31.12.09

Afghanistan, uccisi 7 agenti Cia, rapiti 2 giornalisti francesi

Un kamikaze vestito da militare si è fatto saltare in aria nella provincia di Khost. Raid Nato: vittime civili. Bomba a kandahar: muoiono quattro soldati canadesi e una reporter.

Corriere della Sera - Un giornalista e un cameraman francesi dell'emittente televisiva France 3 (che non ha voluto rendere noti i loro nomi) sono stati rapiti con un interprete e un autista nella provincia afghana di Kapisa, a nord-est della capitale Kabul. Lo ha confermato all'agenzia Reuters il capo della polizia provinciale, Matiuallah Safi. I due francesi erano da qualche giorno impegnati nella realizzazione di un servizio sulla costruzione di una strada tra le valli di Surobi e Kapisa, da trasmettere in uno speciale alla fine di gennaio. Nella provincia di Kapisa operano sia i talebani che le milizie dell'ex signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar. Nella zona è dislocata anche parte del contingente francese dell'Isaf. La polizia è in contatto con gli abitanti dei villaggi della zona, ma non è stato ancora possibile stabilire contatti con i sequestratori.

AGENTI CIA - La notizia del sequestro arriva in Afghanistan dopo quelle dei nuovi attentati e delle nuove vittime civili. Nella giornata di mercoledì, sette agenti della Cia sono rimasti uccisi a seguito di un attacco suicida. L'attentatore si è fatto esplodere all'ingresso di un avamposto nella provincia di Khost causando anche sei feriti, ha ammesso la Cia. Fonti afghane hanno detto che il kamikaze, che indossava un giubbotto imbottito di esplosivo, è entrato nell'installazione e si è fatto saltare in aria. L'attacco alla base americana è stato rivendicato dai talebani. Secondo un portavoce, l'attentatore era un ufficiale dell'esercito. Questo spiegherebbe anche come sia potuto penetrare nella palestra della base superprotetta. Il ministero della Difesa afghano ha però smentito questo particolare.

La reporter Michelle Lang sorride con un soldato canadese al Kandahar Airfield in Afghansitan. (AP Photo/The Canadian Press, Colin Perkel)
La reporter Michelle Lang sorride con un soldato canadese al Kandahar Airfield in Afghansitan. (AP Photo/The Canadian Press, Colin Perkel)
KANDAHAR - Nelle stesse ore l'esplosione di una bomba a Kandahar, rivendicata sempre dai talebani, ha provocato la morte di quattro soldati canadesi e di una giornalista al seguito. A darne notizia è stato il ministero della Difesa di Ottawa, secondo cui nella stessa esplosione che ha investito un mezzo blindato a quattro chilometri a sud dalla città nel sud dell'Afghanistan sono rimasti feriti altri quattro militari e un civile. La giornalista canadese rimasta uccisa è Michelle Lang, 34 anni: per conto del «Calgary Herald» era arrivata nel Paese a metà dicembre e avrebbe dovuto fermarsi per sei settimane. I talebani hanno inoltre decapitato sei presunte spie nella provincia dell'Oruzgan.

RAID NATO - Un bombardamento della Nato nella provincia di Helmand, nel sud dell'Afghanistan, ha invece causato dieci vittime civili, tra cui otto minorenni. A denunciarlo è un portavoce del governatore provinciale. Il raid aereo era stato ordinato in risposta a un attacco contro una pattuglia dell'Isaf alle porte del capoluogo Lashkar Gah. La Nato non ha voluto commentare la notizia, ma il governo afghano ha chiesto che i responsabili dell'uccisione di civili siano arrestati e processati. La consegna è stata sollecitata dal Consiglio per la sicurezza nazionale guidato dal presidente Hamid Karzai. Le forze Nato hanno contestato la versione di Kabul e hanno riferito che a uccidere sono stati civili americani (probabilmente agenti segreti o contractor dell'intelligence) che avevano «legittimamente risposto al fuoco» nel corso di una missione autorizzata.
31.12.09

Dal trauma alla fiducia

Intervista ad Avraham Burg, intellettuale israeliano, autore del libro Sconfiggere Hitler: “non abbandono mai la speranza che un giorno vi sarà pace”.

PeaceReporter - Qual era secondo lei l'obiettivo politico dell'operazione Piombo Fuso? Quale scopo si era prefisso il governo con l'attacco a Hamas?

Come ex attivista di Peace Now, non ho mai considerato la guerra come un'opzione efficace, se non in circostanze di emergenza. Di solito non giudico gli effetti o i risultati di una guerra durante la guerra stessa. Ciò che mi chiedo è una cosa molto semplice: se questo conflitto condurrà a nuove animosità, allora è stato un fallimento. Se porterà alla ripresa dei negoziati, alla riapertura del dialogo, a una nuova road map per la pace, allora è stata necessaria. Faccio un esempio: la guerra con l'Egitto del 1973 è stata devastante, ma è stata una necessità. Ci ha condotti al negoziato e alla pace con l'Egitto.

L'impressione esterna è quella di un paese che negli ultimi anni ha agito solo sul piano militare, senza una precisa strategia politica: come se ritenesse che la sola dimostrazione di forza fosse sufficiente a risolvere i problemi. Ma gli ultimi dieci-quindici anni non hanno insegnato nulla?

E' quasi impossibile rispondere solo da un punto di vista israeliano. La situazione coinvolge il Medio Oriente e tutto il mondo. La questione mediorentale, dagli anni Ottanta e Novanta, si è avvitata in una spirale di violenza, è entrata in un vicolo cieco. Israele è solo una parte del problema. La domanda è: se in questo puzzle, noi, i palestinesi, ma soprattutto l'amministrazione Usa, riusciamo a trovare un punto d'incontro, allora sarà bene seguire un approccio riconciliatorio. Tale approccio sarà dettato soprattutto dal nuovo corso della politica di Obama e dovrà prevedere l'inclusione al tavolo negoziale di tutti gli attori: la comunità internazionale, la comunità regionale e noi israeliani.

Tra le vittime dell'operazione Piombo Fuso rischia di esserci anche la volontà di pace di una parte degli Israeliani?

Non c'è dubbio che gli israeliani desiderino la pace. Ma questa non è stata vittima dell'operazione 'Piombo Fuso'. Paradossalmente, coloro che si sono presi la responsabilità dell'opzione militare rispondevano a un desiderio di pace. Di cessazione delle ostilità da parte di Hamas. Da parte mia, io non abbandono mai la speranza che un giorno vi sarà pace.

Nel settembre 2008 Olmert ha denunciato, in un'intervista a Yedioth Ahronoth, quarant'anni di cecità: sua e di Israele. Disse che era arrivato il momento in cui lo Stato doveva scegliere se guerreggiare in permanenza, o cercare la pace coi vicini. Parlò dell'automatico e quasi paranoico ricorso all'opzione militare e invitò le gerarchie militari a ritrovare il valore della pace, perseguibile a un'unica condizione: liquidare le colonie, restituire "quasi tutti se non tutti i territori", dando ai palestinesi "l'equivalente di quel che Israele terrà per sé". Cosa è cambiato in pochi mesi?

Credo di non avere una risposta. Sono un ex politico, forse per capire la mentalità di Olmert dovrei essere un ex psicologo. Tuttavia, preferisco le sue dichiarazioni riconciliatorie che prevedono la necessità di rimuovere gli insediamenti e di superare la violenza e il radicalismo religioso di Hamas. Questo preferisco, alla sua politica di guerra.

Lei qualche tempo fa scriveva: "Vi sono concrete probabilità che la nostra sia l'ultima generazione sionista. In Israele potrà anche esservi uno Stato ebraico, ma sarà di un genere diverso, strano e spiacevole. C'è poco tempo. Occorre una visione nuova di una società giusta e la volontà politica di attuarla". Oggi c'è ancora tempo per questo?

Ciò che accade oggi in Israele viene letto da voi attraverso la televisione e internet, mentre io ascolto le voci quotidiane della gente di strada. Molti israeliani non considerano la guerra come un'opzione privilegiata. Non sappiamo quale sarà il risultato delle prossime elezioni, nè il futuro del processo di pace, ma sappiamo che c'è una significativa massa critica nella società israeliana che è realmente decisa a trovare soluzioni per evitare una nuova guerra.

Israele ha dimostrato anche in questo caso di non avere scrupoli nell'ignorare i moniti, i consigli, anche solo i miti suggerimenti della comunità internazionale. Ma questa ha un modo per farsi ascoltare dal governo di Tel Aviv?

Non credo sia un'interpretazione corretta. Nella maggioranza dei casi Israele ha avuto un dialogo intenso e conversazioni serrate con la comunità internazionale, specialmente con l'ala contraria al fondamentalismo islamico. In questo caso, è vero, non abbiamo ascoltato. Questo perchè la maggioranza degli israeliani ritiene che la comunità internazionale abbia pregiudizi e non sia oggettiva. Da qui la chiusura nei suoi confronti.

Nel suo ultimo libro Sconfiggere Hitler edito da Neri Pozza, lei scrive che la cultura, o meglio il culto della Shoah, ha modificato la cultura politica dello Stato israeliano ed è diventato, mi perdoni la sintesi, la pubblica giustificazione della durezza con cui Israele amministra i territori occupati.

Nel mio libro sostengo che il problema di Israele è che le sue azioni sono guidate dal traumatico ricordo della Shoah, e che sia la società civile che quella politica devono progressivamente sforzarsi a passare dal trauma alla fiducia, perchè se il trauma rimane la forza che guida le proprie azioni, alla fine si tende a preferire un'approccio aggressivo anzichè uno riconciliatorio. Ciò è deleterio per noi e per i nostri vicini. Credo che la reazione a volte spropositata della società israeliana provenga da qualcosa che sta in profondità, nella psiche stessa di questo popolo, che ha le sue radici nel trauma dell'Olocausto e vuole prevenire un nuovo trauma. Io intendo persuadere gli israeliani che non tutte le minacce, non tutti gli ostacoli, non tutti i pericoli sono letali, assoluti e definitivi, ma che alcuni di questi sono del tutto normali e lo Stato deve affrontarli senza ricorrere sempre all'uso della forza.
31.12.09

Per il 2010 cattolici e buddisti thai portatori di pace e amore

Per il nuovo anno vescovi e leader buddisti invitano le proprie comunità ad essere un esempio di pace nella società. Arcivescovo di Bangkok: solo attraverso la testimonianza di ogni cattolico anche i non cristiani potranno essere toccati dall’amore di Dio.

Bangkok (AsiaNews) – In preparazione al nuovo anno, vescovi e leader buddisti thai invitano i rispettivi fedeli ha promuovere nella società una cultura di pace e amore. “Costruiamo insieme una cultura di amore nelle nostre comunità”, ha affermato nella sua omelia di Natale mons. Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, arcivescovo di Bangkok. “Con piccoli passi – ha continuato –la comunità potrà essere un dono per la società e potrà esserci la pace”. Per il prelato solo attraverso la testimonianza di ogni cattolico i non cristiani potranno essere toccati dall’amore di Dio.

In Thailandia circa il 95% della popolazione è di fede buddista. Su 63 milioni di persone solo 300mila sono cattoliche. Nonostante il piccolo numero essi hanno un ruolo attivo all’interno della società. Esempio di questo impegno, è il Catholic Business Executive Group (Cbeg), che tenta di portare all’interno del parlamento thai i valori del cattolicesimo, a partire dalla battaglia contro l’aborto.

Anche il supremo patriarca buddista Sakolmahasangkaprainayok nella sua benedizione per la fine dell’anno ha sollecitato i fedeli a promuovere nel mondo il messaggio della pace. “Per il nuovo anno auguro a tutti voi di far crescere soprattutto voi stessi, partendo dai desideri del vostro cuore – ha affermato dal tempio di Bawornniwes a Bangkok – solo un cuore pieno di desideri può portare la pace”.
31.12.09

Cairo, pestati dalla polizia i pacifisti della Gaza Freedom March

I dimostranti protestavano davanti al Museo Egizio per il permesso negato di raggiungere la Striscia

PeaceReporter - Qual è la colpa dei partecipanti alla Gaza Freedom March? Chiedere al governo egiziano il permesso di passare la frontiera con la Striscia di Gaza per commemorare le vittime il primo anniversario dell'operazione Piombo Fuso, scatenata dall'esercito israeliano il 27 dicembre scorso. Quando è finita, il 19 gennaio 2009, migliaia di palestinesi hanno perso la vita, in gran parte donne e bambini. L'ennesimo massacro, pausa di orrore nel mezzo di un assedio che soffoca la Striscia dal 2006, quando Hamas ha preso il potere a Gaza. L'unica fonte di vita per la popolazione civile nella Striscia è rimasta la solidarietà internazionale. Ma il governo dell'Egitto, che quando serve si autoproclama paladino dei diritti violati dei palestinesi, non concede il passaggio alla delegazione di pacifisti della Gaza Freedom March, tra i quali tanti italiani.

Oggi i dimostranti, per denunciare questa situazione, si sono dati appuntamento davanti al Museo Egizio del Cairo. Per tutta risposta, il governo egiziano ha risposto inviando poliziotti in tenuta anti sommossa, che prima hanno circondato i manifestanti e poi li hanno caricati con brutalità.
Almeno due pacifisti, entrambi italiani, sono rimasti feriti. Il ministero degli Esteri italiano ha confermato le notizie in arrivo dal Cairo, ma non è pervenuta al momento nessuna condanna del governo italiano per l'aggressione brutale subita da suoi cittadini all'estero.
31.12.09

Iraq: ferito gravemente un diacono a Mosul

Continuano gli attacchi contro i cristiani in Iraq

RadioVaticana - Ieri pomeriggio, a Mosul, Zhaki Bashir Homo, un diacono cristiano, è stato colpito con armi da fuoco da un gruppo di sconosciuti. Lo riferisce AsiaNews. L’uomo era appena entrato nel suo negozio situato nel quartiere di al Jadida. Ferito gravemente, è stato trasportato in ospedale. In questi giorni è giunta anche notizia che un altro cristiano è stato ucciso alla vigilia di Natale. Si tratta di Basil Isho Youhanna, colpito da armi da fuoco davanti a casa sua nel quartiere di Tahrir, nella zona nord di Mosul. Nelle ultime settimane si sono moltiplicate le uccisioni contro i cristiani e gli attacchi contro chiese e conventi. Tutte queste violenze - afferma mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk - rientrano in un progetto di “pulizia etnica” contro i cristiani irakeni. Il governo nazionale e il governatorato locale assistono impotenti davanti a tali attacchi, mentre le varie etnie araba, curda e turcomanna – con possibili infiltrazioni di cellule estremiste – si rimbalzano le responsabilità. Secondo fonti locali, dal 2003, l’anno della caduta di Saddam Hussein, almeno 1960 cristiani sono stati uccisi in Iraq. La loro presenza si è ridotta almeno della metà a causa dell’esodo in altre zone più tranquille del Paese (Kurdistan) o all’estero.
30.12.09

Papa: “L’amicizia di Gesù vi accompagni nel nuovo anno”

Nell’ultima udienza generale del 2009, Benedetto XVI parla di Pietro Lombardo, teologo del XII secolo. Le sue “Sentenze” danno al Papa occasione per esortare i teologi a “tenere sempre presente l’intera visione della dottrina cristiana contro gli odierni rischi di frammentazione e di svalutazione di singole verità”.

Città del Vaticano (AsiaNews) - “Che l’amicizia di Nostro Signore Gesù Cristo vi accompagni in questo nuovo anno che si inizia, aiutandoci ad essere uomini di pace, della sua pace”. E’ l’augurio di Benedetto XVI per il 2010, rivolto oggi alle seimila persone presenti all’ultima udienza generale dell’anno.
Un incontro, allietato da cori, tra i quali uno di giovani di Colonia, vestiti come personaggi del presepe, nel corso del quale il Papa ha sottolineato la necessità di conservare l’unità della dottrina, invitando “tutti i teologi e i sacerdoti a tenere sempre presente l’intera visione della dottrina cristiana contro gli odierni rischi di frammentazione e di svalutazione di singole verità”.

Una esortazione che Benedetto XVI ha tratto illustrando la figura di Pietro Lombardo, teologo del XII secolo, autore di quelle “Sentenze” che per secoli è stato adottato come manuale in tutte le scuole di teologia. Del personaggio si hanno notizie scarse: nacque presso Novara tra XI e XII, in territorio allora dei Longobardi, il che ne spiega il nome. Nato da una famiglia di modeste condizioni poté studiare gratuitamente in Francia. “Anche nel Medioevo – ha commentato - non solo i nobili o i ricchi potevano studiare e acquisire ruoli importanti nella vita ecclesiale e sociale, ma anche persone di origini umili, come ad esempio Gregorio VII, il papa che tenne testa all’imperatore Enrico IV, o Maurizio di Sully, l’arcivescovo di Parigi che fece costruire Notre-Dame e che era figlio di un povero contadino”.

A Parigi Pietro Lombardo insegnò a Notre Dame. Stimato e apprezzato fu nominato vescovo di Parigi nel 1159, un anno prima della sua morte.

Pietro scrisse numerosi discorsi e commenti alla Sacra Scrittura. Di particolare rilievo i quattro libri delle “Sentenze”, “un testo nato e finalizzato all’insegnamento”. “Secondo il metodo teologico in uso a quei tempi, occorreva anzitutto conoscere, studiare e commentare il pensiero dei Padri della Chiesa e di altri scrittori ritenuti autorevoli. Pietro raccolse perciò una documentazione molto vasta, costituita principalmente dall’insegnamento dei grandi Padri latini, soprattutto di sant’Agostino, e aperta al contributo di teologi a lui contemporanei. Fra l’altro, egli utilizzò anche un’opera enciclopedica di teologia greca, da poco tempo conosciuta in Occidente: ‘La fede ortodossa’, di san Giovanni Damasceno”.

Il “grande merito” di Pietro Lombardo è “aver ordinato tutto il materiale, che aveva raccolto e selezionato con cura, in un quadro sistematico ed armonioso. Infatti, una delle caratteristiche della teologia è organizzare in modo unitario e ordinato il patrimonio della fede”. “Nel primo libro si tratta di Dio e del mistero trinitario; nel secondo, dell’opera della creazione, del peccato e della grazia; nel terzo, del mistero dell’Incarnazione e dell’opera della redenzione, con un’ampia esposizione sulle virtù. Il quarto libro è dedicato ai sacramenti e alle realtà ultime, quelle della vita eterna”. L’opera “include quasi tutte le verità della fede cattolica”. Questo sguardo sintetico e la presentazione chiara, ordinata, schematica e sempre coerente, spiegano il successo straordinario delle Sentenze di Pietro Lombardo. Esse consentivano un apprendimento sicuro da parte degli studenti, e un ampio spazio di approfondimento per i maestri”. L’opera di Lombardo fu il libro in uso in tutte le scuole di teologia, fino al secolo XVI.

L’esempio di Pietro Lombardo è dunque servito a Benedetto XVI per invitare “tutti i teologi e i sacerdoti a tenere sempre presente l’intera visione della dottrina cristiana contro gli odierni rischi di frammentazione e di svalutazione di singole verità”. Il Catechismo della Chiesa cattolica ci offre “proprio questo quadro completo della rivelazione cristiana, da accogliere con fede e con gratitudine. Vorrei incoraggiare perciò i singoli fedeli e le comunità cristiane ad approfittare di questi strumenti per conoscere e approfondire i contenuti della nostra fede. Essa ci apparirà così una meravigliosa sinfonia, che ci parla di Dio e del suo amore e che sollecita la nostra ferma adesione e la nostra operosa risposta”.
Un altro aspetto dell’opera di Pietro Lombardo è stato sottolineato dal Papa: la definizione dei sacramenti che non è stata più abbandonata dai teologi successivi. Egli disse che “E’ detto sacramento in senso proprio ciò che è segno della grazia di Dio e forma visibile della grazia invisibile, in modo tale da portarne l’immagine ed esserne causa”. L’affermazione, ha sottolineato il Papa, “coglie l’essenza dei sacramenti: essi sono causa della grazia, hanno la capacità di comunicare realmente la vita divina”. (continua a leggere)

30.12.09

"Un bicchiere di latte per salvare la vita": progetto europeo per la Tanzania

Un bicchiere di latte per salvare una vita. E’ la sfida del progetto “Il Seme della Solidarietà” avviato a Njombe, in Tanzania, dal Cefa, il Comitato Europeo per la Formazione e l'Agricoltura.

Radio Vaticana - L’iniziativa mira a sconfiggere la malnutrizione ed avviare un modello di auto-organizzazione economica e sociale basato sull’allevamento e la produzione di latte, in uno dei distretti più poveri del Paese. Massimiliano Menichetti ne ha parlato con il responsabile comunicazione del Cefa, Giovanni Beccari:

R. – L’iniziativa è nata alla fine degli anni 2000, per volontà della gente del posto, della gente di Njombe, su un altopiano, a 1600 metri; abbiamo visto che c’erano dei pascoli e la popolazione già allevava le vacche zebù. E così abbiamo risposto alla richiesta della gente di aiutarla nel percorso di evitare la malnutrizione con un progetto che potesse avviare l’uso quotidiano del latte. Quindi, dalle normali vacche zebù che fanno due litri di latte al giorno, con delle vacche – sempre di origine africana – che però producono più latte. Oggi gli allevatori di Njombe – siamo nell’ordine di circa 400 allevatori – hanno vacche che producono anche 10 litri di latte al giorno. E così è partito il progetto.


D. – Con il 2007, a Njombe è stata di fatto inaugurata la prima centrale del latte …


R. – Sì. C’era l’obbligatorietà di cercare di diffonderlo, non solo nelle famiglie allevatrici ma anche a tutto il territorio: agli ospedali, agli orfanotrofi, alle scuole, alle famiglie comuni … Teniamo conto che prima si usava soltanto latte in polvere!

D. – Un progetto di fatto internazionale che mira ad un autosostentamento, un’autoproduzione …


R. – La cooperativa che si sta formando è una cooperativa sociale che si chiama “NjoLiFa” – “Njombe Life Stock Farmers Association” – e che è composta tutta da africani che in questo periodo stanno imparando la gestione di questo patrimonio, che è la latteria di Njombe, affinché – noi ci auguriamo – fra tre-quattro anni potranno andare avanti con le loro gambe.


D. – Ricordiamo che, peraltro, questo centro nasce in uno dei distretti più poveri del Sud del Paese …


R. – Sì, la Tanzania ha una zona costiera più ricca e più agiata, ma poi c’è tutta la parte interna, la parte meridionale, quella al confine con il Malawi e con il Mozambico, estremamente isolata e povera.


D. – Possiamo dire quindi che in questo caso una goccia di latte salva la vita …

R. – La salva sì, perché è l’unica cosa che hanno! Quindi, se riescono ad avere latte prodotto dalle vacche africane, prodotto da loro, pastorizzato da loro e commercializzato da loro, è una cosa veramente straordinaria! Oggi c’è solo la polenta, un prodotto molto energetico ma molto povero di proteine. Il latte è esattamente il contrario.


D. – Qual è il vostro appello? E se qualcuno volesse aiutarvi, come può fare?


R. – Bisogna andare a guardare sul sito www.africamilkproject.org facendo un’offerta o un’adozione a distanza delle classi in modo che possiamo dare il latte ai bambini nelle scuole; andando in Africa, in Tanzania, potete partecipare ai viaggi solidali per andare a Njombe a vedere il lavoro che ci si svolge; abbiamo appena realizzato un cd musicale che si intitola “Africa Milk Project”: questo cd si può acquistare e così si può diffondere anche attraverso la musica il messaggio della solidarietà con gli altri.

30.12.09

Repressione sempre più violenta; il regime di Teheran si disgrega

Il governo organizza manifestazioni oceaniche in tutto l'Iran. Centinaia di arresti; l’opposizione accusata di essere manipolata dalle potenze straniere. Ma esercito e perfino molti Guardiani della rivoluzione si rifiutano di attaccare l’Onda verde, composta ormai da tutte le fasce popolari. Secondo il regime gli oppositori devono essere giustiziati perché “nemici di Dio”.

Teheran (AsiaNews) – In molte città dell'Iran si sono svolte oggi massicce manifestazioni pro-governo. Mentre Ahmadinejad accusa l'opposizione di essere al soldo del sionismo, degli Usa e della Gran Bretagna, emergono sempre più falle e divisioni fra le forze dell’ordine e fra gli stessi Guardiani della rivoluzione, che si rifiutano di colpire i loro connazionali. Intanto il regime iraniano accresce la repressione, arrestando centinaia di dissidenti e minacciando di morte i leader dell’opposizione. Secondo alcuni siti dell’opposizione nei giorni scorsi vi sono stati centinaia di arresti, in seguito alle potenti manifestazioni nel giorno dell’Ashura. Fra gli arrestati vi sono parenti di Mir Hossein Mussavi e di Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace; il giornalista Mashallah Shamsolvaezin, critico del governo; un altro giornalista dell’agenzia Ilna; il figlio di un importante ayatollah. Le forze di sicurezza frenano anche i movimenti di Moussavi e di Medhi Karroubi, riconosciuti leader dell’opposizione.

Nata nel giugno scorso dalle manifestazioni contro le elezioni-truffa di Mahmud Ahmadinejad, l’Onda verde, è ormai accusata di essere una minaccia alla Repubblica islamica. E sebbene sia composta da iraniani di tutte le fasce sociali, il regime ha iniziato ad accusarli di essere uno strumento al soldo delle potenze straniere.

Ahmadinejad e diversi leader condannano le proteste come “un teatro all’ordine di sionisti e americani”; Manouchehr Mottaki, ministro degli esteri ha redarguito l’ambasciatore britannico minacciandolo di “schiaffi in pieno viso” se non smette di intromettersi negli affari interni dell’Iran; Abbas Vaez-Tabasi, vicino alla guida suprema Alì Khamenei ha bollato il movimento di opposizione come dei “nemici di Dio” (mohareb) che meritano l’esecuzione capitale.

L’escalation di accuse va di pari passo con la perdita di stima della leadership fra la popolazione.
Secondo fonti di AsiaNews a Teheran, le manifestazioni sono ormai divenute un fiume popolare fatto di giovani, uomini e donne, vecchi e madri coi figli. E sebbene siano iniziate chiedendo soltanto nuove elezioni, ormai prendono di mira Alì Khamenei e vogliono la separazione fra lo Stato e la religione.

Appoggio all’opposizione viene anche dall’esercito che di rifiuta di assaltare le persone presenti alle manifestazioni e perfino dai Guardiani della rivoluzione che – secondo fonti di AsiaNews – sono spaccati in due sull’appoggio da dare all’Onda verde. L’unico gruppo ancora compatto che ubbidisce a Khamenei è quello dei basij (volontari della rivoluzione) educati fin da piccoli all’ubbidienza cieca verso il regime.

Molti ayatollah, prima timorosi, ora criticano in modo esplicito le scelte di Khamenei e la sua violenza contro l’opposizione, bollandola come “non islamica”.

30.12.09

Un anno da ricordare per la scienza della sostenibilità

Chiudiamo un anno particolarmente intenso sul fronte del sempre più evidente intreccio tra problematiche ambientali, economiche e sociali.

di Gianfranco Bologna

GreenReport - Il 2009 ha costituto un importante rafforzamento per la scienza della sostenibilità, "disciplina di incrocio di tante discipline", alla frontiera della nostra conoscenza, che si pone al servizio di chi opera nella politica e nell'economia tracciando la strada delle scelte che vengono fatte quotidianamente dai governi e dalle imprese in tutto il mondo. Una maggiore conoscenza e consapevolezza delle basi scientifiche della sostenibilità potrebbe far cambiare la "strada" sin qui intrapresa dai nostri modelli culturali dominanti. Non a caso nel 2009 in Svezia, la nota rivista "Fokus" ha nominato"Swedish person of the year", la persona svedese del 2009, lo studioso della sostenibilità Johan Rockstrom, direttore dell'autorevole Stockholm resilience centre (www.stockholmresilience.org, uno dei maggiori centri internazionali di ricerca sulla sostenibilità e sulla resilienza). Le motivazioni di questo riconoscimento sono molto interessanti e riguardano il profondo lavoro di coinvolgimento e di ispirazione svolto da Rockstrom nel campo dei rischi dovuti ai cambiamenti climatici ed il suo contributo nell'indicare quanto l'azione umana non debba essere condotta al di fuori di quelli che egli stesso, insieme ad altri 28 scienziati di fama internazionale, ha definito i "confini planetari" che non dovremmo mai oltrepassare.

Rockstrom è riuscito infatti a rendere l'idea, su base scientifica, della nostra strettissima dipendenza dai sistemi naturali e quindi del rischio di non oltrepassare i "confini planetari" indicati dagli scienziati. Si tratta infatti di confini imposti ai nostri modelli socio-economici dagli stessi limiti biofisici che presenta il nostro straordinario Pianeta. Inoltre Rockstrom ha indagato su quali siano i cambiamenti necessari per consentire all'umanità di continuare a svilupparsi.

Proprio nel 2009, come ho già più volte approfondito negli articoli di questa rubrica, Rockstrom ha pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica "Nature" , insieme ad altri 28 autorevoli scienziati delle scienze del sistema Terra e della scienza della sostenibilità (Rockstrom J. et al., "A safe operating space for humanity",Nature, vol,461; September 2009; 472-475), un lavoro veramente straordinario nel quale si sottolinea come il nostro impatto sui sistemi naturali stia facendo preoccupare l'intera comunità scientifica, perché in molte situazioni siamo ormai vicini a dei punti critici (a delle vere e proprie "soglie"), oltrepassati i quali gli effetti a cascata che ne derivano possono essere devastanti per l'umanità. Per questo motivo Rockstrom e gli altri scienziati indicano, in questo lavoro, quelli che loro definiscono "i confini del pianeta" (Planetary boundaries), confini che l'intervento umano non può superare, pena effetti veramente negativi e drammatici per tutti i sistemi sociali.

La comunità scientifica (come ho più volte ricordato in questa rubrica) ritiene che ormai ci troviamo in un nuovo periodo geologico, che è stato definito dal premio Nobel Paul Crutzen, uno degli autori del lavoro su "Nature", Antropocene. Questo termine serve ad indicare come la pressione umana sui sistemi naturali del Pianeta sia diventata talmente significativa da essere paragonabile alle grandi forze geologiche che hanno modificato la Terra durante l'arco della sua vita.

Questa pressione è oggi a livelli veramente elevati, come ci dimostrano tutte le ricerche del Global environment change (il cambiamento ambientale globale) oggetto di approfondite analisi da parte di tutti gli scienziati del sistema Terra (vedasi il sito www.essp.org). Pertanto Rockstrom e gli altri individuano nell'analisi pubblicata su "Nature" e sull'altro lavoro, ancora più approfondito e dettagliato, apparso sulla rivista "Ecology and society" (vedasi www.ecologyandsociety.org) nove grandi problemi planetari e sottolineano che, per tre di questi, e cioè cambiamento climatico, ciclo dell'azoto e perdita di biodiversità, le ricerche sin qui svolte, dimostrano che siamo già oltre il "confine" che non avremmo dovuto sorpassare.

Ricordo che la lista delle nove problematiche include: il cambiamento climatico, l'acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, la modificazione del ciclo biogeochimico dell'azoto e del fosforo, l'utilizzo globale di acqua, i cambiamenti nell'utilizzo del suolo, la perdita di biodiversità, la diffusione degli aerosol atmosferici e l'inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici.

L'opera di Rockstrom e degli altri scienziati si allinea in maniera molto chiara e netta al lavoro di tanti altri studiosi che, sempre nel 2009, hanno animato l'interessantissimo primo World Resources Forum (www.worldresourcesforum.org ), che ha avuto luogo a Davos in Svizzera, la stessa località ben nota in tutto il mondo per l'annuale World Economic Forum (www.worldeconomicforum.org ).

Non a caso la dichiarazione finale del Forum che ha visto la partecipazione dei migliori esperti internazionali dei flussi di materia e di energia, è stata intitolata "Il governo delle risorse. Gestire una crescente domanda di materie prime in un pianeta finito". La stabilità economica, ci ricordano questi studiosi, dipende, nel nostro mondo "finito", da quanto siamo rapidamente in grado di introdurre sistemi di produzione a basso impatto, capaci di soddisfare i bisogni umani e mantenendo una qualità della vita per tutti gli esseri umani. In perfetta sintonia con il concetto di "confini planetari" il Forum mette al primo posto delle sue richieste, l'attivazione di accordi internazionali basati su target di consumo a livello mondiale pro capite per l'estrazione ed il consumo di risorse, al massimo entro il 2015.

Si tratta di una sfida epocale che, sempre nel 2009, è stata, in qualche modo, avviata anche dalla 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti climatici tenutasi a Copenaghen. Non si erano mai visti oltre 100 capi di stato e di governo presenti in un evento simile, a trattare un negoziato che prevede, inevitabilmente, un processo di fuoriuscita dall'attuale economia basata sui combustibili fossili con impegni di riduzione delle emissioni dei gas che modificano la composizione chimica dell'atmosfera incrementando l'effetto serra naturale, individuando tempi e modalità di attuazione per raggiungere i target indicati.

La sfida è veramente imponente ed ha visto discutere paesi ricchi e paesi di nuova industrializzazione insieme ai paesi poveri, che sono coloro i quali subiscono maggiormente gli effetti devastanti degli attuali cambiamenti climatici in atto. Come sappiamo il vertice di Copenaghen non ha raggiunto gli obiettivi sperati mirati a concludere l'approvazione di un trattato concreto e stringente con indicazione di target e tempi. In ogni caso non possiamo disconoscere che si è realmente aperta una nuova era. L'impegno che i partecipanti di Copenaghen si sono presi nell'ottenere una chiusura del negoziato entro il 2010, ci lascia ben sperare sul fatto che il nuovo anno dovrà essere focalizzato su temi come questo, che dovranno raggiungere la stessa importanza dei temi classici dell'agenda politica internazionale, come attualmente è l'obiettivo della fuoriuscita dalla crisi economica e finanziaria globale.

Finalmente, anche se con grande fatica e dopo un ingente quantità di tempo investito, la comunità internazionale sta comprendendo che ci troviamo in una grave situazione di deficit "ecologico" , una vera e propria crisi strutturale che deve essere seriamente affrontata e risolta per il bene dell'intera umanità. Ci auguriamo che questo sia lo spirito che animerà il grande lavoro che si dovrà fare nel 2010.

30.12.09

Dossier Fides: nel 2009 uccisi 37 testimoni del Vangelo

Nel 2009 sono stati uccisi 37 testimoni del Vangelo, il numero più alto registrato negli ultimi dieci anni: è il drammatico bilancio contenuto nel tradizionale dossier dell’agenzia Fides, pubblicato oggi, sugli operatori pastorali che hanno perso la vita in modo violento nel corso degli ultimi 12 mesi.

Radio Vaticana - Si tratta di 30 sacerdoti, 3 religiose, 2 seminaristi e 3 volontari laici di 16 diverse nazionalità. Il servizio di Alessandro Gisotti (ascolta):
Per annunciare l’amore di Cristo non hanno esitato a mettere a rischio la propria vita in contesti di sofferenza, povertà e violenza generalizzata. E’ quanto si legge nel documento dell’agenzia Fides, che sottolinea come gli operatori pastorali uccisi nel 2009 siano quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Solo nel continente americano sono stati uccisi 23 testimoni del Vangelo, 6 rispettivamente in Brasile e Colombia. In Africa, sono 11 le vittime, di cui 4 nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Africa. Due in Asia e un sacerdote in Europa. Diversissime le loro storie, comune la testimonianza di amore per il Vangelo. C’è chi come il giovane William Quijiano, laico della Comunità di Sant’Egidio, è stato ucciso in El Salvador dai colpi di arma da fuoco di una delle tante gang dei giovani poveri del Centramerica. Aveva solo 21 anni. Era invece anziano padre Ernst Plöchl eppure pieno di vigore impegnato in particolare con i giovani. Austriaco, 78 anni, missionario in Sud Africa, padre Ernst è caduto vittima della violenza diffusa nel Paese. Simile il contesto sociale in cui ha perso la vita il fidei donum italiano, don Ruggero Ruvoletto, 52 anni, assassinato nella sua parrocchia in Brasile durante una rapina. Nella terra martoriata del Congo, a Bukavu, è stata invece uccisa suor Denise Kahambu Muhayirwa, monaca trappista di 44 anni. Aveva da poco recitato i Vespri, quando si è accorta della presenza nel suo monastero di alcuni malviventi che non hanno esitato a colpirla a morte.


Ricordare i tanti operatori pastorali uccisi nel mondo e pregare in loro suffragio, sottolinea l’agenzia Fides, riprendendo le parole di Benedetto XVI, “è un dovere di gratitudine per tutta la Chiesa e uno stimolo per ciascuno di noi a testimoniare in modo sempre più coraggioso la nostra fede e la nostra speranza in Colui che sulla Croce ha vinto per sempre il potere dell’odio e della violenza con l’onnipotenza del suo amore” (Regina Coeli, 24 marzo 2008). A questo elenco provvisorio stilato annualmente, conclude l’agenzia Fides, deve comunque essere sempre aggiunta la lunga lista dei tanti di cui forse non si avrà mai notizia, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano anche con la vita la loro fede in Cristo. Si tratta di quella “nube di militi ignoti della grande causa di Dio” - secondo l’espressione di Giovanni Paolo II - a cui guardiamo con gratitudine e venerazione, pur senza conoscerne i volti, senza i quali la Chiesa e il mondo sarebbero enormemente impoveriti.

30.12.09

Allarme bomba a New York, bloccata Times Square

La polizia ha individuato un veicolo sospetto con un falso "pass" della polizia. Evacuato il Nasdaq.

New York - Times Square bloccata, Nasdaq evacuato: è allarme a New York dopo il ritrovamento di un furgoncino sospetto. Lo hanno riferito i media locali. Gli artificieri stanno esaminando un furgone Dodge del 1992 parcheggiato da due giorni nei pressi dell'incrocio tra la 42.ma e Broadway. Il portavoce del Nypd, Paul J. Browne, ha dichiarato che il furgone ha sul parabrezza un «falso passi di un ufficio della polizia di New York/New Jersey inesistente». Il mezzo è stato segnalato perché è in corso la rimozione di tutti i veicoli parcheggiati nei dintorni della piazza in previsione della grande festa del 31 dicembre a Times Square. Il furgone ha una targa temporanea e ha i finestrini oscurati. La polizia ha chiesto che venga evacuato il palazzo che ospita il Nasdaq, la Borsa newyorchese dei tecnologici, che si trova su Times Square.
30.12.09

Passaggio a Oxford

I numeri le sono sempre piaciuti, a dispetto di altre materie come italiano e storia. Viviana Amati, dopo la laurea alla Facoltà di Statistica a Milano e due anni di specializzazione, è a Oxford per uno stage di ricerca. Di questo, trovandosi al Centro Scalabrini di Londra, ama raccontare, rispondendo alla nostra curiosità...

“Un periodo di studio all’estero è molto apprezzato, fa curriculum. Dal mio punto di vista - precisa subito - è un’opportunità che mi ha consentito di vedere e vivere nuove realtà e nuove prospettive, oltre a trovare nuovi amici e migliorare il mio inglese. La decisione di venire in Inghilterra per alcuni mesi è comunque stata dettata dal mio argomento di ricerca e dall’assenza in Italia di qualcuno che mi potesse davvero seguire, come invece era garantito in Inghilterra. In fondo, è stato un periodo di studio intensivo, dovendo sfruttare appieno questi mesi, ma bello. Il consiglio che darei ad uno studente italiano è di trovare un argomento che davvero lo interessi e, se si presentano l’opportunità e la necessità di valicare le Alpi, di farsi coraggio e vivere questa nuova esperienza. D’altronde se non si fanno certe cose quando si è giovani, poi si rischia di non poterle più fare... Nella valigia virtuale da portare con sè si dovrebbero porre l’impegno e la costanza e, come sempre, un certo spirito di sacrificio, perché stare lontani da casa, dagli amici e dal proprio nido non è facile. Anche la curiosità e la voglia di confrontarsi con gli altri sono da mettere nel bagaglio. Durante il mio periodo di studio ho conosciuto tanti ragazzi stranieri e nel loro racconto ho capito quale è la vera vita nei loro Paesi. Un libro non può certo insegnarci tutto ciò. Infatti, se penso alle guide turistiche, ci sono quelle fredde, scritte da chi ha cercato solo informazioni, dati… o quelle calde, stese da chi nel Paese ci è nato o ci vive da anni con aneddoti e storie di vita vissuta, ed è ben altra cosa!

Sembrerà strano, ma i mesi trascorsi in Inghilterra mi hanno fatto capire che in fondo tutto il mondo è paese. In Italia, si coltiva il mito della polite England, la terra dove si rispetta ogni regola, si è ligi al proprio dovere, dove certe cose non potrebbero mai accadere... Arrivando qui e leggendo i giornali mi sono accorta che anche qui accadono cose non così differenti dall’Italia. L’aver visto Londra bloccata solo per qualche centimetro di neve con il traffico in tilt, la metropolitana chiusa, i marciapiedi ghiacciati... ne è un esempio. Da noi è impensabile una Londra completamente impreparata alla caduta di qualche fiocco di neve.

La difficoltà più grande, invece, per me è stata la mia ricerca di un nido e poi la voglia di evadere almeno per l’ora di pranzo dal mondo dello studio per parlare di “vita vera”. All’inizio, non avendo confidenza con nessuno, l’esperienza è stata dura e i discorsi a pranzo o a cena finivano sempre nell’ambito del lavoro o del tempo atmosferico. Poi pian piano, conoscendosi, le cose cambiano...

Tuttavia, sembrerà paradossale, ma ciò che mi è mancato molto è stata la mia vita da pendolare, più di un’ora di viaggio per andare dal mio paesetto a Milano su treni tante volte criticati. Al college, invece, avevo la mia cameretta accanto all’ufficio: da un lato questo voleva dire dormire un po’ di più e non prendere freddo per andare al lavoro, dall’altro mi faceva perdere quel contatto quotidiano con la gente comune che ogni giorno prende il treno. Sono le mamme che raccontano tutte le corse da fare per seguire i figli, il giovane che ti cita ridendo un proverbio del nonno in dialetto lombardo, gli studenti che parlano di corsi e di esami... Un’avventura comune di vita... calda, anche se spesso il riscaldamento nel nostro vagone andava in tilt!

Una regola d’oro per uno statistico come me è “l’improbabile non è impossibile”. Al di là del significato puramente matematico-statistico, vi intravedo due applicazioni alla vita concreta. La prima, essendo io sognatrice e amante del bicchiere mezzo pieno, come un’inguaribile Peter Pan, è che anche le cose che sembrano poco realizzabili possono in realtà verificarsi. E poi che bisogna sempre lottare e fare del proprio meglio, perché solo così si raggiungono quegli scopi che ci sembravano tanto lontani, ai quali spesso rinunciamo per una scelta di comodo. In fondo, è più facile sventolare bandiera bianca di fronte a un ostacolo che rimboccarsi le maniche e creare il miracolo!

Anche se qui altri piccoli miracoli mi hanno colpito. Come la calma inglese e l’eleganza con cui si fanno dappertutto le code. Nessuno si lamenta, ma ognuno aspetta il proprio turno quietly. Questa calma che vedo riflettersi in tutti gli aspetti della vita anche nella Messa, come ogni domenica quella delle 11.00, solenne in inglese e latino, con pure il credo cantato: ognuno la vive con calma per un’ora e un quarto precise, senza lamentarsi. Da noi, invece, si sceglie spesso quella in un certo orario o in un altro paese, perché è più svelta e più corta! In fondo, dovrei mettere un po’ di questa pazienza nella mia valigia: è una stupenda scoperta.

Insieme ad un’altra, la differenza tra i docenti italiani e quelli d’Oltralpe, che trovo da tanti punti di vista abissale. Non tanto nel dare del lei o del tu, poiché in inglese il pronome personale you vuol dire tutti e due. Piuttosto perchè i docenti qui si presentano sempre usando il loro nome, mai il loro cognome: ciò mi ha davvero lasciata a bocca aperta! Ma anche per la diversa considerazione nei tuoi confronti: qui, prima di tutto, sei una persona e poi uno studente. Da noi, invece, prima di tutto sei uno studente e spesso sei solo quello!
30.12.09

Studentessa cristiana rapita da un gruppo islamico a Mosul

La ragazza è stata rapita negli edifici della facoltà di educazione. In passato sono avvenuti attacchi a universitarie cristiane perché erano truccate o non portavano il velo. Attacchi e rapimenti sono “un messaggio di avvertimento” per costringere i cristiani all’esodo di massa. C’è chi parla di “pulizia etnica” su base religiosa.

Mosul (AsiaNews) – Una ragazza cristiana è stata rapita da un gruppo islamico mentre si trovava all’università. La ragazza, Sarah Edmond Youhanna, frequenta il primo anno della facoltà di educazione all’università di Mosul. Il rapimento è avvenuto il 28 dicembre scorso. I rapitori hanno telefonato alla famiglia della ragazza e si sono dichiarati aderenti a un gruppo islamico. Le forze dell’ordine hanno aperto un’inchiesta e hanno arrestato alcuni studenti. Il fatto ha diffuso un clima di panico fra le molte ragazze cristiane che frequentano l’università.

In passato gruppi fondamentalisti hanno attaccato giovani ragazze cristiane all’università gettando loro addosso l’acido solo perché truccate o perché non portavano il velo.

Negli ultimi due mesi a Mosul sono state attaccate quattro chiese e un monastero di suore domenicane; distrutte numerose abitazioni di cristiani e musulmani. Cinque cristiani sono stati assassinati, altri sono vittime di sequestri. Secondo le autorità cristiane questi attacchi sono mirati e tendono a un progetto di “pulizia etnica” contro la comunità cristiana in tutto l’Iraq.

Fonti di AsiaNews in città confermano che tutti questi attacchi e rapimenti sono “un messaggio di avvertimento” per costringere i cristiani all’esodo di massa. “Le famiglie che sono fuggite al nord, nel Kurdistan – conferma la fonte – non hanno lavoro, né una prospettiva di vita. La comunità cristiana è destinata a morire”.
30.12.09

Natale blindato per i cristiani del Bangladesh

Per prevenire le aggressioni dei musulmani durante le celebrazioni del Natale il governo schiera oltre 12mila poliziotti a guardia delle chiese. Arcivescovo di Dhaka: “ Cristiani spaventati dal crescente clima di violenza”. La paura non ferma le attività di carità. Oltre 50mila euro donati dai cristiani per i poveri di tutte le fedi.

Dhaka (AsiaNews) – Oltre 12mila tra poliziotti e militari sono stati schierati in questi giorni a guardia di chiese e luoghi di culto. L’obiettivo è prevenire eventuali aggressioni da parte degli estremisti islamici e consentire le celebrazioni del periodo natalizio. “I cristiani si sentono minacciati e non possono pregare in pace – afferma mons, Paulinus Costa, arcivescovo di Dhaka – mentre i poliziotti stanno a guardia del sagrato i fedeli pregano con la paura di nuove aggressioni”. “Noi non abbiamo nemici – continua l’arcivescovo – e non siamo nemici di nessuno”. Per il prelato i musulmani sono fratelli. Egli chiede ai cristiani di pregare per loro, soprattutto nel periodo di Natale, che deve essere una festa aperta a tutti i popoli. “Il clima di insicurezza – aggiunge - e la presenza di guardie armate sui sagrati delle chiese, non ci consente di condividere con gli altri la gioia del Natale, che viene quindi limitata ai soli cristiani.”

In Bangladesh la percentuale dei musulmani supera l’85% mentre i cristiani sono una piccola minoranza, meno dello 0,7%. La presenza nel Paese di oltre 64mila scuole coraniche e circa 100 partiti islamici, fa dei cristiani un facile obiettivo per gli estremisti. Le violenze contro minoranze religiose spesso mirano a privare le famiglie e interi villaggi delle loro proprietà. Per paura di ritorsioni la maggior parte dei casi non viene denunciata. La polizia interviene di rado a favore delle minoranze e lascia impuniti gli autori delle violenze. (Cfr. AsiaNews 2/10/09 “Universitario cattolico aggredito da estremisti musulmani in un parco pubblico di Dhaka”).

Nonostante la paura, nelle varie parrocchie dell’arcidiocesi la popolazione ha donato oltre 50mila euro per i poveri musulmani e di altre religioni.
30.12.09

Il governo rinvia la chiusura dei campi profughi tamil e l'inchiesta sui crimini di guerra

Almeno 100mila profughi dei campi di Vavuniya rimarranno nei centri anche dopo gennaio. Rinviata di quattro mesi anche la presentazione del rapporto sui presunti crimini di guerra compiuti dall’esercito durante le fasi finale della guerra.

Colombo (AsiaNews) - Il Governo dello Sri Lanka “non può promettere di completare il processo di reinsediamento dei profughi” dei campi di Vavuniya entro la fine di gennaio quindi almeno 100mila Internally Displaced People (Idp) resteranno nei centri di raccolta. È quanto afferma Mahinda Buddhadasa Samarasinghe, ministro per le catastrofi naturali e i diritti umani, che ha smentito così la promessa fatta un mese fa dallo stesso governo di Colombo. Samarasinghe assicura che “il governo sta lavorando sodo per completare il processo il prima possibile” e che per ovviare al mancato reinsediamento il ministero ha organizzato per gli Idp una “ricognizione” nei luoghi d’origine.

La cosiddetta “visita vai e vedi” dovrebbe permettere ai profughi di verificare di persona la situazione delle aree a cui sono destinati e lasciare alla loro responsabilità la scelta di abbandonare o meno i campi.

Il presidente Mahinda Rajapaksa ha pure posticipato di quattro mesi la presentazione dei risultati dell’inchiesta governativa sulle violazioni ai diritti umani durante le fasi finali della guerra. L'inchiesta doveva rispondere alle domande del Dipartimento di Stato Usa ed era attesa per il 31 dicembre.

Gli Stati Uniti sostenuti dalle Nazioni Unite affermano che nel surge che ha portato alla disfatta delle Tigri tamil, l’esercito di Colombo ha ucciso ribelli che si erano arresi. L’accusa degli Usa è avvalorata da dichiarazioni fatte dall’ex gen. Sarath Fonseka, già capo delle Forze armate di Colombo, che in un’intervista ha parlato di esecuzioni sommarie dei capi del Liberation Tigers of Tamil Eelam (Ltte).

Il tema delle violazioni dei diritti umani compiuti dai militari di Colombo contro ribelli e civili tamil durante la guerra pende come una spada di Damocle sul governo di Rajapaksa. L’accusa di crimini di guerra pesa sulle elezioni presidenziali, previste per il 26 gennaio prossimo in cui si contendono la guida del Paese due eroi della guerra contro le Tigri: il presidente in carica e proprio l’ex generale Fonseca. Quest’ultimo ha parlato di esecuzioni sommarie dei ribelli affermando che esse sono state compiute in sua assenza, mentre era in viaggio ufficiale in Cina.
30.12.09

La voce di chi non dimentica

Il 20 dicembre, le strade di Città di Panama si sono riempite di manifestanti vestiti a lutto. Il corteo chiedeva la creazione di una commissione sui crimini di guerra avvenuti a partire dall'invasione statunitense del 20 dicembre 1989

PeaceReporter - Il 20 dicembre le strade di Città di Panama si sono riempite di manifestanti vestiti a lutto. Il corteo è stato organizzato per chiedere la creazione di una commissione capace di far luce sui crimini di guerra avvenuti a partire dall'invasione statunitense del 20 dicembre 1989, che secondo Amnesty International causò numerose violazioni di diritti umani e circa quattromila vittime. Sono passati vent'anni da quando George Bush (padre) ordinó a ventiseimila soldati statunitensi l'invasione e il bombardamento di questo piccolo stato, decisamente strategico dal punto di vista geopolitico. Panama infatti non solo é attraversata dall'omonimo canale, che permette l'unione dei due oceani senza dover circumnavigare il continente, ma puó essere considerata la porta del "cortile di casa" degli Stati Uniti.

L'operazione Giusta Causa fu ufficialmente intrapresa per catturare il generale Manuel Noriega, accusato di narcotraffico. Noriega, che ottenne la presidenza del paese nell'83 grazie a un colpo di stato appoggiato dalla Cia, presto si trasformò in un ostacolo per i piani statunitensi in America Latina. Secondo Julio Yao, ex diplomatico intervenuto alla commemorazione delle vittime dell'attacco statunitense, la vera ragione dell'invasione fu proprio il cambio di rotta di Noriega: la chiusura della Escuela de las Americas - centro di addestramento per torturatori di dissidenti politici latinoamericani - il rifiuto alla proposta di utilizzare Panama come piattaforma contro il governo sandinista del Nicaragua, le relazioni con paesi che piacevano poco agli Stati Uniti. Con il pretesto della lotta al narcotraffico, gli Stati Uniti bombardarono, invasero e occuparono Panama per due anni, deponendo un presidente scomodo come Noriega e installando al suo posto il servile Endara.

A vent'anni dall'invasione del paese e a soli nove dall'acquisizione totale del controllo sul canale da parte di Panama - stabilito nel 1977 con i trattati Torrijos-Carter - il Nobel per la Pace Barack Obama rispolvera oggi il pretesto della lotta alla droga per ingerire nuovamente nel paese Centroamericano. È il narcotraffico il "nemico interno" da estirpare in America Latina, allo stesso modo del terrorismo islamico in Medio Oriente o della minaccia comunista durante la Guerra Fredda.

Gli Stati Uniti si sono assicurati l'ingerenza sulle forze sicurezza panamensi (oltre che del Messico e degli altri paesi Centroamericani) già a partire della firma del Plan Mérida, che prevede l'invio di finanziamenti e programmi di addestramento. Con le undici "stazioni aeronavali contro il traffico di droga" di cui è stata annunciata la costruzione, l'esercito statunitense potrà godere di una presenza diretta nel paese.

Il Governo conservatore del re dei supermercati Martinelli ha inaugurato il 1° dicembre la prima base militare a Isla Chapera, nel Pacifico, e ha annunciato che entro due anni e mezzo verranno costruite le altre dieci. Le stazioni aeronavali risponderanno al comando "delle forze di sicurezza nazionali, senza nessuna presenza o intervento esterno", ha assicurato la cancellarie panamense, in risposta alle preoccupazioni espresse la settimana scorsa da Hugo Chavez, che ha dichiarato che le basi verranno utilizzate dagli Stati Uniti.

Risulta in effetti difficile pensare che l'Amministrazione Obama possa resistere alla tentazione, che ha stuzzicato i presidenti statunitensi dall'apertura stessa del varco nell'istmo, all'inizio del '900, di controllare Panama e i grandi interessi che si muovono attorno al suo canale.
29.12.09

India, guerra di classe

Nuova Delhi offre un negoziato alla guerriglia contadina maoista, ma intanto continua i preparativi della preannunciata offensiva militare nelle aree tribali 'rosse'.

Peacereporter - Per uno Stato che si definisce democratico, dichiarare una guerra contro il proprio popolo non è una decisione da poco. Soprattutto se l'obiettivo della campagna militare è la parte notoriamente più povera ed emarginata della nazione, come lo sono in India i milioni di contadini adivasi (aborigeni) che vivono nella Tribal Belt (Fascia Tribale), ai margini di un ‘miracolo economico' dal quale non solo sono totalmente esclusi, ma al cui altare sono chiamati a sacrificare le loro terre e la loro stessa sopravvivenza. Non stupisce che il governo indiano, prima di dare il definitivo ordine di attacco alle sue truppe, faccia almeno le mossa di cercare il dialogo in extremis.

L'operazione militare Green Hunt. Per stroncare la resistenza delle popolazioni tribali all'esproprio delle loro terre ancestrali - destinate allo sfruttamento minerario e industriale da parte delle multinazionali di mezzo mondo - il governo di Nuova Delhi ha optato per la soluzione militare, annunciando il prossimo avvio dell'operazione Green Hunt (Caccia Verde): 75mila militari mobilitati chiamati a 'riconquistare' le arre tribali degli stati di Chhattisgarh, Jharkhand, Orissa, Bihar, West Bengal, Andhra Pradesh e Maharashtra. Una guerra in piena regola combattuta dallo Stato contro chi non è funzionale allo sviluppo del turbocapitalismo indiano e anzi lo ostacola. Una guerra di conquista e sfruttamento mascherata da operazione antiterrorismo. La Tibal Belt, infatti, coincide con il cosiddetto 'Corridoio Rosso', ovvero con i territori in cui è attiva la guerriglia contadina del Partito Comunista Indiano (Maoista) clandestino: obiettivo dichiarato dell'operazione Green Hunt.

Un terzo dell'India in mano ai ribelli
. I maoisti eredi dei ribelli 'naxaliti' degli anni 60, che dagli anni ‘80 portano avanti una guerriglia rivoluzionaria contro il governo federale, possono sembrare un innocuo e romantico anacronismo, ma per il premier indiano Manmohan Singh rappresentano "la più grave minaccia alla sicurezza interna mai affrontata dal paese". Oggi il Pci(m) controlla, attraverso strutture di governo parallele, oltre un terzo dei distretti della federazione (circa 220 sui 600 totali) e può contare su 10mila combattenti in pianta stabile, 40mila quadri e soprattutto sul sempre più diffuso sostegno di milioni di diseredati che vedono nei 'combattenti rossi' l'unico strumento di difesa contro un governo che, pur di scacciarli delle loro terre, da anni stupra le loro donne, tortura e uccide i loro uomini e brucia i loro villaggi. E che ora gli dichiara guerra.
L'offerta di negoziato del governo. Ma prima di imboccare definitivamente la strada senza ritorno della guerra civile, perché di questo si tratta, il governo indiano ha deciso di offrire ai maoisti una chance, riconoscendo per la prima volta la natura sociale e non 'terroristica' della loro lotta e dicendosi per la prima volta pronto a negoziare con loro per trovare una soluzione politica al problema della povertà delle popolazioni tribali. "Non sono terroristi che attaccano l'India dall'esterno: sono ribelli che hanno sollevato questioni serie come la mancanza di sviluppo nelle aree tribali", ha dichiarato il ministro dell'Interno federale, P. Chidambaram. "Noi siamo pronti a discutere con loro della possibilità di strutture alternative di governo in quelle regioni per facilitare la causa dello sviluppo. Non sto dicendo che lo Stato si arrende e depone le armi: sto solo chiedendo ai ribelli di rinunciare alla violenza per aprire la strada a un serio negoziato".

Una manovra propagandistica. "Ci offre pace e negoziati mentre invia le forze federali ovunque noi operiamo: non può prenderci in giro", ha risposto il leader maoista Koteswara Rao, che solo un mese fa si era visto rifiutare dal governo un'offerta di dialogo in cambio della sospensione dei preparativi dell'operazione Green Hunt.
Le dichiarazioni del ministro Chidambaram suonano come una manovra propagandistica volta a dimostrare all'opinione pubblica indiana e mondiale che il governo indiano ha fatto di tutto per evitare il ricorso alla forza. Quando, in realtà, negli ultimi anni il governo Singh non ha fatto altro che soffiare sul fuoco, intensificando gli espropri di terre e la repressione terroristica di ogni forma di dissenso organizzato: repressione affidata non solo alle forze di sicurezza ma anche ad apposite milizie civili (come i Salwa Judum) che si sono rese responsabili delle violenze più efferate, più volte denunciate dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani e da intellettuali indiani come la nota scrittrice Arundhati Roy, secondo la quale "il concetto che l'India è una democrazia è la più grande truffa pubblicitaria del secolo".

di Enrico Piovesana
29.12.09

Allarme esondazioni in Toscana. Mons. Benotto: colpa dell'uomo

Cresce la preoccupazione nelle province di Lucca e Pisa per il livello del lago di Massaciuccoli che già nei giorni scorsi ha rotto gli argini, insieme al fiume Serchio, provocando allagamenti.

Radio Vaticana - Nonostante la situazione sia leggermente migliorata, la Protezione civile lancia un nuovo allarme-esondazione per la notte tra giovedì e venerdì prossimi. Pronto il piano di evacuazione per le zone interessate: Viareggio, Camaiore e la Lucchesia. Completamente allagata la zona industriale di Migliarino dove gli sfollati sono stati accolti in strutture alberghiere. Riaperti intanto i tratti delle autostrade A11 e A12, chiusi dal giorno di Natale; resta invece inagibile la statale Aurelia nel comune di Vecchiano. Sulla situazione Luca Collodi ha raggiunto telefonicamente l’arcivescovo metropolita di Pisa, mons. Giovanni Paolo Benotto (ascolta).

R. – Forse non si era calcolata la possibilità di uno straripamento del Serchio, provocando tutto quello che è successo. Il Serchio è un fiume a carattere torrentizio che rapidissimamente si gonfia fino alle sponde e altrettanto rapidamente ritorna al livello normale: la gente di fatto, lungo le sponde del Serchio è abbastanza abituata a questi grossi momenti di passaggio di acqua. Fra la notte di Natale e il giorno di Natale, qualcosa forse non ha funzionato: si è trovata tanta gente disposta a dare una mano, anche con la presenza visibile della Protezione civile. Ma c’era anche tanta confusione. Se non c’è immediatamente un coordinamento, è difficile che le cose possano andare nel verso giusto.


D. – Mons. Benotto, oltre ai noti problemi climatici, sembra che ancora una volta l’uomo sia artefice del proprio destino …


R. – A volte l’uomo veramente fa cose non molto responsabili … le sponde del Serchio in tanti luoghi sono piene di detriti, di vegetazione che cresce in maniera selvaggia … Se le cose vengono abbandonate a se stesse, prima o poi, ad un certo punto, succede quel che non dovrebbe succedere! Ci sono case costruite nella golena del fiume! E’ ovvio che ogni volta che il fiume si alza, quelle case vanno sott’acqua! Questo è fuor di dubbio!


Ascoltiamo ora, sempre al microfono di Luca Collodi, il presidente della provincia di Lucca Stefano Baccelli (ascolta).

R. – Noi abbiamo avuto grossi problemi come provincia di Lucca con qualcosa come 138 frane su tutto il territorio provinciale. Però il Serchio, tecnicamente, non è esondato: si sono proprio rotti gli argini in tre punti. Due punti sulla provincia di Lucca all’altezza di Santa Maria al Colle, e siamo riusciti però a ricostruire l’argine in tempo utile le nuove piogge. L’altro punto di frattura, che è più grosso ed è di 170 metri, si trova in provincia di Pisa: un’eventuale esondazione può fare a sua volta esondare il lago di Massaciuccoli verso le frazioni di Massarosa e di Viareggio che sono nella provincia di Lucca. Ci stiamo organizzando, ovviamente, rispetto allo scenario più negativo, ovviamente con particolare attenzione alle persone più deboli: disabili, bambini, anziani.


D. – Secondo lei, l’uomo è responsabile in parte di questo dramma?


R. – Guardi, in parte l’uomo è responsabile sì, nel senso che si tratta di fenomeni periodici e non episodici: le frane che si ripetono tutti gli anni, e nonostante gli investimenti importanti che facciamo come enti locali occorrerebbe veramente un salto di qualità del sistema-Paese rispetto alla difesa del suolo. Quindi andrebbero fatti investimenti strutturali, organici per proteggere il nostro territorio e le nostre popolazioni.
29.12.09

Teheran, il prezzo del sangue

Tutto è troppo fluido ora, ma è possibile che tra qualche tempo la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad potrebbero rimpiangere l'idea di non permettere manifestazioni pubbliche in onore dell'ayatollah Montazeri, scomparso il 19 dicembre scorso.

PeaceRepoter - Montazeri, dal suo eremo di Qom, finiva per essere una garanzia per una larga parte della società iraniana, che nel suo dissenso vedeva comunque una forma di opposizione, lontana dai cortei e dalle piazze dell'Onda Verde, ma critica verso la linea dura dei falchi di Khamenei. Una parte di società civile, pezzi interi di ceto medio, che pur storcendo il naso si sentivano tutelati dal nume di Montazeri e, in una qualche misura, rappresentati, rischiano ora di andare a ingrassare le file dei dimostranti. Il 'culto del lutto' nella tradizione sciita dell'Islam ha un peso particolare e vietare le commemorazioni pubbliche non è stata una buona idea. Gli scontri delle ultime 48 ore sono un punto di svolta: dopo i disastri di giugno il movimento di opposizione si era un po' smarrito, ma adesso potrebbe trarre nuova linfa.

Nel periodo trascorso tra le sommosse di giugno e quelle di dicembre c'è stata la resa anche dei più ottimisti rispetto all'amministrazione Obama e alla sua politica estera. Dopo un inizio ben augurante, Washington sembra ritornata all'epoca Bush, pur con toni meno bellicosi. Sanzioni e ultimatum come unica forma di dialogo con Teheran. L'opposizione è tornata, almeno in alcuni suoi segmenti, a sperare nell'intervento armato Usa in Iran, ipotesi che valutate le difficoltà in Afghanistan e il ritorno della violenza in Iraq sembra per il momento problematica per la Casa Bianca. Di contro, Russia e Cina non hanno alcuna fretta di mettere in difficoltà l'Iran, divenuto partner commerciale fondamentale.

Spettatori interessati anche l'Arabia Saudita e i paesi del Golfo, sempre attenti alle mosse dell'opposizione di Teheran. La guerra in Yemen, dove i ribelli sciiti non cedono e le truppe yemenite e saudite, con armi Usa, non riescono a rendere inoffensivi, hanno alimentato l'idea che Riad e le altre monarchie del petrolio sunnita non ne possano più dell'internazionalismo sciita iraniano, con tanto di finanziamenti e armi alle comunità sciite in giro per il mondo.
Il cerchio, in definitiva, si stringe. L'Onda Verde vive il suo esame di maturità: o arriva fino in fondo, tentando un colpo di mano vero, o si smarrisce tra obitori e carceri. La variabile determinante, però, diventa il potenziale aiuto che arriverebbe o meno dall'estero.

di Christian Elia
29.12.09

La velocità dei cambiamenti climatici e la biodiversità

Il clima del pianeta Terra cambia non solo nel tempo, ma anche nello spazio. Le aree a temperatura costante, per esempio, migrano e continueranno a migrare per tutto questo secolo con una velocità media di 420 metri l'anno, secondo i calcoli resi pubblici di recente da Scott R. Loarie - ricercatore del dipartimento di Ecologia globale presso la Carnegie institution for science di Stanford, in California - a da un gruppo di suoi colleghi con un articolo sulla rivista scientifica Nature intitolato, appunto, La velocità del cambiamento climatico.

di Pietro Greco

GreenReport
- Il gruppo di ricercatori americani ha costruito una vera e propria mappa dinamica della migrazione degli ecosistemi attuali e futuri indotti dai cambiamenti del clima. Si tratta di una mappa molto complessa. Non solo perché la nostra capacità di prevedere il futuro ha grandi margini di incertezza. Ma anche e soprattutto perché la velocità di migrazione delle aree a temperatura costante è molto diversificata. Ci sono ecosistemi che migrano a velocità molto più bassa della media: quelli alpini, per esempio, e le foreste di conifere tropicali e subtropicali migrano a una velocità di appena 8 metri l'anno. Ci sono, al contrario, altri ecosistemi che migrano molto più velocemente della media: i deserti si spostano e si sposteranno (in uno scenario di aumento della temperatura media planetaria contenuto entro i 2 °C) al ritmo di 710 metri l'anno; le foreste tropicali di mangrovie al ritmo di 920 metri l'anno; le praterie e le savane addirittura di 1.260 metri l'anno.

Questo scenario ha profonde implicazioni anche per il destino di molte specie biologiche. Le domande sono due. Riusciranno le specie a tenere il passo degli ecosistemi per loro più adatti? Riusciranno a seguirli? Per ogni specie vivente e per ogni ecosistema, naturalmente, la risposta è diversa. Gli animali marini, per esempio, non hanno e non avranno grandi difficoltà.

Sulla terraferma le cose vanno diversamente. Gli animali possono seguire i loro ecosistemi più adatti con una certa facilità, a meno che non ci siano ostacoli naturali o artificiali insormontabili. Molte piante hanno qualche difficoltà, per così dire, intrinseca a inseguire l'habitat più adatto, tant'è - dicono Loarie e colleghi - che a tutt'oggi un terzo degli habitat sta migrando a una velocità così elevata che le piante non riescono a tenerne il passo.

È evidente che molte specie non ce la faranno e si estingueranno. E che l'estinzione riguarderà anche le aree protette. Tenuto conto che solo l'8% delle attuali aree sottoposte a protezione conserveranno, di qui a fine secolo, condizioni adatte alla vita delle specie che oggi ospitano.
Possiamo fare qualcosa per evitare la "grande estinzione" indotta dai cambiamenti climatici?

Possiamo fare molte cose. Naturalmente possiamo cercare di rallentare i cambiamenti del clima. Ma possiamo fare qualcosa anche di più specifico: aiutare gli animali e le piante che non ce la fanno da soli a "raggiungere" gli ecosistemi più adatti (operazione particolarmente delicata); creare più corridoi fra gli ecosistemi per consentire alle specie di migrare con più facilità; aumentare l'estensione delle aree protette. Non sarà facile. Ma dovrebbe essere uno dei temi di discussione prioritari nel nuovo anno, il 2010, eletto dalle Nazioni Unite ad anno della biodiversità.

29.12.09

Putin: la Russia svilupperà armi offensive

Destano attenzione nella comunità internazionale le dichiarazioni del premier russo, Vladimir Putin, in merito al nuovo Trattato sul disarmo nucleare con gli Stati Uniti. Il leader del Cremlino ha proposto uno scambio di informazioni con Washington sugli arsenali e i protocolli di difesa dei due Paesi. I particolari nel servizio Giuseppe Damato (ascolta):

Radio Vaticana - “La Russia deve sviluppare armi offensive per mantenere gli equilibri e non sviluppare un sistema di difesa anti-missilistica come fanno gli Stati Uniti”: così ha parlato Vladimir Putin in una conversazione con i giornalisti, a margine del suo viaggio a Vladivostock. Mosca non ha ancora digerito l’annullamento unilaterale del Trattato Abm voluto dall’amministrazione Bush: il divieto di creare degli scudi di difesa era uno dei fondamenti della deterrenza durante la Guerra fredda. “Adesso non è più così: con una sorta di ombrello - ha spiegato il primo ministro russo - i nostri partner si sentiranno più sicuri e faranno ciò che vorranno; l’equilibrio sarà quindi infranto”. Il Cremlino ha legato l’accordo per il rinnovo dello Start sulla riduzione degli arsenali nucleari ai sistemi di difesa anti-missilistici: soltanto la rinuncia di Obama in settembre a dispiegare una sua sezione in Europa centrale ha garantito il negoziato che non è ancora concluso. La dichiarazione di Putin potrebbe significare che sono sorte improvvise difficoltà con gli Stati Uniti. “Washington - ha aggiunto Putin - ci fornisca informazioni sul suo scudo e noi daremo quelle sulle nostre armi”.

29.12.09

Gasperini (Legambiente) sull'alluvione: «Sempre meno risorse per i controlli e le manutenzioni»

Un territorio fragile, quello italiano, che avrebbe bisogno di particolare cura che non sempre viene fornita nella misura adeguata. I pochi spazi pianeggianti disponibili sono occupati dall'antropizzazione, zone urbanizzate concentrate, edifici diffusi, aree agricole tutti elementi che sottraggono spazio ai fiumi e che rendono inefficiente il reticolo idraulico minore. Se aggiungiamo poi una scarsa o errata manutenzione delle aree collinari che determina una riduzione dei tempi di corrivazione delle acque di pioggia si crea un mix che contribuisce ad aumentare la pericolosità idraulica.

GreenReport - «Argini certificati periodicamente e monitorati costantemente»: è questa la proposta che l'assessore regionale Enrico Rossi lancia, dopo aver trascorso la giornata nelle zone alluvionate, a Nodica, dopo aver partecipato a riunioni con i tecnici nazionali, regionali e con le autorità locali. «Il Serchio ha rotto gli argini in tre punti, lungo un tratto completamente diritto del suo alveo - spiega l'assessore Rossi - Bisogna capire cosa è successo, dove sta il problema, qual è il punto debole di queste strutture.
Soprattutto vogliamo studiare con gli esperti dei nostri dipartimenti, delle università e delle istituzioni competenti un sistema di certificazione periodica degli argini dei maggiori fiumi della regione, e mettere a punto una attività di monitoraggio costante della loro consistenza e delle loro condizioni. Questo sicuramente migliorerà la sicurezza dei cittadini che abitano nelle vicinanze di questi corsi d'acqua. Dobbiamo cogliere da ogni esperienza, anche la più difficile come l'emergenza di questi giorni, uno spunto per migliorare e fare un salto di qualità.»

Abbiamo chiesto a Federico Gasperini, coordinatore della commissione acque e difesa del suolo di Legambiente Toscana cosa ne pensa degli eventi alluvionali che hanno colpito la Toscana in questi giorni?

«Una serie di eventi concomitanti particolari effettivamente c'è stata: prima la neve, poi il rialzo improvviso delle temperature e la pioggia insistente ha provocato un aumento delle portate. Bisogna rilevare che già il 23 dicembre la provincia di Lucca aveva dato l'allarme almeno sul suo sito. Le amministrazioni locali non siamo al corrente se hanno poi diffuso la notizia. Ma non ci sono state vittime ne danni a persone. E questo è già un fatto importante».

Le rotture degli argini verificate sul Serchio, sono un evento eccezionale poco prevedibile, o evidenziano una scarsa manutenzione e controllo delle opere idrauliche anche per carenza di risorse da destinare a questa funzione?

«Una cosa non esclude completamente l'altra. La rottura di un argine può succedere ed il momento esatto è poco prevedibile ma è anche vero che sono disponibili sempre meno risorse per i controlli e le manutenzioni delle opere idrauliche anche in termini di personale, come per tutto il settore della difesa del suolo. Nel caso specifico verranno fatte delle indagini e se ci sono delle responsabilità dirette o indirette è bene che vengano accertate».

La situazione che si sta verificando in Lucchesia come in provincia di Prato ed in altre aree della Toscana secondo Legambiente potrebbe essere conseguente di errate gestioni degli ecosistemi fluviali, del reticolo minore e di una scarsa attenzione al territorio in generale?

«Beh anche in Toscana una particolare attenzione agli ecosistemi fluviali in modo specifico agli aspetti morfologici non c'è stata. Fiumi e torrenti sono spesso ristretti in spazi angusti, racchiusi tra opere artificiali che gli separano dal territorio circostante e ne fanno un ambiente banalizzato. Qualche volta i corsi d'acqua si riprendono il loro spazio. Tutto sta a vedere cosà è stato costruito nel territorio di proprietà dei fiumi».

Appunto questo pare essere il problema anche in Toscana.

«Certo. A parte le invarianti strutturali storiche (città costruite sui fiumi come Firenze ndr) sono sorti in aree di pertinenza fluviale capannoni, edifici commerciali, case, industrie, strade anche costruite in periodi recenti. E questo discorso vale anche per il Serchio: basta guardare il corso d'acqua dall'alto lungo il suo percorso dalla sorgente al mare per comprendere bene quanto stiamo dicendo. Del resto lo spazio pianeggiante, molto appetibile, nel nostro Paese non è molto e perciò andava gestito in modo oculato».

Veniamo alle soluzioni. Bertolaso ha affermato che è giunta l'ora di mettere a sistema la sicurezza del territorio e il presidente Martini ha invocato la necessità di risorse economiche che deve impegnare principalmente lo Stato centrale. Quali sono le proposte di Legambiente?

«Le cose affermate dal sottosegretario e dal presidente Martini sono condivisibili. Bisogna intenderci però su cosa vuol dire sicurezza del territorio e su come impiegare le risorse che senza dubbio sono necessarie. Se costruiamo argini più alti o anche casse d'espansione per permettere nuove urbanizzazioni si rischia di percorrere vecchie strade e localmente aumentiamo il rischio idraulico dato che mettere in sicurezza assoluta il territorio è impossibile in base anche alle risorse disponibili. E' invece importante convivere con una certa percentuale di rischio cercando di diminuirlo restituendo spazio ai fiumi dove possibile, delocalizzando alcune infrastrutture, gestendo tutto il territorio in modo adeguato quello di pianura e quello collinare e montano. Mi piace ricordare un esempio che è stato sulle prime pagine dei giornali in questi giorni: in una parte del Chianti alcuni viticoltori hanno deciso di tornare ai terrazzamenti del passato e abbandonare la coltivazione a rittochino. Questa è la strada da seguire e l'imprenditoria che andrebbe sostenuta perché dà una mano anche alla corretta gestione del territorio e contribuisce alla riduzione della pericolosità idraulica».
29.12.09

Manifestanti Freedom March in attesa nei pressi del confine

In Egitto, messun incidente nonostante la tensione sia abbastanza alta

PeaceReporter - Sono ancora bloccati al confine fra Egitto e Gaza i 1400 manifestanti giunti da ogni angolo del pianeta per la Freedom March, la marcia organizzata verso la Striscia di Gaza a un anno dall'operazione militare israeliana denominata 'Piombo Fuso'. Le autorità egiziane fino a questo momento non hanno concesso nessun permesso per il transito dei manifestanti verso Gaza. Al momento c'è tensione ma come confermano alcuni cittadini italiani presenti alla manifestazione non vi sono stati incidenti di nessun tipo.
29.12.09

Migliaia di giovani a Poznan per il pellegrinaggio di fiducia sulla terra promosso dalla Comunità di Taizé

Trentamila giovani, provenienti in particolare dall’Europa ma anche da altri continenti, sono da oggi a Poznan, in Polonia, per partecipare ad una nuova tappa del tradizionale “pellegrinaggio di fiducia sulla terra” organizzato dalla Comunità di Taizé a fine anno.

RadioVaticana - In programma incontri di riflessione e momenti di preghiera. Il Papa ha inviato per l’occasione un messaggio invitando i giovani ad essere veri testimoni di Cristo per annunciare il Vangelo a quanti cercano Dio talvolta senza neppure saperlo. Ai partecipanti verrà consegnata la “Lettera dalla Cina” del priore della Comunità di Taizé, Frère Alois, appena rientrato dalla terra cinese, dove ha passato tre settimane accanto ai cristiani di questo Paese. Ascoltiamo Frère Alois al microfono di Helene Destombes.

R. – Con questa lettera, vorrei rendere più attenti alla situazione della Chiesa in Cina. La Chiesa in Cina è ancora molto piccola e vive con mezzi molto poveri, ma è caratterizzata da un grande dinamismo e i giovani si rivolgono spesso alla religione. I giovani vivono la storia di questo Paese, segnato da così grandi difficoltà, sia per il popolo che per i cristiani stessi. Noi dobbiamo far comprendere che cose nuove ora diventano possibili. Proprio guardando alla realtà della Cina, mi sono detto che noi siamo davvero una sola famiglia umana. Partendo da tutto ciò, la “Lettera dalla Cina” vuole rispondere ad alcune domande: “Come credere oggi? Quali sono le ragioni per credere oggi?”. E’ questo che vorrei riuscire ad approfondire con i giovani durante questa settimana e per tutto l’anno a Taizé.

D. – Essere cristiani in Cina, cosa è più difficile e più doloroso?

R. – La cosa più difficile è certamente quella di riscoprire un modo “cinese” di vivere la fede, un modo cioè che possa far vivere il cristianesimo a questo popolo, mantenendo le sue radici. Diventare cristiani implica un cambiamento, una conversione, ma ci sono dei valori nella tradizione cinese che sono vicini al cristianesimo. Io penso che questa sia una delle questioni più importanti per il futuro della Chiesa in Cina.

D. – Durante questo incontro saranno affrontati molti temi tra cui: “Dio prende sul serio il dubbio e la ribellione”, “Cosa ne fai della tua libertà?”. Ce ne può parlare?

R. – Molti giovani ed anche meno giovani, quando si trovano ad affrontare nella loro vita grandi sofferenze – alcune volte sono davvero grandi sofferenze - possono dubitare dell’amore di Dio. Io penso che il Vangelo ci chiami a considerare tutto questo molto seriamente. Certo, soltanto Gesù Cristo può rispondere a questa domanda… Noi non abbiamo assolutamente una risposta a tutto questo. Quando ero in Cina, ho parlato con una donna cristiana che ha vissuto nella sua regione il terremoto e mi ha detto: “Io mi sento come Maria, ai piedi della Croce”. In quel momento non aveva prospettive di speranza. Io credo che la Croce possa parlare ai giovani di oggi che vivono delle sofferenze. Riguardo poi la questione della libertà, credo che non si ponga soltanto in Europa, ma in molti altri Paesi. Soprattutto ora, 20 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, i giovani dell’Europa centrale, dell’Europa dell’Est e degli altri Paesi del mondo devono domandarsi: “Cosa facciamo della nostra libertà?”. Sono passati vent’anni e c’è stato il tempo dell’entusiasmo; ma ora è forse il tempo della perseveranza e soprattutto il tempo della scelta: è necessario scegliere quello che noi vogliamo nella nostra vita!
29.12.09

Chiesa italiana 2009: il bilancio del cardinale Bagnasco

Il 2009 che sta per concludersi è stato un anno ricco di attività importanti per la Chiesa italiana, sempre vicina alla gente e rispettosa delle Istituzioni nazionali. E’ questo in sintesi il bilancio tracciato per i mesi trascorsi, dal presidente della Conferenza episcopale italiana cardinale Angelo Bagnasco che esprime anche l’augurio dei vescovi ad accogliere la fiducia di Dio per noi.

RadioVaticana - Sentiamo la riflessione del porporato al microfono di Gabriella Ceraso:

R. – Il sentimento è quello della gratitudine a Dio perché ci ha guidato: ha guidato i vescovi italiani, le loro comunità, in un anno di attività intensa e importante, come ad esempio nel convegno delle Chiese del Sud in preparazione al documento sulla Chiesa e il Mezzogiorno, che sarà di prossima definizione. E poi, anche la scelta degli orientamenti pastorali per il nuovo decennio, il tema dell’educazione, la grande sfida educativa. E poi, a raffronto della nota contingenza economica, è noto l’iniziativa dei vescovi che abbiamo chiamato il “Prestito della speranza”, un fondo di garanzia per le famiglie in particolari difficoltà. Inoltre, non possiamo dimenticare – purtroppo – la tragedia dell’Aquila, del terremoto, che ha visto i vescovi impegnati anche concretamente attraverso un contributo sostanzioso che speriamo possa veramente contribuire alla ripresa di quelle popolazioni. E così, anche l’alluvione di Messina ci ha visto esprimere la vicinanza dell’episcopato italiano.

D. – Ecco, restiamo alle questioni pubbliche italiane: quest’anno in più di un’occasione ci sono stati motivi per discutere dei rapporti tra la Chiesa italiana e le istituzioni del Paese. Sotto questo punto di vista, come si conclude il 2009?

R. – Si conclude in termini positivi nel senso che la Chiesa italiana ha mostrato ancora una volta la sua presenza innanzitutto accanto alla gente, di cui si è fatta voce, come sempre; e inoltre, di responsabilità leale verso tutte le istituzioni e di collaborazione – come è nello spirito della Chiesa, sempre, di autonomia, certamente, di rispetto delle competenze e della responsabilità, ma anche della collaborazione per il bene del Paese.

D. – Eminenza, il 2009 in particolare per motivi legislativi ha visto in primo piano alcuni temi cari alla Chiesa, come il valore della vita innanzitutto, per la legge sul testamento biologico, sulla Ru486, ma anche la grande tematica dell’integrazione: dalle classi-ponte ai respingimenti. Quali sono a fine anno i timori della Chiesa italiana, e quali anche le speranze su questi due fronti?

R. – Il tema della vita è un tema di confine che ha visto e che vedrà sempre e comunque la Chiesa ed i suoi pastori impegnati nel modo più chiaro, leale e deciso. Per quanto riguarda la realtà dell’integrazione, la posizione dei vescovi italiani da una parte ha sempre ricordato la tradizione e la cultura dell’accoglienza, intrinseca al Vangelo stesso, e dall’altra l’esigenza stessa di sicurezza e di legalità che è un altro diritto di ogni Paese e di ogni società che voglia veramente essere aperta.

D. – In generale, cardinale Bagnasco, la Chiesa italiana condivide questa visione che spesso si dà, soprattutto in quest’anno, del popolo italiano piegato dalla crisi, deluso dalla politica, messo in discussione anche sulle proprie radici religiose, se una Corte Europea vieta – appunto – di avere un Crocifisso a scuola?

R. – Noi abbiamo preso atto di una grande storia a cui il popolo è affezionato e in cui si trova radicato, nonostante contraddizioni, fragilità e cambiamenti evidenti, e di questo ancoraggio molti sono i segni anche recenti. Proprio a partire da questa fedeltà gioiosa e dinamica alla propria identità culturale e religiosa, una società può essere fiduciosamente aperta e accogliente.

D. – “Accogliamo la fiducia di Dio, ritroviamo la fiducia tra noi”, ha scritto in un editoriale proprio in occasione del Natale. Questo è quello che serve per vivere le sfide di oggi, dunque la fiducia?

R. – Dobbiamo fare l’esperienza della fiducia che Dio ha verso l’uomo e che il Natale esprime attraverso l’Incarnazione del Figlio di Dio. Nella misura in cui ognuno e il popolo nel suo insieme crescerà in questa fiducia, sentirà questa fiducia di Dio, sicuramente crescerà anche la fiducia tra di noi, il rispetto reciproco e la stima vicendevole. Di questo c’è un grande bisogno, sempre, in modo particolare in questo tempo.


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