di Luisa Deponti del Centro Studi sull'Emigrazione di Roma
A prima vista sembra una buona notizia: secondo i calcoli dell'organizzazione Fortress Europe, ai confini dell'Unione Europea, in particolare nel Mediterraneo, nel 2009 sono morti meno migranti e potenziali richiedenti asilo rispetto agli anni precedenti. Certamente diversi fattori contribuiscono a questa evoluzione. Gli esperti fanno notare che a breve termine l'attuale crisi economica, con l'aumento della disoccupazione in Europa, scoraggia una parte dei possibili migranti dal mettersi in cammino. A lungo termine, invece, assume un ruolo rilevante la politica dell'Unione Europea volta ad aumentare i controlli ai suoi confini esterni, a stringere con gli stati vicini accordi di riammissione dei migranti irregolari e, infine, a sostenere con mezzi tecnici e finanziari i paesi di partenza e di transito perché blocchino loro stessi i movimenti migratori. Attualmente i numeri sembrerebbero confermare che i respingimenti attuati nell'Atlantico occidentale e nel Canale di Sicilia abbiano praticamente interrotto gli arrivi alle Canarie e a Lampedusa.Rimangono, però, molte questioni aperte. La prima riguarda la probabilità che le rotte delle migrazioni cambino. Gli attuali paesi di transito, stanno diventando via via paesi di destinazione, come avviene in Nord Africa. Al tempo stesso gli itinerari si fanno più lunghi e complessi. Si è già registrato, ad esempio, un aumento dei passaggi al confine tra Turchia e Grecia, dove non transitano più solo persone provenienti dal Medio Oriente, ma anche africani.
Inoltre, ormai si moltiplicano le testimonianze drammatiche dei migranti o profughi bloccati nei vari paesi del Nord Africa. Come il caso di 31 somali che, ormai sulla rotta verso Malta, sono stati intercettati da una nave italiana e consegnati ai libici. Un volta in Libia sono riusciti ad inviare un messaggio al Refugee Service dei Gesuiti a Malta, avvertendo di essere in prigione. "Salvati", dunque, da un eventuale naufragio sono ora in uno dei carceri libici, noti per le violenze e le torture. In un altro di questi luoghi, 105 cittadini eritrei, che sono fuggiti dalla dittatura nel loro paese, invece di poter chiedere asilo, hanno ricevuto la "visita" di funzionari dell'ambasciata eritrea e costretti con la violenza a compilare dei moduli in vista del loro rimpatrio forzato. In Mauritania un centro di detenzione soprannominato "Guantanamito" è stato messo sotto accusa da Amnesty International per le condizioni in cui vivono gli 800 migranti irregolari reclusi.
È, poi, incalcolabile il numero dei morti nel Sahara, dove la sabbia ricopre in pochi giorni i corpi dei migranti. Come mostra un recente reportage del settimanale italiano Oggi, gli incidenti dei fuoristrada che trasportano i clandestini sono molto frequenti e conducono il più delle volte all'abbandono e alla morte dei viaggiatori. Attualmente, a causa dei respingimenti, è aumentato il flusso di ritorno di coloro che non hanno prospettive a nord. Dunque, il mancato viaggio in mare significa per molti un secondo attraversamento del Sahara verso sud. Chi rimane in Nord Africa, soprattutto se di pelle nera e di religione cristiana, può trovare forse lavoro, ma in condizioni di sfruttamento e di discriminazione molto forti.
Si può, dunque, affermare che alcune scelte politiche da parte europea hanno come diretta conseguenza la violazione dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati. Tuttavia, secondo il proverbio "Lontani dagli occhi lontani dal cuore", ben pochi sembrano preoccuparsene: in tempo di crisi economica la concorrenza per i posti di lavoro e soprattutto per le risorse sociali si fa più dura e il risentimento verso gli ultimi arrivati più forte. Si dimentica, però, che la causa della crisi non è da imputare all'immigrazione, bensì all'irresponsabilità dei settori finanziari. La ricerca del profitto ad ogni costo, senza attenzione per il bene comune, ha causato i gravi danni all'economia reale, di cui tutti portiamo le conseguenze, ma che pesano maggiormente proprio sulle spalle dei paesi più poveri. La voglia di solidarietà non è venuta meno: lo si vede nella generosità delle offerte raccolte per Haiti. La solidarietà si esprime, però, anche nell'attenzione ad una maggiore giustizia a livello globale, al rifiuto di erigere muri sempre più alti nelle nostre città e ai nostri confini, trovando nelle occasioni piccole come in quelle grandi strade per una maggiore condivisione con gli altri.


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