30.6.10

Avamposto Calabria

Viaggio nella terra dei giornalisti "infami". Un proiettile calibro 12 che arriva in redazione, un segnale inequivocabile in Calabria, che segna un confine fra il tuo lavoro e la tua vita.

Liberainformazione - A raccontare questa ed altre storie “Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami', un libro che raccoglie sedici storie di giornalisti minacciati dalla 'ndrangheta. Non sono eroi, né temerari, sono persone comuni, giornalisti testardi – spesso precari – che si ostinano a fare solo il proprio lavoro. Si chiamano Michele Inserra, Giuseppe Baldessarro, Filippo Cutrupi, Antonino Monteleone, Francesco Mobilio, Alessandro Bozzo, Fabio Pistoia, Agostino Pantano, Agostino D'Urso, Leonardo Rizzo, Giuseppe Baglivo, Antonio Anastasi, Lino Fresca, i cronisti nel mirino. Vite blindate, violate, quelle dei giornalisti minacciati, e delle loro famiglie. Tutto intorno l'aria si fa pesante, e da vittima, talvolta diventi anche colpevole. La tua colpa è quella di essere “'mpamu”, sbirro, così racconta la figlia di uno dei giornalisti minacciati. L'ha saputo a scuola, perchè così i compagni erano soliti chiamare il padre – giornalista.

I due autori di "Avamposto" i giornalisti Roberta Mani e Roberto Rossi, descrivono una realtà che da lontano – come di chiara la Mani - “non pensavamo fosse così pesante”. “Numeri incredibili consegnano alla Calabria il primato negativo del bavaglio a forma di pistola – dichiarano gli autori -. “Una Calabria così vicina – commenta la Mani – eppure così lontana da noi, dal quotidiano, da quello che nel resto del Paese si riesce a sapere”. Diversi gli episodi, le inchieste, gli articoli, i fatti narrati dai giornalisti, spesso legate ad equilibri delicati dell'ala militare sul territorio, altre legate agli affari delle 'ndrine, altri ancora collegati al livello politico delle rappresentanze locali ed elettorali. Ad accomunarli però e' la sindrome della trasgressione di una regola non scritta, ma nota a tutti: che certe cose i giornalisti devono fingere di non vederle e che non siano notizie di interesse pubblico. Di questo attacco al sistema democratico, all'articolo 21 della Costituzione, alla libertà d 'impresa e alla libera espressione del voto, abbiamo parlato con i due giornalisti “inviati” in quello che hanno chiamato l'”Avamposto”, perchè – come dichiarano “è metafora, nemmeno troppo immaginaria, della guerra di posizione. Con alcuni giornalisti, alcuni magistrati, alcuni politici, poca società civile a mantenere alta la guardia attorno alle poche isolate torrette di legalità”.

Un giornalista siciliano e una collega milanese, autori del primo libro che racconta dell'informazione “a rischio” in Calabria. Perché avete scelto questa terra?

Ci siamo ritrovati in Calabria sulla scia di un dato sconcertante. Dall'inizio dell'anno più otto giornalisti sono stati minacciati dalle mafie. Quando abbiamo redatto il rapporto 2010 sui cronisti minacciati nell'ultimo anno, quello per l'0sservatorio “Ossigeno” promosso da Fnsi e Ordine dei giornalisti, abbiamo constatato che era molto alto il numero dei condizionamenti e delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti. Così ci siamo recati in Calabria con l'obiettivo di realizzare un documentario, poi ci siamo resi conto che queste storie, avevano dietro un contesto complesso ma estremamente importante, e che andavano raccontate in un libro. Abbiamo scelto di farlo, dunque, non solo per mettere insieme le loro storie, ma per approfondire, per spiegare, i contesti in cui tutto questo si è verificato.

Avamposto è anche un affresco della Calabria degli ultimi anni. Come lavora il mondo dell'informazione in questa terra?

La prima cosa che scopri non appena hai messo piede in Calabria, è che da lontano non hai la dimensione profonda di quello che accade. Io sono un giornalista catanese, conosco bene la realtà siciliana, Roberta Mani è una giornalista del nord, ma lo stupore di scoprire una realtà cosi dura e difficile, è stata simile. La situazione in cui lavorano i colleghi calabresi è molto calda. Molto fisica, le mafie li, le senti sulla pelle. Mentre in altre regioni, parimenti soffocate dal fenomeno mafioso, spesso le intimidazioni arrivano spesso sotto forma di querele, di segnali e minacce, in Calabria i gesti sono ancora più espliciti, ancora più vicini ai giornalisti. Questa è una realtà che non pensavamo di trovare.

A cosa è dovuta questa differenza che assegna alla Calabria la maglia nera fra le regioni “governate” dalla criminalità organizzata?

La differenza è dovuta in parte al panorama informativo che si è sviluppato negli ultimi anni in Calabria. Dopo anni di stallo, oggi in Calabria esistono editori che si prendono la responsabilità di far scrivere certe cose, cosa che, ad esempio, in Sicilia non c’è. Il panorama dinamico e rinnovato ha alimentano una naturale competizione su tutto il territorio. I tre giornali regionali, Gazzetta del Sud, Quotidiano della Calabria, e Calabria Ora, non si dividono aree geografiche, al contrario, da Gioia Tauro a Cosenza, da Catanzaro a Reggio Calabria, si contendono i lettori e le notizie, facendo anche inchiesta. In questa direzione va letto, il numero dei giornalisti minacciati nel panorama dell'informazione calabrese. Nonostante questi dati, però, è la pervasività e la pericolosità della 'ndrangheta a dare quella condizione di "emergenza" permanente alla situazione di pericolo in cui si vive, facendo informazione (e non solo) in Calabria.

Tanti i giornalisti raccontati nel vostro “Avamposto”, quale caso ti ha colpito di più?

Sono tutte storie difficili, ma se dovessi dirne uno, direi sicuramente la storia del giornalista Michele Inserra, giornalista Quotidiano della Calabria, due intimidazioni in poco tempo. La prima giunse per aver rivelato particolari non noti ai grandi inviati “mordi e fuggi”, sul falso identikit del boss Nirta. Contro di lui c'è in atto un coprifuoco personale che lo tiene a distanza da San luca, gli hanno proprio detto “se entri a San Luca ti finisce male”. La seconda per aver raccontato di Siderno e del territorio in cui da molti anni dominano i Commiso. I boss gli hanno spedito un proiettile calibro 12, lo stesso che uccise il giovane Congiusta, ribellatosi al pagamento del pizzo a Siderno. Il calibro 12 è la firma per gli omicidi di 'ndrangheta, per dire sei un infame, “parli troppo”. Poi ancora la voce tremante di Michele Albanese, mentre leggeva la lettera ricevuta da un boss della piana, di Rosarno. La lettera che ha toni apparentemente cordiali e moderati, è arrivata dal carcere dove il boss è rinchiuso. Michele ha solo trent'anni ma sa benissimo che di sereno in quella lettera non c'è nulla. Quello è uno dei peggiori avvertimenti in pieno stile mafioso. Ho ancora la sua immagine stampata nella memoria, mentre legge, consapevole, quelle righe a noi che siamo andati ad incontrarlo per raccontare la sua storia.

Michele Inserra, Giuseppe Baldessarro, Filippo Cutrupi, Antonino Monteleone, Francesco Mobilio, Alessandro Bozzo, Fabio Pistoia, Agostino Pantano, Agostino D'Urso, Leonardo Rizzo, Giuseppe Baglivo, Antonio Anastasi, Lino Fresca. Questi i loro nomi. Sanno di essere un unico caso Calabria?

Molti di loro si conoscevano, ma non conoscevano le loro storie. Altri invece non si conoscevano, ma anche loro si sono impressionati di un numero cosi alto. Quello di intrecciare le loro vicende in un unico caso nazionale che riguarda la situazione in Calabria, è ancora, a mio avviso, un percorso da costruire. Questo è anche uno degli obiettivi che con questo libro si vuole raggiungere.

Qual è l'atteggiamento della società civile calabrese, e della politica, rispetto alla realtà in cui opera l'informazione locale?

Questo è uno dei problemi calabresi. C’è una società che in alcune aree è stata creata ad immagine e somiglianza della 'ndrangheta, fondandola sul bisogno e sui diritti chiesti come favori. Finché non sarà lo Stato a riprendersi lo spazio che è suo, ripristinando la democrazia, la 'ndrangheta sarà vincente. La società civile, ovviamente non tutta, stenta a prendere coscienza di questa realtà e anche di quella in cui vive l'informazione. Dall’altro lato la stessa politica non indica la strada da seguire alla società civile. Un esempio su tutti è la mancata costituzione di parte civile nell’omicidio di Gianluca Congiusta del Comune di Siderno. Sono già costituiti parte civile, la Provincia e la Regione. L' avvocato del boss che è accusato dell'omicidio del giovane che si era opposto al pizzo, ricopre anche il ruolo di consulente comunale.

Un potere radicato che sembra arrivare prima e meglio dello Stato nel territorio?

La’ ndrangheta comanda da 150 anni in Calabria. E', come dire, un potere aristocratico. I sindaci cambiano, i poliziotti cambiano, i magistrati anche, ma loro sono sempre li, da oltre cent'anni. Tutti sanno chi sono i Piromalli, i Molè, tutti conoscono i loro volti. Inoltre da quando l'ingresso ne la “Santa” ha modificato i codici 'ndranghetistici, i boss possono sedere negli stessi salotti di stimati professionisti, di politici, di magistrati. Un dato che ci ha stupito ad esempio, leggendo le ordinanze di custodia cautelare di alcune inchieste in Calabria, è che la rivelazione di intercettazioni, la fuga di notizie, è responsabile della morte o dell'insabbiamento di molte inchieste, in qualche modo quindi affossate negli stessi palazzi in cui nascono.

E’ un sistema che protegge gli ‘ndranghetisti anche fuori dalla Calabria?

Le 'ndrine sul piano internazionale hanno credibilità assoluta, perché silenziose, blindate, come dire, sicure. Questa potenza enorme li porta a dialogare con imprese del nord, e del resto del mondo. Ma è sulla Calabria che rimane prioritario il controllo, diciamo “morboso e ossessivo” con il territorio nonostante i suoi interessi enormi nel resto del mondo.
30.6.10

Trattative Stato-mafia? Pisanu: qualcosa ci fu

Audizione presidente commissione antimafia Giuseppe Pisanu: "Cosa nostra non ha certo rinunciato alla politica".

Ansa.it - "E' ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra cosa nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica. Questa attitudine a entrare in combinazioni diverse è nella storia della mafia e, soprattutto è nella natura stessa della borghesia mafiosa". E' questa l'analisi sviluppata dal presidente dell'antimafia, Beppe Pisanu, nella sua relazione illustrata oggi davanti all'organismo bilaterale di inchiesta.

Pisanu ha ricostruito dettagliatamente i vari passaggi degli "omicidi eccellenti" e delle stragi a partire da quella mancata dell'Addaura, citando che ormai vi sono notizie ''abbastanza chiare'' su due trattative: quella tra Mori e Ciancimino '' che forse fu la deviazione di un'audace attivita' investigativa'' e quella tra Bellini-Gioe'-Brusca-Riina, dalla quale nacque l'idea di aggredire il patrimonio artistico dello Stato'.

Pisanu ha osservato che l'elemento probabilmente sottostante al confronto mafia-stato era quello di costringere all'abolizione del 41 bis e a ''ridimensionare tutte le attivita' di prevenzione e repressione''. E a riscontro pisanu cita una ''singolare corrispondenza di date che si verifica, a partire dal maggio del 93, tra le stragi sul territorio continentale e la scadenza di tre blocchi di 41 bis emessi nell'anno precedente''.
''Cosa nostra ha forse rinunciato all'idea di confrontarsi da pari a pari con lo Stato, ma non ha certo rinunciato alla politica" dice Pisanu. "Bloccato il braccio militare, ha certamente curato le sue relazioni, i suoi affari, il suo potere - spiega Pisanu -. Ma dagli anni 90 ad oggi ha perduto quasi tutti i suoi maggiori esponenti, mentre in Sicilia e' cresciuta grandemente un'opposizione sociale alla mafia che ha i suoi eroi e i suoi obiettivi civili e procede decisamente accanto alla magistratura e alle forze dell'ordine".


30.6.10

Vescovi croati: opporsi all'esposizione del Crocifisso mette a rischio "identità e valori"

Mentre a Strasburgo è iniziata l’udienza per il riesame del pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo sul crocifisso, scendono in campo anche i vescovi croati.

Radio Vaticana - “La presenza dei simboli religiosi cristiani, in particolare della croce che rispecchia i sentimenti religiosi dei cristiani di tutte le denominazioni – affermano i presuli in una nota ripresa dall'agenzia Sir – non intende escludere nessuno, ma esprime una tradizione che tutti conoscono e ne riconosce l’alto valore e il ruolo di catalizzatore di dialogo con tutte le persone di buona volontà”. Il crocifisso, proseguono i vescovi, “non impone una religione, ma esprime il più alto grado di altruismo e generosità, e la più profonda solidarietà offerta a tutti”. Per questo i presuli si dicono convinti che “le società di tradizione cristiana non dovrebbero opporsi all’esposizione pubblica dei simboli religiosi, in particolare nei luoghi deputati all’educazione dei loro figli”. In caso contrario, concludono i membri della Conferenza episcopale croata, queste società “potrebbero non essere in grado di trasmettere alle future generazioni la propria identità e i propri valori”, “entrerebbero in contraddizione con se stesse e rigetterebbero il vivo patrimonio spirituale e culturale nel quale trovano le loro radici e la propria apertura al futuro”.
30.6.10

L'Agenzia spaziale europea conferma la riduzione dei ghiacci antartici

L'Antartide contiene il 99% dei ghiacci presenti sulla Terra e sul loro scioglimento causato dall'aumento della temperatura dovuta ai gas serra si è molto parlato in questi ultimi anni.

GreenReport - Secondo i ricercatori la conseguenza diretta dello scioglimento dei ghiacci del continente più meridionale del pianeta, sarebbe l'innalzamento del livello dei mari previsto fino a 70 metri. I più scettici sui cambiamenti climatici e sui loro effetti diretti, affermano che sono solo previsioni pessimiste, ma le misure reali sembrano confermare che si sta andando verso l'assottigliamento dei ghiacci dell'Antartide. Gli ultimi dati forniti dal satellite europeo Envisat sono stati presentati durante il convegno sull'Osservazione della Terra organizzato in Norvegia, a Bergen, dall'Agenzia spaziale europea (Esa).

Le misure di Envisat, che riguardano lo spessore dei ghiacci dal 2003 al 2010, sono state rilevate dal satellite a intervalli di 35 giorni e poi integrate dai ricercatori fino ad ottenere un'animazione che mostra come i ghiacci nella parte occidentale dell'Antartide si sono decisamente assottigliati. «Sono anche evidenti le variazioni nel livello dei ghiacci avvenute periodicamente. Ci sono periodi nei quali il livello sale e altri in cui si riduce: fenomeni niente affatto comuni» ha spiegato uno dei responsabili dell'analisi del dati, Benoit Legresy, del laboratorio francese di studi geofisici Legos, di Tolosa.

La riduzione dello spessore dei ghiacci - spiegano i ricercatori - emerge dal contrasto fra le aree colorate in rosso, che corrispondono ai primi rilievi fatti, e quelle in blu, risultato delle misure più recenti. Un fenomeno analogo è stato osservato dal radar altimetro di Envisat nei ghiacci della Groenlandia (9% dei ghiacci del pianeta).
Le calotte polari, con una superficie di 12 milioni di chilometri quadrati e uno spessore medio dei ghiacci di 2.200 metri che poggia su roccia, sono tenute costantemente sotto controllo per studiare gli effetti dei cambiamenti climatici.

30.6.10

Grande paura nel sud Messico per un terremoto di magnitudo 6.5

Paura in Messico, dove questa mattina un sisma di magnitudo 6.5 ha colpito oggi il sud del Paese. La scossa è stata avvertita fino alla capitale, dove la gente si riversata nelle strade. Al momento non si segnalano danni.

Radio Vaticana - Il servizio di Marco Guerra (ascolta): L’epicentro della fortissima scossa di magnitudo 6.5 si trova nell’area montuosa di Oaxaca vicino alla costa pacifica, ma a tremare è stato tutto il sud del Paese, compresa Città del Messico. Nella capitale hanno ondeggiato anche gli edifici più grandi e la gente si è riversata nelle strade. Elicotteri si sono alzati in volo di ricognizione e le linee telefoniche, secondo fonti locali, sono funzionanti. Ad alcune ore dalla scossa, la protezione civile non aveva registrato ne’ vittime ne’ danni particolari. Ma in uno dei Paesi a più alto rischio sismico del mondo la memoria della gente va subito ad una delle tante tragedie che hanno devastato il territorio. In particolare, nella capitale è ancora vivo il ricordo del terremoto del 19 settembre 1985. Un sisma di magnitudo 8,1 che causò circa 30 mila morti.

30.6.10

Lettera da una città che muore

L'Aquila, dove il terremoto non è ancora finito. Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai.

PeaceReporter - Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì.
Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio.

Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio.
Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire.
Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere.
Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo.
Le racconto che pagheremo l'Ici ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti.
Anche per chi non ha più nulla.
Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2mila euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta.
Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile.
Che lo stato non versa ai cittadini senza casa,che si gestiscono da soli, ben ventisettemila,
neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto.
Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.Che io pago ,in un paesino di cinquecento anime,
quanto Bertolaso pagava per un'appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente.
Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì.
Come in alveari senz'anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar.
Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri.
Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo.
Le racconto di una città che muore. E lei mi risponde, con la voce che le trema.
"Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi.
Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo."

30.6.10

Le Acli e il 'mezzogiorno'

Seminario nazionale: "Verso la 46° Settimana Sociale dei cattolici"

acliAcli.it - Le Acli di tutta Italia si riuniscono per affrontare la questione del Mezzogiorno. Sulla scia dell'ultimo documento della Conferenza episcopale, "Per un Paese solidale.Chiesa italiana e Mezzogiorno", e in vista della prossima Settimana Sociale dei cattolici (ad ottobre, in Calabria), le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani si danno appuntamento domani, giovedì 1 luglio, in Sicilia, ad Acireale (CT), per mettere a punto il proprio pensiero e la propria proposta per il riscatto e il rilancio del Sud Italia. "Le Acli e il Mezzogiorno" è il titolo del seminario nazionale che si svolgerà domattina, con gli interventi di mons. Michele Pennisi, vescovo di Piazza Armerina, sulla "Chiesa italiana e il Mezzogiorno", e Gianfranco Viesti, dell'Università di Bari, su "Un nuovo sguardo sul Sud".

Per le Acli, interverranno i presidenti regionali di Lombardia, Veneto, Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria, Campania, Molise e Basilicata.

Il seminario sarà aperto dai saluti del vescovo di Acireale, mons. Pio Vigo. Concluderà i lavori il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero.

(il programma del seminario)

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30.6.10

Ritornando in italia...

del nostro corrispondente a Londra Renato Zilio

salmone risale corrente“Ritorno a casa e mi sento come un estraneo!” esclama amaro un giovane sui vent’anni, parlandomi del suo ritorno in Italia per qualche giorno. Vive qui a Londra da nove mesi. Da poco è sceso nella sua Romagna, dopo essere rinato in questa metropoli a una vita nuova, totalmente differente. Qui si è abituato a vedere, a incrociare in ogni momento del giorno razze e culture più diverse, dall’India ai Caraibi. A farne un suo normalissimo ambiente di vita e di lotta. “Ritornando a casa - riprende - vedi la tua terra con occhi diversi da com’era quando eri sempre lì. Sai, non notavi le cose...” Ciò mi incuriosisce. Mi fa pensare al pesce nell’acqua: fin che sei dentro non ti accorgi di nulla, tutto scorre automaticamente. Quando te ne allontani, hai un’altra percezione delle cose e dei meccanismi, più viva e attenta.

“È come se non avessi mai fatto parte di quella gente!” incalza, sorprendendomi.“Nel nostro Paese si sta come costruendo una massa di schiavi... Ormai, d’altronde, è impossibile sognare. Il sogno, quello che si aveva una volta da piccoli, non esiste più. La vita si è fatta dura. Ci si sveglia al mattino e come un incubo ti trovi davanti il mutuo da pagare...”

Sono le quattro pennellate che ti improvvisa un giovane, spiegando poi che tutto - pur nella complessità di un’enorme città - qui gli sembra più semplice. “Se non lavori hai dei sussidi, non sei abbandonato a te stesso. Se uno ha voglia di lavorare, lavora! Ma non è così in Italia...” Lasciandosi andare alla nostalgia gli sfugge, tuttavia, un“Home, sweet home!” come ripetono gli inglesi. Ciononostante - ve l’assicura - nessuno dei tanti giovani che conosce a Londra vuole tornare in Italia. Sì, solo per le vacanze.

Curioso questo modo di vedere le cose che nonostante tutto sembra corrispondere a un sentire comune. Marianna è passata l’altro giorno al nostro Centro. Da un anno qui a Londra, sta ora tirando un bel sospiro di sollievo dopo giorni di “studio matto e disperatissimo”, come direbbe il nostro Leopardi. Vari esami finali da fare all’Università, cinque ore di sonno per notte, studio intensivo e altrettanta preghiera: ecco gli ingredienti di questi ultimi due mesi. “Ho pregato tanto in questi giorni!” ti confessa quasi con pudore, forse per cercarvi quella forza segreta imparata da piccola. Mi racconta della sua ultima visita in Italia...
Una forte rassegnazione. Ecco quanto i suoi occhi hanno colto. Ed è come un profondo senso di impotenza, ti precisa subito da studiosa in Human Rights alla London School of Economics and Political Science. Se la lasci continuare, la sua analisi continua.
Siamo nati e cresciuti in un società in cui senza i soldi non si ottiene nulla o quasi: dalla scelta di dove abitare, al tipo di casa, alla scuola dei figli... Ecco perché la crisi economica la sentiamo tutti e tutti ne parlano. Dal denaro abbiamo una totale dipendenza. Ma ora in Italia si respira un’aria di resa. Ne cita un sintomo: il suicidio. È diventato un fatto ricorrente nei giornali: tutti ne raccontano, nessuno pare preoccuparsi di un’analisi. Prendendo il treno da Brescia lei stessa rimane bloccata in aperta campagna. È un suicidio, le dicono, aggiungendo che in pochi mesi sulla stessa tratta è la quarta volta che succede. Lo raccontano come fossero casi isolati, senza collegamento, incapaci di scavare più a fondo...

La depressione, è vero, serpeggia anche tra padri di famiglia di 40 o 50 anni. L’angoscia, un tempo, di costruirsi una posizione a tutti i costi - senza preoccuparsi di coltivare dei valori - si è come rivoltata contro di noi: una specie di cortocircuito che ha fatto saltare il senso della vita. “L'uomo è ciò in cui crede!” ricordava Anton Cechov. Spesso, poi, ci si era limitati a far crescere un figlio unico. Un giorno maledetto, per un incidente qualsiasi, muore il giovane e il mondo ti crolla addosso!

La rassegnazione lei la trova nello sguardo dei giovani studiosi: “brain drain” lo chiamano questo arrendersi per migrare negli Stati Uniti, Scandinavia, Canada... Non c’è altra soluzione. Non ci si è preoccupati di creare opportunità in patria. Rassegnazione nei discorsi degli insegnanti, coscienti che i responsabili a Roma per l’ennesima volta non li ascolteranno. O nell’anziano pensionato, che si mette a raccogliere la frutta scartata ai mercati generali. Capisci...?! mi fa. Non aveva mai notato prima qualcosa del genere.

È la sconfitta di noi tutti, in fondo, della nostra società italiana, conclude. Dopo i fatti di Rosarno e aver visto con i nostri occhi lo sfruttamento più totale dei migranti nelle piantagioni, si continua a mangiare pomodori o ciliegie come se nulla fosse accaduto. Questi fatti sembrano lontani da noi anni-luce ed è in casa nostra! Accenna, perfino, ai continui patteggiamenti di un Paese, patria del diritto, con uno stato del Nordafrica che non tiene in nessun conto i Diritti dell’uomo, anzi... “Business as usual!”dicono gli inglesi.

Andandosene, infine, la sua analisi si fa domanda. Quando mai impareremo a lottare per un Paese che dentro e fuori rispetti i diritti umani, che dia supporto a chi ne ha bisogno e che ascolti chi ha un’opinione positiva e differente al di là di ogni duro antagonismo?

Così, uno sguardo lucido, interrogativo e per nulla rassegnato viene a ricordarci i nostri valori perduti.
30.6.10

Come sta e dove va il sistema energetico italiano

In un rapporto Censis la descrizione del sistema energetico italiano e della sua evoluzione. Negli ultimi 9 anni in calo il ruolo del petrolio, mentre crescono gas e rinnovabili.

QualEnergia - Le fonti più vivaci eolico e solare: molti investimenti e aziende attive in rapporto alla potenza installata. Burocrazia e mancanza di programmazione di ampio respiro richiano però di penalizzare il sistema-Paese. Un giro d’affari da 230 miliardi di euro, investimenti annui sul territorio per 16 miliardi, 118 mila occupati. Sono le dimensioni dell'intero settore energetico italiano come descritto nell’ultimo rapporto Censis commissionato da Confindustria Energia (vedi allegato). Un rapporto intitolato “Il valore sociale dell’industria energetica italiana”, zeppo di dati utili per avere un’idea di com’è e come sta cambiando il mondo dell’energia in Italia.

Solo per gli usi civili il paese consuma 68,4 TWh di energia elettrica (comprendendo terziario, agricoltura e industria sono 319 TWh secondo dati GSE, riferiti, come quelli del Censis, al 2008). Sempre riferendosi solo ai cittadini-consumatori il gas naturale usato ogni anno è pari a 30,2 miliardi di metri cubi cui si vanno ad aggiungere 2,2 milioni di tonnellate di Gpl e 2 milioni di tonnellate di gasolio per riscaldamento.

Nei trasporti, vengono consumati 11 milioni di tonnellate di benzina l’anno da 19,4 milioni di automobili, 26 milioni di tonnellate di gasolio da 12,8 milioni di automobili, 4,3 milioni di veicoli commerciali e industriali e 93.200 autobus, e 1 milione di tonnellate di Gpl da 1,1 milioni di veicoli; a metano vanno invece circa 506mila veicoli per un consumo di 670 milioni di metri cubi di gas naturale. Nel 2008 le sole accise per autotrasporto ammontavano a oltre 23 miliardi €.

Consumi soddisfatti da un mix che sta cambiando: meno petrolio, tra il 2000 e il 2008 passato dal 49,5% al 41,4% del fabbisogno energetico totale, più gas, aumentato dal 31,4% al 36,3%, più fonti rinnovabili, dal 6,9% all’8,9% del 2008, in calo le importazioni nette di energia elettrica dal 5,3% al 4,6%.

Interessanti poi i dati che riassumono la situazione delle rinnovabili elettriche (sempre aggiornata a fine 2008). La parte del leone, come sappiamo la fanno i 2.887 impianti idroelettrici (di cui solo 136 sono grandi dighe): 17.623 MW installati per una produzione di 41.623 GWh. Quasi tutti impianti di proprietà Enel, che gestisce 14.312 dei 17.623 MW idroelettrici installati. Altra fetta importante le biomasse, inceneritori compresi: 352 impianti, 1.555 MW per 755 GWh.
La geotermia in Italia è tutta nei 31 impianti di Enel green Power in Toscana che producono 5.520 GWh l’anno. L’eolico nel 2008 contava 3.588 aerogeneratori: 3.736 MW installati e 4.816 GWh prodotti. Il fotovoltaico 32mila impianti e una potenza che a fine 2008 era di 418 MW (a fine 2009 secondo i dati GSE dovrebbe essere stati superati i 1000 MW - Qualenergia.it, L’Italia verso il primo gigawatt fotovoltaico).

Le due fonti “minori”, eolico e fotovoltaico, sono anche quelle dalla crescita più vivace e con il maggior numero di aziende attive: 56 per l’eolico mentre il fotovoltaico nel 2008 contava 314 imprese nel settore installazione e 114 tra produttori e trader.
Nell’anno preso in considerazione vento e sole sono anche le rinnovabili che hanno raccolto più investimenti: rispettivamente 1,8 e 2,4 miliardi di euro contro gli 0,15 a testa delle altre. Il solo settore eolico scrive il Censis (riprendendo dati Anev) “al 2020 potrebbe contare una potenza installata di 16.200 MW, cui corrisponderebbe una produzione annuale di energia elettrica pari a 27,54 TWh, che significherebbe una percentuale di produzione eolica sui consumi compresa tra il 6% e il 10%. Ciò indica un potenziale occupazionale al 2020 in caso di realizzazione dei 16.200 MW previsti, di 66.000 unità, di cui un terzo di occupati diretti e due terzi di occupati dell’indotto”.

Un sistema energetico in evoluzione, insomma, anche se frenato. Due i fattori critici – si legge nel documento - che potrebbero portare l’Italia a “perdere occupazione e rilevanza sul piano della competitività del proprio settore industriale, data la dipendenza dalle importazioni e i costi della fattura”: la “farraginosità delle procedure autorizzative a livello nazionale e territoriale, unita alla forte conflittualità locale per le infrastrutture,” che possono portare ad una situazione di “blocco degli investimenti sia nell’ambito dello sfruttamento delle risorse energetiche nazionali che in quello delle fonti rinnovabili” e infine “la carenza di adeguate politiche energetiche di medio lungo termine” che può determinare “un impoverimento tecnologico”: il Paese – fa notare il Censis - “potrebbe rinunciare a svolgere un ruolo significativo in alcuni settori della filiera, diventando sostanzialmente solo importatore di prodotti e tecnologie.”

Tuttavia ci permettiamo di aggiungere che non tutte le infrastrutture sarebbero utili e non tutte le conflittualità su tali insediamenti possono essere viste come dannose per l'interesse nazionale.
30.6.10

Nella tana del lupo

Abu Mazen incontra influenti esponenti della lobby ebraica a Washington in un vis-à-vis inusuale nel tentativo di percorrere tutte le strade del dialogo.

abu mazendi Luca Galassi

PeaceReporter - Abu Mazen non parla quasi mai inglese durante i suoi incontri internazionali. Lo ha fatto nel corso della visita a Washington con un interlocutore inatteso, se non improbabile: la lobby ebraica statunitense. Strano ma vero, Mahmoud Abbas e' stato l'ospite d'onore dei suoi nemici, un piccolo ma influente gruppo di una trentina di ebrei americani, tra cui alcuni pesi massimi della politica estera delle trascorse amministrazioni: da Elliot Abrams, veterano dello staff di Reagan prima e Bush padre; Sandy Berger, consigliere per la Sicurezza nazionale dell'amministrazione Clinton: Mortimer Zuckerman, editore. Inoltre, associazioni e organizzazioni appartenenti alla potente lobby pro-israeliana Aipac.

Abu Mazen ha risposto al fuoco di fila delle domande degli ebrei d'America per un'ora e mezza, toccando temi che vanno dai colloqui di pace all'incitamento anti-israeliano da parte dei media palestinesi, fino alla violenza, al terrorismo e all'Olocausto. Il dato piu' significativo della visita, al di la' della sua eccezionalita', e' stato il tono conciliatorio dell'incontro, durante il quale il leader dell'Anp ha piu' volte condannto la violenza e riconosciuto la connessione degli ebrei alla Terra Santa, annunciando l'invio di rappresentanti dell'Autorita' Nazionale Palestinese alle celebrazioni per le commemorazioni dell'Olocausto in Russia e Polonia. L'incontro, tenutosi al Daniel Abraham Center for Middle East Peace, e' stato, nelle parole di Abu Mazen, proficuo perche' ha consentito di realizzare che ripristinare le relazioni con gli ebrei americani puo' essere vantaggioso per i palestinesi. "Credo sia un errore - ha spiegato Abu Mazen - ignorare queste istituzioni e queste comunita' dicendo che sono contro di noi e che non dovremmo dialogare con loro. Dovremmo invece sederci e cercare di convincerli parlando loro".

Abbas ha anche difeso il suo rifiuto di intraprendere negoziati diretti con il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, affermando che "ulteriori progressi sono necessari prima che i colloqui diretti possano cominciare". L'audizione del leader palestinese e' risultata 'positiva', a sentire il presidente del centro Abraham, Robert Wexler. "Le sue parole hanno avuto un impatto sui convenuti - ha spiegato Wexler -, soprattutto per quanto riguarda il rigetto inequivocabile della violenza". Tuttavia, secondo alcuni membri dell'Aipac, altre argomentazioni sono state meno persuasive, e le critiche all'intervento di Abbas hanno fatto leva sulla 'mancanza di sostanza' e sul suo limitato impegno nel tentativo di cambiare la mentalita' dei palestinesi.

L'incontro, del quale si e' parlato poco sui media internazionali, ha comunque rappresentato un evento eccezionale, ed e' stato salutato come un'opportunita' unica per creare un dialogo tra due parti cosi' distanti tra loro. "Gli ho parlato come se avessi parlato a un uomo della strada palestinese. E ho visto che hanno accettato tale linguaggio", ha riferito al termine dell'incontro Abu Mazen.

30.6.10

Francia, profanate 18 tombe musulmane nel cimitero di Strasburgo

Il comune pagherà il restauro delle sepolture. Nel 2011 sarà costruito il 1° cimitero islamico del Paese

PeaceReporter - Il guardiano del cimitero di Strasburgo, che sorge nel quartiere Robertsau, questa mattina ha denunciato che durante la notte erano state profanate 18 tombe nel settore musulmano. "Un atto barbaro", così l'ha definito il sindaco socialista Roland Ries. Il comune pagherà il restauro delle sepolture. Nel 2011, inoltre, sarà inaugurata la Grande Moschea e sarà completato il primo cimitero musulmano del Paese. Il cimitero occuperà 25 mila metri quadri nel quartiere di La Meineau e avrà un costo totale di 800 mila euro.

Nel resto della Francia, i cimiteri musulmani sono vietati, ma il progetto edile di Strasburgo è stato approvato grazie a una norma del diritto locale della regione Alsazia-Mosella. I settori musulmani sono presenti nel cimitero di Strasburgo dal 1973, ma sono ormai saturi tanto che molti islamici sono costretti a rimpatriare le salme dei loro cari.
30.6.10

India, ribelli maoisti uccidono 26 poliziotti

L'attacco è avvenuto nello Stato di Chattisgarh

PeaceReporter - Ventisei poliziotti sono stati uccisi dai ribelli maoisti che hanno teso un'imboscata a un loro convoglio nello stato di Chattisgarh, nell'India centrale. Lo ha reso noto la polizia. Il gruppo di poliziotti stava rientrando dopo aver partecipato all'inaugurazione di una strada ed è stato attaccato da numerosi ribelli pesantemente armati. "Almeno 26 uomini delle forze di sicurezza sono stati uccisi e parecchi sono stati feriti", ha dichiarato il capo delle operazioni anti-maoiste nello stato, Ram Niwas. Secondo altre fonti locali, un centinaio di ribelli avrebbero partecipato all'imboscata. In aprile, nello stesso stato, i maoisti avevano ucciso 76 poliziotti. Gli insorti, che dicono di combattere in difesa dei contadini e delle tribù più povere, controllano soprattutto le aree rurali che non hanno avuto finora alcun vantaggio dallo sviluppo economico-industriale dell'India.
30.6.10

SI smorzano le polemiche sulle spie russe infiltrate negli Usa

Sembra tornata la calma tra Mosca e Washington dopo la scoperta di dieci spie russe infiltrate da molti anni negli Stati Uniti, che ha fatto soffiare per alcune ore venti di Guerra Fredda sul rasserenamento recente dei rapporti bilaterali. L'indignazione del premier Vladimir Putin è stata seguita da un messaggio sdrammatizzante della Casa Bianca: la vicenda, si dice, non influenzerà le relazioni bilaterali. Ma chi sono questi agenti e come agiscono?

RadioVaticana - Gabriella Ceraso ne ha parlato con Alessandro Corneli, docente di Storia delle Relazioni Internazionali alla Luiss:

R. – Lo schema della spia dormiente è uno schema che è stato applicato dalla fine della II Guerra Mondiale. E’ un meccanismo che dà i suoi frutti a distanza di tempo. Quindi, si tratta di persone che quantomeno stavano da 20, 30 anni negli Stati Uniti e che dovevano soprattutto infiltrarsi negli ambienti dell’economia, della finanza, quella che si chiama l’Intelligence economica, più che negli aspetti tradizionali e militari, com’era nel periodo più duro della Guerra Fredda.

D. – Alcuni esperti sostengono che questa azione dell’Fbi è un messaggio politico lanciato dagli Stati Uniti ai russi, un segnale che comunque arriverebbe in un momento di apparente serenità nei rapporti bilaterali: vedi l’incontro che c’è stato la settimana scorsa tra i due leader?

R. – Non credo che questo sia un segnale di ritorno alla Guerra Fredda o cose del genere. Obama ha diversi obiettivi da perseguire. Innanzitutto, deve cercare di riequilibrare la dipendenza in un certo senso dalla Cina. Quindi, ha strategicamente bisogno di rafforzare i rapporti con la Russia. Quindi, non ha nessun interesse a creare dei problemi. Secondo, Obama deve dimostrare anche all’interno che non ha abbassato la guardia, perché è impegnato sul fronte mediorientale, iracheno, afghano. Mesi fa c’è stata quella smagliatura nel sistema di sicurezza, per cui un potenziale terrorista aveva passato tutte le barriere e avrebbe potuto compiere un attentato. Quindi, i servizi di Intelligence erano stati mesi sotto accusa. A quel punto si trova il segnale per l’opinione pubblica da buttare in pasto alla gente, che dice “Bene, abbiamo preso dieci spie russe”, che naturalmente non modifica la realtà della situazione.

D. – Quali tipi di informazione, secondo lei, ad oggi, si possono ricercare in ambienti come sono quelli Usa-Russia?

R. – Interessa soprattutto l’insieme delle decisioni economiche e finanziarie, quindi, i movimenti dei grandi gruppi, le intenzioni dei grandi gruppi nazionali sia di imprese private sia anche di strutture internazionali: Fondo monetario, Banca mondiale, l’Onu stessa.

D. – Questo sempre, anche in un’epoca di distensione di rapporti bilaterali?

R. – A maggior ragione, perché la circolazione dei capitali, delle persone, delle tecnologie si fa più intenso e quindi diventa maggiormente interessante.
29.6.10

Papa: “significativi” i progressi del dialogo con gli ortodossi

Benedetto XVI ha incontrato la delegazione del Patriarcato ecumenico venuta a Roma in occasione della solennità dei santi Pietro e Paolo. Auspicio che si continui sulla strada intrapresa anche nella prosecuzione dei lavori della commissione mista, che sta affrontando il cruciale tema del “Ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa durante il primo millennio”.

Città del Vaticano (AsiaNews) - I rapporti tra cattolici e ortodossi sono “caratterizzati da sentimenti di reciproca fiducia, stima e fraternità”, il che costituisce una base perchè il dialogo raggiunga “progressi significativi”. L’incontro con la delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, anche quest’anno a Roma in occasione della solennità dei santi Pietro e Paolo, ha dato oggi occasione a Benedetto XVI per riaffermare l’importanza che la Chiesa cattolica attribuisce al lavoro della commissione mista per il dialogo e la fiducia che egli stesso ripone nei frutti che da tale impegno possono venire.

Rivolgendosi alla delegazione del Patriarcato, il Papa ha evidenziato come le due Chiese celebrino lo stesso giorno i due apostoli, il che “testimonia il tempo nel quale le due comunità vivevano in piena comunione l’una con l’altra”. “La vostra presenza qui - ha aggiunto – porta grande contentezza nei cuori di tutti noi”.

Benedetto XVI, riferendosi poi al ruolo di Gennadios di co-segretario della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme, il Papa ha sottolineato come essa sia a “un punto cruciale, avendo cominciato lo scorso ottobre a Paphos, a discutere del ‘Ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa durante il primo millennio’ ”. “Con tutti i nostri cuori, preghiamo”, ha detto poi, perché “i componenti della Commisione proseguano su questa via durante la prossima sessione plenaria, a Vienna”.

Il Papa ha poi toccato il tema dei cristiani in Medio Oriente, dicendosi certo che “il tema della cooperazine ecumenica fra i cristiani di quella regione avrà grande attenzione” nel Sinodo per il Medio Oriente che la Chiesa cattolica terrà nel prossimo ottobre. La questione, peraltro, “è evidenziata nell’Instrumentum laboris che ho consegnato ai vescovi cattolici del Medio Oriente nel corso della mia recente visita a Cipro, dove sono stato ricevuto cone grande fraterno calore” dal vescovo ortodosso Chrysostomos II. (continua a leggere)

29.6.10

Turchia: spazio aereo chiuso per Israele

La Turchia ha deciso di chiudere il proprio spazio aereo ad Israele, in seguito al raid della Marina israeliana del 31 maggio scorso contro un convoglio di navi che portavano aiuti umanitari a Gaza e che costò la vità a nove cittadini turchi.

Radio Vaticana - Lo ha riferito l'agenzia turca Anadolu, citando dichiarazioni rese dal premier Erdogan. Da parte sua, il Ministero israeliano dei Trasporti afferma di non aver ricevuto alcuna comunicazione. Ma la stampa israeliana alcuni giorni fa aveva riferito del divieto di transito ad un aereo militare israeliano, diretto in Polonia. Il servizio di Fausta Speranza (ascolta):

Non è chiaro se le disposizioni impartite da Erdogan si riferiscano solo ai velivoli delle Forze armate israeliane, o anche ai voli civili. Se fosse confermata la chiusura totale dello spazio aereo turco, la principale ripercussione per Israele sarebbe nei voli diretti all'Europa orientale. Sorvolare la Grecia comporterebbe costi maggiori. In ogni caso, il nodo vero è quello che il provvedimento rappresenta: il via ad un duro braccio di ferro tra Turchia e Israele, che viene ad aggiungersi ai problemi già ben evidenti in Medio Oriente. Problemi tra i quali campeggia oggi la minaccia nucleare iraniana: il capo della Cia, Panetta, afferma che a Teheran possono bastare due anni per la bomba atomica e poi spiega che sulle decisioni da prendere la linea di Washington non è quella di Tel Aviv: al momento, gli Usa hanno convinto Israele che è ancora il tempo della diplomazia e delle sanzioni, e non ancora quello delle armi. È chiaro che il contrasto tra Israele e Turchia viene ad inserirsi in questo contesto. Più in generale, i temi del nucleare ci portano anche su un altro fronte aperto per la comunità internazionale: quello della Corea del Nord. Se al G20 l’Iran è stato un tema scottante e ricorrente nei vari colloqui bilaterali, sulla Corea del Nord si è pronunciato per tutti Barack Obama: “il comportamento bellicoso – ha detto – è inaccettabile”. Per tutta risposta Pyongyang ha fatto sapere che rafforzerà il proprio arsenale nucleare. E ha lanciato accuse e minacce: gli Stati Uniti avrebbero portato armi pesanti nella zona demilitarizzata al confine con la Corea del Sud; armi che se non saranno ritirate velocemente provocheranno “pesanti misure militari”. Sappiamo che il presidente americano in occasione del G20 ha parlato del rischio Corea in modo molto franco con la Cina. Sulla questione iraniana la Cina, così come la Russia, si è unita alle sanzioni. Su Pyongyang non sappiamo quale linea adotterà nel prossimo futuro.

Pakistan
Agenti di polizia e artificieri stanno cercando di stabilire le cause dell'esplosione che ad Hyderabad, nel sud del Pakistan, ha provocato almeno 18 morti e molti feriti, alcuni in gravi condizioni. Distrutti otto negozi e danneggiata una moschea a poca distanza dal luogo della deflagrazione. Sempre nel sud del Paese vicino al confine afghano, a Chaman, stamattina due autobotti con carburante destinato alle forze della Nato in Afghanistan sono andate distrutte in un incendio. Secondo i media pachistani non ci sono vittime. Mentre almeno 12 sospetti militanti islamici estremisti sono stati uccisi in una battaglia nella regione tribale di Orakzai, nel nordovest del Pakistan. I militanti hanno attaccato un posto di blocco dell'esercito che ha risposto aprendo il fuoco.

Afghanistan
Almeno 600 militari afghani e della Nato hanno lanciato oggi un’offensiva contro basi di Al Qaeda e dei talebani nella provincia orientale di Kunar, alla frontiera con l'Afghanistan, con un bilancio di almeno 30 talebani morti. Intanto, nel sud del Paese, nella provincia di Ghazni, almeno cinque persone sono morte in un attentato. Un ordigno è esploso in un luogo affollato. Mentre quattro soldati norvegesi della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf) hanno perso la vita per l'esplosione di un ordigno artigianale nella provincia di Faryab, nel nord del Paese. Ieri, altri cinque militari di Oslo sono rimasti uccisi nei pressi di Meymaneh, nell'ovest del Paese.

In Kirghizistan vince il sì alla Costituzione parlamentare
Il referendum per la nuova Costituzione ispirata alla democrazia parlamentare ha riportato ieri in Kirghizistan oltre il 90% dei “sì”. In particolare, i voti a favore sono stati il 90,84%, contro il 7,84% dei “no”. L'affluenza è stata del 70%. Il Kirghizistan è reduce da una rivolta che in aprile ha portato alla destituzione del presidente, Kurmanbek Bakiev, e all'insediamento di un governo provvisorio e da recenti scontri etnici tra kirghizi e uzbeki che hanno causato un centinaio di morti. Il presidente russo Medvedev ha commentato così l'esito del voto: "Non riesco ad immaginare – ha affermato – come il modello di una democrazia parlamentare possa funzionare in Kirghizistan."

Sequestrato mercantile battente bandiera di Singapore nel golfo di Aden
Il mercantile "Golden Blessing", battente bandiera di Singapore, è stato assaltato e sequestrato da pirati somali nel golfo di Aden, nell'Oceano Indiano, tra lo Yemen e la Somalia. Lo ha reso noto il Centro per il soccorso marittimo cinese sostenendo che a bordo vi fossero 19 marinai cinesi.

Elezioni in Burundi ma con un solo candidato: l’opposizione si è ritirata
Sono tre milioni e mezzo gli elettori chiamati oggi alle urne in Burundi per le presidenziali che vedono in corsa un unico candidato, il presidente uscente, Pierre Nkurunziza. Il voto cade in un momento particolarmente delicato per il Paese africano, da poco uscito da 13 anni di devastante guerra civile, con un bilancio di 300 mila morti tra il 1993 e il 2006. Nei giorni scorsi, si sono susseguiti attacchi con bombe a mano, violenze e arresti tra i leader dell’opposizione, che a maggio non hanno riconosciuto la vittoria governativa alle elezioni comunali e si sono ritirati dalla competizione presidenziale. Stamani, c’è stato un episodio di sparatoria ad un seggio nella provincia occidentale di Bubanza. Della situazione in Burundi, parla padre Claudio Marano, missionario saveriano e direttore del Centre Jeunes Kamenge di Bujumbura, in Burundi, intervistato Giada Aquilino (ascolta):

R. – È un appuntamento che rientra nel quadro di più momenti elettorali di questo 2010. Il primo momento è stato quello delle elezioni comunali: i risultati hanno sancito un 64% al partito unico al potere. Da questo dato, tutti i partiti hanno cominciato a gridare che ci sono state delle manipolazioni e l’opposizione si è ritirata dalle elezioni presidenziali. C’erano sette, otto candidati e, per protesta, l’opposizione si è chiamata fuori. C’è però sempre stato un proseguimento nei contatti e nel dialogo tra l’opposizione, il governo, le associazioni internazionali, l’Onu, per dare la possibilità a tutti di discutere del futuro del Burundi, anche perché poi a luglio ci saranno le elezioni legislative, con i deputati e i senatori da eleggere.

D. – Questo voto è arrivato dopo anni di devastante guerra civile. Che Paese è oggi il Burundi?

R. – Durante la guerra, quelli che avevano più voce erano quelli che utilizzavano le armi. Finita la guerra, c’è sempre stato l’Fnl (Forze nazionali di liberazione) che ha continuato questo gioco fino a due anni fa. Adesso la situazione del Paese è molto grave: ci sono miseria e fame, anche a causa di realtà climatiche diversificate. La situazione politica e l’impossibilità del governo di continuare a gestire il Paese a livello economico, lavorativo, produttivo, mettono poi tutto seriamente in crisi.

D. – Come siete impegnati lei come missionario e la Chiesa locale affinché questo periodo di stallo venga superato?

R. – Ci siamo impegnati a fare tutta una serie di formazioni nelle scuole, anche con degli spettacoli teatrali, per riuscire a mettere insieme la popolazione e dire che insieme si sta meglio. Stiamo facendo dei campi di lavoro dove dei giovani Tutsi e Hutu, dei giovani di ogni partito politico si sono messi insieme e vanno a lavorare nei quartieri per dire alla gente: “Siamo insieme, lavoriamo insieme e questo potete farlo tranquillamente anche voi”. Il Burundi ha bisogno di questo.

Russia
Circa 170 persone sono morte annegate nelle ultime due settimane in Russia – 32 nella sola Mosca – cercando refrigerio nei fiumi o nei laghi a causa del caldo che ha sfiorato a volte i 40 gradi. Diverse, secondo gli esperti, le cause delle morti: tuffi in zone profonde e pericolose, sbalzi di temperatura, uso di alcolici.

In Giappone resta il divieto di Internet in campagna elettorale
In Giappone, campagna elettorale senza Internet. Resta il divieto in vista del voto per il rinnovo del Senato previsto l’11 luglio. Il servizio di Michela Altoviti (ascolta).

Secondo l’attuale legge, i candidati giapponesi non possono utilizzare forme scritte o visive per la propria campagna elettorale. Ciò significa che agli aspiranti senatori e ai singoli partiti è vietato aggiornare i propri siti e blog nel periodo che precede il voto. In particolare, netto è il divieto di utilizzare network come Twitter e la posta elettronica, giudicati da alcuni parlamentari strumenti “potenzialmente pericolosi” per i rischi legati alla diffamazione. Un'intesa bipartisan, raggiunta il mese scorso, aveva aperto le porte alla modifica delle restrizioni: modifica che si sarebbe dovuta decidere entro la sessione parlamentare conclusasi il 16 giugno scorso. Poi, c’è stata la scossa politica che ha interessato il Partito democratico con le dimissioni di fine maggio dell'ex premier, Yukio Hatoyama. L'evento ha stravolto il calendario parlamentare e impedito l'approvazione della bozza di legge per rimuovere il bando a Internet. Secondo l'intesa preliminare, la Dieta, la Camera dei parlamentari giapponesi, era pronta a togliere i vincoli all’utilizzo di blog e siti Internet in campagna elettorale. La "legalizzazione" del web a mezzo di propaganda elettorale è vista da molti come un'ultima spiaggia per riportare al voto l'elettorato giovane, sempre più distante dalla politica: nelle elezioni generali dello scorso anno, solo il 46,7% degli aventi diritto tra i 20-24 anni si è recato alle urne, contro l'85% nella fascia di età 65-69.(Panoramica internazionale a cura di Fausta Speranza)
Bollettino del Radiogiornale della Radio Vaticana Anno LIV no. 179

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29.6.10

Corea del Nord minaccia guerra contro Stati Uniti e Corea meridionale

Le forze militari nordamericane e sudcoreane saranno impegnate in esercizi militari che potrebbero scatenare un conflitto armato, secondo il quotidiano Minju Chosun.

PeaceReporter - In un editoriale del quotidiano Minju Chosun è specificato che la Corea del nord è pronta a un conflitto armato se Stati Uniti e Corea meridionale procederanno con gli esercizi militari che hanno in programma e che sono una risposta diretta all'affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan nel mar Giallo lo scorso marzo. La notizia è stata rilanciata anche dall'agenzia statale Kcna. "E' chiaro che anche il minimo incidente può condurre a un conflitto armato", si legge sul giornale nordcoreano. Il Minju Chosun chiarisce che verrà attaccata la "roccaforte degli invasori", ma non spiega esattamente a quali Paesi si riferisca.
Washington invierà nel mar Giallo la portaerei a propulsione nucleare Uss George Washington che pesa 97 mila tonnellate e appartiene alla settima flotta. Attualmente, stazione a Iokosuka, in Giappone. Gli Stati Uniti forniranno anche il cacciatorpediniere Aegis e un sottomarino nucleare, mentre Seul manderà sul posto un cacciatorpediniere dal peso di 4500 tonnellate, un sottomarino e alcuni caccia F-15K.
29.6.10

Blitz di Greenpeace Cina ad Hong Kong: “scorie nucleari” al segretariato per l'Ambiente

Ieri alcuni attivisti di Greenpeace Cina si sono presentati ad Hong Kong, la zona speciale della Repubblica popolare cinese che gode ancora di un livello di "democrazia" e libertà di opinione frutto dell'accordo tra Pechino e gli ex colonizzatori britannici, ed hanno consegnato dei fusti di "scorie nucleari" al segretario di Hong Kong per l'ambiente, Edward Yau.

GreenReport - La clamorosa protesta di Greenpeace fa seguito alla fuga radioattiva avvenuta il 23 maggio nella centrale nucleare di Daya Bay sulla terraferma, la consegna dei falsi bidoni di scorie voleva ricordare a Yau, agli abitanti di Hong Kong e soprattutto ai potenti ed occhiuti compagni della madrepatria comunista che il nucleare non è la soluzione alle esigenze energetiche della regione. Secondo Greenpeace Cina «Hong Kong è una posizione privilegiata per programmi delle energie rinnovabili, che sarebbero in grado di generare il 50% della sua elettricità. Uno studio dell'Electrical and Mechanical Services Department del 2002 sosteneva che le fonti di energia rinnovabile a Hong Kong potrebbero dare un contributo significativo al raggiungimento della domanda di energia a lungo termine: 20,1 miliardi di kWh di elettricità, che rappresenta il 50 % del consumo totale di Hong Kong annuo di energia elettrica . Eppure, attualmente, le fonti rinnovabili contribuiscono solo dell'1%». Secondo Prentice Koo, un'attivista cinese di Greenpeace, «E' l'energia rinnovabile quella sulla quale deve concentrarsi il governo. Hong Kong e le sua città vicine hanno tutte le potenzialità per lo sviluppo delle energie eolica e solare, che sono pulite e sicure».

I quattro attivisti di Greenpeace China si sono presentati nel centro della metropoli autonoma bardati di tute di sicurezza, casco e maschere antiradiazioni e dopo hanno dispiegato nell'atrio del segretariato per l'ambiente uno striscione con la scritta "Nuclear is not the solution!" per protestare contro il piano del governo cinese che punta ad ampliare l'offerta di energia dal nucleare ad Hong Kong.

La fuga radioattiva avvenuta nella centrale nucleare di Daya Baiy secondo Greenpeace «Svela ancora una volta il potenziale pericolo del nucleare per la gente, eppure, il capo dell'environmental bureau, Edward Yau, aveva comunicato ai media prima che il governo prevede di ampliare la fornitura di energia nucleare per Hong Kong. Prima della sua fine l'ex governo britannico di Hong Kong aveva sostenuto lo sviluppo dell'impianto di Daya Bay, un documento del Legislative Council del 1986 rivela che il governo non si era opposto allo studio di fattibilità della China Light and Power's feasibility per la costruzione di una centrale nucleare a Daya Bay, senza informare l'opinione pubblica. Nel 1996, nonostante il fatto che ci sono fossero stati oltre un milione di cittadini di Hong Kong contrari all'idea , la centrale nucleare di Daya Bay è stata costruita».

Greenpeace esorta il governo cinese e l'amministrazione autonoma di Hong Kong a dismettere tutti i piani per ampliare ulteriormente l'energia nucleare e soprattutto di fornire tutte le informazioni riguardanti il nuovo progetto di Daya Bay.

29.6.10

Dell’Utri condannato a sette anni

In appello esclusa la rilevanza dei fatti successivi al 1992. Concorso esterno in associazione mafiosa, sette anni di reclusione per Marcello Dell’Utri: così la sentenza pronunciata questa mattina dalla seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo, presieduta da Claudio Dall'Acqua con giudici a latere Salvatore Barresi e Sergio La Commare.

di Lorenzo Frigerio

Liberainformazione - Da una assoluzione annunciata ad una condanna ridotta: un esito comunque imprevedibile che chiude, almeno per il momento, la vicenda processuale del senatore. Durante i sei giorni di camera di consiglio, le voci e i boatos di segno contrastante si sono rincorse una dopo l’altra, in un clima di generale indifferenza da parte dell’opinione pubblica: chi propendeva per un’assoluzione certa e chi ancora credeva nella conferma della sentenza di primo grado. Nessuno invece ipotizzava che il verdetto potesse modificare in modo così ambiguo la condanna di primo grado che, comunque la si pensi, certifica i rapporti del senatore con i capi di Cosa Nostra.

Incidentalmente va ricordato anche il non luogo a procedere nei riguardi di Gaetano Cinà, altro imputato del processo, nel frattempo deceduto e la condanna per Dell’Utri al pagamento delle spese processuali per Comune e Provincia di Palermo a seguito della loro costituzione di parte civile nel procedimento.

Un primo aspetto rilevante di questa sentenza è la riduzione della pena: si passa dai nove anni di reclusione inflitti nel dicembre 2004 ai sette anni di questa sentenza. Una diminuzione di due anni rispetto alla precedente condanna e di quattro rispetto agli undici anni chiesti dal PG Nino Gatto al termine della sua requisitoria.

Il secondo e più controverso aspetto, invece, riguarda la parziale riforma della sentenza di primo grado: la corte ha assolto Dell’Utri per le condotte commesse in epoca successive al 1992 perché “il fatto non sussiste”. Il senatore è stato quindi condannato soltanto per i fatti antecedenti all’anno in questione, fatti per i quali sarebbe stata raggiunta la prova: dai rapporti con Stefano Bontade per finire alle relazioni con i corleonesi di Riina e Provenzano. Rapporti che vi sarebbero stati fino al 1992, quando Falcone e Borsellino furono spazzati via dalla violenza mafiosa.

I giudici hanno prestato fede al collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo che ricostruisce un incontro avvenuto nel 1974 in cui Berlusconi e Dell’Utri avrebbero concordato la presenza del boss Vittorio Mangano presso la villa di Arcore, assunto come stalliere ma in realtà garante della protezione della famiglia dell’imprenditore da tentativi di sequestro di persona.

Inoltre resterebbe convalidata la ricostruzione, già contenuta nella sentenza di primo grado, dei rapporti tra Dell’Utri e Bontade per una serie di investimenti in nome e per conto del boss nel ricco nord del paese. Altresì confermata la relazione tra Dell’Utri e Cosa Nostra per risolvere le estorsioni ai danni della Standa e della Fininvest.

Occorre però attendere la motivazione della sentenza, che sarà depositata entro novanta giorni, per comprendere come mai i giudici abbiano ritenuto di escludere l’esistenza di alcuni fatti così come sono stati faticosamente ricomposti in questi ultimi anni dalle inchieste in corso condotte dalle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze: dalla nascita di Forza Italia al ruolo di Dell’Utri e Berlusconi nella stagione delle stragi, passando per la trattativa tra istituzioni e mafia nelle sue diverse fasi, fino ad arrivare alla ricostruzione del fallito attentato all’Addaura e della strage di via Mariano D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Borsellino e cinque agenti della sua scorta .

Per quanto è dato di comprendere la testimonianza resa in aula a Torino dall’ex killer di Brancaccio Gaspare Spatuzza non è stata in grado di convincere i giudici sull’esistenza di un patto stretto dai boss con nuovi referenti politici per porre fine alla stagione delle stragi. Sembrerebbe rimasto inascoltato anche l’altra gola profonda di Cosa Nostra, quel Nino Giuffrè che aveva parlato del sostegno elettorale destinato a Forza Italia in cambio di imprecisati favori in sede legislativa e processuale da parte dei nuovi referenti politici di Cosa Nostra.

Il commento dell’avvocato Nino Mormino al riguardo è lapidario: “con questa sentenza si mette una pietra tombale sulla presunta trattativa tra Stato e mafia durante il periodo delle stragi”. Mormino ha quindi ironizzato sul ruolo mancato di Spatuzza nel processo: “non è stato una bomba atomica ma un petardo”.

Deluso invece il rappresentante della pubblica accusa Antonino Gatto che ha parlato di sentenza salomonica e anche per il ricorso alla formula della mancata sussistenza dei fatti, ritenendo che la prova a carico di Dell’Utri per la fase successiva al 1992 fosse ancor più granitica di quella relativa al periodo antecedente. Gatto ha poi detto di voler comunque attendere la motivazione della sentenza prima di decidere sull’eventuale ricorso in sede di Corte di Cassazione.

Marcello Dell’Utri non era in aula al momento della lettura del dispositivo, ha preferito rimanere a Milano, dove in tarda mattinata ha convocato una conferenza stampa per dire la sua sull’esito del processo palermitano.

Il senatore ha dichiarato la propria parziale soddisfazione per quanto la sentenza rappresenta: la riduzione della pena ma soprattutto l’insussistenza di un ruolo suo e di Berlusconi nella stagione della trattativa successiva alle stragi e ha comunque parlato di “sentenza pilatesca” che si augura possa essere del tutto cancellata dalla Cassazione: “hanno dato un contentino alla procura palermitana e una grossa soddisfazione all'imputato, perché hanno escluso tutto ciò che riguarda le ipotesi dal 1992 in poi”.

Il senatore ha dichiarato di aspettarsi una condanna, mentre in caso di assoluzione non avrebbe gioito, perché “la pena l'ho già scontata: 15 anni di pena. Io non somatizzo, ma il disagio c'è”.

Dell’Utri, tra il serio e il faceto, si è detto pronto a chiamare il procuratore Gatto per “fargli le condoglianze” visto l’esito del processo. Ricordiamo che Gatto aveva parlato di “sentenza storica” quando ai giudici aveva chiesto di condannare ad undici anni il senatore: “voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure lo potete distruggere questo gradino”.

E ad Antonio Di Pietro che aveva ironizzato sulla condanna, dichiarando “speriamo che non lo facciano ministro” nel ricordo delle polemiche di questi giorni sul neoministro Brancher, il senatore replica, quasi divertito, che “no, non farà il ministro”.

C’è spazio anche per un ricordo di Vittorio Mangano: “era una persona in carcere, ammalata invitata più volte a parlare di Berlusconi e di me e si è sempre rifiutato di farlo. Se si fosse inventato qualsiasi cosa gli avrebbero creduto. Ma ha preferito stare in carcere, morire, che accusare ingiustamente. È stato il mio eroe. Io non so se avrei resistito a quello a cui ha resistito lui”. Mentre l’ultimo pensiero va all’amico di sempre, Silvio Berlusconi: “Si trova in Brasile. Forse sta dormendo. Mi chiamerà”.

Sentenza pilatesca, verdetto salomonico, pietra tombale: comunque si voglia leggere l’esito di oggi, resta ancora da capire cosa accadde tra il 1992 e il 1993.

A meno che non si sia costretti, alla fine, ad accontentarsi di quella che sembra essere la costante di tante vicende giudiziarie del nostro paese e cioè che un conto è la verità processuale e un conto è la verità storica.

Può davvero bastare? Crediamo di no.

29.6.10

Aggiungi un posto a tavola…

Migliaia di esseri umani sono condannati alla più cruda delle pene capitali, la morte per fame. Tutti, senza distinguo, possiamo spezzare questo calvario, talvolta con gesti e mosse poco impegnative. Nella nostra quotidianità, ogni giorno…

del nostro collaboratore Stefano Buso

Offrire a un estraneo una scodella di brodo è una mossa in auge in molti luoghi del mondo, soprattutto alla vigilia di celebrazioni importanti. Oppure, in caso di calamità naturali che affogano la vita e gli affetti. Così, senza inviti formali, semplicemente con una seggiola sgangherata si allarga il convivio ai tanti dagli occhi spenti, mettendo in pratica un’azione di solidarietà. Una delle più schiette e antiche!

Per certi versi, è il significato primordiale della mensa, di cui tanto si pontifica, sconfinando in tesi spesso oziose. Condivisione, reciprocità, elargizione, carità e distribuzione sono e devono essere correlate al vitto di tutti i giorni. Nelle situazioni poi di asperità la fratellanza subisce un balzo verso l’alto, è assodato… quasi la sofferenza fosse un momento di riflessione che aiuta a percepire l’amarezza e a porne rimedio. Ma la disponibilità deve avvenire anche in condizioni di normalità, per l’appunto quotidianamente.
In questa iconografia il cibo è il vero leitmotiv. Una buona parte della simbologia del desinare trova fondamento nello… “spezzare il pane”. Spezzare, quindi dividere il boccone, assaporando oltre all’aroma il sorriso dei propri simili. Il cibo, infatti, se consumato in solitudine può essere blando nutrimento per il corpo, ma non certo per l’anima che necessita di sottili emozioni. Cosa c’è di più vitale di una mensa affollata, variegata, dove ogni essere umano porta il suo bagaglio di altruismo e di esperienza.
Aggiungere un posto a tavola è un plus valore che condisce di probabilità e significato anche il più misero dei pasti. Nelle società evolute questo percorso è scivolato nel dimenticatoio, lasciando posto all’egoismo sfrenato e al becero individualismo. Un efficace rimedio in questi anni tormentati è racchiuso nei gesti disinvolti e nella magnanimità. C’è molta più umanità nelle strade polverose di Calcutta che in qualsiasi altra opulenta metropoli del pianeta… un pugno di riso gustato sulle rive del fiume Gange ha un sapore del tutto peculiare, quello della benevolenza. Quando nelle nostre tavole sfarzose inizieremo ad aggiungere uno scranno in più manifestando sensibilità nei confronti di chi è meno fortunato?
E’ una partita a scacchi con il futuro che si presenta arido di valori. E non si venga a blaterare che si tratta di credo invasivo o proselitismo. Il destino dell’umanità dipende da atteggiamenti coerenti. Tra cui la condivisione e la disponibilità a tavola, non certo come slogan asettico, privo di calore e… colore. Con i buoni propositi difficilmente lo stomaco potrà saziarsi. E digiuni resteranno pure la mente e l’anima.
29.6.10

Argentina, lo spettro del Golfo

Il cancelliere argentino mette le mani avanti e parla di paura di nuove catastrofi ambientali riferendosi alle perforazioni britanniche nel mare delle Malvinas. Si riaccende la battaglia per la disputa dell'arcipelago.

di Alessandro Grandi

PeaceReporter - Dopo l'enorme, ancora non sappiamo bene quanto, catastrofe ambientale causata dalla fuoriuscita di petrolio dal pozzo scavato dalla British Petroleum nelle acque del golfo del Messico, molti paesi cercano di correre ai ripari e mettere in primo piano la sicurezza delle esplorazioni petrolifere. Il cancelliere argentino Hectòr Timerman, ad esempio, è stato quasi costretto a tornare sull'argomento catastrofe riferen
Durante un discorso tenuto davanti al Comitè de Descolonizacion de Naciones Unidas, Timerman ha accusato Londra di "rapina" per le manovre di esplorazione nelle acque circostanti le isole. Non solo. Il cancelliere argentino ha colto al volo l'occasione per dire una volta ancora che le isole sono argentine e che questo sarà l'argomento chiave del suo mandato. Ma non si è limitato a questo. "Le attività di esplorazione britanniche, oltre a violare in modo flagrante il ciò che è stato disposto dal diritto internazionale, sono una minaccia per l'ambiente" ha detto Timerman. Velato ma non troppo il riferimento alla grave crisi ambientale scatenata dalla falla nel pozzo della Bp nel Golfo del Messico. Una sciagura che, secondo il cancelliere argentino potrebbe anche ripetersi. Poi Timerman, da consumato uomo politico, forse anche per sottolineare quanto sia importante l'aspetto ambientale oggigiorno, ha voluto ricordare e "dare piena solidarietà" alla popolazione statunitense della costa colpita dall'immane catastrofe.

Timerman, fresco di nomina, non si è fatto scappare di mano l'occasione di parlare davanti all'organismo delle Nazioni Unite per ribadire ancora una volta quale sia la linea politica argentina sull'arcipelago. Lo stesso organismo aveva da tempo approvato all'unanimità una risoluzione che in sostanza obbliga i due paesi a sedersi attorno a un tavolo per iniziare un dialogo. Ma da Londra sembrano non interessarsi della questione e hanno più volte ribadito quale sia la loro posizione: non si discute la sovranità delle isole.
Nemmeno l'ultima riunione fra Europa e America latina svolta a Madrid ha lasciato il segno. Anzi, se è possibile ha peggiorato le cose. Fu durante quella riunione, infatti, che la Gran Bretagna per voce del suo ministro degli Esteri, ribadì di non avere "dubbi" circa la sovranità sull'arcipelago.
D'altronde, lo spauracchio di un'altra catastrofe ambientale potrebbe divenire il motore che fa muovere le parti verso il dialogo. Tutto per non dover ritornare a raccontare una nuova guerra. Di cui non abbiamo bisogno.

29.6.10

Il 97% degli esperti di clima ne è convinto: i cambiamenti sono causati dell’uomo

Il 97% dei 100 scienziati più esperti di clima al mondo pensa che abbia sostanzialmente ragione l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e che c'è una forte impronta umana sui cambiamenti climatici in atto.

di Pietro Greco

GreenReport
- Lo affermano Stephen Schneider e tre suoi colleghi in un report dal titolo Export credibility in climate change (la credibilità degli esperti sui cambiamenti del clima) pubblicato nei giorni scorsi sui Proceedings of National Academy of Sciences (PNAS) degli Stati Uniti d'America.
È un articolo che descrive un fatto con la forza dei numeri: la gran parte della comunità scientifica che si occupa di clima pensa (e scrive) non solo che i suoi cambiamenti siano reali, ma che siano causati in larga parte dalle attività umane.
Ma che non risolve due problemi: chi deve essere considerato esperto nell'agone scientifico e quale peso relativo bisogna dargli nel dibattito pubblico sulle grandi scelte che chiamano in campo la scienza?

Iniziamo dai fatti. Come i lettori di greenreport sanno bene c'è un dibattito acceso in fatto di clima. Da una parte il gruppo di scienziati organizzati dalle Nazioni Unite, l'IPCC, che sostiene nei suoi rapporti - che sono letteratura scientifica secondaria, ovvero non risultati di ricerche fatte in proprio, ma analisi e interpretazione sintetica dei lavori realizzati dall'intera comunità scientifica - che sostiene, come abbiamo detto, la presenza di una forte impronta umana sui cambiamenti del clima, dall'altra un gruppo di scienziati che è scettica rispetto a questa affermazione.

L'IPCC e molti altri scienziati che sono sulle sue medesime posizioni - chiamiamoli "i convinti" - sostengono da tempo di rappresentare non solo la grande maggioranza dei colleghi esperti, ma anche la grande maggioranza dei colleghi più esperti in assoluto. Insomma, "i convinti" affermano di essere i più esperti e in schiacciante maggioranza. Al contrario, "gli scettici" sostengono che l'IPCC risponde più a logiche politiche che scientifiche, perché non ci sono prove empiriche definitive che corroborano la sua interpretazione dei dati climatologici.

La querelle si è inasprita perché il dibattito si svolge (per lo più) sui mass media, che - almeno a detta dei "convinti" - tendono a dare eguale credibilità alle due posizioni.

Stephen Schneider (Nella foto) e William Anderegg (della Stanford University) insieme a a James Prall (della University of Toronto) e a Jacob Harold (della Hewlett Foundation di Palo Alto) hanno deciso di tagliare la testa al toro e di andare a vedere, numeri alla mano, chi ha ragione. Hanno individuato 1.372 ricercatori che hanno pubblicato articoli scientifici sul clima e hanno firmato dichiarazioni multiple e pubblica sull'origine antropica dei cambiamenti del clima.

Hanno scelto, tra questi, coloro che hanno pubblicato almeno 20 articoli scientific su riviste con peer review. Il novero si è ridotto a 908 ricercatori. Tra questi hanno verificato chi ha pubblicato di più: considerando la quantità di articoli un indicatore di espertise e, dunque, di prominence (ovvero di autorevolezza) e, dunque, di credibility (credibilità).

Ebbene, tra i 50 ricercatori che hanno più pubblicazioni 49 sono "convinti" (98%) e soli 1 è "scettico (2%). Tra i 100 che hanno pubblicato di più, 97 sono "convinti" e solo 3 "scettici". Tra i 200 che hanno pubblicato di più, 195 sono "convinti (97,5%) e solo 5 sono "scettici" (2,5%).

Inoltre, riferendosi ai 1.372 iniziali, quasi l'80% dei "convinti" ha più di 20 pubblicazioni. Mentre soli il 15% degli "scettici" ha più di 20 pubblicazioni.

Ancora, i 50 ricercatori che hanno maggiori pubblicazioni tra i "convinti" ne hanno, in media, 408. I 50 ricercatori che hanno maggiori pubblicazioni tra gli "scettici" ne hanno 89.

Il discorso non cambia quando da indicatori di pura quantità si passa a indicatori di qualità. Quando si esaminano i quattro articoli più citati di tutti i 908 ricercatori con più di 20 pubblicazioni, risulta che i migliori articoli dei "convinti" sono stati citati dai colleghi in media 172 volte, mentre i migliori articoli degli "scettici" sono stati citati dai colleghi in media 105 volte.

Fin qui i numeri, che dimostrano inequivocabilmente che la gran parte delle persone esperte che si sono espresse pubblicamente sull'impronta umana sui cambiamenti del clima sono "convinti" e che il grado di convinzione tende a crescere con il grado di esperienza e con la bravura riconosciuta dai colleghi.

Ma, dicevamo, ci sono dei "ma". Il primo dubbio è: è davvero possibile misurare con parametri quantitativi e quanto/qualitativi l'expertise di uno scienziato? Il secondo è: non diceva, forse, Galileo galilei che la scienza non è un'arena dove si decide a maggioranza e non diceva Robert Merton che valori tipici della comunità scientifica sono l'universalismo (non vale l'ipse dixit) e lo scetticismo sistematico (tutto deve essere provato, anche se a dirlo sono la maggioranza degli esperti)?

Questi due "ma" suggeriscono prudenza. Tuttavia restano, appunto, i fatti noti (ancorché contingenti). La stragrande maggioranza degli esperti è convinta che l'IPCC abbia ragione. E tanto i politici quanto i cittadini nel prendere le decisioni ce loro competono non possono fare altro che considerare che il 97 o il 98% delle persone più esperte in fatto di clima è convinto che i suoi cambiamenti siano causati dall'uomo.
29.6.10

Burkina Faso: campagna della comunità di Sant'Egidio per la registrazione anagrafica

La comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con il governo del Burkina Faso, sta portando avanti una nuova campagna in Africa: quella in favore della registrazione anagrafica dei bambini.

Radio Vaticana - A questo proposito ha organizzato per oggi nella capitale del Burkina Faso, Ouagadougou, una conferenza internazionale cui hanno preso parte ministri e rappresentanti di 12 Paesi africani, ai quali è stato presentato il modello Bravo (Birth registration for all versus oblivion), che garantisce la registrazione all’anagrafe per i nuovi nati e promuove sistemi anagrafici sostenibili dove non esistono ancora. Secondo la Comunità, ogni anno circa 51 milioni di bambini nel mondo non vengono registrati alla nascita: in pratica non esistono e quindi non hanno diritto a iscriversi a scuola, possono sparire senza che nessuno se ne accorga e quindi venire arruolati, venduti, essere vittime di traffici di varia natura. Il programma Bravo, in soli 10 mesi di vita, ha già registrato in Burkina Faso oltre due milioni di individui, non solo bambini appena nati.
29.6.10

Papa, 'spirito missionario' ai primi vespri per i santi Pietro e Paolo

“L’impegno di annunziare il Vangelo agli uomini del nostro tempo, animati dalla speranza ma, parimenti, spesso travagliati dalla paura e dall’angoscia, è senza alcun dubbio un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l’umanità” (n. 1).

Agenzia Misna - E' l’apertura dell’Esortazione apostolica ‘Evangelii nuntiandi’ di Papa Paolo VI citata questa sera da Benedetto XVI a Roma ai Primi Vespri della solennità dei Santi Pietro e Paolo presso la Basilica di San Paolo fuori le mura. Espressioni attuali, ha evidenziato il Pontefice, in cui si percepisce “la particolare sensibilità missionaria di Paolo VI e, attraverso la sua voce, il grande anelito conciliare all’evangelizzazione del mondo contemporaneo”. Tale proiezione missionaria, ha proseguito Benedetto XVI, è stata sviluppata anche da Giovanni Paolo II che “ha rappresentato ‘al vivo’ la natura missionaria della Chiesa” dando “un impulso straordinario alla missione della Chiesa, non solo per le distanze da lui percorse, ma soprattutto per il genuino spirito missionario che lo animava e che ci ha lasciato in eredità all’alba del terzo millennio”. Oggi, ha detto ancora il Pontefice, vi sono “regioni del mondo che ancora attendono una prima evangelizzazione; altre che l’hanno ricevuta, ma necessitano di un lavoro più approfondito; altre ancora in cui il Vangelo ha messo da lungo tempo radici, dando luogo ad una vera tradizione cristiana, ma dove negli ultimi secoli – con dinamiche complesse – il processo di secolarizzazione ha prodotto una grave crisi del senso della fede cristiana e dell’appartenenza alla Chiesa”. In tale prospettiva, Benedetto XVI ha annunciato la creazione di un nuovo organismo, “nella forma di “Pontificio Consiglio, con il compito precipuo di promuovere una rinnovata evangelizzazione nei paesi dove è già risuonato il primo annuncio della fede e sono presenti Chiese di antica fondazione, ma che stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della società e una sorta di ‘eclissi del senso di Dio’, che costituiscono una sfida a trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del Vangelo di Cristo”. Benedetto XVI ha infine aggiunto che “la sfida della nuova evangelizzazione interpella la Chiesa universale, e ci chiede anche di proseguire con impegno la ricerca della piena unità tra i cristiani” citando come “eloquente segno di speranza” la consuetudine delle visite reciproche tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli in occasione delle feste dei rispettivi Santi Patroni, oggi testimoniata dalla presenza della delegazione inviata dal Patriarca Bartolomeo I.



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