31.7.10

Gino Strada: 'Oggi riapriamo Lashkargah'

Gino Strada racconta le tappe che hanno portato alla riapertura della struttura, dopo una lunga trattativa che ha visto come protagonista la politica afgana, le pressioni militari, la caparbietà di Emergency.

di Angelo Miotto

PeaceReporter - A Lashkargah Gino Strada sta aspettando di incontrarsi con il Consiglio degli anziani. Perché loro sono fra quelli che hanno esercitato le maggiori pressioni per arrivare alla riapertura dell'ospedale di Emergency. Settanta posti letto che, per più di cento giorni, sono rimasti vuoti in una zona in cui la chirurgia di guerra è necessaria, fondamentale. Gino Strada racconta così le tappe che hanno portato alla riapertura della struttura, dopo una lunga trattativa che ha visto come protagonista la politica afgana, le pressioni militari, la caparbietà di Emergency.

Partiamo dalla notizia.
La novità è che oggi, giovedì, riapre l'ospedale di Lashkargah.
Abbiamo avuto un incontro con il governatore della provincia e credo che tutti abbiano ormai compreso la montatura che ha portato alla chiusura dell'ospedale. Così si può chiudere un libro e aprirne uno diverso. Noi abbiamo fatto presente quali sono le nostre condizioni: il libero accesso per tutti i feriti alla struttura e che l'ospedale deve essere rispettato da tutti. Così come deve essere per sua natura: un luogo neutrale dove non si esercita violenza. Abbiamo ribadito che non esiste l'idea che il nostro ospedale sia sotto il controllo di forze militari e che l'ingresso non debba essere filtrato da nessuno. Su queste cose il governatore ha detto che si trova d'accordo. Quindi possiamo ricominciare.

Quali sono le tappe che sono seguite fra Emergency e le autorità dalla liberazione dei tre operatori sequestrati e poi rilasciati?
La trattativa è andata avanti nel senso che il governatore aveva posto una serie di condizioni, per noi inaccettabili: che la sicurezza fosse garantita da militari afgani, e avere l'ospedale circondato sarebbe stato non solo un filtro, ma ci avrebbe trasformati in un bersaglio perché le persone armate è normale che pensino di avere dei nemici ed è normale che rappresentino esse stesse un bersaglio. Queste condizioni le ha ritirate: quando ha parlato con i nostri rappresentanti dicendo che non metteva condizioni abbiamo detto: va bene allora possiamo riprendere a lavorare.

Ma cosa è accaduto negli ultimi giorni? Eravamo rimasti al comunicato di Emergency in cui si parlava di una contrapposizione netta fra il potere centrale, favorevole alla riapertura, e quello locale che poneva, appunto, degli ostacoli, delle condizioni.
C'era conflittualità. D'altra parte la cosa non deve sorprendere. Quando un Paese è sotto occupazione militare ci sono gli occupanti e gli occupati. Gli afgani sono gli occupati. Quindi non sorprende che nemmeno il presidente dell'Afghanistan abbia il potere di controllare il governatore di questa provincia. In un colloquio che abbiamo avuto nelle scorse ore con il consigliere della Sicurezza nazionale a Kabul ci è stato detto molto chiaramente: il governo afgano non ha potere e non controlla molte regioni del Paese, dove non conta e non decide niente. Lì decidono i militari della Coalizione.

Cosa è successo, allora, perché cambiasse idea e togliesse le condizioni che aveva posto nei giorni scorsi?
Sono aumentate molto le pressioni da molte parti. La gente si ritrova senza un ospedale chirurgico in una regione dell'Afghanistan in cui c'è molto bisogno di chirurgia di guerra. Quindi la società afgana, il Consiglio degli anziani, i loro rappresentanti di villaggio, hanno iniziato a premere per creare le occasioni perché l'ospedale potesse riaprire. Domani abbiamo una riunione proprio con il Consiglio degli anziani e avremo una riconferma di ciò.

Ricordiamo un intervento a Bruxelles, in cui veniva menzionata l'Onu e anche la disponibilità di alcuni europarlamentari. Quando parli di pressioni ti riferisci a questi soggetti?
La forza determinante è stata la società civile afgana, con la sua struttura, le sue rappresentanze, il Consiglio degli anziani, il rappresentante del villaggio. Come è successo nel 2007, insomma. Con delegazioni e delegazioni che venivano, allora, a Kabul dall'Helmand a chiedere e far pressione. La stessa cosa è successa qui. In queste settimane abbiamo continuato a ricevere lettere e petizioni firmate dai leader di questa zona, molto belle, con la firma che era l'impronta digitale del pollice o dell'indice e con una foto appiccicata, perché chi firmava fosse riconoscibile. Abbiamo ricevuto molti messaggi che andavano in questa direzione e io credo che questa sia stata la cosa determinante. Poi sono convinto che anche l'Onu abbia fatto i propri passi, per esempio con gli inglesi. Ieri abbiamo incontrato l'ambasciatore di Londra che ci diceva che non avevano nulla in contrario alla riapertura. Di tutte le cose dette, poi, bisognerà tenere conto fino a un certo punto; quello che conta è la quotidianità dei rapporti.

Ricordiamo tutti come fu ordita la trappola contro Emergency. Come vi state attrezzando perché non possa più accadere la stessa dinamica?
Ci stiamo ragionando, non abbiamo la bacchetta magica, ci sono piccole cose da aggiustare: un ospedale, qui come in Italia, è uno dei luoghi più vulnerabili, perché si dà per scontato che venga rispettato. Quindi in genere i controlli sono modesti, se pensiamo ai controlli sulla sicurezza per esempio che si fanno in aeroporto. Non vogliamo trasformare un ospedale in una fortezza. Si tratta di avere un po' più di accortezza e controllare meglio alcune questioni, per esempio l'accesso.

Una riapertura dell'ospedale in perfetto stile Emergency. Possiamo dire che avete vinto?
Mah.. vinto... non la prendo come una battaglia di Emergency contro chicchessia. Siamo contenti perché la gente di qua entro la fine della settimana riuscirà ad avere l'unico ospedale degno di avere questo nome. Ci saranno meno morti e meno feriti abbandonati. Questa è la vittoria vera.

31.7.10

Alla commemorazione di Hiroshima, per la prima volta un rappresentante Usa

Il 6 agosto la cerimonia in onore del 65mo anniversario del bombardamento atomico, dove hanno perso la vita 140mila persone. John Ross, ambasciatore degli Stati Uniti in Giappone, rappresentanti di Francia e Regno Unito saranno presenti per la prima volta. Storica prima partecipazione anche per il segretario generale Onu. A Potsdam eretto monumento ai caduti dei bombardamenti atomici.

di Pino Cazzaniga

Tokyo (AsiaNews) – Per la prima volta John Ross, ambasciatore degli Stati Uniti in Giappone, rappresenterà a Hiroshima il governo americano in occasione della cerimonia per il 65mo anniversario del bombardamento atomico della città, che si terrà il 6 agosto. La notizia è stata resa nota il 28 luglio da fonti governative giapponesi. Quasi in contemporanea, anche i governi di Francia e Regno Unito (Inghilterra) hanno annunciato che invieranno per la prima volta membri delle rispettive ambasciate.

Consideriamo la decisione una svolta storica perché rende davvero universale il significato di quella cerimonia e favorisce il processo di denuclearizzazione del mondo.

Nel 1998 il governatorato di Hiroshima aveva invitato tutte le nazioni che ufficialmente possiedono armi nucleari a inviare un loro rappresentante alla cerimonia del 6 agosto. India, Pakistan, Russia e Cina hanno risposto all’appello; Stati Uniti, Francia e Inghilterra l’hanno ignorato. In particolare, in questi 65 anni, nessun presidente degli Stati Uniti ha mai visitato Hiroshima. Lo ha fatto solo Jimmy Carter, ma dopo aver lasciato la carica.

Un altro primato della celebrazione di quest’anno è la partecipazione, mai avvenuta prima, del segretario generale delle Nazioni Unite: la presenza di Ban Ki-moon avrà particolare peso perché sostanziata da un discorso molto atteso.

Nel bombardamento atomico su Hiroshima hanno perso la vita 140mila cittadini.

Il coraggio del presidente americano Barak Obama

La svolta si deve a Barak Obama. Nell’aprile del 2009, a Praga, il presidente americano ha lanciato un appello per un mondo denuclearizzato, accolto con soddisfazione dall’opinione pubblica di tutto il globo. Ma le parole devono essere sostanziate dai fatti. Intervistato a novembre, Obama ha detto che una visita da parte sua a Hiroshima e Nagasaki sarebbe “giustificata”, ma ha anche aggiunto che egli non aveva in progetto di andarvi “nell’immediato”.

L’invio dell’ambasciatore Ross a Hiroshima è un primo passo. Un passo un po’ corto, perché l’ambasciatore non andrà a Nagasaki, che il 9 agosto del 1945 è stata il bersaglio della seconda atomica che ha ucciso in pochi istanti 74mila cittadini.

Gli hibakusha (i colpiti dalle radiazioni atomiche) delle due città si augurano che Obama venga a far loro visita in occasione del vertice dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), che si terrà in novembre a Yokohama.

Il signor Kota Kiya, membro del gruppo “Vittime della bomba atomica”, ha dichiarato nella prefettura di Hiroshima: “Noi diamo grande peso alla partecipazione dell’ambasciatore Ross, in quanto mostra che il governo americano ha cambiato l’atteggiamento di distanza da Hiroshima e Nagasaki”. Ha poi aggiunto: “Data l’opinione pubblica negli Stati Uniti, è estremamente difficile per quel governo chiedere scusa per aver lanciato le bombe atomiche sul Giappone”.

I cittadini del mondo dalla parte di Hiroshima

Ma la simpatia che le due città vittime dei bombardamenti atomici difficilmente trovano al di là del Pacifico, è stata offerta loro dagli europei a Potsdam, il quartiere di Berlino dove 65 anni fa i leader delle potenze alleate hanno richiesto la resa incondizionata del Giappone, pena “distruzione pronta e totale”.

Il 25 luglio, lo stesso giorno della dichiarazione di 65 anni fa, nel parco Hiroshima- Platz di Potsdam è stato inaugurato un monumento alle vittime dei due bombardamenti atomici.

L’iscrizione sul cenotafio - scritta in tedesco, inglese e giapponese - recita: “Il potere distruttivo di queste armi ha procurato morte e sofferenze spaventose a centinaia di migliaia di persone. Nella speranza di un mondo libero da bombe nucleari”.

Il monumento è stato costruito per iniziativa di cittadini tedeschi e giapponesi sul prato Hiroshima-Platz, chiamato così nel 2005. Esso si trova di fronte alla villa dove Harry S. Truman alloggiava durante la Conferenza di Potsdam del 1945. Proprio da qui il presidente americano ha dato il “via libera” per i bombardamenti atomici sul Giappone, informando gli alleati che sarebbero avvenuti dopo il 3 agosto. Puntualmente Hiroshima è stata rasa al suolo il 6 agosto. Tre giorni dopo la stessa sorte è toccata a Nagasaki.

A Potsdam, 65 anni dopo, semplici cittadini europei e giapponesi hanno espresso compassione e preghiere per le vittime con il monumento nella Hiroshima-Platz.
31.7.10

Un corso per diventare "facilitatori" di pace

“Costruire una comunità oltre i confini della fede”, utilizzando il dialogo come strumento di pace: questo lo spirito che ha animato un gruppo di giovani ebrei, musulmani e cristiani che hanno colto l’occasione di trascorrere insieme una settimana incentrata sul valore della pace.

Agenzia Misna - “Il risultato? Ognuno di loro tornerà alle loro case come ‘facilitatore di pace’ qualificato” riferisce il Consiglio ecumenico delle Chiese (World Council of Churches-Wcc), dando conto dell’iniziativa ospitata dall’Istituto Ecumenico di Bossey, in Svizzera. I giovani, 32 provenienti da 20 paesi, hanno partecipato al corso intitolato “Costruire una comunità interreligiosa”, che ha incluso anche il tema di “come superare i conflitti e ripristinare le buone relazioni”. Nell’ambito dei preparativi per la ‘International Ecumenical Peace Convocation’, prevista nel Maggio 2011, il corso ha offerto strumenti concreti per la gestione dei conflitti e la mediazione, attraverso lezioni impartite da esperti internazionali.
31.7.10

Ong cattolica in India per combattere il lavoro minorile

“Hand in hand” è il nome di un'Ong caritativa che si sta adoperando per sconfiggere la piaga del lavoro minorile, fornendo un’educazione ai bambini e un lavoro alle madri nel distretto di Kancheepuram, nel Tamil Nadu, India del Sud.

Agenzia Misna - Lo rende noto l’agenzia Asianews. "Hand in hand" è un’associazione, registrata in modo ufficiale nel 2002, che dal 1984 mira a eliminare il problema della povertà in India. Dopo aver compreso che il lavoro minorile è una delle piaghe principali della povertà, l’associazione si è impegnata nel tentativo di curarla. Il lavoro dell’Ong si concentra in cinque punti: micro-credito, educazione, salute, centri per i cittadini e trasparenza. In India ci sono più di 420 milioni di poveri. A New Delhi si vieta il lavoro ai bambini sotto i 14 anni, ma non si riesce a contrastare il fenomeno. Secondo il governo, sarebbero 12 milioni i bambini lavoratori. Queste cifre sono però ritenute poco attendibili dall’Onu, che stima il numero reale tra gli 85 e i 100 milioni. “Uno dei nostri primi progetti in India è stato a Kancheepuram, famoso per le industrie della seta”, ha dichiarato il cattolico Santhus Gnanapragsam, capo del progetto ed ex membro della Caritas in India per 20 anni. “Oggi non si trova neanche un bambino che lavora”. Dopo una serie di ricerche, Hand in hand ha scoperto che spesso i genitori mandano a lavorare i figli per guadagnare qualche rupia e contribuire così ai proventi della famiglia. L’Ong, tramite corsi di formazione in imprenditoria e prestiti, ha permesso alle madri di famiglia di intraprendere piccole e medie attività economiche. “Dopo aver fatto queste cose – afferma Gnanapragsam – abbiamo chiesto alle madri di risparmiare ai bambini il lavoro e di mandarli a scuola. A Kancheepuram è stato un successo”. "Hand in hand" ha anche aperto sette scuole gratuite nel distretto per educare i bambini soggetti al lavoro minorile dalle elementari al college. Oggi, l’associazione ha ben 600 impiegati ed è impegnata in quattro Stati: Tamil Nadu, Pondicherry, Karnataka e Madhya Pradesh.
31.7.10

L'Umanità cammina nel Creato

I giovani della diocesi di Pistoia e i giornalisti di Greenaccord sul Cammino di Santiago‏

O’ Cebreiro (Spagna) - L’umanità cammina nel Creato. Oggi, sabato 31 luglio, è iniziato il vero cammino a piedi dei giovani pellegrini della diocesi di Pistoia e dei giornalisti della rete Greenaccord, sostenuti dal Consiglio Regionale della Toscana e da “Il Ponte”, settimanale dell’Irpinia. Prima tappa, la più temuta: 10 km di salita da La Portela de Valcarce a O’ Cebreiro per cinquantacinque giovani con tanti pensieri, speranze e riflessioni. Serve a rompere il fiato e iniziare il vero “viaggio”. Lungo il cammino una natura florida, rigogliosa e fresca. L’uomo che cammina nel Creato non sempre è un pellegrino consapevole del proprio impatto sull’ambiente e degli equilibri futuri che dipendono dal suo passaggio. Eppure, proprio in questo passaggio attraverso borghi rurali che ancora sembrano incontaminati, camminando in mezzo a fattorie e animali al pascolo dove l’unico riferimento alla modernità occidentale è dato dai fili della rete elettrica, questo piccolo spicchio di umanità partito da Pistoia poco più di 60 ore fa sta simbolicamente incontrando, nella sua eterogeneità, il mondo che cammina per lavoro e per turismo, per devozione e per ricerca spirituale.

Il cammino celebra il passaggio dalla semplice presenza alla consapevolezza, grazie a un percorso condiviso che si sta facendo realtà nonostante la fatica e le tensioni dovute alla stanchezza. Oggi come allora i pellegrini hanno una conchiglia che li identifica e un bastone che li sorregge, oggi come allora hanno necessità di sostenersi vicendevolmente e vivere l’esperienza in gruppo e oggi come allora sono in espiazione o alla ricerca di qualcosa che non si trova attraverso strade meno impervie. Anche per questo, proprio tra i più giovani, c’è chi cammina pregando e sgranando il rosario. Tutti riporteranno nella propria quotidianità l’arricchimento che deriva dall’incontro con l’altro, con il diverso. L’umanità in cammino da Pistoia a Santiago sta dimostrando così quale segreto si cela dietro quello che è ben più del tema di un convegno annuale. Anche perché passare con lentezza permette ai pellegrini di apprezzare quanto hanno scordato, modificato per sempre – spesso irreversibilmente – in nome del progresso e del benessere. Sarà importante cogliere la stessa maturazione interiore anche nei giornalisti che sperimenteranno il cammino: loro che per mestiere parlano dell’ambiente e della sua salvaguardia, come vivono la sostenibilità a livello etico e personale? Si parte con delle aspettative e delle convinzioni spesso consolidate, ma cosa si racconterà al termine? Quale sarà la loro maturazione personale? Coloro che partono necessariamente si mettono in discussione affrontando un percorso che inevitabilmente li cambierà interiormente.

Ai giornalisti che vivranno questa esperienza abbiamo voluto lanciare un messaggio anche professionale rivolgendo loro la frase che lo scrittore Maio Pomilio mette in bocca a Gesù nel suo “Quinto Evangelio”: “siate viandanti non sedentari”. Un giornalista “viandante” è colui che non è mai pago, che le notizie le va a cercare e non si limita a scorrere le agenzie stampa sul proprio monitor. Il giornalista cerca, verifica, chiede e si interroga. Vorremmo che da questa esperienza maturasse anche il loro essere “viandanti” a fianco dei giovani, per condividere insieme questa importante e significativa esperienza.
31.7.10

Salvatore Martinez: recupero detenuti e secolarizzazione

Intervista al Presidente di RnS di Giuseppe Rusconi, direttore de Il Consulente Re online

Il 6 luglio presso il Ministero italiano della Giustizia è stata presentata l’ANReL, l’Agenzia nazionale reinserimento e lavoro detenuti ed ex-detenuti, un progetto che verrà concretizzato in via sperimentale per tre anni in cinque Regioni (Sicilia, Campania, Lazio, Lombardia e Veneto). L’ANReL (che nella prima fase dovrebbe coinvolgere circa 1500 detenuti da avviare al lavoro) è nata da una convenzione tra il Ministero e la Fondazione “Mons. F. Di Vincenzo”, emanazione del movimento ecclesiale “Rinnovamento nello Spirito Santo” (RnS, oltre 200mila aderenti, in circa 1900 gruppi e comunità. La Fondazione - ente morale di diritto civile ed ecclesiastico -) è stata costituita ad Enna per ricordare uno degli iniziatori del RnS in Italia; e ha promosso a Caltagirone (in collaborazione con la Caritas, la Cei e la diocesi di Piazza Armerina) il “Polo di eccellenza della solidarietà e promozione umana Mario e Luigi Sturzo”, finalizzato al recupero di detenuti ed ex-detenuti. All’esperienza positiva di tale Polo (avviato nel 2003 sul Fondo rurale della famiglia Sturzo, ha coinvolto fin qui 12 detenuti ed ex-detenuti, che producono ceramiche, coltivano agrumi, ulivi, grano, viti e piante officinali e commercializzano il tutto) si è ispirato il progetto ANReL. Del progetto, delle sue ragioni, delle speranze suscitate, abbiamo parlato con Salvatore Martinez, presidente sia del “Rinnovamento nello Spirito Santo” che della “Fondazione mons. F. Di Vincenzo”. Nella seconda parte dell’intervista si è dato spazio a un altro argomento tanto importante quanto complesso, quello della secolarizzazione della nostra società e della necessità di una testimonianza chiara e coerente da parte di chi si dice (e vuol esserlo) cristiano anche in tempi di crescenti difficoltà a manifestare pubblicamente la propria fede.
Salvatore Martinez, quale importanza sociale e pastorale ha il progetto ANReL (Agenzia nazionale reinserimento e lavoro detenuti ed ex-detenuti) per il Rinnovamento nello Spirito Santo, di cui Lei è presidente nazionale?

In Caritas in veritate il Santo Padre ci ricorda che il fare senza sapere è cieco; e il sapere senza amare è sterile. Intanto direi che ANReL esprime un grande atto d’amore dinanzi alla siccità di valori spirituali, al disorientamento che la nostra gente vive. Rinnovamento nello Spirito obbedisce da alcuni anni ad un mandato di Giovanni Paolo II che ci ha chiesto di fecondare questa civiltà attraverso la cultura della Pentecoste. Da parte sua Benedetto XVI nella Caritas in veritate ci dice che il progresso dei popoli ha bisogno di cristiani con le mani alzate nel gesto della preghiera, ma capaci anche di stimolare esperienze di fiducia in Dio e nella Sua Provvidenza, di fraternità. Un movimento come il nostro, che non è sorto per creare cose nuove nella Chiesa quanto piuttosto per rinnovare ciò che esiste, si interroga oggi chiedendosi che cosa è possibile fare perché il Vangelo diventi fonte di rinnovamento con un’incidenza sociale…

Ad esempio quel che avete fatto con il Fondo Sturzo a Caltagirone…

Sì, In questo respiro si inserisce l’esperienza maturata a Caltagirone, in questo incubatore ispirato a Sturzo, ai suoi ideali, alle sue buone prassi che, come abbiamo constatato, sono state capaci di redimere uomini, famiglie, sistemi economici particolarmente fragili perché espressione di un entroterra depresso. Da qui la domanda, il sogno: è possibile esportare in tempi di crisi queste ricchezze immateriali e materiali? A distanza di oltre un secolo dai primi tentativi - riusciti - ispirati alla Rerum novarum, abbiamo constatato che anche oggi è possibile esportare modelli sociali che vedano le reti, i movimenti, le associazioni operanti virtuosamente sul territorio disponibili a una collaborazione per un nuovo disegno sociale, per una nuova sussidiarietà orizzontale.

Con chi in particolare avete condiviso l’idea di esportare nella Penisola il progetto ANReL ?

ANReL è figlia di un cammino incominciato il 30 maggio del 1998, data della Pentecoste dei movimenti riuniti in Piazza San Pietro da Giovanni Paolo II. Da allora l’amicizia si è fatta sempre più profonda e si è allargata ad altri gruppi di ispirazione cristiana: Rinnovamento nello Spirito ha operato perché tale amicizia fosse promossa e rinsaldata in realtà come Retinopera, Forum delle Famiglie, Scienza e vita. ANReL - cui collaborano tra gli altri le Acli, la Caritas, la Coldiretti - è dunque un segno dei tempi e questo sfronda il progetto da ogni tentativo di autoreferenzialità: Rinnovamento nello Spirito è un movimento di carattere spirituale, semmai cerca di coordinare ma non di sostituire chi collabora con quella competenza tecnica necessaria per lavorare bene sul territorio.

Sembra interessante che la proposta venga offerta all’Italia intera da una terra di cui lo Stato da tempo ha perso il controllo: non pochi ritengono che non sia in grado - al di là di successi, anche importanti ma occasionali - di fronteggiare con efficacia il fenomeno mafioso…

Qui Lei apre un fronte gigantesco… Era il 2000, quando Giovanni Paolo II, durante il Giubileo delle carceri, disse che non era utopia pensare al bene comune in quel mondo e offrire ai carcerati cammini di redenzione umana. La frase ci colpì particolarmente: di qui il tentativo di modulare attorno a famiglia, chiesa, cultura e lavoro un nuovo impianto tipicamente sturziano che potesse produrre i cammini di redenzione auspicati dal Santo Padre.

Facile a dirsi… ma a farsi?

Dapprima abbiamo dovuto vincere il pregiudizio sociale di queste terre mortificate, violentate, oltraggiate da organizzazioni criminali che sfruttano le debolezze culturali ed economiche esistenti. Ricordo qui che il circondario di Caltagirone è il più depresso della Sicilia, con il tasso più alto di delinquenza minorile e con una grande concentrazione di case circondariali in uno spazio ristretto. All’inizio del progetto una certa mafia contadina satellitare ebbe a farsi sentire con furti, incendi, minacce varie. Il giudizio corrente era poi generalmente negativo: si criticava l’idea di un carcere a cielo aperto, una sorta di ghetto che poteva ‘sporcare’ l’onore del territorio. Non parliamo poi delle difficoltà economiche: fare impresa in Sicilia vuol dire uscire dai mercati, trovarsi con difficoltà strutturali, dover fare i conti a volte con manodopera non specializzata. Bisognava risolvere allora un altro problema: convogliare le migliori risorse, quelle delle forze più efficienti di questo territorio così depresso. Così alla fine da ottenere qualcosa di buono, che fosse di giovamento al bene comune, mostrando altresì che il popolarismo sturziano rappresenta oggi la migliore forma di rivoluzione spirituale di cui una democrazia possa disporre. Avere archiviato anzitempo, tradito, monopolizzato sul piano politico, stiracchiato di qua e di là l’eredità sturziana, credo sia stata per gli stessi siciliani una delle tristezze più grandi che si possano raccontare. Oggi la terra prima arida, dà il proprio frutto, fa germogliare semi di giustizia e di pace, dà lavoro anche ad operatori che altrimenti non avrebbero trovato modo di realizzarsi. Mi piace sottolinearlo, poiché tra le tante critiche negative di cui siamo stati e siamo oggetto ci sono quelle che vengono dalla Sicilia onesta che protesta dicendo: “Che cosa devono fare i nostri figli per trovare un lavoro? Delinquere, così che qualcuno si accorga di loro e gli dia un’occupazione?”

In effetti questa è una critica amara, comprensibile da parte dei genitori che coltivano la legalità…

Purtroppo il giovane laureato siciliano ha solo due possibilità di scelta: se ne va altrove oppure resta in Sicilia, mettendosi al servizio degli ultimi, dei poveri. Sono i primi, con i loro talenti, che devono prendersi cura degli ultimi. E i primi verranno capacitati e nobilitati dagli ultimi stessi.

Nel progetto ho notato una particolare attenzione verso la famiglia dei detenuti…

E’ questo un elemento strutturale e distintivo a livello mondiale. Dalle verifiche fatte abbiamo appurato che non esiste altro progetto al mondo in cui il soggetto che attua il cammino di redenzione sia tanto coinvolto con la sua famiglia. E’ un elemento decisivo per attaccare la criminalità organizzata. Che non si sconfigge soltanto sequestrando i beni, il che è certo un’azione fondamentale, ma soprattutto disarmando la coscienza sociale che tali organizzazioni creano all’interno delle carceri.

Vuol spiegare concretamente la Sua affermazione?

La famiglia del detenuto viene aiutata, i figli mantenuti agli studi. Quando il detenuto sarà liberato, la famiglia resterà grata per sempre alla criminalità…

Un po’ come succede con la camorra a Napoli…

Sì. Tale catena va spezzata. Dobbiamo accompagnare le famiglie dei detenuti, intercettarle, renderle partecipi insieme al congiunto recluso. Non è facile. È una sfida nelle sfide. Abbiamo avuto difficoltà enormi. L’anonimato, il tentativo di rimanere al riparo da vendette, fanno sì che divenga necessario vincere il meccanismo della paura, della sfiducia. Da soli non riusciamo a vincere, occorre fare sistema: ciascuno farà in modo di reinserire tali famiglie, altrimenti destinate a cadere nell’isolamento, nella quotidianità del territorio.

Il progetto ANReL si sviluppa anche in collaborazione con un partner importante come lo Stato…

Abbiamo rassicurato lo Stato che nessuna delle associazioni coinvolte nel progetto percepirà un euro…

… questa è in effetti una delle domande avanzate al proposito da altri ambienti interessati al recupero dei detenuti…Si è anche detto che non c’è stato nessun bando di concorso…

La Cassa Ammende del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria non procede per bandi, ma valuta l’incidenza di un progetto sul territorio. Il progetto è nato da una Convenzione quadro tra il Ministero della Giustizia e la Fondazione “Mons. F. Di Vincenzo” e fruisce della collaborazione di due enti pubblici: il Comitato nazionale per il Microcredito e dell’Agenzia per i beni confiscati alla criminalità organizzata, oltre che della Prison Fellowship International e delle associazioni già citate: il Rinnovamento nello Spirito Santo, la Caritas, le Acli, la Coldiretti. Abbiamo poi anche una convenzione con il Ministero della Pubblica Istruzione, poiché, nelle cinque regioni in cui si attua ANReL, ci sarà anche l’insegnamento “Cittadinanza e Costituzione” (previsto dagli ordinamenti in vigore) sui criteri fondamentali che ispirano l’incubatore sturziano: educazione e rieducazione, prevenzione e cura avranno per protagonisti i giovani, la cui coscienza sociale potrà essere riformata.

Critiche sono giunte da parte di varie associazioni di volontari che operano nelle carceri: si è detto che lo Stato ha messo a disposizione 4,8 milioni di euro per un progetto gestito da sconosciuti privi di esperienza…

Chi ci critica in tal modo ignora sia quanto è stato fatto e si fa a Caltagirone con il “Polo di eccellenza Mario e Luigi Sturzo” sia che il Rinnovamento nello Spirito ha dato vita da due anni ad una scuola di formazione per i volontari che operano nel sistema carcerario. Non si può neanche dimenticare che da diversi anni non pochi membri del RnS operano all’interno delle carceri e presso le famiglie dei detenuti con attività di accompagnamento e di animazione.

Qualche polemica è stata sollevata da chi ha arricciato il naso per la presenza nel progetto della voce “Formazione spirituale”: si vuol forse convertire tutti al Rinnovamento nello Spirito?

Posso solo rispondere citando l’esempio dell’indiano Raspal, custode di un’azienda satellitare al Fondo Sturzo. Per otto anni non ha rivisto moglie e figli restati in India. Noi abbiamo permesso che ci fosse il ricongiungimento e Raspal continua a bruciare incensi alle sue divinità, a professare la sua religione, a indossare i suoi abiti tradizionali insieme con la sua famiglia. Mi sono chiesto: a che cosa sarebbe valso dare una formazione professionale a Raspal, se egli non avesse potuto con suo grande dolore rendere compartecipe la sua famiglia dei frutti del suo lavoro? Per formazione spirituale noi non intendiamo una clericalizzazione del mondo carcerario, ma percorsi personalizzati che tengano conto di una formazione religiosa insopprimibile e non sostituibile dalle sole soddisfazioni professionali. Formazione spirituale non è un processo di indottrinamento alla fede cattolica, anche perché sarebbe assurdo: la metà della popolazione carceraria siciliana e campana viene dal Terzo Mondo ed è in gran parte musulmana.

Salvatore Martinez, un paio di domande su un altro argomento particolarmente attuale e complesso: la secolarizzazione crescente della società…

Mi pare che molti cristiani vivano nella condizione di quell’uomo che disse a Gesù di credere, ma gli chiese anche di aiutarlo nella sua incredulità. Oggi l’ignoranza religiosa è sempre più diffusa, perché le agenzie educative che provvedevano tradizionalmente alla trasmissione della fede sono in crisi. Ci accorgiamo del resto che il meccanismo della ripetizione stanca anche attraverso le forme convenzionali, che sono quelle della liturgia e del catechismo: non sono più sufficienti a trasmettere la fede. Bisogna essere grati a Benedetto XVI che, sulla scia del magistero di Giovanni Paolo II, ribadisce in modo chiaro che la fede è un incontro che deve generare un’esperienza. Quest’ultima, se tocca la vita di una persona, deve essere raccontata e dunque si fa storia.

Papa Benedetto XVI ha lanciato da tempo la sfida della nuova evangelizzazione, istituzionalizzata pochi giorni fa con l’annuncio della creazione di un nuovo dicastero ad hoc, che sarà presieduto dall’arcivescovo Rino Fisichella…

La grande sfida della nuova evangelizzazione, che Benedetto XVI sta così profondamente ponendo, riparte da una umanizzazione del nostro tempo. Parlare di una laicità rigenerativa, cristiana, come di una modalità di essere uomini è secondo me l’argomento vincente. Vedo nella laicità cristiana oggi la sola possibilità che la nostra umanità ha di ritrovare per l’uomo e con l’uomo sentieri di vita e di speranza in tempi di morte.

Non facile comunicare un tale tipo di messaggio a una società che della Chiesa ha un’immagine deteriorata per i noti scandali e per una campagna martellante dei ‘poteri forti’ nell’ambito cultural-massmediatico…

Certamente c’è una difficoltà nella trasmissione del messaggio: nel crollo delle ideologie abbiamo smesso di mettere la gente a contatto con gli ideali. Venendo meno gli ideali, vengono meno anche la fiducia nella Provvidenza e quella nelle istituzioni ecclesiali… ma gli ideali sono fondamentali: sono quelle esperienze di vita cristiana che già esistono sul territorio e che vanno amplificate, condivise. Esse devono mostrare il volto di un Cristianesimo quotidiano che gioisce nel raccontare la presenza di Gesù vivo, la bellezza della comunità cristiana, la fraternità. Sono modelli ancora attuali. Non sono gli ideali ad essere meno attuali, non sono gli ideali a essere tramontati, non è il fascino del Cristianesimo ad essere impallidito, ma spesso è la qualità della testimonianza e della sua comunicazione che pone il Cristianesimo in una posizione di debolezza. Non c’è dubbio che il rinnovamento della catechesi, della liturgia, delle tecniche di comunicazione sia un tema cui bisogna guardare con grande senso di responsabilità; credo però anche che il primato della Grazia nella vita della Chiesa non debba essere né sottaciuto né tantomeno sottoposto alle scienze umane cui ci rivolgiamo per trovare aiuto. La fede è di seme divino, la Chiesa è di seme divino e trova nuova linfa quando sente di dover essere rigenerata.

Come farà ad attrarre i giovani, oggi in parte non minima indifferenti alla religione?… vivono come se Dio non esistesse, condizionati come sono dal messaggio sociale prevalente…

Secondo la mia esperienza, tra i giovani il fascino del Vangelo è oggi più elevato rispetto a qualche anno fa… è straordinario. Tra i giovani, non solo del Rinnovamento nello Spirito, c’è un bisogno incredibile di Cristo, di incontrarlo, di rileggere la propria vita alla luce del Vangelo. In tempi di crisi, venendo meno tutte le certezze (della famiglia, del lavoro, dell’amicizia), il vuoto d’amore deve essere colmato. Il vuoto d’amore può spingere a rinnegare la vita (ed ecco i suicidi in forte aumento) oppure a eliminare l’elemento che dà dolore (ed ecco gli omicidi a tutte le età). Questo vuoto è però anche una grande occasione di evangelizzazione, di testimonianza.

Intanto però stanno crescendo generazioni che non sanno neanche fare il segno della croce, che non conoscono neppure l’Ave Maria… e che in più stanno maturando in non pochi casi una vera avversione verso la Chiesa, presentata come un ricettacolo di mondanità e di ipocrisia…

C’è però da dire che se c’è sfiducia nell’Istituzione e nei suoi rappresentanti, non è venuta meno la fiducia nel Vangelo. La difficoltà che registriamo in molti casi è di far amare la Chiesa, non di far amare Gesù; di far amare il magistero, la dottrina morale della Chiesa, non Cristo.

Come attenuare la dicotomia?

Attraverso le comunità cristiane, con gerarchie, carismi, sacerdoti, laici tutti insieme, che devono dare testimonianza di fraternità, volontariato, operosità, carità, tutto ciò che fissa il Vangelo nella vita delle persone. Non è questione di Gesù sì, Papa no. Far capire oggi che il Papa è il Vicario di Cristo non rientra nella sensibilità corrente, non è un fatto immediato: un genitore non parla più in casa di queste cose. Ci sono tanti giovani che non conoscono neanche più le preghiere elementari… figurarsi i dogmi, i precetti, le altre norme! Ciò significa che intanto non dobbiamo più dare nulla per scontato; e poi che bisognerebbe parlare addirittura di una pre-evangelizzazione, poiché è fondamentale una re-iniziazione cristiana, che riparta dagli elementi fondamentali della nostra vita: Chi è Dio? Chi è Gesù Cristo? Chi è lo Spirito Santo? Quindi con le preghiere fondamentali, ritessendo un’intelaiatura di fede che oggi non c’è più. Non c’è più nelle famiglie, non c’è più nelle istituzioni: come può esserci nelle nuove generazioni?

Tuttavia, come diceva Lei prima, il bisogno religioso sussiste…

Il rischio qui è triplice: per soddisfarlo non raramente ci si rivolge a sette oppure si intercettano forme di superstizione oppure ancora si sceglie di negare Dio, vista l’incapacità di incontrarlo. Quanto più cresce oggi la negazione della dignità umana, tanto più è grande la richiesta di amore che Cristo può soddisfare. Perciò il Cristianesimo non sparirà: certo potrà conoscere ancora più fortemente il martirio, che è anche morale, culturale e sociale; potrà essere ancora più emarginato e confinato nelle sagrestie e considerato roba da bigotti. La purificazione renderà tuttavia il Cristianesimo ancora più forte nella sua identità cristiana, ancora più incisivo nel suo annuncio. Nel contempo l’Europa conoscerà tempi ancora più tristi: quanto più deciderà di spegnere la luce del Cristianesimo dalla sua storia e dal suo destino, tanto più precipiterà nel buio.
30.7.10

Presentata la 67.ma Mostra del Cinema di Venezia

E’ stata presentata ieri la 67.ma Mostra del Cinema di Venezia, che si aprirà il prossimo 31 agosto. Tra fiction e documentari, gli italiani in concorso, molto attesi, sono Saverio Costanzo con “La solitudine dei numeri primi” tratto dall’omonimo bestseller di Paolo Giordano, Mario Martone con il suo film sul Risorgimento, Carlo Mazzacurati alle prese con l’allestimento di una Sacra rappresentazione.

Radio Vaticana - Tra registi del sud-america e dell’oriente, ancora una volta ha del prodigioso la presenza di Manoel de Oliveira: arriverà, a 101 anni, con un suo nuovo film. Il servizio di Luca Pellegrini(ascolta):

Una Mostra del Cinema che fa i conti con la crisi, si inerpica lungo un percorso di contenimento delle strutture e degli spazi, ma non cede nei confronti del cinema, dei titoli, degli autori. Il presidente della Biennale Paolo Baratta, nel presentare la prossima 67.ma edizione, affronta i problemi con disciplina e rigore: la linea di sobrietà intrapresa non scalfisce le ragioni dell’utilità della Mostra per il mondo della cultura, dell’arte e del cinema. “Questa manifestazione – precisa – non vuole sopravvivere a se stessa per inerzia, ma rinnovarsi per diventare anche quest’anno un luogo di attenzione per tutto il cinema”. Anche quello cosiddetto “corto”, dunque, anche quello digitale, comprendendo una pluralità di generi, mezzi espressivi e mezzi tecnici. Marco Muller, il direttore della Mostra del Cinema, a questo proposito, chiarisce che quella del 2010 è una Mostra capace di captare lo spirito del tempo. Gli chiediamo in quale modo.

“Noi confidiamo nella possibilità che si vada a nascondere nelle pieghe anche dei modi di produzione, meno frequentate di solito dai festival. Un cinema che ha una potenza vera, soprattutto nella spesa infinita di energia creativa al di là ogni considerazione di ordine finanziario, al di là delle dimensioni del budget dei film. Sono delle volte i film che meglio ci portano notizie del mondo ma non perché lo fissino in un’istantanea, non perché rivendichino un’essenza documentaria del cinema che ci permette di ricostruire chi siamo e dove siamo ma, invece, perché in qualche modo lavorano le cuciture e le pieghe. Soltanto così dall’esterno poi il cinema può finalmente tornare verso l’interno”.

Una Mostra, tiene a precisare, particolarmente giovane: la media dell’età dei registi in concorso è di appena 46 anni. Rinnovamento in quale senso?

“Soprattutto è un segnale di tonicità, tonicità dell’attività intellettuale. Perché a questo punto non considerare che in fondo anche la mente va trattata come un muscolo e che, quindi, se fa sempre gli stessi movimenti finisce per atrofizzarsi? Per fortuna sono questi i registi che quel loro muscolo particolarissimo se lo tengono in allenamento. Poi, naturalmente, accanto al cervello come muscolo devo rivendicare il muscolo più potente: il muscolo cuore. Perché, poi, sta sempre tutto lì; come fare per partire dalla testa e arrivare al cuore ed è anche così che abbiamo lavorato”.

Ci sono tanti spunti interessanti, nel programma, alcune conferme e sorprese. Molti gli autori che arrivano dall’Oriente, apertura al 3D, 79 film in prima mondiale, la Repubblica Dominicana che esplora la tragedia di Haiti con gli occhi di una regista attenta, Laura Amelia Guzmán, un omaggio al cinema comico italiano dal 1937 ai nostri giorni e il Leone d’Oro alla Carriera a John Woo.

30.7.10

Quando l'Italia cura i bimbi palestinesi

Si chiama Intisar Almshalah: cinque anni soltanto e un tumore al fegato che non se ne vuole andare, riapparso dopo che un primo ciclo di chemioterapia aveva lasciato ben sperare.

di Simone Esposito

Terrasanta.net - A casa sua, a Gaza, non riusciva ad avere accesso alle cure necessarie per sconfiggere la sua grave malattia: è per questo che il 26 luglio scorso la piccola è volata in Italia con suo padre per essere ricoverata al Policlinico Umberto I di Roma. «Un nostro volontario che vive a Gaza ci ha parlato di questa situazione e allora ci siamo subito messi in moto», racconta a Terrasanta.net Benedetta Paravia, portavoce dell’associazione Angels che si è fatta carico del trasferimento di Intisar e di suo padre a Roma. Angels si occupa di supporto all’infanzia nelle zone di guerra, opera da poco più di un anno e ha già portato in Italia altri quattro bambini ammalati. Continua Paravia: «Intisar è la seconda che arriva da Gaza. Le segnalazioni provengono sempre da nostri volontari nei territori che seguiamo. Noi prima facciamo delle verifiche sulla cartella clinica, poi con i nostri medici e quelli del Servizio sanitario della Regione Lazio decidiamo il percorso di cura da seguire. Nel caso dei bambini palestinesi ci siamo attivati con il consolato italiano a Gerusalemme, abbiamo ottenuto i visti e chiesto alle autorità israeliane un’apertura speciale del valico di Erez in modo da far arrivare i piccoli e le famiglie all’aeroporto di Tel Aviv. Da lì in poi ci occupiamo del ricovero e dell’ospitalità finché è necessario». Nel caso di Intisar, probabilmente, almeno sei mesi: «La situazione è particolarmente critica e i medici di Oncologia pediatrica del Policlinico di Roma pensano che potrebbe essere necessario un trapianto di fegato. Ma anche nel caso dell’altro bambino di Gaza sembrava che il trapianto fosse inevitabile e invece tutto è andato per il meglio in soli tre mesi. Speriamo che succeda di nuovo». Angels si fa anche carico dell’invio di medicinali e materiali sanitari: «Ultimamente – ci dice ancora Paravia – abbiamo portato un carico di latte speciale per bambini intolleranti al lattosio». Merce rara e carissima, visto che «il servizio sanitario israeliano vende una confezione da 400 grammi a 60 dollari».

Intisar è, quindi, soltanto l’ultima ad aver attraversato questa sorta di «ponte» sanitario che lega da qualche anno i Territori Palestinesi (e soprattutto la Striscia di Gaza) all’Italia, in particolare dopo l’Operazione Piombo fuso. Curarsi a Gaza, infatti, è, nella maggior parte dei casi, difficile: secondo alcuni dati comunicati nel giugno scorso dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il 25-30 per cento dei farmaci essenziali è introvabile, e centinaia di strumentazioni medicali come Tac e apparecchi radiologici sono fermi, anche da un anno, ai confini della Striscia in attesa di un ingresso finora impedito dal blocco israeliano. Il blocco sui materiali elettrici e da costruzione rende anche instabile il funzionamento della rete elettrica, con conseguenze durissime sulle procedure salvavita. In più, come spiega ancora l’Oms, delle circa mille domande di autorizzazione che ogni mese arrivano alle autorità israeliane da parte di pazienti palestinesi che necessitano di cure urgenti ricevibili sono al di fuori di Gaza, in media ne vengono respinte ben 300.

Proprio per far fronte a questo problema la Regione Toscana ha avviato ormai da due anni vari programmi di cooperazione internazionale (in collaborazione con il ministero degli Esteri e altre regioni italiane) mirati a rendere possibile il ricovero di bambini palestinesi affetti da patologie gravi in strutture sanitarie israeliane. Fino ad oggi attraverso questo progetto, alla cui esecuzione collaborano anche due ong, l’israeliana Center Peres for Peace di Tel Aviv e la palestinese Panorama di Ramallah, i piccoli pazienti curati sono stati più di 6 mila. «Il nostro modo di fare cooperazione è stata una scelta precisa: puntare al miglioramento del sistema sanitario sul territorio, e quindi al miglioramento dei rapporti fra operatori israeliani e palestinesi, in un’ottica di cultura della pace»: così ci spiega Maria Josè Caldes Pinilla, medico spagnolo dell’ospedale Meyer di Firenze, una delle migliori strutture pediatriche italiane, e responsabile della cooperazione sanitaria della Regione Toscana. «Abbiamo supportato alcune ong presenti in Israele e Palestina e fornito la copertura finanziaria per le spese necessarie, in modo da rendere accessibili a tutti cure altrimenti troppo costose». Nei casi più difficili si è deciso anche per il trasferimento in Italia, come quando durante la crisi del gennaio 2009 dieci bambini di Gaza vennero ricoverati in Toscana (otto al Meyer, uno a Massa e l’ultimo, un bimbo cardiopatico di soli tre mesi, a Pisa).

Ma questo non è il solo fronte sul quale la Regione è impegnata. Ci dice ancora la dottoressa Caldes: «Un altro progetto al quale lavoriamo è quello dell’invio a Gerusalemme e a Ramallah di medici del Servizio sanitario regionale: neurochirurghi, cardiochirurghi e cardiochirurghi pediatrici. Abbiamo stipulato accordi, sia come Regione, sia come ospedale Meyer, con il ministero della Sanità dell’Autorità Nazionale Palestinese. È un altro modo per incidere in maniera positiva sul sistema sanitario locale, perché i nostri operatori fanno sia attività clinica che formazione ai medici del posto». Negli ultimi due anni le missioni dalla Toscana sono partite più o meno ogni due mesi, ma nel 2010 le cose sono andate un po’ più a rilento: «Ci sono state le elezioni – ammette la Caldes – e questo ci ha bloccato un po’. Ma contiamo di ripartire a breve».

30.7.10

Amnesty International: "Gli stati devono sostenere i diritti all'acqua e ai servizi igienico-sanitari"

Nell'ambito della sua campagna globale "Io pretendo dignità", Amnesty International ha chiesto a tutti gli stati membri delle Nazioni Unite di sostenere i diritti all'acqua e ai servizi igienico-sanitari, dopo che mercoledì 28 luglio l'Assemblea generale ha approvato una risoluzione in favore del loro riconoscimento.

Amnesty.it - La risoluzione ha ottenuto il voto favorevole di 122 paesi, mentre 41 si sono astenuti. Non vi sono stati voti contrari. "Dopo questo promettente primo passo, tutti gli stati devono ora cogliere l'opportunità di proteggere la vita e la salute di milioni di persone e sostenere senza riserve i diritti all'acqua e ai servizi igienico-sanitari" - ha dichiarato Ashfaq Khalfan, esperto sul diritto all'acqua di Amnesty International. I diritti saranno oggetto di dibattito nell'ambito del Consiglio Onu sui diritti umani, che si riunirà a Ginevra a settembre.

Brasile, Cina, Germania, India e Sudafrica hanno appoggiato la risoluzione ma Regno Unito e Stati Uniti d'America, che sono tra i paesi astenuti, hanno sostenuto che non esiste una base legale per il diritto all'acqua e ai servizi igienico-sanitari.

"Non esiste una motivazione legale per cui i paesi non debbano sostenere la risoluzione. Anche il diritto all'acqua è parte del diritto internazionale ed esiste, inoltre, una forte base legale per quanto riguarda il diritto ai servizi igienico-sanitari" - ha aggiunto Khalfan.

"Le donne che rischiano la vita per raggiungere di notte i servizi igienici pubblici e le persone i cui bambini muoiono per mancanza di acqua potabile dovrebbero poter far valere la responsabilità dei loro leader politici in materia di diritto all'acqua potabile e ai sevizi igienico-sanitari" - ha affermato Khalfan.

L'Onu stima che 884 milioni di persone siano prive dell'accesso all'acqua potabile e che 2,6 miliardi non abbiano accesso ai servizi igienico-sanitari di base.

Il voto di mercoledì 28 ha concluso un percorso nel quale ogni stato della regione Asia Pacifico, Asia meridionale, Africa e America meridionale, in occasione di diversi summit svoltisi negli ultimi cinque anni, ha riconosciuto sia il diritto all'acqua che quello ai servizi igienico-sanitari.

Anche tutti i 165 stati membri del Movimento dei non allineati e del Consiglio d'Europa hanno riconosciuto il diritto all'acqua.

La campagna globale "Io pretendo dignità" di Amnesty International intende porre fine alle violazioni dei diritti umani che creano e acuiscono la povertà. Nell'ambito di questa campagna, Amnesty International sta mobilitando le persone di ogni parte del mondo per chiedere ai governi, alle aziende e ad altri soggetti che hanno potere, di ascoltare la voce della persone che vivono in povertà e riconoscere e proteggere i loro diritti.

30.7.10

Il disastro petrolifero del Michigan: 1 milione di galloni di petrolio dalle sabbie bituminose canadesi al lago

L'inquinamento prodotto dallo sversamento di petrolio nel fiume Kalamazoo, nel Michigan, è più del doppio di quanto era stato stimato subito ed è arrivato molto lontano dal sito a sud di Marshall, dove il 26 luglio si sarebbe rotto un oleodotto sotterraneo della Midwest Oil Pipeline, appartenente al gigante petrolifero canadese Enbridge Energy Partner, che è stato duramente criticato dalla governatrice del Michigan Jennifer Granholm per i ritardi nelle operazioni di contenimento che hanno messo a serio rischio anche le acque del lago Morrow.

GreenReport - La marea nera ha ricoperto di petrolio un gran numero di uccelli e pesci ed ha comportato l'evacuazione di due residence e di decine di abitazioni, mentre in tutta l'area interessata è stato proibito di far uscire all'aperto i cani. A Battle Creek da mercoledì scorso si sente un fortissimo odore di petrolio. Secondo le autorità locali ci vorranno diverse settimane per determinare la causa dello sversamento dall'oleodotto dell'Enbridge Energy Partners, una società di Calgary, che trasporta il petrolio delle sabbie bituminose dal Canada alle raffinerie statunitensi del Midwest. Secondo l'Environmental protection agency Usa (Epa) nel Kalamazo sono finiti più di un milione di galloni di petrolio (almeno 3,76 milioni di litri), circa 700.000 litri in più di quanto avevano detto i canadesi.

La più grande associazione ambientalista statunitense, Sierra Club, è molto preoccupata perché il greggio potrebbe arrivare nel Lago Michigan, minacciando l'acqua potabile ed altri importanti habitat. Il direttore esecutivo dell'associazione, Michael Brune, è sconcertato dal ripetersi di episodi di questo tipo: «Quante catastrofi causate dal petrolio ci vorranno prima di svegliarci? Stiamo ancora cercando di riprendersi dalla tragedia della Costa del Golfo. Ora il Midwest si trova ad affrontare un'altra massiccia fuoriuscita massiccia come risultato di una pipeline a rischio. Il petrolio si sta diffondendo da questo oleodotto difettoso verso il Lago Michigan e minaccia l'acqua potabile minaccioso. Peggio ancora, c'è la possibilità che il petrolio possa liberare altri agenti inquinanti nei sedimenti del fiume già inquinati, rendendo la situazione molto più grave».

Il nuovo disastro petrolifero del Kalamazoo è arrivato in un bruttissimo momento per le Big Oil canadesi e statunitensi: proprio mentre il governo federale di Washington sta esaminando una proposta di costruire un enorme oleodotto che porterebbe il petrolio più inquinante del mondo, quello delle sabbie bituminose canadesi, attraverso tutto il Midwest e fino alle coste del Golfo del Messico.

Secondo Brune «La proposta della Keystone XL pipeline metterebbe a repentaglio una falda acquifera che è la più importante fonte di acqua per la regione granaio dell'America, gli High Plains. E' chiaro che non possiamo permetterci di prendere questo rischio. E' tempo di ascoltare la lezione che ci viene da questi disastri petroliferi. Invece di prendere maggiori e prolungati rischi per sostenere l'industria del petrolio, dobbiamo investire in quel tipo di energia pulita, sicura che non mancherà di tenere i nostri corsi d'acqua integri e di aiutare ad infondere nuova vita alla nostra economia. Il Michigan sta beneficiano particolarmente degli investimenti nelle tecnologie energetiche pulite, come le auto elettriche. I nuovi impianti per realizzare la tecnologia delle auto elettriche stanno già aprendo in questo Stato. Invece di preoccuparsi del petrolio che contamina l'acqua potabile, le comunità in Michigan potrebbero vedere un'esplosione di benessere, di posti di lavoro stabile e dell'energia pulita. Questi disastri petroliferi sono un campanello d'allarme sveglia. Il prezzo dell'energia sporca è semplicemente troppo alto. Abbiamo bisogno che i nostri leader ci diano un piano audace per porre fine la dipendenza dell'America dal petrolio e per portare l'America sulla strada per diventare il leader dell'energia pulita nell'economia globale».

Anche per questo Sierra Club sostiene Il Clean energy jobs and Oil Company Accountability Act, presentato dal leader democratico del Senato Usa Harry Reid, criticato da altre Ong perché è molto meno ambizioso delle originali proposte di Obama. Secondo Brune creerà comunque nuovi posti di lavoro e minori costi energetici dei consumatori e ridurrà la dipendenza dal petrolio, ma soprattutto servirà a ritenere la Bp completamente responsabile del disastro petrolifero del Golfo del Messico.

«E' indispensabile che in Senato passi il disegno di legge presentato da Reid prima della pausa di agosto - dice Brune - in modo da poter investire maggiormente nell'efficienza energetica e fare in modo che in futuro gli inquinatori come la Bp siano ritenuti pienamente responsabile dei costi dei danni e della bonifica dei loro disastri ambientali. Ma i repubblicani in Senato hanno detto che si oppongono a questo sforzo. Vogliono che siano i contribuenti a pagare il conto per il disastro Bp e consentire alla Bp di utilizzare infinite battaglie legali per bloccare tutto rispetto ai mezzi di sussistenza cha ha distrutto, proprio come ha fatto la Exxon con le vittime della marea nera della Valdez. I senatori Lisa Murkowski e Mitch McConnell pretendono di offrire una "alternativa" al piano del leader della maggioranza, ma questa alternativa non è altro che una lettera d'amore all'industria petrolifera, che non farà nulla per creare i posti di lavoro necessari, ridurre la dipendenza del nostro paese dal petrolio, o per ritenere la Bp responsabili del suo disastro».

Per questo Sierra Club sostiene che il Clean Energy Jobs and Oil Company Accountability Act «E' una piccola ma significativa riduzione dei costi per ridurre il consumo di petrolio negli Stati Uniti. Sulla scia del più grande disastro ambientale della storia americana, è essenziale che il Congresso questo autunno compia ulteriori progressi con un forte, chiaro piano per far calare il petrolio e potenziare l'energia pulita».

30.7.10

Kenya: da oggi al 10 agosto il 13.mo "World Scout Moot"

Da oggi al 10 agosto si tiene in Kenya il 13° World Scout Moot. Si tratta di un campo internazionale promosso dall'Organizzazione mondiale del movimento scout (Wosm) ed è rivolto a soci di età compresa tra i 18 e i 26 anni.

Radio Vaticana - Il World Moot si tiene ogni quattro anni ed è la prima volta che viene ospitato da un Paese africano. Il motto del campo è “It's time!”, “Il momento è giunto”. Il campo si tiene a Nairobi, al Rowallan Scout Camp. Il programma prevede 4 giorni in uno degli Expedition Centre del Kenya, con attività nelle aree di ambiente, sviluppo sostenibile, salute ed educazione interculturale; un safari; 4 giorni di attività al campo base, per condividere progetti, fare lavoretti, partecipare alle attività del Global Development Village, tenere incontri con rappresentanti del mondo economico, politico, religioso e con esponenti della società civile e delle ong; una serie di eventi volti a promuovere lo Scout of the World Award, riconoscimento conferito dal Wosm. In più - riferisce l'agenzia Sir - la Fis (Federazione italiana dello scautismo) propone a tutti i partecipanti di prendere parte a un campo di servizio della durata di ulteriori 3 giorni, per conoscere la realtà in cui vive la popolazione locale; visitare progetti di cooperazione internazionale che operano per lo sviluppo locale; incontrare le guide dell’associazione keniota.

30.7.10

TERRA!, Greenpeace e WWF: L'industria della carta fermi la deforestazione!

Fermate la deforestazione! Questo l'appello lanciato dalle tre associazioni ambientaliste in una lettera inviata a più di cento aziende italiane del settore cartario italiano. Non solo i produttori di carta come Burgo e Pigna ma anche grandi acquirenti di carta quali gli editori come Mondadori, Rizzoli e Rusconi e aziende dell'agroalimentare che consumano milioni di tonnellate di carta per il packaging dei propri prodotti come Ferrero e Barilla.

SalvaLeForeste - I processi di deforestazione, avvertono Greenpeace, WWF e Terra, sembrano inarrestabili nel Sudest asiatico. Qui la metodica distruzione delle foreste di Sumatra ne ha compromesso oltre il 50 % . Intervenire è doveroso ed è questo che le tre associazioni, insieme ad un cartello di altre più di 40 associazioni ambientaliste, chiedono al mercato e italiano di impegnarsi a fermare la deforestazione. La distruzione delle foreste ha innumerevoli responsabili: negli ultimi anni la richiesta di polpa di cellulosa per la produzione di carta sta pericolosamente accelerando la distruzione di questi paradisi, minacciati dall'irresponsabilità di aziende come APP (Asia Pulp and Paper) e dai loro clienti.

La APP, e la fitta rete di aziende e cartiere ad essa collegate, sono ritenuti i principali attori della distruzione della foresta pluviale di Sumatra. Le controverse attività di queste aziende, inoltre, minacciano direttamente la sussistenza e i diritti delle comunità forestali e dei popoli indigeni dell'area rischiando di aggravare le loro già difficili condizioni di vita.

"Chi acquista i prodotti di questo gruppo Indonesiano - dichiara Massimiliano Rocco responsabile Specie, TRAFFIC e Timber Trade del WWF Italia, - partecipa alla distruzione di quelle foreste, condanna all'estinzione specie come la tigre di Sumatra , l'orango di Sumatra, il rinoceronte di Sumatra, specie uniche, beni preziosi , meraviglie della natura irripetibili che una volta perse nessuno potrà ridarci. Tutto questo non può lasciarci indifferenti, le scelte industriali e le scelte quotidiane di noi tutti possono fare la differenza".

Le foreste pluviali indonesiane sono uno dei più importanti ecosistemi del pianeta, ospitano il 12% dei mammiferi, il 15% dei rettili e il 17% degli uccelli del pianeta La loro distruzione, inoltre, è responsabile del 5% delle emissioni globali di gas serra, e fa dell'Indonesia il terzo paese per emissioni di CO2, dopo Cina e Stati Uniti.

"La APP è colpevole di abusi ambientali gravissimi. Da mesi stiamo monitorando la filiera della carta italiana e valuteremo alla stessa stregua di APP tutte le aziende del nostro paese che continueranno a vendere sul nostro mercato la distruzione e i cambiamenti climatici" sostiene Chiara Campione, Responsabile della Campagna Foreste di Greenpeace Italia.

Le informazioni in possesso delle tre associazioni ambientaliste dimostrano infatti un'aggressiva campagna di espansione nel mercato italiano da parte di APP che nel frattempo ha aperto uffici in Italia, Spagna, Gran Bretagna e Germania.

"La APP è in grado di offrire carta a condizioni molto allettanti, e spesso le imprese del settore cartario non sono consapevoli del rischio ambientale, ma anche di immagine, cui vanno incontro - dichiara Sergio Baffoni, coordinatore della campagna foreste di Terra! - La APP è considerata infatti tra i principali responsabili della distruzione delle foreste pluviali di Sumatra, e la diffusione dei suoi prodotti nei nostri mercati minaccia il futuro della produzione cartaria italiana, mentre comporterà un'espansione ulteriore delle piantagioni della APP, ai danni delle residue foreste naturali dell'Indonesia".

Greenpeace, Terra! E WWF si rivolgono alle case editrici, alle aziende del settore cartario invitandole a prendere coscienza dei rischi legati all'acquisto delle fibre indonesiane, e ad adottare misure volte a escludere dalla propria filiera la presenza di fibre di origine controversa o provenienti da foreste minacciate.
30.7.10

La Cina è "sovrana" del Mar Cinese Meridionale. Scintille con Usa e Vietnam

Ferma dichiarazione del ministero della Difesa, dopo che la marina cinese ha svolto imponenti manovre militari nella zona, teatro di aspre dispute territoriali tra Pechino e altri Stati. Il monito degli Usa, pronti a cooperare con Pechino, ma non a disinteressarsi dell’area.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – “La Cina ha un’indiscutibile sovranità del Mar Cinese Meridionale e ha sufficienti ragioni legali e storiche” per sostenere le sue pretese sui territori marittimi disputati con altri Stati della regione. Lo ha detto oggi Geng Yansheng, portavoce del ministero della Difesa. L’annuncio arriva dopo che dal 26 luglio 3 flotte della Marina cinese (People’s Liberation Army, Pla) hanno compiuto esercitazioni congiunte in questo mare, notizia riportata solo ieri dalla statale China Central Television che ha mostrato numerosi lanci di missili di lunga gittata mare-aria e anti-navi.

Esperti hanno già commentato che le manovre sono una risposta alle esercitazioni compiute da Stati Uniti e Corea del Sud insieme nel Mar del Giappone (per costituire un monito alla Corea del Nord, ma in realtà anche alla Cina), come pure un preciso monito al Vietnam e agli altri Paesi del sud-est asiatico che hanno dispute territoriali marittime con Pechino. E’ normale che la marina compia esercitazioni prima dell’anniversario della fondazione del Pla, che ricorre il 1° agosto, ma quest’anno sono avvenute con grande dispiego di mezzi (3 flotte congiunte, una prova di forza e una dimostrazione di grande capacità di coordinamento) e con la partecipazione diretta di esponenti di massimo livello quali i membri della Commissione Militare Centrale Chen Bingde Capo dello Staff generale del Pla e il Comandante navale Wu Shengli, che hanno supervisionato le esercitazioni.

Non sono state chiarite le zone delle operazioni, ma pare che le flotte siano passate presso territori contesi, come le Isole Spratly e le Paracel, ritenute ricche di petrolio. Per esse si è riaccesa la polemica con il Vietnam, dopo che il luogotenente generale Nguyen Chi Vinh, viceministro vietnamita alla Difesa, ha detto che il suo Paese “non accetterà mai… qualsiasi soluzione che coinvolge l’uso della forza o della minaccia di farlo”: affermazione considerata un chiaro invito alla comunità internazionale a costituirsi arbitro tra Hanoi e Pechino. La Cina considera proprio l’intero Mar Cinese Meridionale e non ha mai mostrato di voler rispettare le rivendicazioni degli altri Stati. La sua rapida crescita militare suscita preoccupazioni nella regione, anche perché tutti ritengono che pure per gli anni prossimi continuerà a investire in armamenti. Il Vietnam, a sua volta, di recente ha comprato dalla Russia 6 sottomarini di classe-Kilo per oltre 2 miliardi di dollari.

Il 25 luglio nella questione è intervenuta anche Hillary Clinton, Segretario di Stato Usa, alla riunione dell’Asean (Associazione delle Nazioni del SudEst asiatico, consesso dei 10 Stati del sud est asiatico, con intervento anche di Cina, Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti, Russia e Australia). La Clinton ha detto che c’è un “interesse nazionale” degli Usa “al rispetto della legge internazionale nel Mar Cinese Meridionale” per la risoluzione delle molte dispute territoriali tra la Cina e Vietnam, Brunei, Taiwan, Malaysia e Filippine. Questo mare, che va da Singapore allo Stretto di Taiwan, è ritenuto avere giacimenti di gas e petrolio maggiori di quelli di Iran e Arabia Saudita e per queste acque passa circa la metà del tonnellaggio del trasporto commerciale mondiale.

Geng ha risposto oggi che Pechino si oppone al tentativo di “internazionalizzare” la questione e che le divergenze saranno risolte tramite “una negoziazione amichevole”. (continua a leggere su asianews)

30.7.10

Usa, la guerra sfora il budget

Politici e analisti preoccupati per un aumento incontrollato delle spese militari. L'establishment statunitense dà ancora credito alla guerra ma i dubbi cominciano a serpeggiare, soprattutto quando si guarda al portafoglio e al futuro.

di Gabriele Battaglia

PeaceReporter - E' quanto emerge da dichiarazioni e analisi made in Usa apparse negli ultimi mesi, fino allo stentato rifinanziamento straordinario della missione in Afghanistan passato al Congresso il 27 luglio.
In quella occasione, 102 democratici hanno votato contro il progetto di legge che sblocca 37 miliardi di dollari per fondi supplementari a sostegno delle guerre in Afghanistan e Iraq. Obama ha dovuto ricorrere ai voti repubblicani che compattamente l'hanno sostenuto (appena 12 contrari), spostando però il baricentro dell'amministrazione a destra. L'anno scorso un disegno di legge analogo aveva registrato l'ammutinamento di soli 32 democratici.

Il punto è che, proprio a causa delle spese militari, il budget federale per l'anno fiscale 2011 appare già da ora inattendibile. E va osservato che il documento economico prevede il congelamento delle spese in tutti i settori tranne uno: la difesa appunto.
Per le attività militari è prevista un budget che supera i 700 miliardi di dollari e che comprende anche le "contingency operations", cioè, alla lettera, "operazioni d'emergenza": in pratica l'imponderabile su tutti i teatri in cui opera l'esercito americano. Qualcosa di molto difficile da stimare.
Sta di fatto che nel 2010 il budget per le contingency operations era di 159 miliardi di dollari; per il 2011 scende a 50. Cosa si taglia? Il costo del lavoro, ovvero le spese relative a salari e mantenimento dei soldati. Ma nel frattempo Obama spedisce altri 30mila militari in Afghanistan. Difficile a questo punto far tornare i conti.

Così le previsioni di spesa si gonfiano nel tempo.
A gennaio l'Ufficio Budget del Congresso aveva stimato in 573 miliardi annui le spese militari, escluse le guerre in Iraq e Afghanistan. Si trattava di un 10 per cento in più rispetto all'anno precedente.
Già allora Travis Sharp, un'analista del Center for a New American Security, non mancava di far notare che al netto dell'inflazione lo stanziamento superava del 13 per cento quello per la guerra di Corea, del 33 per cento quello per il Vietnam e del 23 per cento i picchi massimi della Guerra Fredda. Era una cifra superiore anche ai valori più alti raggiunti all'epoca del "guerrafondaio" Reagan, cioè circa 500 miliardi in valori attuali.

A giugno le stime sono state ritoccate a causa dell'aumento dei costi previsti per gli armamenti, in particolare per l'acquisto di caccia F-22 e per la Marina: l'acquisto di 276 nuove navi e di uranio per le portaerei a propulsione nucleare dovrebbe passare dai 15 miliardi previsti a 21. Le forniture sono inoltre in ritardo e questo fa lievitare i prezzi.

Arrivamo quindi a luglio e al voto per il finanziamento straordinario che arriva con settimane di ritardo per le divisioni interne ai democratici.
Dal Pentagono fanno sapere che senza le nuove risorse la Difesa Usa potrebbe avere problemi di bilancio a partire da agosto 2010.
A questo punto insorge lo Special Inspector General for Iraq Reconstruction (Sigir), cioè l'ufficio governativo creato per vigilare sulla ricostruzione dell'Iraq, scondo cui il Pentagono non può spiegare "in modo appropriato" la spesa di circa 8,7 miliardi di dollari, utilizzati in Iraq tra il 2004 e il 2007. L'organismo denuncia le "debolezze del controllo manageriale e finanziario" e il "lassimo contabile" che ha portato a "perdite ingiustificate".

Nessun membro del congresso intende presentarsi alle prossime scadenze elettorali dovendo giustificare tagli nei servizi essenziali a fronte di aumenti geometrici del budget militare. Il finanziamento straordinario passa ma la fronda si amplia.

30.7.10

Israele minaccia di lasciare senz’acqua la basilica del Santo Sepolcro

Per quasi un secolo i diversi governi della Terrasanta hanno fornito gratis acqua alla basilica e ai pellegrini, come segno di cortesia. Ora il Municipio di Gerusalemme vuol far pagare l’acqua anche per il passato. Perplessità e preoccupazione nelle Chiese cristiane: occorre mettere d’accordo tutti i gruppi che usano l’acqua al Santo Sepolcro.

Tel Aviv (AsiaNews) - Perplessità e preoccupazione nelle Chiese di Gerusalemme di fronte alla minaccia dell'autorità municipale di tagliare il rifornimento d'acqua alla Basilica del Santo Sepolcro. Sin da quando è cominciata ad arrivare l'acqua corrente nella zona, tutti i governi che si son succeduti hanno fornito acqua al Santo Sepolcro senza pretendere pagamento, quale servizio pubblico ai pellegrini e cortese attenzione per i religiosi, cattolici e non, che custodiscono ed officiano il Santuario.

Così ha fatto il governo britannico della Terra Santa (1917-1948), quello giordano (1948-1967) e finora anche l'israeliano. Senonché le autorità municipali israeliane hanno ripreso ad esercitare forti pressioni e minacce di tagliare l'acqua per farsi pagare, non solo nel futuro ma anche per tutta l'acqua fornita a partire dal 1967.

Le rivelazioni sono giunte ad AsiaNews da fonti della Basilica, che però preferiscono non essere individuate perché si spera sempre che le autorità cittadine si ravvedano. Fatto curioso è che le domande di pagamento vengono indirizzate ad un ente inesistente, "la chiesa del Santo Sepolcro". Una tale amministrazione non esiste, visto che l'antica Basilica è retta dal peculiare regime giuridico internazionalmente riconosciuto, detto dello "Statu quo". Lo "Statu quo" vuol dire che spazi, tempi, e funzioni vengono ripartiti tra la Chiesa Cattolica, rappresentata dalla francescana Custodia di Terra Santa e diversi gruppi di monaci non cattolici, greci e armeni anzitutto, ma anche, in minor misura, copti, etiopi e siri ortodossi. (continua a leggere su asianews)
30.7.10

Congo: il cardinale Malula proclamato “eroe nazionale”

Il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Joseph Kabila, ha proclamato “eroe nazionale” il cardinale Joseph-Albert Malula (1917-1989).

Radio Vaticana - L’importante nomina è avvenuta all’interno delle celebrazioni che si sono tenute alcune settimane fa per i venti anni dalla sua morte. Nell’ambito della cerimonia sono stati organizzati una serie di convegni che hanno messo in luce diversi aspetti della personalità. Dall’11 al 13 luglio si è tenuta la seconda tornata di convegni dopo quella di marzo sul tema “ Il cardinale Malula, uomo di cultura”. I relatori e l’arcivescovo di Kinshasa mons. Laurent Monsengwo Pasinya, hanno sottolineato come la figura del cardinale Joseph-Albert Malula possa rappresentare un esempio per le future generazioni, per la cultura, per la politica, per la nazione e per la Chiesa. “Il cardinale Malula - ricorda mons. Monsengwo in una nota riportata dall’Agenzia Fides - è stato uno dei primi teologi africani a parlare d'inculturazione dei valori cristiani. Egli è stato un eccellente scrittore, un uomo fortemente impegnato nel dibattito politico, un avido lettore, un grande compositore di musica (ha composto la maggior parte dei canti del rito congolese), amante delle arti e un ammiratore di valori culturali africani come il matrimonio”. “Il cardinale Malula – aggiunge infine il presule - ha lasciato un patrimonio incommensurabile alla Chiesa del Congo e del mondo”.

30.7.10

La Cina dei disastri: 3.000 bidoni di sostanze chimiche nel fiume Songhuajiang

Ieri le autorità di Jilin, nella provincia cinese nord-orientale di Jilin avevano annunciato che «Più di 1.000 barili contenenti dei liquidi esplosivi sono stati sversati mercoledi nel fiume Songhuajiang», invece nel grande fiume sono finiti ben 7.000 bidoni. Il Songhuajiang, lungo 1.900 km, è il più grande affluente del fiume Heilongjiang, che collega la Cina alla Russia.

GreenReport - Il dipartimento informazione del Partito Comunista di Jilin ha subito spiegato che l'incidente è avvenuto ieri mattina nel distretto di Yongji della città di Jilin, quando il fiume è esondato per le forti piogge e si è trascinato via i contenitori pieni di sostanze chimiche «questi barili, prodotti in un impianto chimico locale, contengono più di 160.000 chilogrammi di liquido esplosivo».
La situazione è in realtà molto peggiore e le foto pubblicate dall'agenzia ufficiale cinese Xinhua documentano la presenza di centinaia di bidoni che galleggiano nel fiume. La stessa Xinhua ieri diceva: «Dei soccorritori tentano di ripescare questi barili e le autorità locali per la protezione dell'ambiente sorvegliano da vicino la qualità dell'acqua del fiume».

Oggi l'agenzia cinese porta a 7.000 il numero di bidoni finiti nello Songhuajiang e scrive che le autorità di Jilin oggi hanno cambiato versione «Tra questi 7.000 barili, 3.000 sono riempiti di prodotti chimici, cioé 170 kg per barile, e i restanti 4.000 sono vuoti». Questo vuol dire che sul fiume galleggerebbero almeno 510 tonnellate di sostanze chimiche, anche se Tao Detian, il portavoce del ministero cinese della protezione ambientale che ha incontrato i giornalisti a Jilin, assicura che «Nessun prodotto chimico è stato ritrovato nel fiume». Intanto si è scoperto che i bidoni sono finiti prima nel fiume Wende, un affluente del Songhuajiang, dopo che le acque avevano inondato non uno, ma due depositi di fabbriche chimiche: la Jilin Xinyaqiang Biochem e la Jilin Zhongxin Group. Dei 3.000 barili pieni di prodotti chimici circa 2.500 contengono trimetilclorosilano, infiammabile, mentre gli altri 500 contengono esametildisilazanotrimetilclorosilano, si tratta di due liquidi incolori e con un odore acre.

Per ora gli operai, che lavorano lungo gli 8 settori in cui è stato suddivisi il Songhuajiang, hanno recuperato circa 400 barili, e la qualità dell'acqua del fiume viene tenuta sotto controllo in 7 stazioni.

Non è la prima volta che accadono incidenti di questo tipo nello Songhuajiang: nel novembre 2005 uno sversamento di prodotti chimici contaminò il fiume in seguito ad un esplosione in una fabbrica petrolchimica, causando l'interruzione della distribuzione dell'acqua potabile per i 3,8 milioni di abitanti della città frontaliera di Harbin, il capoluogo della provincia dell'Heilongjiang.

A proposito di esplosioni di fabbriche, oggi le autorità locali hanno comunicato che quella avvenuta ieri a Nanjing, il capoluogo della provincia di Jiangsu, ha fatto 10 morti e 14 feriti gravi, mentre sono finite all'ospedale 120 persone.

Un comunicato dell'Ufficio generale di controllo della sicurezza del lavoro cinese spiega che l'esplosione è avvenuta nell'impianto N°4 della fabbrica di plastica di Nanjing, un impianto chiuso e abbandonato nella zona nord di Nanjing, ed è stata provocata da una fuga di gas dopo che degli operai che lavoravano all'abbattimento degli edifici dell'impianto chimico hanno danneggiato una canalizzazione di propilene. «L'esplosione si è prodotta quando un conducente ha messo in moto sul posto la sua auto, accendendo la fuga di gas. La canalizzazione che trasporta il propilene alla fabbrica è stata chiusa».

Il risultato è stato un vero e proprio inferno di fiamme, fumo e aria irrespirabile e almeno 10 poveri morti. I due incidenti, pur così diversi, dimostrano quanto siano insicure le fabbriche chimiche cinesi e quanto sia problematica la dismissione degli impianti obsoleti.

30.7.10

Africa, le sfide della Chiesa 40 anni dopo: dall'assemblea di Accra

Favorire l’emergere di una coscienza del continente come fondamentale spazio di riferimento, da un punto di vista spirituale e di impegno sociale: è questo uno degli impegni più complessi del Simposio delle Conferenze episcopali d’Africa e Madagascar (Secam), che ha celebrato ieri ad Accra il suo 40° anniversario.

Agenzia Misna - A margine della XV Assemblea plenaria dell’organismo, in corso nella capitale del Ghana da Martedì, sui compiti della Chiesa africana si è soffermato l’arcivescovo di Accra monsignor Charles Palmer Buckle. “Una delle sfide del Secam - ha detto il presule all’emittente Radio Vaticana - è rappresentata da questo sentirsi appartenenti ad una Chiesa continentale e quindi non soltanto a una Chiesa universale o nazionale. Questo rappresenta una sfida grande, poiché molti pensano ancora alle proprie diocesi o magari alla Conferenza episcopale nazionale, mentre dovrebbero riuscire ad andare al di là e pensare a livello continentale. Solo in questo modo il Secam potrà portare avanti i suoi obiettivi, primi fra tutti quelli dell’evangelizzazione, della formazione dei nostri agenti pastorali, dello sviluppo umano, dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso”. Monsignor Palmer Buckle ha anche sottolineato la necessità dell’“autosufficienza” della Chiesa africana, finora “molto dipendente dalla beneficienza dell’Europa e dell’America e dai loro aiuti”, sia per quanto riguarda i “missionari” che i “sostegni finanziari” o la “formazione del personale”. Le riflessioni sui rapporti tra l’Africa e il mondo attraversano diversi dei messaggi inviati in occasione del 40° anniversario del Secam. “L’Africa – ha scritto ad esempio il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) - ha una vocazione speciale in ordine allo sviluppo della spiritualità di fronte alle sfide del resto del mondo, specialmente dell’Occidente secolarizzato”. Nel testo della Cei si fa riferimento al Sinodo per l’Africa che si è svolto in Vaticano nell’Ottobre scorso, un’esperienza fonte in questi giorni ad Accra di continua ispirazione. “Il Sinodo per l’Africa – ha evidenziato il cardinale Bagnasco - è stato per tutti noi, come Chiesa e come società in Italia, l’occasione per riflettere su quanto ci lega a voi: non solo l’Italia è geograficamente vicina all’Africa, ma molti figli e figlie del vostro continente sono qui tra noi alla ricerca di lavoro e di un futuro più sicuro per se stessi e per le loro famiglie”. All’ Assemblea plenaria del Secam partecipano fino a Domenica circa 200 delegati tra cardinali, vescovi, presbiteri, religiosi, religiose e laici. Il tema dell’incontro è “Il Secam quarant’anni dopo: autonomia e prospettive per la Chiesa in Africa”.
29.7.10

Strage Bologna, quel 2 agosto di 30 anni fa

2 agosto 1980: un sabato, un caldo sabato di esodo. Le immancabili code in autostrada avrebbero dovuto rappresentare, come da 'copione' del periodo, l'argomento del giorno per quotidiani e tg...

Ansa.it - A metà mattina, invece, un'esplosione alla stazione centrale di Bologna spezza nel sangue la tranquilla routine del rito delle vacanze: 85 morti e 200 feriti è il bilancio finale della strage.
Alle 10:25 (l'ora della tragedia rimarrà sempre impressa, come ricordo incancellabile, nelle lancette ferme del grande orologio che si affaccia sul piazzale della stazione) un boato squarcia l'ala sinistra dell'edificio: la sala d'aspetto di seconda classe, il ristorante, gli uffici del primo piano si trasformano in un cumulo di macerie e polvere.

Rimane colpito anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario. Pochi istanti, interminabili, e fra nuvole di detriti si cominciano a intravedere immagini terribili di corpi maciullati, feriti in condizioni disperate. Ovunque lacrime, choc, urla straziate. E poi polvere, tanta polvere. Comincia un'opera ininterrotta per i tantissimi soccorritori, una sorta di catena spontanea che in pochissimo tempo rimette in moto una città che stava 'chiudendo per ferie'. E inizia anche la conta della vittime: la più piccola è Angela Fresu, appena tre anni, il più vecchio Antonio Montanari di 86. Interviene anche l'esercito, mentre il silenzio irreale del centro città è squarciato senza tregua dalle sirene di ambulanze, vigili del fuoco, forze dell'ordine. Un bus Atc della linea 37 diventa simbolo di quel 2 agosto perché si trasforma in un improvvisato carro funebre che fa la spola con la Medicina legale, a poca distanza, per trasportare le salme. Le ambulanze servono invece per i vivi, che vengono smistati in tutti gli ospedali, dove rientrano in servizio medici e infermieri.

Le prime ipotesi investigative parlano dello scoppio di una caldaia, ma nel punto dell'esplosione non ci sono caldaie, e la fuga di gas viene presto scartata, per lasciare spazio alla vera causa della strage: una bomba ad alto potenziale. In stazione arriva, commosso e impietrito, il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Quella stessa sera piazza Maggiore si riempie di bolognesi, attoniti e sgomenti. Una città che si ritrova nel lutto e che da subito chiede la verità.

29.7.10

Iniziative della comunità cattolica in Ungheria a favore della popolazione rom

Una preghiera “per la riconciliazione tra popolazione ungherese e popolazione rom”. È quanto proposto per domenica prossima dalla Comunità di Sant’Egidio di Budapest.

Radio Vaticana - “Preghiamo affinché il Signore disarmi nel nostro Paese le emozioni, le parole e le mani violente, e ci insegni a convivere con i popoli d’Europa e di tutto il mondo” viene spiegato in una nota citata dal Sir. Per l’occasione verranno commemorati due anniversari: l'uccisione, nell’agosto 2009 nel villaggio di Kisléta, di una donna zingara, Maria Balog, sesta vittima degli attentati compiuti in Ungheria negli ultimi due anni contro i rom, e il 65.mo dell’olocausto degli zingari sterminati nelle camere a gas ad Auschwitz-Birkenau. Sarà mons. Janos Szekely, vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest e responsabile della pastorale dei rom della Conferenza episcopale ungherese, a pronunciare l’omelia della Messa. Il 4 agosto il presule parteciperà anche ad un altro evento dedicato ai rom nella capitale magiara: un concerto di Eucharist, gruppo di musica leggera ecclesiale. Da molti anni la Chiesa cattolica ungherese è in prima linea per l’integrazione degli zingari nel tessuto sociale, in particolare per mantenere aperte le scuole nelle campagne, in molti casi frequentate solo da bambini rom. Si stima che in Ungheria sui poco più di 10 milioni di abitanti ci siano dai 600 agli 800mila zingari suddivisi in quattro gruppi linguistici con 17 dialetti.

29.7.10

Carovana della memoria a Castelvolturno

I carovanieri incontrano il campo di volontariato di Estate Liberi! Dopo aver preso il via sabato scorso (24/07) dalla Cascina Caccia alle porte di Torino, la ''Carovana della memoria e dell'impegno'', (il viaggio dei giovani di Libera, protagonisti del Raduno che si e' tenuto poche settimane fa a Volvera.

Liberainformazione - La manifestazione è stata organizzata per ricordare le vittime delle mafie, sottolineare l'impegno dei testimoni di giustizia e visitare i beni confiscati alla criminalità organizzata) ha fatto tappa al campo di Volontariato Estate Liberi di Castelvolturno. Più di 20 ragazzi da tutta Italia che a bordo di minibus e auto son passati da Torino a Roma, Latina, Milazzo, Polistena, Isola Capo Rizzuto e oggi (28/07) hanno fatto visita al bene confiscato di Castel Volturno, per un totale di oltre 3000 km in 5 giorni.

Alla fattoria di Castelvolturno, confiscata al clan Zaza e che ospiterà la nascente cooperativa "le Terre di don Peppe Diana" la carovana ha fatto visita agli oltre duecento volontari dei campi di Libera in provincia di Caserta (oltre a quelli della cittadina rivierasca erano presenti i volontari dei campi di San Cipriano d'Aversa e di Sessa Aurunca)

"La risposta dei volontari è stata entusiasta - afferma Francesca Rispoli, tra i responsabili della carovana - ci siamo riconosciuti in un cammino di memoria e di impegno. Questi giovani sono persone che hanno un qualcosa di straordinario: rinunciano alle proprie vacanze per dare una mano e per lavorare sui beni confiscati.

Abbiamo anche incontrato persone che pur non conoscendo da vicino la nostra associazione ne erano incuriosite e la carovana è stata un modo per dimostrare loro che la rete nazionale antimafia esiste, è reale e che va sempre più ampliandosi".

Al campo i volontari della Carovana hanno portato dei barattoli contenenti terra liberata dalle mafie da Isola Capo Rizzuto ed hanno prelevato del terreno da Castelvolturno che porteranno in un altro bene a venti chilometri da Torino confiscato alla 'ndrangheta. Un gesto simbolico per dimostrare che I'Italia è anche questa: quella che resiste, che si libera dalle mafie e crea lavoro sui terreni sottratti allo strapotere dei clan attraverso le cooperative.

La 'carovana della memoria e dell'impegno’ è dedicata, quest'anno, alla memoria della collaboratrice di giustizia Rita Atria. "Rita Atria per noi è un 'segnalibro', un segnalibro importante - racconta Davide Mattiello della Carovana - Aveva appena diciott'anni nel 1992 quando a Roma gettandosi dal settimo piano decise di farla finita. E' per noi il simbolo di come la mafia uccide non solo con il tritolo ed i proiettili ma anche con la solitudine, il silenzio e l'indifferenza nella quale getta le persone che trovano il coraggio di denunciare. Rita ha avuto il coraggio di denunciare, rompendo legami mafiosi della sua famiglia e s'era affidata ad un pezzo di Stato che rispomdeva al nome di Paolo Borsellino. Quando Paolo Borsellino è morto in via D'Amelio con i ragazzi della sua scorta lei ha resistito una settimana. Poi la disperazione e la solitudine le hanno fatto fare quel terribile salto nel vuoto. Per questo per noi la memoria di Rita è importante perchè non devono più esserci persone lasciate sole in questo paese solo perchè scelgono la giustiza".

Non è mancato, infine, un ricordo della figura di don Peppe Diana il sacerdote ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994 nella sua parrocchia di Casal di Principe. "Don peppe è un testimone del proprio tempo, un cittadino, un prete, una persona normale - commenta Mattiello - che in qualche modo avrebbe voluto vivere in questo Paese che ha così tanto bisogno di verità e di giustizia ma che, allo stesso tempo, quando qualcuno chiama le cose col proprio nome prima viene insultato, poi infangato, ucciso e, da morto, calunniato perchè se ne perda la memoria.

Questa è la tecnica mafiosa che è stata utilizzata per far sì che don Peppe Diana fosse ricordato come un infame o non fosse per nulla ricordato. E chiamare questi luoghi, queste terre col nome 'le terre di don Peppe Diana' è la sconfitta più grande per la camorra. La memoria è stata ripristinata, la camorra qui ha perso"



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