1.3.10
«Non è facile la ‘marcia verso Gerusalemme’, verso la croce, verso la trasfigurazione pasquale… Tuttavia, coloro che insieme rivolgono il loro sguardo al volto luminoso di Cristo si sentiranno sempre uniti, anche se le difficoltà e le traversie della vita li separeranno. E diverranno anch'essi risplendenti di luce divina, che irradieranno sugli altri, anche involontariamente. La luce si diffonde e inonda tutto e tutti, come l'Amore divino. Sia la luce ‘taborica’ a dissipare l’oscurità della nostra marcia!»

di Padre Piotr Anzulewicz, OFM Conv

L'esperienza di Dio è poliedrica, multiforme, con una molteplicità di atteggiamenti, sentimenti, responsabilità. Ognuno risponde come sa, come può, come è capace. La docilità ne è l'aspetto più autentico e l'atteggiamento più vero dell'essere umano che crede. E' fatto di ascolto e di obbedienza, di donazione e di coinvolgimento, di gratuità e di generosità, di commozione e di compassione, di tenerezza e di affabilità/amabilità/mitezza/dolcezza.
Non a caso, oggi, la preghiera di Colletta della seconda Domenica di Quaresima ci invita a chiedere al Signore «un cuore docile», capace di seguire amorevolmente il Cristo nel suo lungo cammino verso la città santa, Gerusalemme. La liturgia - grande maestra del mistero cristiano - conosce bene il cuore dell'uomo e sa che la 'docilità', se non riesce ad essere una modalità esistenziale, e non semplicemente come una qualità o una virtù, è sicuramente un dono da chiedere a Dio.

Tutta la Bibbia è costellata da esempi meravigliosi di uomini docili: Abramo, Mosè, Elia... E tutta la storia è ornata da figure docili come Francesco d’Assisi. La loro biografia si muove nella consapevolezza della propria piccolezza e del proprio vissuto, da un lato, e la grandezza di Colui che li chiama e della sua proposta, dall'altro. Si mettono in cammino, docili e fiduciosi - ma non esaltati - per cercare quello che Qualcuno aveva promesso loro.

La 'docilità' che ci richiede la Parola di questa domenica, non può non essere docilità alla croce, a quel mistero di donazione, unico e irripetibile, cui il Signore Gesù non si è sottratto. La croce, gioia e corona di ogni credente.

Soffermiamoci con trepidazione sull'incontro di Gesù con Mosè ed Elia sul monte Tabor. Egli è accompagnato da tre discepoli - Pietro, Giacomo e Giovanni (ognuno segno di un modo diverso di interpretare e seguire Gesù): sinonimo di un incontro gioioso tra vecchi amici. Segno evidente che tutta la storia e le parole dell'Antico Testamento convergono verso Gesù di Nazareth, il Messia, l'inviato del Padre, in «marcia verso Gerusalemme». E l’evangelista Luca intesse tutte le sue fonti personali su di Lui.

Una sola conferma, addirittura dal cielo: «Ascoltatelo» (Lc 9,35). Ascoltate solo Lui. Non abbiate altri da ascoltare. Amarezza e sicurezza si intrecciano, mentre Gesù resta, ad un tratto, solo � solo con se stesso, solo con il Padre, solo con la croce, avvolto nel mistero della contemplazione/preghiera, prima e durante la trasfigurazione (Lc 9,28-29).

E' la preghiera il luogo della sua trasfigurazione. Il suo volto cambia d'aspetto e diventa "altro". In Lui il Padre mostra la sua gloria, che è irradiazione luminosa della sua presenza. «La scena evangelica della trasfigurazione di Cristo � disse Giovanni Paolo II - nella quale i tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni appaiono come rapiti dalla bellezza del Redentore, può essere assunta ad icona della contemplazione cristiana».

Qui, e in tutto il Vangelo di Luca, affiora il tema della contemplazione. Gesù è rappresentato come il grande orante. Egli è l’orante perfetto, avvolto nel mistero della contemplazione. Esemplare in questo senso è la preghiera-lotta e la preghiera-«agonia», sottolineata da Luca medico, attraverso il sudore di sangue, e evocata da s. Paolo con quella bellissima espressione della Lettera ai Romani: «Aiutatemi a combattere nelle preghiere».

Nella preghiera la vita di Dio diventa la nostra vita. L’unica condizione per riceverla è volerla e chiederla, e soprattutto ringraziarla. Lode, ringraziamento, adorazione crescono non soltanto sulla base della nostra esistenza, cioè su come conduciamo la nostra vita. Non dimentichiamo che essa è dono totalmente immeritato, per cui non ringrazieremmo mai abbastanza. «La stessa esistenza ci fu donata unicamente in vista di un pensiero ancora più anteriore, ancora più inimmaginabile di Dio («prima della fondazione del mondo»), anzi la nostra vita come insieme si bagna in un mare molto più profondo scrive Hans Urs von Balthasar (1988), nel suo libro La preghiera contemplativa (ed. Jaca Book, Milano 1992, p. 30), nell’oceano senza fondo dell’amore del Padre, che crea le nature e le loro leggi come una pagina su cui poi dispiegare le vere sue meraviglie».

Contemplare e vedere il volto di Dio è l'anelito profondo, forse inconscio, ma reale, di ogni essere umano, creato a sua immagine e per Lui. Già nell'Antico Testamento si ode questo grido: «Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8-9). E il Signore Iddio si rivela e si mostra in lui, in Cristo, suo Figlio, la sua immagine, la sua irradiazione, il suo fulgente e sfolgorante abisso che si schiude e che trapassa irruzione. Egli è il Verbo, luce e «splendore» della gloria del Padre. Guardando questo «splendore» veniamo ‘incantati’ e in esso ‘rapiti’ e immersi nella profondità.

Il Padre con questa sua guardiosa manifestazione sul Tabor, davanti ai tre discepoli, ha voluto donare splendore al Cristo e confortare Lui e i tre discepoli, in vista dei fatti drammatici e tragici che di lì a poco avrebbero vissuto a Gerusalemme. Anche noi vorremmo vedere il volto luminoso di Cristo: è un'esigenza interiore inestinguibile, che ci consente di vederlo con il cuore, con gli occhi della speranza, con l'amore.

Non si può reprimere, soffocare, attenuare la nostalgia struggente delle cose anticipate e promesse nella rivelazione ‘taborica’ della bellezza di Cristo. È impossibile restare indifferenti di fronte a Lui. Lo si adora o lo si nega, ma con Lui si devono fare i conti. Trova così conferma la celeberrima scommessa di Blaise Pascal (1662), matematico, fisico, filosofo e teologo francese. A chi diceva di non voler affatto prendere parte alla disputa pro o contro Gesù, il pensatore francese del Seicento rispondeva: «Vi sbagliate, scommettere è inevitabile, siete incastrato anche voi; non fosse altro per il fatto che un sì o un no lo si pronuncia, prima ancora che con un’adesione razionale, con la vita», con lo scatto del cuore, con l’amore.

Cristo non ci permette di adagiarci su quanto abbiamo potuto essere e realizzare. Non ci consente di essere contenti di come siamo. Egli ci spinge a rimanere in marcia verso la piena trasfigurazione/umanizzazione/amorizzazione.

«Il nobile amore di Gesù leggiamo in quell’aureo testo di spiritualità che è il piccolo libro del tardo medioevo intitolato Imitazione di Cristo ci spinge a operare cose grandi e ci incita a desiderare cose sempre più belle. L’amore vuole stare in alto e non essere trattenuto da nessuna bassezza. L’amore vuole essere libero e disgiunto da ogni affetto mondano. L’amore, infatti, è nato da Dio e non può riposare se non in Dio, al di là di tutte le cose create. Colui che ama vola, corre e gioisce, è libero, e non è trattenuto da nulla. Dona tutto per tutti e ha tutto in ogni cosa, poiché trova riposo nel Solo grande che è sopra tutte le cose, dal quale scaturisce e proviene ogni bene e ogni bellezza (III 5)».

Preghiamo il Padre di poter contemplare e amare Gesù, «il più bello tra gli uomini», così intensamente da contagiarne quanti incontriamo nella nostra «marcia verso Gerusalemme», la città dell’ascensione al cielo. E non ci accada ciò che disse s. Agostino d’Ippona (430), filosofo, vescovo e teologo romano): «Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai!».

Non è facile la «marcia verso Gerusalemme», verso la croce, verso la trasfigurazione pasquale Tuttavia coloro che insieme rivolgono il loro sguardo al volto luminoso di Cristo si sentiranno sempre uniti, anche se le difficoltà e le traversie della vita li separeranno. E diverranno anch'essi risplendenti di luce divina, che irradieranno sugli altri, anche involontariamente. La luce si diffonde e inonda tutto e tutti, come l'Amore divino. Sia la luce ‘taborica’ a dissipare l’oscurità della nostra marcia!

Al termine della nostra riflessione non possiamo dimenticare i nostri fratelli cileni, sconvolti ieri da un tragico terremoto. Il nostro cuore è con i due milioni di persone coinvolte da questo nuovo cataclisma, di cui ancora non si conoscono bene le dimensioni e le conseguenze. Quanto dolore e distruzione su questo nostro pianeta! Un pianeta meraviglioso e terribile insieme... Questi eventi ci ricordano come sia legata a un niente la vita di ogni essere umano, come la potenza arrogante dell'umanità, che si fronteggia tra gruppi sociali e nazioni che si combattono, sia un niente rispetto alle forze della terra. E come le stesse guerre convenzionali tra nazioni siano ancora poco rispetto all'uso delle bombe nucleari che l'umanità ha nei suoi arsenali, e potrebbe utilizzare, come già alcune nazioni minacciano (in particolare l'Iran), bombe in grado di distruggere completamente il nostro pianeta...

Solo la nosturity_token=AOuZoY5Ef58r1DOUJCHUta e degli Universi potrà salvarci dall'olocausto mondiale, sempre temuto, sempre possibile: l’autoannientamento della terra. Le nostre vite sono legate alla speranza che esse non hanno il loro epilogo qui, ma un Altrove di vita eterna ci aspetta, qualunque sarà l'epilogo della nostra vita terrena. Preghiamo in particolare per la popolazione cilena, oggi.


Print Friendly and PDF

Sono presenti 0 commenti

Inserisci un commento



___________________________________________________________________________________________
Testata giornalistica iscritta al n. 5/11 del Registro della Stampa del Tribunale di Pisa
Proprietario ed Editore: Fabio Gioffrè
Sede della Direzione: via Socci 15, Pisa