane, discutendo la pena da infliggergli. Giornalista freelance e attivista per i diritti umani, sposato con una cattolica e padre di un bambino, Gomes aveva già ricevuto minacce di recente, ma il 25 settembre i suoi accusatori sono passati dalle parole ai fatti. Capitanati da Mohammed Nazm uddin Titu, leader locale del movimento di giovani musulmani Chatra league hanno marciato sulla casa del giovane accusato di apostasia.

L’attivista per i diritti umani ha cercato la protezione della polizia, ma gli agenti del commissariato di Jatrabri si sono limitati ad accettare la denuncia. Gomes racconta che l’ufficiale di turno gli ha garantito l’intervento della polizia solo a fatto avvenuto e ha commentato le minacce dicendogli che non poteva stupirsi della rabbia dei musulmani per la sua conversione. (continua a leggere)

30.9.09

Il Ministro Fitto presente alla cerimonia per San Francesco

Sarà la Basilicata ad offrire quest'anno l' olio per la lampada votiva che arde sulla tomba di San Francesco, nella cripta della Basilica Inferiore ad Assisi.

Fraticappuccini.it - Alla cerimonia per l'accensione in programma la mattina di domenica 4 ottobre sono attesi più di settemila pellegrini lucani. Il governo italiano sarà rappresentato dal ministro per i rapporti con le Regioni Raffaele Fitto. Il programma delle celebrazioni per la festa del patrono d' Italia è stato illustrato oggi in una conferenza stampa alla quale è intervenuto anche il presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo. Il custode del Sacro Convento di Assisi, padre Giuseppe Piemontese, ha ricordato che proprio quest' anno ricorre il 70° anniversario della proclamazione di San Francesco a patrono d'Italia avvenuta da parte di Pio dodicesimo, tre mesi dopo la sua elezione a papa, il 18 giugno 1939. Ricorrenza che sarà l'oggetto di un incontro in programma la mattina del 2 ottobre a Montecitorio tra amministratori locali e rappresentanti religiosi di Assisi con il presidente della Camera Gianfranco Fini. Il presidente della Basilicata ha detto tra l'altro che la festa del patrono d' Italia è un "messaggio non inattuale di un paese unico ed indivisibile".

La sua Regione accompagnerà questo evento con un calendario di iniziative che in Basilicata si protrarranno per un anno intero. Ad Assisi, oltre all' olio per la lampada che sara' accesa dal sindaco di Potenza Vito Santarsiero, portera' anche due doni segno della ''cultura e della civilta''' che accomunano Umbria e Basilicata: contributi per il restauro di arazzi fiamminghi della seconda meta' del Cinquecento nel Sacro Convento e per la manutenzione del tetto della Porziuncola nella basilica francescana di Santa Maria degli angeli. Mons. Francesco Nole', vescovo di Tursi e Lagonegro e presidente del Comitato per l' offerta dell' olio Basilicata, ha sottolineato la grande partecipazione di istituzioni, comunita' religiose e cittadini di una regione piccola ma con grandi tradizioni francescane, tanto da avere ben 117 insediamenti di seguaci del ''poverello''.

Ad Assisi arriveranno anche 100 sindaci dei 131 comuni lucani ed un centinaio di sacerdoti che porteranno 60 quintali di olio distribuiti alle istituzioni religiose della citta' di San Francesco. (ANSA)

30.9.09

Povera Palermo

Storia di Morena, morta in un container a due passi dalla città dei benestanti

Liberainformazione - Morena aveva un anno. Ed è morta. Aveva un anno e nessuno si è accorto della sua assenza. Palermo, la sua città, è fin troppo distratta per accorgersene, troppo egoista per ricordarsi di chi vive nell'era della globalizzazione in scomodi container tra topi e sporcizia. Morena aveva appena un anno e viveva in Via Messina Montagne in un campo allestito dal Comune, insieme ad altre 24 famiglie, in attesa di una casa popolare. Aveva un anno ed era malata come lo sono tanti senzacasa che da tempo, in terra di mafia, lottano per un alloggio. Proprio così, combattono per un un tetto nella città che al mondo conta il più alto numero di beni confiscati inutilizzati.

Con lei si spengono i sogni di quei cittadini che ogni giorno vivono l'incubo di un'insana amministrazione. Con lei se ne vanno i nostri migliori propositi. E nel frattempo le strade traboccano di letami ed immondizie, e le fogne straripano alle prime piogge autunnali come in una normale favelas del Sud America o dell'Africa. Ma c'è poco da stupirsi, Palermo è il Sud del Sud, e nessun giornale nazionale ne parla. Ormai nessuno sembra più stupirsi degli scandali, dei nepotismi, della gestione clientelare. Nessun presta più attenzione a come la nostra classe politica malata ha sprecato e disperso le migliore risorse portandoci al declino più assoluto.

Morena è morta... e non diteci che è “viva”. Non osate a dirci che i suoi sogni camminano sulle nostre gambe. Morena è morta e con lei se ne vanno le nostre speranze. Senza di lei si ripiomba, probabilmente, nel baratro più assoluto. Non resta, forse, che risalire da questo tunnel di tristezza e desolazione, riorganizzare le forze, e riempire le strade. Creare, insieme, nuovi momenti di confronto e ritornare a sognare una città migliore ed un destino più giusto per questa nostra terra disgraziata.

Aveva ragione Sciascia a dire che si può essere siciliani solo con difficoltà. Ma non ditelo a Morena ed ai suoi familiari che di sofferenze e peripezie ne vivono a palate ogni santo giorno. Potremmo ucciderla una seconda volta.

*Libera Palermo

30.9.09

Rifiuti radioattivi sui nostri fondali, la preoccupazione degli ambientalisti dopo 17 giorni di nulla di fatto

La notizia che i fusti affondati assieme alla nave di fronte ale coste di Cetraro, in Calabria, possano effettivamente contenere materiale radioattivo ha sollevato la preoccupazione da parte di Legambiente che riguardo alla vicenda delle navi dei veleni tutto vada a finire, è il caso di dirlo sotto la sabbia.

GreenReport.it - L'associazione ambientalista denuncia che «dopo 17 giorni dal ritrovamento della motonave Cunsky sui fondali di fronte a Cetraro, nessun intervento concreto da parte del Governo si è verificato né per cercare di fare luce sulla vicenda né per rassicurare, o quantomeno informare, i cittadini calabresi sui potenziali effetti sulla salute legati all'affondamento dei rifiuti radioattivi». «A tutt'oggi - ha sottolineato il vicepresidente di Legambiente Sebastiano Venneri - non ci risulta sia stato definito un piano di recupero del contenuto della nave, né che sia stato messo a frutto un progetto per l'individuazione degli altri relitti indicati dal collaboratore di giustizia. Francamente, tutto questo appare quantomeno preoccupante».

Una preoccupazione che serpeggia anche per la mancanza d'informazione e di trasparenza nei confronti del territorio, come lamenta anche l'assessore all'ambiente della regione Calabria, Silvio Greco (vedi link a fondo pagina).
«La posta in ballo è enorme - ha dichiarato Nuccio Barillà di Legambiente Calabria - si tratta della salute dei cittadini, della salvaguardia dell'ecosistema marino e del futuro di una regione già duramente colpita da altri scempi ambientali. Ma il muro di gomma sembra non incrinarsi mai, nonostante la conferma che con la Cunsky siano stati affondati numerosi fusti contenenti rifiuti radioattivi».

Quello che a questo punto da molte parti si chiede è la necessità di un coordinamento da parte del Governo e un percorso chiaro su come procedere.
E' ciò che chiede anche il Wwf che organizzerà domani una conferenza stampa in cui si dirà qual è l'ipotesi dell'associazione ambientalista «per uscire dal balletto delle dichiarazioni di intenti, già viste anche in passato, ed entrare immediatamente nella fase operativa» e quali «le mosse più urgenti per dare risposte concrete all'allarme ambientale provocato dalle navi dei veleni, a partire dallo stanziamento di fondi e iniziative straordinarie.

Una operazione trasparenza che è anche ciò che è richiesto dai due deputati Ermete Realacci del Pd e Fabio Granata del Pdl, che presenteranno domani in una conferenza stampa la mozione bipartisan sulla vicenda, con l'appoggio del comitato verità sui traffici nazionali e internazionali di rifiuti e materiali radioattivi di Legambiente.

30.9.09

Il nuovo sarcofago di Chernobyl

In Ucraina è partito un lavoro di cui in occidente si parla malvolentieri in epoca di "rinascimento nucleare": la realizzazione del nuovo sarcofago che dovrebbe imprigionare gli avvelenati fantasmi nucleari che rischiano di uscire dalla dimenticata centrale di Chernobyl.

GreenReport.it - Lavori che fino ad ora si sono risolti in qualche scavo e qualche squadra di operai poco operosi, visto che il cantiere appena avviato ha già 10 mesi di ritardo sul ruolino di marcia. La sfida tecnica ed ambientale potrebbe essere tropo grande per le spalle ucraine desiderose di tappare per sempre lo scandalo di Chernobyl per rilanciare il nucleare. Ma la catastrofe che fece tremare il mondo e svelò definitivamente i pericoli del nucleare civile non cessa di causare problemi e l'eredità è pesantissima: «A volte capitiamo su delle fonti molto radioattive ed allora tutti gli operai devono essere rimpiazzati dopo aver ricevuto in una sola volta la soglia annuale di esposizione ammissibile» ha spiegato qualche giorno fa all'Afp Alexander Novikov, direttore tecnico aggiunto incaricato della sicurezza.

La realizzazione del primo sarcofago di Chernobyl, avviata subito dopo la catastrofe del 26 aprile 1986, terminò l'anno dopo, seminando l'Unione Sovietica di tombe di "liquidatori" e di medaglie e monumenti ad eroi nucleari sacrificatisi per un Paese che non esiste più. Ma non è stato (e probabilmente non sarà) possibile colmare la voragine di 150 m2 senza sacrificare vite umane.

Oggi la situazione di degrado di uno degli impianti più pericolosi del pianeta è evidente: il tetto di lamiera è preda della corrosione e l'acqua si infiltra all'interno e scorre contaminando ancora di più il terreno.

La gara d'appalto per il nuovo sarcofago, una cupola alta 100 metri e pesante più di 18.000 tonnellate, è stata vinta nel 2007 dai francesi della Bouygues et Vinci e l'intero progetto, finanziato da un fondo internazionale, dovrebbe costare 1,3 miliardi di euro, 432 milioni dei quali per la sola cupola.

Il secondo sarcofago verrà realizzato su un terreno vicino e poi fatto scivolare su rotaie fino a coprire quello già esistente e degradato. Ma Julia Marussitch, responsabile delle relazioni internazionali dell'impianto, avverte: «Abbiamo bisogno di rimuovere da sei a sette metri di spessore di terra per raggiungere livelli accettabili di radiazioni. A volte bisogna anche rompere i blocchi di cemento».

I progettisti si stanno trovando quotidianamente a veri e propri rompicapo tecnici per la rimozione ed il trattamento delle scorie nucleari che sono rimaste all'interno del reattore.

Qualcosa sembra proprio non funzionare già alla base del progetto, come se i tecnici si fossero trovati davanti a una situazione molto più grave e pericolosa di quanti si aspettavano, forse per essersi troppo fidati delle rassicuranti notizie che arrivavano dall'Ucraina con la complicità della lobby nuclearista di mezzo mondo.

Andryi Selskyi, l'amministratore della zona di esclusione di Chernobyl, che circonda l'impianto o nucleare con un raggio di 30 chilometri e dove è vietato vivere in maniera permanente, ha rivelato sempre all'Afp: «Non abbiamo ancora deciso la maniera definitiva in cui saranno fatte le fondamenta».

Ma il sarcofago che dovrebbe nascondere lo scandalo nucleare di Chernobyl rischia di rivelare l'assoluta incapacità dell'uomo di tener prigioniero il mostro atomico che si è scatenato più di 23 anni fa: il nuovo sarcofago durerà solo 100 anni, e nell'intenzione di chi lo ha commissionato dovrebbe soprattutto essere «Un'infrastruttura per decostruire quello che è all'interno del reattore, estrarre le masse di combustibile usato in modo da poterle in seguito stoccare come scorie radioattive» spiega Selskyi , ma aggiunge che «Queste operazioni potrebbero tuttavia rivelarsi estremamente delicate, soprattutto il trattamento delle masse fuse che contengono sia combustibile che altri elementi e che sono molto, molto radioattive».

Probabilmente il dirigente ucraino si riferisce alla pericolosissima (e inedita) situazione che la catastrofe ha prodotto nel reattore numero 4, dove il combustibile è mischiato a pezzi di metallo e cemento dai quali non può più essere separato.

Ma anche queste estreme difficoltà sembrano non fare i conti con la situazione che si presenterà prima, durante e dopo i lavori: quella del confinamento e smaltimento delle scorie, un questioncella che viene "dimenticata" anche dove il nucleare non ha dovuto fare i conti con una tragedia come quella di Chernobyl.

Infatti, manca il pezzo finale della filiera: non è ancora stata trovata alcuna soluzione per lo stoccaggio definitivo delle scorie radioattive dopo un eventuale smantellamento del sito.

Gli ucraini e i francesi pensano ad uno stoccaggio geologico profondo, considerato come la soluzione più sicura, ma non sono stati ancora in grado di indicare e trovare quel sito e secondo Selskyi «Non è previsto prima degli anni 2030».

Spetterà quindi ai posteri disseppellire da sotto quel fragile sarcofago di cemento il fantasma nucleare di Chernobyl.

30.9.09

Sisma in Indonesia, migliaia tra le macerie

A Samoa 113 morti per lo tsunami. Un terremoto di magnitudo 7,6 gradi Richter ha colpito la zona sud della grande isola di Sumatra, in Indonesia.

Ansa.it - Lo rende noto l'istituto geosismico indonesiano, che aggiunge che non è stato lanciato un allarme tsunami. In una conferenza stampa a Giakarta, il vicepresidente indonesiano, Jusuf Kalla, ha reso noto che i morti accertati sono 75, anticipando che si tratta di un bilancio destinato a crescere in quanto a Sumatra sono crollati moltissimi edifici. Fra questi non solo case e palazzine, ma anche scuole, negozi e altri edifici. Sono migliaia le persone intrappolate sotto le macerie. Rustam Pakaya, capo dell'Unità di emergenza del Ministero della salute, ha scritto via sms che tra gli edifici crollati a Padang "c'é anche un ospedale e migliaia di persone sono intrappolate tra le macerie". Al momento, non risultano italiani coinvolti nel violento terremoto. Lo hanno riferito fonti della Farnesina che è in stretto contatto con l'ambasciata d'Italia a Giakarta che sta effettuando tutte le verifiche del caso per accertare la presenza di connazionali nell'area colpita dal sisma.

Insieme a Padang, situata sulla costa occidentale dell'isola di Sumatra, la località più colpita dal terremoto è Pariaman, 78 chilometri a sudovest; secondo bilanci provvisori e ancora confusi - riferisce la l'agenzia dei missionari Misna - vi sarebbero state non meno di 20 vittime, ma alcune fonti parlano già di oltre 75. Fonti di stampa locali e internazionali riferiscono di palazzi crollati e di un numero elevato, ma imprecisato, di persone sotto le macerie. Al momento le comunicazioni sono interrotte con tutta la zona e, riferiscono i media locali, un blackout ha lasciato al buio Padang, dove il sisma avrebbe provocato anche alcuni incendi.

Il sisma di magnitudo 7,6 (o 7,9 secondo alcune fonti) gradi Richter, è avvenuta alle 17.16 locali (le 12.16 italiane) e ha avuto l'epicentro in mare, 78 km al largo della città indonesiana di Padang, che sorge sulla costa occidentale di Sumatra e sembra essere stata duramente colpita. "Diversi edifici, fra cui degli alberghi, sono stati distrutti", ha detto un responsabile dell'agenzia geofisica indonesiana.

La scossa è stata sentita forte anche a Singapore, 440 km a nord-ovest, dove sono stati evacuati palazzi e uffici. Padang, capoluogo della provincia di Sumatra occidentale, ha circa un milione di abitanti ed è considerata città ad altissimo rischio sismico. Poggia proprio al di sopra della grande faglia circolare chiamata l'Anello di fuoco del Pacifico, che dal sud-ovest della Nuova Zelanda gira a nord dell'Australia, inglobando la Papua Nuova Guinea, tutta l'Indonesia, le Filippine e girando ferro di cavallo attorno alle coste dell'Oceano Pacifico passando per Giappone, Kamciatka, isole Aleutine, Alaska, Canada occidentale, California, America centrale e zona Andina fino alla costa meridionale cilena. Padang, come molte altre città sull'Anello, è a rischio di venire distrutta totalmente da un terremoto.

ALMENO 113 VITTIME ALLE SAMOA PER SISMA E TSUNAMI - Onde anomale colossali, scatenate da un sisma registrato la scorsa notte fra le Samoa occidentali e le Samoa americane, con una magnitudo di 8,0 e una profondita' di 18 km, hanno inondato e distrutto interi villaggi e ucciso almeno 113 persone, secondo fonti ufficiali. Innumerevoli sono ancora i dispersi.

Il bilancio, fornito da fonti ospedaliere e dalle autorita', comprende le vittime accertate nelle isole Samoa occidentali e americane e nel vicino arcipelago di Tonga. Una fonte dell'ospedale Tupua Tamasese delle Samoa ha detto alla France Presse che nelle Samoa indipendenti sono stati finora contati 84 morti. Nelle Samoe americane hanno perso la vita 22 persone, secondo le autorita', e altre sette sono morte nelle Tonga. Decine di persone sono date invece per disperse nelle Samoa, dove le comunicazioni con numerosi villaggi sono interrotte.

Persone e auto sono state trascinate in mare, mentre la popolazione si e' rifugiata in terreni piu' elevati. Una serie di ondate alte fino a otto metri, almeno cinque secondo i testimoni, hanno colpito la parte meridionale dell'arcipelago nel Pacifico, diviso tra Samoa americane e Samoa occidentali, che hanno oltre 280 mila abitanti. Il presidente americano Barack Obama ha dichiarato lo stato di calamita' naturale nell'arcipelago, dove molte aree sono rimaste prive di elettricita' e acqua. Il sisma si e' prolungato per oltre due minuti facendo scattare l'allarme, esteso fino alla Nuova Zelanda ed alle Hawaii, poi revocato dalle autorita'.

Stanno bene e sono stati tutti contattati dall'ambasciata italiana presso la Nuova Zelanda, i 16 connazionali che si trovano al momento nella Samoa americana colpita la notte scorsa da un'onda anomala scatenata da un sisma. Lo ha riferito a SkyTg24 l'ambasciatore Gioacchino Trizzino. Il diplomatico ha raccontato che solo un'italiana, proprietaria di un piccolo resort che è andato distrutto, ha avuto qualche piccolo problema, ma è riuscita a mettersi in salvo all'arrivo dell'onda anomala. L'ambasciatore Trizzino ha riferito inoltre che rispetto al bilancio delle vittime - un centinaio - fra le Samoa occidentali e le Samoa americane, è ancora incerto. Nessuna vittima, risulta, per il momento, negli altro arcipelaghi vicini del Pacifico, come le isole Tonga.

Nelle Samoa americane lo tsunami ha colpito l'unico Parco Nazionale Usa a sud dell'Equatore, dove decine di turisti e operatori risultano dispersi: l'acqua ha inondato fino ad oltre un chilometro di terraferma. La capitale delle Samoa occidentali, Apia, e' deserta, con scuole e negozi chiusi, mentre migliaia di persone sono state trasferite in terreni piu' elevati.

Le preoccupazioni maggiori sono ora per il rischio di frane, e per la difficolta' a raggiungere le comunita' isolate delle isole minori. Australia e Nuova Zelanda, oltre agli Usa, si affrettano a inviare aiuti e personale di soccorso: la Caritas australiana ha avviato una raccolta di donazioni. Wellington manda aerei militari Orion per consegnare aiuti ed aiutare nella ricerca dei sopravvissuti.

"Siamo pronti ad unirci allo sforzo internazionale ove occorra e a mandare aiuti umanitari". Lo ha assicurato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, riferendosi allo tsunami che ha colpito le isole Samoa. "Questo possiamo farlo - ha detto - come unità di crisi e Protezione civile".

30.9.09

Il biodiesel europeo fa disastri in Indonesia

Il "carburante verde" mette a rischio le foreste pluviali indonesiane e può portare all'estinzione dell'orango. Un nuovo rapporto diffuso dal Friends of the Earth mette in luce le conseguenze della legge europea sul biodiesel.

SalvaLeForeste - La legge, volta a promuovere alternative rinnovabili al petrolio e ai suoi derivati, sta provocando una massiccia espansione delle piantagioni di palma da olio in Indonesia, ai danni delle foreste torbiere. Il rapporto illustra gli effetti del boom dell'olio di palma nella regione di Ketapang, nell'isola del Borneo, dove l'espansione delle piantagioni si accompagna alla deforestazione illegale e a diffuse violazioni dei diritti umani. Situato nella provincia del Kalimantan occidentale, nella parte indonesiana del Borneo, il Ketapang è teatro di una nuova ondata di deforestazione.

- Nel corso degli ultimi tre anni, il governo ha rilasciato licenze per la conversione in piantagione di palma da olio sul 40 per cento dell'intero territorio, 1,4 milioni di ettari, senza curarsi delle leggi e delle aree protette;
- 39 licenze su 54 includono foreste protette: ben 40.000 ettari, tra cui i parchi nazionali creati per la protezione dell'orango;
- i diritti delle comunità locali sono sistematicamente violati. Nel 2008 sono stati registrati venti conflitti legati alla proprietà della terra, ma questo numero è destinato ad aumentare assieme all'avanzata dei bulldozer.
- il 43 per cento della terra è in mano a imprese che pretendono di produrre olio di palma sostenibile, in quanto fanno parte del Roundtable for Sustainable Palm Oil (RSPO), il discusso standard ambientale per la certificazione dell'olio di palma. Le imprese che fanno parte del RSPO non mostrano sostanziali differenze: gli abusi verso l'ambiente e le comunità locali sono gli stessi ;

"La crescita della domanda di olio di palma sui mercati internazionali sta conducendo alla deforestazione illegale e a gravi conflitti sociali - commenta Geert Ritsema, di Friends of the Earth - Di questo passo le foreste del Borneo saranno cancellate dalla faccia della terra, assieme alle specie animali che vi abitano, e saranno rilasciate quantità immense di gas serra".
L'olio di palma, impiegato nella produzione di biodiesel per il trasporto e la produzione di energia elettrica, gode degli incentivi dell'Unione Europea ai biocarburanti.
30.9.09

Nettuno, informazione e trasparenza per contrastare le mafie

La seconda tappa di "Parole & Mafie" tocca il comune del litorale romano sciolto per infiltrazioni mafiose

LiberaInformazione - Nettuno, primo comune del Lazio ad essere sciolto per infiltrazioni mafiose, fa da cornice al secondo appuntamento di “Parole e mafie”, un percorso itinerante per parlare e riflettere sul ruolo dell’informazione nel contrasto alle mafie. Organizzato da Libera Informazione, in collaborazione con la Casa della Legalità della Regione Lazio, il percorso prevede l’incontro tra la stampa nazionale, la stampa locale e il mondo dell’associazionismo per approfondire ed interrogarsi su di un problema che non può più essere considerato marginale o secondario, in una regione come il Lazio. Le mafie sono ormai ben radicate, forti e strutturate. Lo dimostrano le numerose indagini della magistratura e delle forze dell’ordine. Lo dimostra la recente storia politica di Nettuno, oppure la vicenda del mancato scioglimento del Consiglio comunale di Fondi. Le mafie ormai hanno raggiunto una capacità di infiltrazione tale, da condizionare la vita democratica di molti comuni del Lazio. Parlare di questi problemi a Nettuno, nell’aula consiliare, rappresenta sicuramente un piccolo successo. «La giunta subentrata alla fase dello scioglimento sta portando avanti un’opera di ricostruzione del tessuto amministrativo, senza strumenti e senza fondi» afferma il sindaco di Nettuno, Alessio Chiavetta. La legge sullo scioglimento dei consigli comunali ha bisogno di miglioramenti, adeguamenti perché si limita ad incidere sul livello politico, lasciando immutato l’assetto amministrativo dei Comuni. Cambiano gli attori politici, ma i funzionari restano al loro posto, rendendo vana l’opera di rinnovamento delle nuove giunte.

Problemi, sottolinea Chiavetta, che si cerca di aggirare con un’azione di trasparenza: «stiamo promuovendo la trasparenza amministrativa sul sito del Comune, esperienza non molto diffusa nelle realtà del sud-pontino. Per noi è importante far conoscere quello che si fa». Va da sé che di problemi la nuova amministrazione di Nettuno ne incontra tanti, molti ereditati dai precedenti amministratori. E’ il caso della società che ha gestito il sistema della riscossione dei tributi in città, con la quale il Comune vanta crediti di milioni di euro di tributi mai incassati. Una situazione simile viene denunciata da Antonio Chiusolo, assessore alle finanze del Comune di Aprilia. La società appaltatrice riconosce soltanto il 30% degli incassi dei tributi. Strane situazioni che sollevano problematiche importanti e inquietanti. Notizie del genere, tuttavia, spesso non godono del diritto di cittadinanza nel mondo dell’informazione, o vengono rilegate in piccoli spazi all’interno della cronaca locale. Non suscitano, nonostante la gravità, l’interesse dei media ad indagare ed approfondire. «Una buona informazione avrebbe mandato inviati per capire cosa è successo a Nettuno dopo lo scioglimento e l’insediamento della nuova giunta. Per capire cosa è avvenuto nei punti critici citati nella relazione di accesso del Prefetto, e come si sta muovendo la nuova giunta», tuona criticamente Francesco Forgione, che da presidente della Commissione Antimafia ha seguito da vicino il “caso” Nettuno. «Serve una riforma della legge sullo scioglimento dei comuni, perché così com’è non riesce a garantire la bonifica delle strutture amministrative infiltrata dalle mafie».

L’informazione è chiamata in causa, ha delle responsabilità, spesso tace, ma, spesso, subisce anche minacce. «Le parole sono armi potentissime contro le mafie. Si tratta di organizzazioni mutevoli che vivono in un continuo cambiamento. Per questo hanno bisogno di silenzi». A parlare è Alberto Spampinato, presidente di Ossigeno per l’informazione, l’Osservatorio sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate. Nel suo intervento Spampinato non si tira indietro rispetto alle responsabilità, ai debiti dell’informazione: «perché ci sono tutti questi silenzi? L’informazione può essere realizzata in modo libero e completo in un tessuto dove è presente un forte senso civico». Spesso i giornalisti si trovano ad operare in realtà dove questo senso civico è labile. Il giornalista che indaga e rende pubblici intrecci e collusioni tra mafie, politica e imprenditoria, diventa un soggetto “pericoloso”. «Negli ultimi due anni in Italia sono stati minacciati circa duecento giornalisti», continua Spampinato, minacce rivolte ad un’intera categoria che purtroppo, in molti casi, preferisce fare un passo indietro accettando censure e autocensure. Fortunatamente non tutti, e sicuramente non la maggioranza, come testimonia l’esempio di numerosi cronisti, spesso di stampa locale, che tra moltissime difficoltà riescono a reagire con orgoglio mantenendo la schiena dritta. Non senza ripercussioni: «i giornalisti portano dei lutti dentro, causati non solo dai proiettili, ma anche da denunce, minacce, querele, pressioni in ambito lavorativo, licenziamenti», lamenta Pino Finocchiaro, redattore di Rai News 24, che ha vissuto personalmente molte di queste “pratiche”. «Nonostante sia presente una mutazione genetica del giornalismo che non fa più inchieste – incalza Forgione – occorre trovare una nuova via per ritornare a narrare i fatti del nostro paese».

Una via certamente diversa da quella che si sta cercando di delineare nelle stanze del potere per imbavagliare l’informazione e rendere cieca la società. Un motivo in più per manifestare a Roma il prossimo 3 ottobre.
30.9.09

Psicoterapia e spirituailtà

del nostro redattore Carlo Mafera

La logoterapia si rivolge all’uomo completo: corpo, psiche e anima. Nel libro che desidero presentare “Introduzione alla logoterapia” di Victor Frankl edito da Città Nuova e curato da Bazzi e Fazzotti (sottotitolo “Per riumanizzare la psicoterapia”), viene messa in evidenza il ruolo decisivo e importante che svolge la spiritualità nella psicoterapia. Quindi un terzo elemento, del tutto nuovo, l’anima, viene a completare il binomio corpo-psiche, classiche componenti della psicanalisi tradizionale. E’ un libro un po’ datato (1986) ma attualissimo. Victor Frankl afferma sostanzialmente che le sofferenze psicologiche non sono dovute, per la maggior parte dei casi, a problemi legati alla sessualità e alla sua soddisfazione bensì a crisi esistenziali ben più profonde che investono l’uomo nella sua interezza e che sono inerenti a temi universali come il significato del male e del dolore.

Scopo della sua psicoterapia è quello di fornire delle risposte a determinati interrogativi e in effetti egli è stato il primo a poter sperimentare la sua logoterapia durante la prigionia nei campi di concentramento nazisti. Frankl ebbe modo di salvare molti esseri umani dalla disperazione e dal suicidio facendo leva soprattutto sulle risorse spirituali nascoste in ciascuno di noi, insegnando a sopportare il dolore, la sofferenza come dono da offrire a Dio e nello stesso tempo dando la speranza se non addirittura la certezza che tutto si sarebbe convertito in bene come presto infatti accadde.

Logoterapia significa quindi terapia dello spirito (logos), cioè cura della persona attraverso la sommità o profondità di essa rappresentata dall’anima. Faccio presente, per inciso, che (logos) in greco si traduce anche con il termine (parola). Quindi si potrebbe ipotizzare anche il concetto di cura attraverso la parola, ma non quella solamente umana, piuttosto quella che attinge le sue radici all’esperienza del divino che è in noi e che si può definire Parola con la P maiuscola.

La logoterapia fa appello alle risorse spirituali dell’uomo facendo in modo che lo spirito, svincolato dal corpo, riesca a curare quest’ultimo. Certamente non prescinde da un coinvolgimento somatico e psichico ma questo rimane secondario. Riporto le parole di Frankl: “ io mi rivolgo non a quanto di malato c’è nell’uomo, ma a quanto resta di uomo nel malato: talvolta basta indurlo a sorridere perché cada il vento delle vele della sua angoscia”; e ancora continua Victor Frankl: “L’uomo si perde e si spreca quando vuole conoscersi e dominarsi, quando pretende di raggiungere la perfezione che non gli è data, quando cerca ossessivamente ciò che non può. L’uomo invece si realizza, si ritrova e si valorizza quando si dà, quando si esprime, quando vive e opera nel mondo, ritrovando se stesso nel “tu” di un altro, nel “tu” degli altri e in definitiva nell’incontro autentico con Dio.

Non a caso questa psicoterapia è l’unica approvata dalla Chiesa Cattolica ed è detta “psicanalisi battezzata”; comunque sia, per coloro che potrebbero essere irretiti da questa “approvazione” essendo un po’ anticlericali, essa si inserisce nella corrente filosofica dell’antropologia esistenziale di Sartre e di Kierkegaard, fondata sul presupposto che l’uomo non è un istinto ma una persona”.
30.9.09

Allarme siccità

LVIA: Acqua per il Kenya

Dal mese di agosto, una terribile ondata di siccità sta colpendo il Kenya. Secondo i dati del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, un keniano su dieci ha bisogno di assistenza. L’intervento dell’agenzia dell’ONU nel paese prevede aiuti per 3,8 milioni di persone. L’Ong LVIA è presente in Kenya dal 1967. Enrico Gorfer, rappresentante della LVIA a Meru, nella parte nord-orientale del paese, testimonia: "La situazione continua a peggiorare e la siccità si manifesta in tutta la sua gravità soprattutto nelle aree ad alto rischio ambientale, come il Tharaka, dove il governo e la diocesi stanno distribuendo aiuti alimentari. In parte, le cause dell’emergenza sono strutturali: mancano le infrastrutture in grado di assicurare l’approvvigionamento idrico per dodici mesi l’anno. L’agricoltura e i pascoli ne risentono e la popolazione è costretta ad abbandonare queste terre sempre più aride”.

In queste zone, la LVIA sta portando avanti un progetto per garantire a 15.000 persone la possibilità di avere accesso all’acqua pulita e potabile nel proprio villaggio. Le attività prevedono la realizzazione di una rete idrica attraverso il prolungamento di due acquedotti, ma anche la costruzione di serbatoi per la raccolta dell’acqua piovana e piccoli bacini in grado di raccogliere e riutilizzare l’acqua che scorre a bordo strada durante la stagione delle piogge. Il progetto, che vede la collaborazione del Water Program Coordination Office della Diocesi di Meru, ha ricevuto un cofinanziamento dell’Unione Europea. Ora, per continuare i lavori, sono necessari ulteriori fondi e contributi della società civile.

“Continueremo a lavorare con le comunità locali su piccola scala – conclude Enrico Gorfer – perché crediamo che sia importante, oltre l’emergenza, fornire alle comunità gli strumenti per gestire autonomamente le proprie risorse idriche che, appunto perché scarse, necessitano di una gestione razionale e sostenibile. Il progetto garantirà a 15.000 persone una fonte d’acqua sicura nel proprio villaggio. E fornirà la formazione necessaria all’auto-gestione delle strutture idriche”.
30.9.09

Samoa, terrore tsunami: 40 vittime e centinaia di dispersi

Cinque ondate secondo radio locali. Almeno quattordici persone sarebbero morte nelle Samoa americane a causa di una serie di ondate, almeno cinque, provocate da uno tsunami, secondo radio locali.

Ansa.it - Lo tsunami e' stato provocato da un potente terremoto nel Pacifico di magnitudo 8,3 nella scala Richter. Colpite anche le Samoa occidentali dove le autorità hanno fatto appello alla popolazione di lasciare le coste e recarsi nelle zone più alte. Secondo le stime preliminari del Servizio Geologico americano la scossa si è verificata a circa 35 chilometri di profondità, a circa 190 chilometri dalle Samoa americane. Il Pacific Tsunami Warning Center ha diramato l'allarme tsunami esteso alla Nuova Zelanda, alle isole Samoa, Cook, Fiji, oltre a numerosi altri centri del Pacifico interessati dal sisma. L'eventuale impatto sulle coste delle Hawaii e alle isole Marshall dove è scattato l'allarme è atteso entro le prossime ore. Per precauzione alle Hawaii sono state chiuse alcune spiagge. A Pago Pago, nelle Samoa americane, Fili Sagapolutele che lavora al Samoa News, ha detto che l'oceano è avanzato per 50 metri sulla terraferma prima di ritirarsi, lasciando alcune auto impantanate nel fango. L'arcipelago americano delle Samoa si trova a circa 4.000 chilometri dalle Hawaii. Ha una superficie poco più vasta del Distretto di Columbia, con una popolazione di circa 65 mila abitanti, 11 mila dei quali abitano a Pago Pago.

29.9.09

L'azione di Caritas nelle Filippine colpite dal tifone Ketsana

La tempesta tropicale Ketsana continua a seminare morte e distruzione nelle Filippine e comincia a fare altrettanto in Vietnam, Laos e Thailandia.

Radio Vaticana - Le vittime nella capitale Manila e nelle regioni colpite dalle inondazioni sono oltre 240, mentre in Vietnam si contano già 23 morti e 170 mila persone sono state già evacuate. Decine i dispersi e centinaia di migliaia i senzatetto, ai quali le organizzazioni governative e del volontariato cercano di portare, tra mille difficoltà, gli aiuti necessari alla sopravvivenza. Tra i protagonisti dell’opera di soccorso, le Caritas. La nostra collega della redazione francese, Marie Duhamel, ha raccolto la testimonianza di Gilio Brunelli della Caritas Internazionalis con sede in Canada (continua):

R. - Noi cerchiamo di aiutare le vittime del tifone che ha colpito le Filippine. In modo speciale, lavoriamo con la Caritas e con la Caritas abbiamo identificato che possiamo aiutare circa diecimila famiglie nella regione di Manila e delle province intorno a Manila per un totale di circa 50 mila persone.

D. - Di che cosa hanno bisogno le famiglie colpite da questa catastrofe?

R. - A queste famiglie si sta pensando di mandare prima di tutto del cibo, in particolare il riso, che è il cibo nazionale, perché ricordiamo che queste persone, vittime del tifone, hanno dovuto lasciare la loro casa sabato scorso e da quel giorno fino ad oggi hanno avuto poca possibilità di essere soccorsi e di ricevere degli aiuti. Quindi, è importantissimo che si possa rapidamente fornire loro del cibo. Un’altra cosa di prima necessità è l’acqua potabile. Le piogge, le frane provocate dalle inondazioni, hanno messo sottosopra tutto il sistema idrico a Manila e nelle regioni vicine e senza acqua si sa che non si può vivere. Quindi, la seconda azione di Caritas Filippine è quella di fornire dell’acqua.

D. - Oltre alle vittime, ai danni materiali, c’è da fare la conta dei sopravvissuti...

R. - Come succede spesso, durante il caos seguito a questa situazione catastrofica ci sono state delle famiglie che si sono disperse. E dunque, Caritas Filippine - grazie alla sua rete di agenti che coprono tutto il territorio nazionale e, in particolare, il territorio che è stato vittima di questo tifone - sta cercando di riunire le famiglie. Si parla, come si sa, di una catastrofe che in tutto e per tutto ha complicato la vita a circa mezzo milione di persone.


29.9.09

Il massacro silenzioso

Guinea, la comunità internazionale resta immobile di fronte ai 157 morti nel piccolo stato dell'Africa occidentale. Usa e Francia si limitano ad ammonire il comportamento del regime di Muassa Dadis Camarà

PeaceReporter - C'è solo una cosa peggiore di un'esecuzione di massa. Un'esecuzione di massa che passa sotto silenzio. Senza alcuna condanna da parte della comunità internazionale. Senza sanzioni. Senza embarghi. Senza quel genere di attenzione politica che dovrebbe essere garantita alla protezione di ogni essere umano in quanto depositario di diritti civili inalienabili. Uno di questi è consacrato solennemente dall'articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948. "Ogni individuo - riporta l'articolo - ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere".

In Guinea da lunedì il popolo non solo non ha visto riconosciuto il diritto alla libertà d'opinione senza essere molestato ma è stato addirittura sterminato dalla polizia del capitano Moussa Dadis Camarà, salito al potere in seguito ad un golpe lo scorso 23 dicembre. Motivo? I guineiani non vogliono che il dittatore si presenti alle elezioni presidenziali del prossimo gennaio. Lo hanno detto chiaramente prima di scendere in piazza e, dopo il diktat del governo che aveva minacciato provvedimenti in caso di manifestazione, lo hanno ribadito riunendosi in 25mila di fronte allo stadio della capitale. Un grido di protesta unanime contro la legalizzazione elettorale di una dittatura al quale il governo ha risposto con l'esercito. Manganelli e lacrimogeni sulla folla che ha resistito pacificamente nella sua protesta. Fino al fuoco. "Sparate ad altezza d'uomo" questo sembra essere stata la direttiva dei colonnelli di Dadis agli uomini in pantaloni mimetici, berretti verdi e maglietta nera. L'ultimo bollettino, in perenne stato d'aggiornamento, parla di 157 vittime, migliaia di feriti e decine di arrestati. Tra questi i due principali leader dell'opposizione Cellou Dalein Diallo, capo dell'Unione delle forze democratiche della Guinea e candidato alle presidenziali, e Sidya Tourè, capo dell'Unione delle forze repubblicane.

Nella prima mattina di oggi è arrivata la testimonianza che attribuisce al massacro risvolti, se possibile, ancora più abominevoli. E' la dichiarazione di un medico del pronto soccorso del Centro ospedaliero di Donka, il più grande nosocomio di Conacry. "E' una macelleria, un massacro, ci sono decine di cadaveri". L'immagine è quella di un medico che lotta contro il tempo per salvare vite umane. Un uomo che, forse inconsapevolmente, offre la chiave di ciò che accade in Guinea in una scarna e frettolosa dichiarazione ai media. Alla comprensione dei fatti basterrebbe la sua prima parola: "macello". Si potrebbe pensare al Rwanda o alla Somalia. Il fatto è che in quei posti, seppure con alterne fortune, la comunità internazionale si era mobilitata.
Qui, oggi, a testimoniare e condannare un vero e proprio massacro contro un popolo che protesta pacificamente ci sono solo le foto e gli articoli in rete.
La comunità internazionale, ad esclusione di Usa e Francia, resta immobile a guardare e, forse, ignorare ciò che accade in un paese dove chi protesta va al "macello".
E se l'Eliseo ha condannato "con la più decisa fermezza la violenta repressione" messa in atto dall'esercito della Guinea, da Washington il governo Usa, che in Afghanistan schiera quasi 30 mila uomini, si è limitato a dirsi "profondamente preoccupato" per le violenze e esortando la giunta militare al potere a dare prove di moderazione.
Prove di moderazione che si sarebbero potute chiedere anche a Saddam Hussein a questo punto. Solo che la Guinea non ha le stesse risorse dell'Iraq e, quindi, lo stesso peso nella definizione degli equilibri internazionali. Per questo nessuno parla di fronte a 157 morti. Fino ad ora.
29.9.09

La Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

Ecco il tema per riflettere e studiare

PapaBoys - “Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: I nuovi media al servizio della Parola”. Questo il tema scelto dal Papa per la 44ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. A comunicarlo è una nota diffusa oggi dalla sala stampa che spiega: nel corso di quest’Anno Sacerdotale, il Santo Padre vuole invitare “in modo particolare i sacerdoti” a “considerare i nuovi media come una possibile grande risorsa per il loro ministero al servizio della Parola e vuole dire una parola di incoraggiamento affinché affrontino le sfide che nascono dalla nuova cultura digitale”. I nuovi media – prosegue la nota - “se conosciuti e valorizzati adeguatamente, possono offrire ai sacerdoti e a tutti gli operatori pastorali una ricchezza di dati e di contenuti che prima erano di difficile accesso, e facilitano forme di collaborazione e di crescita di comunione impensabili nel passato. Grazie ai nuovi media, chi predica e fa conoscere il Verbo della vita può raggiungere con parole suoni e immagini – vera e specifica grammatica espressiva della cultura digitale – persone singole e intere comunità in ogni continente, per creare nuovi spazi di conoscenza e di dialogo giungendo a proporre e a realizzare itinerari di comunione”. “Se usati saggiamente – si legge ancora nella nota -, con l’aiuto di esperti in tecnologia e cultura delle comunicazioni, i nuovi media possono così diventare per i sacerdoti e per tutti gli operatori pastorali un valido ed efficace strumento di vera e profonda evangelizzazione e comunione. Saranno una nuova forma di evangelizzazione perché Cristo avanzi lungo le vie delle nostre città e davanti alle soglie delle nostre case dica nuovamente: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”.

La nota vaticana ricorda che “il compito principale del sacerdote è annunciare la Parola di Dio fatta carne, uomo, storia, diventando in tal modo segno di quella comunione che Dio realizza con l’uomo. L’efficacia di questo ministero richiede quindi che il sacerdote viva un rapporto intimo con Dio, radicato in un amore profondo e in una conoscenza viva delle Scritture Sacre, ‘testimonianza’ in forma scritta della Parola divina”.
29.9.09

Crollano i giornali, arriva la "Bolletta delle notizie"

Quale futuro per il mondo dei "cartacei"?

PapaBoys - I quotidiani negli Stati Uniti stanno aiutando a difendere le foreste con modalità da far invidia ai più ardenti ambientalisti. In soli cinque anni, dal 2003 al 2008, hanno ridotto di ben il 43% la quantità di carta utilizzata per stampare i loro prodotti, scesa da 675 mila a 380 mila tonnellate l’anno. Peccato che lo abbiano fatto contro il loro volere e che il dato sia uno dei segnali della crisi profonda che sta vivendo l’editoria tradizionale. Insieme alla carta, dalle redazioni americane stanno sparendo anche i giornalisti: erano 56.900 nel 1990, adesso sono diecimila di meno. E oltre ottomila di coloro che hanno perso il posto di lavoro sono stati licenziati solo negli ultimi due anni.

Il 2009 sarà ricordato come l’anno del crollo degli imperi di carta. Ma anche come un momento di svolta per il mondo dell’informazione, chiamato a inventare in fretta nuovi modelli di business e nuove modalità di comunicazione, incalzato dalla caduta delle entrate pubblicitarie e dalla diffusione delle news gratuite online. Il fenomeno è per il momento assai più vistoso negli Stati Uniti che in Europa, ma l’onda dello tsunami che si sta abbattendo dall’altra parte dell’Atlantico non tarderà ad apparire all’orizzonte. Merita per questo approfondire cosa sta accadendo, anche perché si tratta di un momento difficile per i media sul piano occupazionale, ma nello stesso tempo di una grande opportunità per ripensare il modo stesso in cui viene raccolta, organizzata e distribuita l’informazione. Grazie alle possibilità aperte dal digitale, quella che potrebbe venir ricordata come la più grande rivoluzione nei media dall’invenzione di radio e TV - vogliamo dire addirittura dai tempi di Gutenberg? - ha il potenziale di dare uno scossone anche salutare all’intero apparato mediatico. E i quotidiani, strano a dirsi, alla fine potrebbero uscirne più forti e importanti che mai. Per il momento, inutile negarlo, si notano soprattutto gli aspetti negativi della situazione. Negli Usa quest’anno hanno già chiuso 105 testate quotidiane, piccole e grandi, compreso un giornale con 150 anni di storia come il Rocky Mountain News del Colorado: la sua homepage di addio ai lettori è rimasta “congelata” su Internet, come un memoriale, alla data del 27 febbraio 2009, quando è uscita l’ultima copia.
29.9.09

Sudamerica-Africa, uniti si vince

Ottimi i propositi scaturiti dalla cumbre Sudamerica-Africa sintetizzati in un documento finale di 95 punti. A gennaio 2010 una nuova riunione fra capi di Stato: in quella circoistanza prevista anche la partecipazione dei movimenti.

PeaceReporter - Non ha usato mezzi termini il leader libico Muhammar Gheddafi nel suo intervento al vertice Sudamerica-Africa, in programma nei giorni scorsi in Venezuela. Il rapporto fra nord e sud del mondo per quanto lo riguarda è chiaro ed equivale al rapporto che esisteva nei secoli scorsi fra "signori e schiavi". Una sorta di sudditanza, dovuta allo sfruttamento del sud da parte del nord. Per questo motivo il Colonnello ha avanzato una proposta ai colleghi sudamericani e africani presenti alla cumbre: creare una Nato dell'Atlantico del Sud.

"Siamo diventati il cortile delle ricchezze che poi vengono portate a nord" ha detto Gheddafi, riscontrando anche l'approvazione di diversi leader sudamericani fra cui il padrone di casa, Hugo Chavez. A tal proposito proprio dal numero uno venezuelano è giunta una proposta che potrebbe realizzarsi nel lasso di poco tempo: far nascere due aziende multinazionali che si occupino di gestire lo sfruttamento di petrolio e risorse minerarie presenti in grandi quantità nell'area identificata come sud. Ma non è il solo punto su cui si è lavorato nei due giorni all'Isla Margarita. Il documento finale scaturito dalla cumbre si è dipanato su 95 punti. E se l'annosa questione del bloqueo a Cuba è stata affrontata con la richiesta fatta a Washington di mettere fine a decenni di sofferenza per i cittadini cubani, la cumbre ha anche invitato Argentina e Gran Bretagna a riprendere le relazioni bilaterali interrotte durante il periodo della guerra delle Falkland/Malvinas.

"E' una cosa molto positiva quella accaduta nella cumbre dell'Isla Margarita in Venezuela. Una riunione che a mio avviso ha voluto sottolineare la volontà di cambiamento. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti di forza fra macro aree" dice da San Paolo, Brasile, Josè Louis del Rojo, esperto di latinoamerica e attualmente a capo del progetto che vorrebbe portare a Salvador de Bahia il prossimo 27 gennaio tutti i presidenti dei Paesi dell'Africa nera per una cumbre con i loro parigrado sudamericani. A tal proposito del Rojo sta lavorando alacremente e il prossimo 4 ottobre si saprà se la sua proposta sarà accettata. "Lo facciamo soprattutto perchè vi siano presenti anche i movimenti. Cosa che, a quest'ultima riunione, non è stata possibile" aggiunge del Rojo. La riunione tenuta in Venezuela ha sottolineato la necessità da parte del Sudamerica di aiutare l'Africa. "C'è solo un piccolo particolare da aggiungere: molti degli stati sudamericano hanno stretti rapporti con Pechino. E la Cina è da qualche anno molto presente in Africa. Credo che i leader sudamericani vogliano costruire un blocco del sud per ribaltare i rapporti di forza con l'alleanza formata da Stati Uniti e Unione Europea. Più in generale con il mondo ricco" conclude l'ex deputato.
In ogni caso c'è anche dell'altro. Paesi più o meno grandi cercano di far valere, a ragione, il loro peso politico. Come il Brasile. "Ci tiene molto Lula a ben figurare e a spiccare all'interno del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina). Le nuove economie che si stanno sviluppando. Non è un caso che negli ultimi anni l'economia delle zone ricche abbia fatto segnare sempre segni negativi a differenza di quelle sudamericane che hanno segno positivo, ampiamente positivo". E l'ultima parola per vedere se la cooperazione fra queste due aree fino a oggi sfruttate dal mondo ricco forse arriverà proprio dalla riunione che del Rojo sta organizzando.

Nel frattempo, Chavez dopo aver ascoltato l'intervento del presidente di alcuni leader africani ha sottolineato l'importanza della cooperazione. "Abbiamo ottenuto la possibilità di gestire una cifra considerevole di diversi milioni di dollari che potrà essere investita nello sfruttamento delle miniere per la produzione di ferro, oro e diamanti. Sudamerica e Africa sono aree molto ricche ma la popolazione che le abita - ha concluso Chavez - è molto povera. Questo è dovuto allo sfruttamento senza limiti portato avanti nel corso dei decenni dall'imperialismo".
Insomma, quella appena svolta in Venezuela sembra essere stata una riunione nata sotto il segno della pace e per la pace. Uno dei 95 punti del documento finale firmato dai presenti, infatti, stabilisce come priorità l'impegno dei Paesi presenti a mantenere la pace e la sicurezza internazionale sostenendo la soluzione pacifica delle dispute". Sta di fatto che la collaborazione fra le due arre considerate (nella stragrande maggioranza dei casi) come il sud del mondo, potrebbe portare benefici economici davvero importanti e trovare soluzioni a crisi, soprattutto in Africa, che da troppi decenni stritolano il continente.
29.9.09

C'è modo e modo di fare la guerra...

del nostro redattore Carlo Mafera

Riporto brevemente uno stralcio di un articolo di Paolo Deotto sulla Decima Mas per mettere in evidenza un concetto a me particolarmente caro: la nobiltà del carattere e dei valori che contraddistinguono alcune persone (nel caso specifico l’ammiraglio De La Penne) a differenza di altre… “Volendo chiudere questa parte che ha riguardato la storia della Decima fino all'8 settembre, vorremmo soffermarci un attimo solo sull'impresa di Alessandria, e non perché le altre imprese non meritino di essere ricordate, ma perché ci sembra che nel comportamento dei nostri uomini ad Alessandria si sintetizzi brillantemente un modo di fare la guerra davvero speciale. De la Penne, ufficiale pilota, e Bianchi copilota, vengono catturati non appena tornano alla superficie dopo aver applicato le cariche esplosive sullo scafo della corazzata inglese Valiant. Il comandante della nave, capitano di vascello Morgan, al rifiuto di De la Penne di rivelare il punto di aggancio delle cariche, lo fa rinchiudere in una cala sotto la linea di galleggiamento. Quando mancano dieci minuti all'esplosione De la Penne chiede di parlare con Morgan, gli fa presente che ha il tempo per mettere in salvo l'equipaggio, perché dopo dieci minuti le cariche brilleranno.

Al rinnovato rifiuto di rivelare il punto esatto di aggancio, il comandante Morgan dà ordine di sgombero a tutta la gente di bordo, mentre fa rinchiudere nuovamente De la Penne e il suo secondo, Bianchi, nella cala. I due italiani si salveranno per miracolo, e nessun marinaio inglese troverà la morte nell'esplosione, mentre la Valiant resterà irrimediabilmente danneggiata. I due italiani, che al ritorno dalla prigionia riceveranno per questa azione la medaglia d'oro, hanno dato al nemico la possibilità di salvarsi. Il loro obiettivo principale era la distruzione della corazzata, e per adempiere alla missione affidata offrivano tranquillamente la propria vita, non solo nella parte offensiva dell'azione, che già richiedeva doti di coraggio personale fuori dal comune, ma anche una volta catturati, rifiutando di fare qualsiasi rivelazione che potesse portare al fallimento la missione. E dimostravano, coi fatti, di rispettare la vita nel nemico, pur nella tragica situazione che è, in sé stessa, la situazione di guerra. Se vogliamo parlare di cavalleria, nel senso più classico del termine, qui ne abbiamo un esempio eccezionale. Per questo parlavamo di modo peculiare di fare la guerra. Si possono inviare stormi di fortezze volanti e sterminare tranquillamente popolazioni inermi; si possono vessare le popolazioni dei paesi occupati; si può dimostrare la propria superiorità annientando con ordigni atomici due città. O si può fare la guerra forse un po' da folli, con imprese individuali ai confini dell'incredibile, ma salvando il senso di dignità e di umanità che è possibile salvare anche in guerra.

E un'altra caratteristica da sottolineare ci sembra questa: l'operatore che lancia il barchino esplosivo contro la nave nemica, o i due piloti del Maiale che forzano un porto e arrivano fin sotto la chiglia di una corazzata, o il nuotatore che trascina la mignatta esplosiva, tutti costoro sono individui che devono avere doti individuali fuori del comune; non parliamo solo di coraggio, ma anche di freddezza, autocontrollo, lucidità. Non scordiamoci che le missioni, che noi raccontiamo in poche righe, si svolgevano in lunghe ore (soprattutto quelle con i SLC e con le cimici o le mignatte), introducendosi in acque nemiche vigilatissime, nelle quali il minimo movimento sbagliato poteva rappresentare la fine.

Ricordiamoci anche che tutti questi combattenti erano volontari, che avevano scelto liberamente di portare la distruzione in campo nemico con il massimo rischio personale: quasi una sfida alla morte di combattenti d'altri tempi, che scelgono di fare la guerra con un piglio che definiremmo, e non crediamo di essere offensivi (ché anzi il nostro intento è proprio l'opposto), sportivo.” Di fronte a queste parole di Paolo Deotto che ho virgolettato fedelmente non ho osato aggiungere nulla ma mi tolgo tanto di cappello di fronte a degli eroi di altri tempi.
29.9.09

I petrolieri ai confini dell'Amazzonia brasiliana

Il Brasile ha annunciato il proprio impegno a ridurre la deforestazione del cerrado, la fascia arbustiva che circonda l'Amazzonia, ormai massicciamente distrutta dalla conversione agricola

SalvaLeForeste - Il cerrado, un'area grande quanto metà dell'Europa, si sta rapidamente trasformando in piantagioni di canna da zucchero e soia. In soli sei anni sono stati distrutti 120.000 chilometri quadrati di cerrado. Il governo intanto, per bocca del Ministro dell'Ambiente Carlos Minc, intensificherà i controlli e creerà nuove aree protette, ma vi sono dubbi che questa strategia sia in grado di fermare l'ondata di investimenti che ruotano attorno al biodiesel. Proprio a causa dei massicci investimenti nel'etanolo, il Presidente Lula ha definito il Brasile paese "la verde Arabia Saudita del Sud", ma gli impatti sugli ecosistemi e sulle comunità locali sono insostenibili. Si tratta di progetti massicci. Ad esempio, la British Petroleum ha recentemente annunciato un investimento di 4 miliardi di Euro in Brasile nella produzione di etanolo. Le due raffinerie dovrebbero essere in grado di produrre ciascuna 435 milioni di litri annui. Il progetto comporta una massiccia estensione delle piantagioni di canna da zucchero nel cerrado.

Il cerrado ospita oltre 10.000 specie di piante, 4.400 delle quali endemiche, 935 specie di uccelli e 300 di mammiferi. I suoi corsi d'acqua svolgono un ruolo essenziale nel ciclo del carbonio.

Degli originari 204 milioni di ettari, nel 1985 ne restava il 73 per cento. Nel 2004 questo si era ridotto al 43 per cento, con un declino annuo doppio di quello dell'Amazzonia. Meno di un decimo di questo ecosistema è protetto.
29.9.09

Nuova campagna diffamatoria dei media di Stato contro i cattolici vietnamiti

Tv e giornali di Stato attaccano prelati, sacerdoti e fedeli. Sotto accusa l’arcivescovo di Hue, colpevole di aver condannato la confisca della scuola di Loan Ly e le brutali violenze della polizia. A Vinh bulldozer pronti ad abbattere un'immagine di Nostra Signora di La Vang.

Hue (AsiaNews) – I media di Hue hanno lanciato una campagna di “attacchi verbali” contro l’arcivescovo Stephen Nguyen Nhu The e il suo ausiliare Francis Xavier Le Van Hong. La colpa dei prelati è aver condannato la confisca di una scuola cattolica nella parrocchia di Loan Ly, nel distretto di Phu Loc, e le brutali violenze della polizia vietnamita contro i fedeli che protestavano per l’appropriazione indebita dei loro terreni. In risposta ai vescovi, la televisione di Hue ha “aperto il fuoco” con una serie di interviste in cui presunti fedeli attaccano i prelati, stigmatizzando il loro comportamento. A questo si aggiunge la campagna dei quotidiani vietnamiti contro padre Joseph Ngo Thanh Son, parroco di Loan Ly, con accuse di complotto e di aver guidato le proteste del 13 settembre scorso. Un’accusa peraltro priva di fondamento, perché p. Joseph ha trascorso diverse settimane in ospedale e non si trovava in parrocchia quando sono scoppiati gli incidenti.

La scuola parrocchiale di Loan Ly è stata costruita dai fedeli nel 1956 e confiscata nel 1975, in seguito alla caduta dell’ex Saigon (oggi Ho Chi Minh City) e la cacciata del presidente Nguyen Van Thieu. Nei decenni il regime comunista vietnamita ha concesso l’insegnamento del catechismo, a condizione che le lezioni si svolgessero davanti a una foto dello “zio Ho” al posto della croce cristiana. La notte fra il 13 e il 14 settembre, uomini della sicurezza e picchiatori hanno circondato la parrocchia e, con violenza e brutalità, hanno costretto i fedeli ad abbandonare la scuola, costruendovi attorno un muro di cinta.

Gli attacchi contro i cattolici in Vietnam si susseguono in diverse zone del Paese. Nella diocesi di Vinh, padre John Nguyen Van Huu denuncia “l’ultimatum” imposto dalle autorità della provincia di Quang Binh, che pretendono “l’immediata rimozione” di una statua dedicata a Nostra Signora di La Vang. I funzionari hanno condotto una vera e propria campagna volta a distruggere il simbolo cattolico. Il 27 settembre migliaia di cattolici si sono riuniti a difesa del monumento, sul quale incombe la minaccia dei bulldozer (nella foto) pronti ad abbatterlo.

Il Comitato popolare di Dong Da ha infine minacciato di confiscare le proprietà della Chiesa nei pressi del lago di Ba Giang, mettendole sotto l’amministrazione dello Stato. I fedeli hanno avviato una campagna di protesta, contro la quale le autorità hanno spiegato centinaia di agenti e cani poliziotto. Al momento non si hanno notizie di scontri.
29.9.09

I 60 anni della Rpc: Da Mao ad oggi, la corruzione al potere

La storia del comunismo in Cina è una delle più orribili. Fra purghe ideologiche, carestie, repressione, non si è mai data voce alla democrazia (la 5° modernizzazione). Deng Xiaoping ha fatto della supremazia del Partito l’ideale a cui sacrificare tutta la società, aprendo alla valanga del sopruso e della corruzione. I 100 mila “incidenti di massa” in un anno dicono che il popolo vuole contare. La società civile è l’unica speranza per la stabilità della Cina. 2° parte di un dossier dedicato ai 60 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese.

AsiaNews – La Cina grande e potente che vuole celebrare i suoi 60 anni il 1° ottobre non vuole fare i conti con la sua storia. Molti vorrebbero verificare quanto degli ideali del ’49 è stato realizzato e quanto costituisce un tradimento. Zhu Houze, che prima della liberazione era un membro sotterraneo del Partito comunista a Guiyang, intervistato dal South China Morning Post (22/09/2009) ricorda così la fondazione della Repubblica salutata col discorso di Mao Zedong in piazza Tiananmen: “Pensavamo che saremmo stati subito liberi e avremmo cominciato a costruire un Paese nuovo, libero, democratico e prospero”. Negli anni ’80 Zhu è stato anche ministro del dipartimento di propaganda del Comitato centrale, ma ormai è uno dei “delusi” dagli sviluppi del Partito. Vale la pena ripercorrere alcune tappe dei “successi”, ma anche dei “fallimenti” di questi 60 anni.

Considerando soltanto gli aspetti economici e politici, si può dire che nei primi anni il Partito si guadagna la stima della popolazione: niente corruzione o divisioni come ai tempi di Chiang Kai-shek; inflazione bassissima; industria pesante ricostruita (su modello sovietico); agricoltura in abbondante produzione. Ma la caparbietà di Mao e la sua incompetenza economica portano al Grande Balzo in avanti (1958-1961) che causa la morte per fame di circa 50 milioni di persone. Le storie della gente parlano di contadini disperati nella ricerca di cibo; di gente che muore ai lati delle strade; di affamati che si cibano delle carni dei cadaveri. Per frenare le critiche del partito contro di lui (che gli vogliono togliere il potere), Mao lancia nel ’66 la Rivoluzione culturale, che dura fino alla sua morte, nel 1976. La Rivoluzione culturale, che viene ancora oggi ricordata come il periodo del “grande caos”, divide la società, distrugge famiglie, uccide milioni di persone, divise fra “giovani” e “vecchi” del Partito; Guardie rosse e esercito; genitori e figli.

Le aperture di Deng Xiaoping, alla fine degli anni ’70, considerate l’ide brillante del “riformatore”, sono state in realtà una necessità. Per salvare la Cina dalla fame e rialzare le sorti di un’economia distrutta, Deng ha aperto il Paese agli investimenti stranieri e ha cominciato quelle riforme economiche che hanno portato la Cina agli splendori attuali.

Il problema con Deng è che le sue modernizzazioni (dell’esercito, della scienza, dell’agricoltura e dell’industria) mancano di una quinta: la democrazia. A causa di ciò, il Paese gode attualmente di uno status invidiabile dal punto di vista economico (in generale), ma continua ad essere un paria dal punto di vista dei diritti umani. Ancora dopo 30 anni dalle sue riforme, il Paese infatti non gode di libertà di stampa, di associazione, di parola, di religione; i poteri esecutivo, giudiziario, legislativo sono tutti sotto il controllo del Pcc.

La società cinese sacrificata al Partito

Bao Tong è un ex leader del Partito, caduto in disgrazia per aver simpatizzato con i giovani di Tiananmen nell’89. Ha subito per questo 7 anni di carcere e tuttora vive agli arresti domiciliari. In una lunga conversazione sulle modernizzazioni di Deng (in Radio Free Asia, 5/1/2009), egli fa notare che si deve proprio a Deng Xiaoping un cambiamento epocale rispetto a Mao. Pur con tutta la sua enfasi imperiale, il Grande timoniere aveva a cuore “il socialismo” come ideale del partito e del Paese. Invece Deng afferma che tutto in Cina deve servire a “mantenere la leadership del Partito”. Difendere il partito diviene la cosa più importante; difendere i diritti dei cittadini diviene un fatto secondario. In tal modo – Bao Tong spiega – l’esistenza del Pcc diviene lo stesso ideale a cui sacrificare la società cinese.

La Cina di Hu Jintao continua a favorire e migliorare l’economia in modo sorprendente: Pechino sembra aver perfino superato prima di tutti la grande crisi economica (se non si contano i circa 60 milioni di disoccupati). Ma la stabilità della società e l’egemonia del partito rimangono i punti fermi anche per la Quarta generazione della leadership.

I fallimenti e la corruzione

All’interno del Partito vi sono richieste di maggior democrazia e di riforme politiche. Lo stesso Zhu Houze, ora 78enne, insieme ad altri membri in pensione ha scritto varie volte alla leadership criticando la mancanza di controllo nei poteri del Partito, che genera la piaga della corruzione, domandando democrazia e una stampa libera. Ma non ha mai ricevuto alcuna risposta. “Dobbiamo superare – dice Zhu – la percezione ristretta del solo sviluppo economico del mercato e del mantenimento del partito unico. Dobbiamo iniziare la riforma del sistema politico”.

All’ultimo plenum del Comitato centrale (15-18 settembre 2009) si doveva parlare della lotta alla corruzione e della democrazia interna nel Pcc. Ma non è emersa alcuna indicazione concreta. In compenso, in uno dei tanti incontri per celebrare i 60 anni, Hu Jintao ha predicato sul suo slogan preferito: “l’armonia fra gruppi etnici e religiosi”, “rafforzare la solidarietà” “risolvere le contraddizioni”, “portare avanti la democrazia”. Ma ha subito precisato che non si tratta di “copiare i modelli occidentali”, bensì di attuare un sistema con “caratteristiche cinesi”, in cui è sempre salva la “supremazia del partito comunista”.

Eppure davanti agli occhi di tutti sono evidenti i grandi successi, ma anche i grandi fallimenti della Cina: una società in cui lo Stato controlla oltre il 70% dell’economia, frenando la creatività e garantendo promozioni e favori senza alcun merito; rampante corruzione che arriva a sottrarre allo Stato fino al 3% del Prodotto interno lordo; mancanza di sostegno sociale a poveri, pensionati, disoccupati; strutture sanitarie ed educative allo sfacelo; genitori che mettono in vendita i loro organi per pagare l’università ai figli; inquinamento, soprusi, sequestri di terre e di case da parte di membri del Partito. A causa di tutto ciò, ormai il Partito viene visto come sinonimo di “corruzione”.

Un fatto citato da Asia Times (23 settembre 2009) racconta che una bambina di 6 anni a Guangzhou, rispondendo alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” ha detto: “Voglio diventare un funzionario corrotto. La mamma dice sempre che un funzionario corrotto può avere molte, molte cose a casa sua”.

Gli “incidenti di massa” e la società civile

Diversi analisti si domandano se una Cina così, gigantesca nelle prestazioni economiche, ma zoppa nelle riforme politiche, potrà continuare, o se prima o poi sarà così vulnerabile da soccombere.

Già oggi i segni di inquietudine aumentano di pari passo con gli apparenti risultati economici.

Secondo le ultime stime apparse sulla stampa cinese, lo scorso anno vi sono stati oltre 100 mila “incidenti di massa” (almeno uno ogni 4-5 minuti), ossia proteste di centinaia o migliaia di persone che chiedono giustizia per i soprusi, o per paghe non pagate, o per avvelenamenti o sequestri di terreni. La cifra è superiore del 16% ai casi ufficialmente registrati dal Ministero della pubblica sicurezza nel 2006 (87 mila incidenti). Tali “incidenti” hanno anche portato a incendi delle sedi di partito, delle sedi di polizia, a scontri a fuoco fra polizia e manifestanti, a morti su entrambi i fronti.

Il Partito continua a predicare “la stabilità innanzi a tutto” ed è pronto – come nei giorni precedenti alla festa dei 60 anni – ad arrestare persone (circa 6500), disseminare carri armati, spie e poliziotti.

Per salvare la sua supremazia, il Partito continua a far morire il popolo, proprio quel “popolo” a cui appartiene la “Repubblica popolare cinese” fondata 60 anni fa.

Ma il tempo non passa invano. Il fatto più sorprendente è che in tutti questi decenni è cresciuto proprio “fra il popolo” una società civile sempre più attenta ai propri diritti. Fra di loro vi sono attivisti, giornalisti, avvocati, consumatori, madri, impiegati, imprenditori, burocrati. Nella stretta non violenza essi denunciano le malefatte dei quadri del partito; si appellano per la salute dei loro figli avvelenati (come nel caso del latte alla melamina); difendono i loro diritti sulla terra e sulla proprietà; affermano il diritto alla libertà religiosa; esigono di poter votare per esprimere la loro preferenza per uno o l’altro leader.

Secondo Bao Tong, la riforma della società cinese sarà compiuta da questo “movimento per i diritti civili”. “Se la gente può difendere i loro diritti e viene dato loro ciò che è loro dovuto; se lo Stato si piega davanti all’opinione pubblica e i funzionari si mettono a servirla; se la gente può verificare il lavoro dei burocrati, che gettano via il loro cosiddetto ‘diritto divino’ di governare; allora c’è speranza per la Cina… Le speranze per la Cina si basano su un pacifico, pronto, persistente movimento per i diritti civili, che userà l’attivismo per attuare la Costituzione e salvare questa nazione e il suo popolo”. (Fine seconda parte).
28.9.09

Sicilia, boss minaccia di morte un giornalista

Ossigeno per l'informazione denuncia le intimidazioni a Josè Trovato, cronista del Giornale di Sicilia

LiberaInformazione - "Episodio inquietante" così lo definiscono da Palermo gli organi di categoria. José Trovato, collaboratore del Giornale di Sicilia da Leonforte (Enna) è stato minacciato di morte da un mafioso della sua stessa città detenuto nel carcere di Caltanissetta, con una condanna (non definitiva) all'ergastolo per duplice omicidio. Il detenuto ha giurato di fargleila pagare, di fargli saltare la testa, per alcuni articoli di cronaca su un duplice omicidio per il quale e' stato condannato al carcere a vita: l'assassinio a colpi di lupara di un pregiudicato che gli contendeva il primato nel clan mafioso e della findanzata che si trovava con lui.

I propositi omicidi del boss sono stati rivelati a Trovato dai magistrati che le hanno apprese da fonti confidenziali all'interno del carcere. Il fatto risale allo scorso febbraio, ma è stato rivelato solo adesso dal giornalista al Cdr del giornale per cui scrive e a Ossigeno per l'informazione, l'Osservatorio sui cronisti sotto scorta e sulle notizie oscurate promosso dalla FNSI e dall'Ordine dei Giornalisti. Trovato ha rotto il silenzio di fronte all'estendersi delle minacce ai suoi familiari. In questi mesi ha avuto una blanda tutela di polizia. Adesso probabilmente la protezione nei suoi confronti sarà rinforzata.

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana dichiara: “La cultura di rispetto che va promossa verso l’esercizio dell’attività della libera stampa è sempre più urgente, perché sempre più evidente quanti pericoli possa provocare la sottovalutazione delle problematiche e delle difficoltà dell’attività giornalistica nelle aree di frontiera. L’episodio delle minacce al collega Trovato, venute alla luce solo oggi a Palermo, nel corso di un incontro della Fnsi con l’Associazione Siciliana della Stampa e i Cdr del Giornale di Sicilia e della Rai, in occasione della presentazione dell’attività dell’Osservatorio “Ossigeno per l’informazione” (promosso da Fnsi e Ordine) per tutelare i cronisti sottoscorta e combattere il fenomeno delle notizie oscurate è quanto mai inquietante. Josè Trovato ha ricevuto minacce di morte dal mondo della criminalità organizzata che mira ad ottenere il silenzio su fatti di cui il cronista doverosamente ha dato conto. Fnsi, Associazione Siciliana della Stampa, il Cdr del Giornale di Sicilia, il Cdr Regionale della Rai hanno espresso la più totale solidarietà al collega e, attraverso l’osservatorio Ossigeno, seguiranno da vicino gli sviluppi della vicenda fornendo ogni assistenza necessari al collega Trovato affinché le minacce cessino e la sua attività professionale possa continuare.

Gli organismi sindacali di categoria, tutti insieme, chiedono alle autorità competenti di assicurare il massimo dell’attenzione al caso Trovato e di far di tutto per scongiurare qualsiasi rischio. Gli organismi professionali e sindacali della categoria, inoltre, da Palermo lanciano un messaggio chiaro a quei settori di malavita che minacciano in modo inammissibile l’informazione e soprattutto i cronisti locali: non si illudano di ottenere il silenzio; sappiano che, collettivamente, la categoria è impegnata a spezzare qualsiasi tentativo di questo tipo.

E tutti i colleghi minacciati che sinora hanno scelto di non far conoscere le difficoltà in cui operano in conseguenza di minacce o aggressioni possono rivolgersi all’Osservatorio Ossigeno presso la Federazione della Stampa (mail Fnsi: infofnsi@tin.it) e presso l’Ordine dei Giornalisti. Lunedì prossimo il problema più complessivo delle violenze e minacce contro i giornalisti in Sicilia sarà al centro della riunione del Consiglio Regionale dell’Associazione Siciliana della Stampa che terrà proprio a Leonforte e a cui interverrà anche il collega Trovato".
28.9.09

Il "Trattato sul clima" delle associazioni

Nel percorso verso il Summit sul clima di Copenhagen, Greenpeace e WWF si sono impegnate, insieme ad altre associazioni internazionali, per stilare un proprio “Trattato sul Clima per Copenhagen”. Il documento contiene un vero e proprio testo legislativo che evidenzia gli elementi chiave necessari per concludere un accordo globale sul clima equo e ambizioso.

WWF - Il testo, che è stato già distribuito ai negoziatori di 192 paesi, ha impegnato per un anno le principali associazioni mondiali che si occupano delle politiche climatiche. La notizia viene rilanciata in occasione dell’incontro di oggi presso l’Onu sul clima che anticipa i lavori del Palazzo di Vetro e a poche ore dalla proiezione in anteprima mondiale del film ‘manifesto’ sul clima promosso dalle due associazioni, The Age of Stupid di Franny Armstrong. Il documento contiene un vero e proprio testo legislativo che evidenzia gli elementi chiave necessari per concludere un accordo globale equo e ambizioso, in grado di mantenere gli impatti dei cambiamenti climatici al di sotto dei livelli di rischio inaccettabili identificati dalla maggior parte degli scienziati. Dopo aver considerato le osservazioni e i contributi giunti da vari esperti è in preparazione un testo affinato del trattato che verrà presentato nel corso delle prossime sessioni negoziali, prima dell’appuntamento clou per il Summit di Copenaghen a dicembre.

Il documento descrive il percorso che il mondo dovrebbe avviare per evitare cambiamenti climatici catastrofici, riconoscendo che l’incremento delle temperature globali deve mantenersi al di sotto dei 2 gradi centigradi. Si stabilisce un tetto globale alle emissioni – e un idoneo budget di carbonio – e si spiega in dettaglio come i Paesi in Via di Sviluppo e quelli industrializzati possano contribuire alla salvezza del pianeta e delle popolazioni, coerentemente con i propri mezzi e le proprie responsabilità. Il documento mostra infine come i Paesi più poveri e vulnerabili del mondo possono essere protetti e risarciti.

“E’ la prima volta nella storia che una coalizione di gruppi della società civile fa un passo di questo genere. Abbiamo stilato quello che a oggi è il più coerente documento legislativo che mostri soluzioni per il clima bilanciate e credibili, basate sull’equità e la scienza” – ha dichiarato Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia del WWF Italia.“Abbiamo posto al centro di questo Trattato la protezione del clima insieme a quella del pianeta e delle popolazioni di tutto il mondo e ci aspettiamo che i governi facciano altrettanto – ha dichiarato Francesco Tedesco, Responsabile Energia e Clima di Greenpeace. “Ciò di cui abbiamo bisogno per raggiungere a Copenaghen l’accordo ambizioso che il mondo sta aspettando è una semplice operazione di ‘copia-incolla’ di questo testo”.

Il Trattato chiede un accordo legalmente vincolante che consista di 3 parti: l’aggiornamento del protocollo di Kyoto per rafforzare gli obblighi dei Paesi industrializzati; un nuovo protocollo di Copenhagen che contenga impegni legalmente vincolanti per i Paesi industrializzati, compresi gli USA, e stabilisca percorsi a basso contenuto di carbonio per i Paesi in Via di Sviluppo, sostenuti dal mondo industrializzato; un insieme di decisioni che prepari il terreno di lavoro per i prossimi 3 anni. L’adattamento è un'altra componente chiave del Trattato che definisce una Adaptation Action Framework (Piano d’azione per l’adattamento) che include sussidi, indennità e compensazioni per i Paesi più vulnerabili. “L’aiuto ai Paesi più poveri e vulnerabili del Pianeta per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici ormai inevitabili è un elemento cruciale. Senza un Trattato ambizioso ed efficace a Copenhagen andremo sempre più incontro a guerre per le risorse, sconvolgimenti, rifugiati ambientali e catastrofi naturali” sottolineano WWF e Greenpeace.
28.9.09

Usa: la maggioranza degli americani contraria a includere l'aborto nella riforma sanitaria

Anche tra i sostenitori della riforma sanitaria voluta dal Presidente Obama, la maggioranza dei cittadini americani è contraria al finanziamento pubblico dell’aborto ed è favorevole, invece, alla tutela della libertà di coscienza degli operatori sanitari.

Radio Vaticana - È quanto emerge da un sondaggio di opinione commissionato dalla Conferenza episcopale degli Stati Uniti (USCCB). L’indagine è stata effettuata tra il 16 e il 20 settembre dall’International Communications Research di Philadelphia su un campione di 1.043 persone. Da essa risulta che il 60% degli intervistati favorevoli alla riforma, si oppone a “misure che richiederebbero ai contribuenti di pagare con le loro tasse anche la copertura dell’aborto”, mentre appena il 25% è di avviso contrario. Analogamente, il 60% di questo gruppo di intervistati è favorevole al mantenimento delle attuali leggi federali che tutelano l’obiezione di coscienza, contro il 30% che vorrebbe modificarle. Queste percentuali salgono nel campione complessivo comprendente anche i cittadini contrari alla riforma sanitaria. “Il sondaggio – ha commentato Deirdre McQuade, portavoce del Segretariato per le attività pro-vita della USCCB - conferma i risultati di altre recenti indagini.
Ogni settimana che passa risulta sempre più chiaro che l’opinione pubblica americana non vuole pagare la copertura dell’aborto e che la riforma sanitaria venga usata per promuoverlo”, ha detto la portavoce ricordando l’impegno dei vescovi americani “per assicurare che la riforma della sanità tuteli i più deboli, in modo particolare i poveri, gli immigrati e i non nati”. E a proposito di immigrazione, diversi vescovi hanno espresso l’auspicio che la riforma possa beneficiare anche gli immigrati illegali. Una preoccupazione manifestata da una delegazione di presuli ispanici durante un incontro, il 17 settembre, con alcuni membri del Congresso. (L.Z.)

28.9.09

Gli universitari cattolici, nuovi discepoli di Emmaus

Un incontro esorta a trasmettere il Vangelo nelle università

Porto Zenit.org - "I laici hanno un ruolo fondamentale all'interno delle Pastorali universitarie, ma è necessario formarli per aiutare loro a trasmettere sempre più efficacemente il Vangelo nelle università". E' questo il messaggio conclusivo dell'Incontro europeo dei Delegati nazionali e Vescovi di Pastorale universitaria svoltosi a Porto (Portogallo) dal 25 al 27 settembre sul tema "La figura del laico nella pastorale universitaria". L'incontro, promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE), ha visto intervenire numerosi esperti, tra i quali monsignor Lorenzo Leuzzi, segretario della sezione Università del CCEE, che ha ricordato come l'università non sia "un luogo di conquista culturale e politica, ma un luogo dove si progetta il futuro dell'uomo".

"Le sfide culturali sono le sfide di ciascuno di noi, la fatica dello studio e della ricerca è la nostra fatica, la gioia della conoscenza sono la nostra gioia - ha spiegato -. Questa è la viva e creativa testimonianza che sono chiamati a realizzare i nuovi discepoli di Emmaus".

"Purtroppo nelle nostre comunità ecclesiali c'è ancora troppo distacco tra la chiesa e l'università, c'è ancora troppo pregiudizio anticulturale tra noi - ha riconosciuto monsignor Leuzzi -. Ma chi ha incontrato il Risorto non può chiudersi, e nelle aule universitarie deve donare questo amore incondizionato alla costruzione della società".

Nel corso del convegno, i delegati nazionali si sono confrontati attraverso uno scambio di esperienze vissute nei vari Paesi, soprattutto in Gran Bretagna, Spagna, Germania e Polonia.

"Di fronte alle imponenti dinamiche del mondo globalizzato - ha spiegato don Enrico Dal Covolo , docente della Pontificia Università Salesiana, tra i relatori -, bisogna cercare insieme itinerari specifici e mirati, che nel concreto delle situazioni locali siano in grado di formare gli universitari cattolici europei come nuovi discepoli di Emmaus".

Il prossimo appuntamento europeo per i Delegati e i Vescovi si svolgerà a Monaco di Baviera (Germania) nel gennaio 2011.

I direttori e collaboratori dei Centri missionari diocesani italiani


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