31.8.10

30 agosto 2010: Giornata internazionale degli scomparsi

In occasione della 27esima Giornata internazionale degli scomparsi, Amnesty International ricorda la lotta e la richiesta di giustizia delle vittime di sparizioni forzate e delle loro famiglie

Amnesty International - Le sparizioni forzate, a cui i governi ricorrono per reprimere il dissenso, eliminare gli oppositori, perseguitare gruppi etnici, religiosi e politici, sono un crimine che si nutre del silenzio, che pone le vittime al di là della protezione della legge, celando il loro destino e nascondendo l'identità dei responsabili. Migliaia di casi di sparizioni forzate rimangono irrisolti. In Algeria, le autorità invece d'indagare su circa 8000 sparizioni forzate (dati delle associazioni che rappresentano i familiari), per mano delle forze di sicurezza e milizie parastatali durante il conflitto interno degli anni Novanta, hanno introdotto dal 1999 misure di amnistia rafforzando il clima di impunità in nome della "pace nazionale e della riconciliazione".


Nonostante gli importanti passi compiuti, in Marocco, ancora non è stata fatta luce sulle centinaia di sparizioni forzate tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Novanta, durante i cosiddetti "anni di piombo". Tra le vittime, vi sono attivisti di partiti politici, sindacalisti e agricoltori che avevano manifestato contro il governo e sostenitori dell'indipendenza del Sahara occidentale.

Parenti di vittime di sparizioni forzate mentre cercano di identificare dei corpi

Nelle repubbliche russe del Caucaso del Nord, migliaia di persone sono state vittime di sparizioni forzate.

Nella sola Cecenia, dal 1999 sarebbero tra le 3000 e le 5000; inoltre numerose sono state le segnalazioni di sparizioni forzate in Inguscezia e nel Dagestan. I familiari delle vittime non vengono informati sulla sorte dei loro cari e spesso subiscono rappresaglie e intimidazioni quando cercano di ottenere giustizia.

Chiedi al presidente russo Medvedev di porre fine all'impunità per le sparizioni forzate: firma l'appello!



Per combattere questa grave violazione dei diritti umani, il 20 dicembre 2006 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la Convenzione per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate. Perché la Convenzione entri in vigore occorrono 20 ratifiche, ad oggi ve ne sono state 19.
31.8.10

Bloccata piattaforma petrolifera nell'Artico

Attivisti di Greenpeace scalano la piattaforma petrolifera Stena Don, situata nelle gelide acque al largo della Groenlandia

GreenPeace — Le grandi compagnie petrolifere devono restare fuori dall'Artico. Perciò questa mattina all'alba quattro dei nostri esperti climber sono riusciti a scalare la piattaforma petrolifera Stena Don, situata nelle gelide acque al largo della Groenlandia. Gli attivisti sono ben equipaggiati per rimanere appesi sulla piattaforma diversi giorni. Piattaforme come questa, impegnate in esplorazioni petrolifere potrebbero far scattare la scintilla della corsa al petrolio nell'Artico, mettendo a rischio questo fragile ecosistema e il clima globale. Il disastro del Golfo del Messico ha chiaramente dimostrato che è tempo di liberarci della schiavitù del petrolio.

Se gli attivisti riusciranno a bloccare tali operazioni anche per pochi giorni sarà difficile per la compagnia britannica Cairn Energy terminare le attività di esplorazione prima dell'arrivo dell'inverno, quando le rigide condizioni ambientali renderanno impossibile ogni attività di ricerca di petrolio.

Fermare questo mostro durante le prossime settimane vorrebbe dire fermare ogni attività petrolifera nell'Artico fino al prossimo anno, un tempo che speriamo sia sufficiente a ottenere una moratoria mondiale per l'estrazione di idrocarburi in alto mare.

I climber sono partiti a bordo di gommoni provenienti dalla nostra nave Esperanza impegnata da qualche settimana in un tour nell'Artico contro le perforazioni petrolifere, mentre un'altra nave, l'Arctic Sunrise, si trova nel Golfo del Messico per svolgere analisi indipendenti sull'impatto della marea nera.
31.8.10

Congo, sul Ruanda l'ombra del genocidio

Un massacro sistematico di Hutu compiuto in Congo dalle forze ruandesi. Lo dice un rapporto Onu che ipotizza il reato di genocidio.

di Alberto Tundo

PeaceReporter - A puntare una torcia su quel pozzo buio che è diventato il Congo, si può solo prendere spavento. E infatti vengono i brividi a leggere il rapporto firmato dall'Alto Commissariato per i diritti umani dell'Onu, il primo tentativo di ricostruire e mappare la violenza consumatasi nel Paese africano tra il 1993 e il 2003. E' una parola in particolare che sintetizza tutte le atrocità elencate nelle 545 pagine: genocidio.

Non ci sono innocenti. Un paio di premesse sono necessarie prima di cominciare questo viaggio al centro della guerra: il documento redatto dall'Unhchr è solo una bozza e comunque anche nella sua forma definitiva non avrà il valore di un'indagine giudiziaria: non è quindi un elenco di prove ma, semmai, di elementi di prova sui quali si dovrà pronunciare poi un tribunale per decidere se ci sia stato un genocidio.
Nel monumentale dossier trovano posto tutti i protagonisti disonorati di quel massacro: i soldati di Angola, Ciad, Uganda, i pretoriani di Mobutu Sese Seko (padre e padrone dello Zaire, poi diventato Congo) e quelli di Laurent Kabila (che i ruandesi portarono al potere nell'ex colonia belga) e di suo figlio Joseph, le milizie Mai Mai, i paramilitari hutu dell'Interahamwe in fuga dal Ruanda e altre formazioni di macellai. D'altronde, la guerra in Congo del 1998-2003 è anche nota come Guerra Mondiale africana e vi si riversarono massacratori e saccheggiatori da ogni dove. Ma c'è un imputato in particolare che esce a pezzi dal documento: è il Ruanda. L'ombra del genocidio si allunga soprattutto su Kigali, vale a dire sul presidente Paul Kagame.

I paragrafi sul Ruanda. E' il 1994. In Ruanda si è appena consumato il genocidio dei Tutsi (800 mila morti) ad opera delle milizie Hutu che, sconfitte dall'esercito ruandese (Rpa), battono in ritirata. Una parte dei paramilitari si rifugerà in Congo dove verrà inseguita dai militari Tutsi. E' in questo contesto che matura un altro genocidio, quello di cui adesso potrebbe essere accusato il Ruanda, perché i massacri che seguirono gli assalti ai campi profughi non colpirono solo i membri dell'Interhamwe. Il rapporto insiste in molti passaggi sulle responsabilità di Kigali e dimostra come la violenza cui si abbandonò il suo esercito non è soltanto il frutto del clima di guerra ma il risultato di un piano politico diretto contro gli Hutu in quanto tali. Il paragrafo 512, ad esempio, parla di "attacchi sistematici che hanno fatto vittime nell'ordine di decine di migliaia tra Hutu di ogni nazionalità (non solo ruandesi, quindi, ndr)...la maggior parte delle vittime erano donne e bambini che non costituivano una minaccia per l'Rpa". Nel paragrafo 513 vengono esaminati i massacri di Rushturu (30 ottobre 1996) e Mugogo (18 novembre 1996): in queste due località del nord Kivu, i miliziani ruandesi separarono gli Hutu dalle altre etnie, dimostrando come la loro violenza avesse un obiettivo specifico. Nella pianura di Ruzizi, invece, furono allestite barriere per filtrare il flusso di profughi burundesi e ruandesi, in fuga dopo che i loro campi erano stati distrutti, per identificare i profughi Hutu e separarli dagli altri disperati. Il 514 contiene un elenco sterminato di villaggi attaccati dall'esercito ruandese, in cui "il massacro sistematico dei superstiti, l'uccisione di donne e bambini, gli stupri, l'uso di armi come bastoni, machete e martelli", raccontano di una violenza che non ha nulla a che fare con la guerra, tanto più che in molte località venivano convocate finte assemblee per radunare i profughi e trucidarli. Più esplicito il paragrafo 515, che descrive di assalti in cui sarebbero stati uccisi quasi esclusivamente donne e bambini, come a Kibumba, Osso, Mugunga, Hombo, Biriko, Kashusha, Shanje. Nel paragrafo 516 è descritto l'atto finale di una tremenda caccia a profughi Hutu cominciata nell'ottobre 1996 nei due Kivu e terminata con gli eccidi di Mbandaka e Wendji, il 13 maggio 1997, a duemila chilometri dai confini ruandesi: li hanno inseguiti per mesi e poi massacrati. E ad un "piano genocida" fa riferimento il 517.

Un problema politico. Ma qui la questione è solo in parte giuridica, perché qualsiasi giudizio di colpevolezza comporterà ricadute politiche e questo spiega perché il draft non si sia ancora trasformato in un documento ufficiale. Per il Ruanda, l'accusa di genocidio sarebbe un colpo tremendo. Kagame, che ha rimesso in piedi il Paese senza riuscire a pacificarlo, rischia di vedere la sua immagine di uomo dei miracoli offuscata irrimediabilmente, con la conseguente chiusura dei rubinetti delle donazioni internazionali. E la minaccia di ritorsione non si è fatta attendere, nella forma di un ritiro delle truppe ruandesi dai contingenti Onu. Per questo, la versione provvisoria del documento non piace nemmeno al Segretario Generale Ban Ki-Moon. Questo report rischia di mandare in fumo gli sforzi di Kagame di accreditarsi definitivamente come il pacificatore del Ruanda e di indebolirlo politicamente. Ipotesi che non piace nemmeno agli Stati Uniti, per i quali il presidente ruandese si è rivelato una pedina particolarmente utile nel continente. E' facile immaginare che la versione definitiva sarà quindi meno netta nelle accuse. Le ombre, però, rimangono tutte.

31.8.10

Cile, iniziata perforazione

Una potente scavatrice ha iniziato la realizzazione di un pozzo profondo 700 metri per soccorrere i 33 minatori intrappolati nelle gallerie della miniera di San José, nel nord del Cile. Una fonte governativa ha riferito che l'operazione richiedera' da tre a quattro mesi.

Ansa.it - Intanto, i minatori bloccati dal 5 agosto scorso a 700 metri di profondità in una galleria della miniera di San José, nel nord del Cile, si spostano. Il caldo e la forte umidità nella zona della galleria dove si trovano ora ha convinto gli esperti, dopo aver verificato che non ci sono problemi di sicurezza, a chiedere ai minatori di spostare il loro alloggiamento a un livello meno profondo, circa 25 metri più in basso del rifugio predisposto per le emergenze e finora non utilizzato.

Lo scavo sta avvenendo per mezzo di una gigantesca macchina perforatrice, la 'Strata 950', che dovrà 'bucare' la terra per giungere quanto prima al punto in cui gli uomini sono di fatto sepolti vivi ormai da quasi un mese, lontano dai riflettori dei media e dallo sguardo dei familiari dei minatori.

31.8.10

Gli incendi di quest’estate ispirano al Cremlino una nuova sensibilità ecologica

Medvedev ha fermato un progetto di costruzione di un tratto autostradale che prevedeva la distruzione della foresta di Khimki. Cantano vittoria i movimenti in difesa della natura, che vedono nell’accaduto nuovo spazio per la società civile.

Mosca (AsiaNews) – “Una grande vittoria della società civile, alla quale ne seguiranno sicuramente altre perché la gente inizia a credere nelle proprie forze”. Con queste parole Yevgenia Chirikova - la donna a capo del movimento che da anni si batte per la difesa della foresta di Khimki, vicino Mosca, destinata a scomparire per far posto a un’autostrada - commenta la decisione del presidente Dmitri Medvedev di interrompere i lavori. Pur non potendo parlare di vera e propria svolta ecologista del Cremlino, la vicenda segna comunque un fragoroso successo per gli attivisti che negli ultimi mesi hanno affrontato arresti, minacce e aggressioni. Dopo crescenti proteste e l’appello senza precedenti del partito di governo Russia Unita – capeggiato dal premier Vladimir Putin - Medvedev ha bloccato il progetto del famigerato ramo dell’autostrada Mosca-San Pietroburgo. Quel tracciato che prevedeva l’abbattimento del bosco di querce di Khimki (nella foto) – vicino all’aeroporto Sheremetevo - dovrà trovare un altro percorso. Anche il sindaco della capitale, Yuri Luzhkov, lo aveva già ipotizzato.

In molti si interrogano sul perché solo ora Russia Unita scopre inadeguato un progetto nato vari anni fa e appoggiato fin dall’inizio dal governo e dalla Corte Suprema. Greenpeace si dice stupita: “è impossibile comprendere come un partito di tali dimensioni e con un tale apparato non abbia notato il problema prima”. Meglio tardi che mai, conclude l’Ong ambientalista.

Il presidente russo tiene a spiegare nel suo video blog che “non c’è niente di strano” nel ripensamento. Il fatto è che “la nostra gente, compresi esponenti di partiti politici, da quello di governo Russia Unita ad altri dell’opposizione, e ancora movimenti e circoli di esperti, ritengono che serva un supplemento di analisi”. Putin finora non si è espresso sull’argomento.

Il movimento della Chirikova, Ecodefense, ipotizza che il ripensamento sia legato alla “crisi ecologica”, dopo la disastrosa estate che tra incendi, caldo e smog ha messo rilevato l’inadeguatezza di autorità e strutture in Russia. Ma forse il fattore che ha contribuito di più sono state le proteste messe in campo proprio in nome del bosco da salvare: sfociate il 22 agosto scorso in un raduno di contestazione politica nel centro di Mosca, a cui hanno partecipato 2mila persone, nonostante i tentativi delle autorità di dissuadere i manifestanti, vietando la parte musicale dell’evento. (NA)

31.8.10

Bosnia, la politica sotto il niqab

Il parlamento di Sarajevo, tra mille polemiche, vota la legge per proibire il velo integrale. Il 1 settembre 2010 il parlamento della Bosnia Erzegovina discuterà la proposta di legge dell'Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (Snds) sulla proibizione del niqab.

di Francesca Rolandi

PeaceReporter - I divieti posti ai simboli religiosi islamici sono stati negli ultimi mesi un tema attuale nei dibattiti politici di diversi paesi europei e tale tendenza, in Bosnia Erzegovina, è accentuata dalle ben note linee di divisione nazionali che affliggono il Paese dall'ultima guerra. Se entrasse in vigore, la legge del velo integrale proibirebbe alle donne che lo indossano di mostrarsi in pubblico e dunque, praticamente, di uscire di casa. A sostenere la proposta, già più volte rigettata dal parlamento federale, è il partito egemone dell'intoccabile premier della Republika Srpska (Rs, dei serbi di Bosnia) Milorad Dodik, con l'appoggio di gran parte dell'opinione pubblica dell'entità a maggioranza serba, giustificando come una misura di sicurezza la proibizione di indossare un abbigliamento che impedisca l'identificazione del soggetto. Si menziona il pericolo del terrorismo, rafforzato dall'attentato alla stazione di polizia di Bugojno del 27 giugno.

Tuttavia, fino ad oggi, in Bosnia Erzegovina l'unico delitto accertato commesso da una donna indossante il velo integrale è il furto di 500 euro compiuto in una sala scommesse della provincia bosniaca da una donna sconosciuta in niqab, approfittando di una disattenzione dell'impiegata. Lo stesso Snds, inoltre, ha impedito l'approvazione di una legge che proibiva tutte le organizzazioni di fasciste e neonaziste, tra cui sarebbero state comprese quelle di ispirazione cetnica (nazionalista serba), sulla cui natura le polemiche sono roventi.
In realtà secondo il principio di continuità, sarebbe ancora in vigore la proibizione di indossare i tradizionali veli bosniaci sanzionata da una legge della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia nel 1950 che, ispirandosi a principi completamente diversi, avversava i "secolari segni di sottomissione e arretratezza delle donne musulmane" e puniva penalmente chi che avesse costretto una donna a portarli.

Che la proibizione del velo integrale violerebbe i diritti umani di coloro che per scelta lo indossano è opinione condivisa dalle associazioni per i diritti umani bosniache e dai partiti bosgnacchi (nazionalisti musulmani bosniaci) che hanno già respinto le precedenti proposte provenienti dalla Rs e si preparano a farlo ancora il 1 settembre. I membri croati, invece, si sono astenuti. In occasione dell'ultima votazione della Commissione per i diritti umani, del 27 luglio scorso, si sono svolte delle proteste pacifiche di fronte al parlamento, guidate da donne indossanti il niqab che hanno indirizzato una lettera ai parlamentari nella quale l'eventuale accettazione della proposta di legge veniva bollata come un passo sulla strada del fascismo. Le attiviste hanno esposto dei cartelli nei quali dichiaravano il niqab una loro scelta e un loro diritto. A guidarle Nadja Dizdarevic, attivista per i diritti umani divenuta famosa al largo pubblico per la sua opera in difesa del marito algerino detenuto a Guantanamo, il 28 luglio scorso si è presentata a volto coperto nel Parlamento mentre si discuteva della questione e in tal modo ha provocato scompiglio tra i parlamentari del Snds fino alla sospensione della seduta.

Se la situazione parrebbe speculare alla mappa etnica della Bosnia Erzegovina, però, all'interno della Federazione (che con la Rs forma lo stato) uno spicchio dell'opinione pubblica guarda con sospetto alla presenza dei "nuovi musulmani" dalle barba lunghe e dai pantaloni fino alla caviglia - in parte di origine bosniaca, in parte ex combattenti stranieri nella guerra degli anni '90, le cui mogli indossano il velo integrale -, fedeli dell'Islam wahabita o salafita. Costoro vengono spesso percepiti come un corpo estraneo alla società, portatore di tradizioni religiose estranee alla penisola balcanica, verso il quale i vertici religiosi e politici bosgnacchi si sarebbero rivelati troppo tolleranti, come è stato accusato da più parti dopo l'attentato di Bugojno. Se la questione esistente ed è scottante, lo è altrettanto il rischio di giudicare una persona non dalle sue azioni ma dalla categoria a cui la sua apparenza lo riconduce.

31.8.10

Rom, per la comunità di Sant'Egidio serve sopratutto umanità

"L'antigitanismo attraversa con insistenza le menti nei tempi di crisi e indica gli zingari come bersagli designati della paura.(…) Non aiutano i provvedimenti eclatanti che si stanno prendendo in altri paesi, magari tecnicamente nel rispetto delle leggi, ma con un grave segnale culturale: quello che incoraggia a dare la colpa della crisi e a cercare la soluzione sempre nell'allontanamento dell'altro".

Agenzia Misna - E' la valutazione fatta dalla Comunità di Sant'Egidio in un comunicato diffuso a pochi giorni dalle controverse espulsioni di rom disposte dal governo francese ma anche del rogo avvenuto in un campo per nomadi di Roma, nel quale è morto un bambino di tre anni, Marius. "Questo tipo di provvedimenti dà sicurezza all'istante ma alla lunga incoraggia intolleranza, divisione sociale, caduta del senso di umanità" aggiunge la nota, che ricorda come in Italia gli zingari sono circa 150.000, di cui quasi la metà cittadini italiani, l'altra metà romeni e una parte restante ex-jugoslavi. Suggerendo l'introduzione di "un permesso di soggiorno umanitario di lungo periodo per rimettere diverse migliaia di persone in un circuito di legalità", la Comunità di Sant'Egidio, con sede a Roma, sottolinea una contraddizione giuridica: "Sono in Italia da tre generazioni, non possono essere espulsi ma non hanno nemmeno i documenti per restare perché il loro paese si è dissolto e i loro documenti non esistono più o non sono più validi" si legge ancora nel comunicato, e per di più "i nati in Italia non possono avere nessun documento". Vittime a centinaia di migliaia nei campi di sterminio durante la Seconda guerra mondiale, non solo "non sono mai stati rimborsati con una terra, con un senso di debito e di simpatia da parte del reste della popolazione" ma oggi in Italia gli zingari "sono persone con una speranza di vita di tre decenni più bassa del resto degli italiani", che sopravvivono "al di sotto delle condizioni di umanità minime". La Comunità di Sant'Egidio chiede di "uscire dal clima surriscaldato" che si è creato per trovare "soluzioni vere" invece di "aumentare la divisione caricaturale tra buonisti e cattivisti". Per entrare in una fase di 'legalità' ma anche di 'umanità' nei confronti dei rom, vengono suggeriti la sospensione degli sgomberi dei campi abusivi o degradati in assenza di una soluzione alternativa e un impegno per la scolarizzazione generalizzata dei bambini (che rappresentano la metà della popolazione rom, ndr) e per l'inserimento dei più grandi nel mondo del lavoro. Per la Comunità di Sant'Egidio è giunta l'ora di affrontare la "questione zingari" non più come una "spesa emergenziale" ma con interventi strutturali tesi a "ridurre la povertà cronica e la marginalità delle nuove generazioni".

30.8.10

Gmg di Madrid 2011. Mons. Cesar Franco ai giovani: Cristo non smette di cercarvi

“In ogni Gmg viene meno il mito che i giovani non vogliono saperne di Cristo né della Chiesa”. Lo ha detto mons. César Franco, vescovo ausiliare di Madrid e coordinatore generale della Giornata Mondiale della Gioventù 2011, in una intervista resa nota dall’Ufficio comunicazioni sociali della Gmg di Madrid, a meno di un anno dalla celebrazione dell’evento.

Radio Vaticana - Per il presule – riferisce l’agenzia Sir - “ci sono molti motivi per partecipare alla Gmg. Direi a un giovane che con la sua presenza la Chiesa è più giovane e lui ‘più Chiesa’. L'incoraggerei a partecipare affinché vivesse in pienezza il fatto di essere ‘cattolico’, universale. Se è credente, l'inviterei a condividere la sua fede e la sua vita con gli altri; se è credente a metà, per partire di qui più fortificato; se crede poco, perché sono sicuro che Cristo passerà vicino a lui, lo guarderà, l'amerà e aumenterà la sua fede. E se non crede, affinché apra la porta a Cristo che non smette di cercarci”. Che impatto avrà la Gmg sulla Chiesa spagnola? Mons. Franco, pur dichiarando di “non essere un profeta”, crede che la Chiesa in Spagna “uscirà fortificata ed animata dalla testimonianza dei giovani che, nonostante le difficoltà ambientali, seguono Cristo, si fidano di lui e cercano di essergli fedeli. In tutti i posti dove si è celebrata la Giornata Mondiale della Gioventù, la Chiesa ha recuperato fiducia in se stessa”. Alla Gmg “ogni paese apporta la sua propria ricchezza, la sua storia, la sua tradizione. La fede è una, indubbiamente, ma ogni popolo apporta alla fede la propria particolarità, il suo proprio vissuto. In Spagna, per esempio, la Settimana Santa si vive” anche “per strada, con le processioni. Abbiamo un bel patrimonio artistico”, come i cosiddetti “passi” (gruppi scultorei con i momenti della passione di Cristo), che “vogliamo mostrare nella grande Via Crucis che presiederà il Papa. La Spagna è anche un Paese di ricca tradizione eucaristica e mariana. Nella Veglia dei giovani, sarà mostrata l'Eucaristia nella custodia di Arfe” messa a disposizione dalla diocesi di Toledo. Sono esempi che mostrano come la Spagna sia “una nazione di ricca e feconda tradizione cattolica dalle origini del cristianesimo”. Secondo mons. Franco le Gmg “lasciano nei posti dove si celebrano ‘il buon odore di Cristo’. È un'esperienza comune che la gente, anche chi non crede, rimane colpita per l'allegria dei giovani, per il loro buon modo di agire”. Le diffidenze iniziali “spariscono presto e cedono il passo a una simpatia generalizzata”. I giovani vengono “come pellegrini alla ricerca” di “Dio, Cristo, la vita eterna”. E “questo è l'impatto che mi piacerebbe che lasciassero i giovani a Madrid, quello di una gioventù che cammina verso Dio lasciando al suo passaggio il buon odore di Cristo”.
30.8.10

Niger: 200 mila senza tetto per le inondazioni. E' allarme alimentare

In Niger, già afflitto da mesi da una grave crisi alimentare, sono quasi 200 mila le persone rimaste senza tetto a causa delle inondazioni causate dalle piogge che dai primi di agosto flagellano il Paese del Sahel.

Radio Vaticana - Le inondazioni, provocate dallo straripamento del fiume che dà il nome al Paese, - riferisce l'agenzia Sir - hanno colpito tutte le otto regioni del Niger. E’ quanto si legge in una nota dell’Ocha (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) diffusa ieri. L’agenzia delle Nazioni Unite parla di “29.252 nuclei familiari sinistrati per un totale di 198.742 persone colpite" dalle inondazioni; il doppio rispetto alla settimana precedente. Secondo l’Ocha, infatti, lo scorso 23 agosto il bilancio dei senzatetto era di circa 100 mila persone. Secondo l’agenzia Onu “si tratta di perdite molto gravi per popolazioni che non si sono ancora riprese dagli effetti della crisi alimentare, nutrizionale e della pastorizia". Di qui l’appello: “Il Paese ha urgente bisogno di quasi 10 mila tonnellate di aiuti alimentari, di 60 mila tende e di 34 mila zanzariere”.

30.8.10

In Cisgiordania proteste contro il muro, feriti e arresti

Almeno tre persone sono rimaste ferite in Cisgiordania durante proteste contro il muro di separazione israeliano

Agenzia Misna - Alle proteste, in diverse zone della Cisgiordania, hanno partecipato decine di palestinesi, israeliani e attivisti stranieri. Tra le vittime, secondo la stampa locale ci sarebbero un israeliano e un cittadino americano, rimasti intossicati dal fumo dei lacrimogeni sparati dagli agenti israeliani. A Bilin, a ovest di Ramallah, un dimostrante palestinese è rimasto ferito da un proiettile di gomma, mentre a Naalin per disperdere i manifestanti, dopo una sassaiola, sono intervenute le forze di sicurezza israeliane e sette manifestanti sono stati arrestati. I dimostranti hanno denunciato inoltre l’arresto di un fotografo palestinese e uno israeliano e di cinque membri del personale paramedico della Mezzaluna Rossa. Da tempo il Venerdì a Bilin e Naalin si riuniscono gli attivisti per contestare la costruzione di quello che numerose associazioni per i diritti umani hanno definito “il muro della vergogna”, anche allo scopo di bloccare la confisca di terreni palestinesi, espropriati per realizzare la barriera.

30.8.10

Il fungo che controlla la mente

Un fungo della specie Ophiocordyceps altera il comportamento delle formiche per potersi propagare in modo più efficiente

di Federica Sgorbissa

OggiScienza - Gli zombie esistono, e vivono sulla Terra da almeno 48 milioni di anni. Così spiegano David Hughes, Torsten Wappler, e Conrad C. Labandeira su “Biology letters”, dopo aver esaminato un fossile di foglia rinvenuti a Messel in Germania. C’è un fungo della specie Ophiocordyceps che letteralmente controlla la mente di certe specie di formica, per esempio la Camponotus leonardi (che si vede nella foto). Sembra la trama di un film di fantascienza degli anni 50: quando l’insetto viene infettato, esce dalla colonia, vaga nella foresta fino a che incontra una foglia, la morde in una nervatura e muore. In questo modo crea le condizioni ideali per far crescere il carpoforo del fungo (il corpo fruttifero, la parte che normalmente possiamo vedere del fungo) proprio sul cadavere della malcapitata. Secondo i tre scienziati questo macabro esempio di parassitismo esiste da un bel po’ di tempo. I morsi che la formica lascia sulla foglia prima di morire hanno infatti un’impronta caratteristica, facilmente riconoscibile, e Hughes e colleghi hanno trovato parecchi di questi segni su una foglia fossilizzata, vecchia di quasi 48 milioni di anni. Sulla foglia sono presenti ben ventinove impronte, fatte da almeno sette formiche. Secondo i tre questo prova che il fungo (o un suo antenato) attuava questo controllo della mente in tempi molto antichi.

30.8.10

Trentenne di Viareggio muore in galera in Francia

del nostro collaboratore redazionale Stefano Buso

Daniele Franceschi, 31 anni, carpentiere di Viareggio, è morto in un carcere francese. Da ciò che si legge dalle agenzie era un ragazzo forte e pieno di salute. “Era”, perché è morto in circostanze misteriose nel carcere di Nizza. Nizza, in Francia, a pochi chilometri dall’Italia. Non stiamo parlando di un carcere nella lontana Thailandia o in Turchia. Discutiamo di una struttura di detenzione in un Paese confinante, e soprattutto comunitario.
Sembrerebbe che da oltre cinque mesi il ragazzo attendesse il processo, lamentandosi con la famiglia di non essere trattato particolarmente bene... cosa che avviene spesso in gattabuia! Il reato a lui ascritto era legato all’uso di una carta di credito clonata, secondo la versione fornita delle autorità francesi. Durante questi mesi la famiglia ha avuto pochissime possibilità di visitare il proprio congiunto e, quando ciò è avvenuto, le limitazioni da parte della dirigenza carceraria non sono mancate.

In questa sede non si discute sulla colpevolezza o l’innocenza della vittima. Ci sono i tribunali preposti a fugare eventuali dubbi, a emettere le sentenze di assoluzione o condanna. Viene però da chiedersi come mai un nostro connazionale sia rimasto dietro le sbarre per 150 giorni, parcheggiato come se si trattasse di un pacco giacente in un magazzino. Tutto ciò è vergognoso, fuori dalla concezione del diritto. Il caso specifico rasenta dinamiche in contrasto con le convenzioni di detenzione internazionali, e offende la dignità umana. In sé, è un provvedimento restrittivo, pesante e ingiustificato.

Riflettendo, molti episodi analoghi scivolano dinnanzi a noi ogni giorno, leggendo i giornali o guardando la televisione, tuttavia sono più frequenti in nazioni lontane, non comunitarie, dove è dura per chiunque far prevalere diritto e verità. È pur vero che non è la prima volta che i francesi in situazioni simili, seppur isolate, hanno palesato una sorta di “ durezza” verso gli italiani. Vecchi dissapori o… antica ruggine? Assurdo comunque generalizzare, colpevolizzando un popolo che in passato ha dato prova d’esser garantista e tollerante.

Resta il fatto che Daniele Franceschi è morto nelle patrie galere francesi in attesa di condanna e in circostanze poco chiare. La causa della sua fine dovrà essere appurata, e soprattutto resa pubblica alla stampa. È palese che non occorre oltrepassare il globo per marcire in qualche fetida galera. In passato, nel mondo, ci sono stati problemi con qualche nostro connazionale trovato “in possesso” di farmaci prescritti legalmente, ansiolitici piuttosto che betabloccanti e persino l’insulina per i diabetici, e per questo messi al gabbio. In effetti, è dura da accettare, ma in più di qualche realtà una volta incarcerati ogni speranza di sopravvivere o quantomeno di subire un processo in tempi ragionevoli si volatilizza. E sul fronte della diplomazia il nostro governo come si è mosso in questo caso? Soprattutto, era stato informato nei dettagli?

Tante, troppe domande allo stato attuale senza risposta. La cronaca dei prossimi giorni forse offrirà qualche spiegazione ufficiale, o una cruda verità, una delle tante. Per il momento il bollettino è questo, e non è dei migliori…
30.8.10

In uscita un libro sul Festival Francescano

Sarà presto nelle librerie un libro, edito da Pazzini, sulla prima edizione del Festival Francescano

La prima edizione del Festival Francescano (a Reggio Emilia il 25, 26 e 27 settembre 2009) non solo suscitò grande interesse nel pubblico (si registrarono infatti 25.000 presenze) ma rappresentò anche una tappa fondamentale nell’evoluzione degli studi francescani, grazie soprattutto al contributo di intellettuali di riconosciuta fama. Frate Dino Dozzi, tra i più importanti biblisti in Italia e Presidente del Festival 2009, ha voluto raccogliere alcune delle lezioni in un libro, dal titolo “In piazza, a braccia aperte”, edito da Pazzini, che sarà disponibile in anteprima durante il Festival Francescano di quest’anno (a Reggio Emilia l’1, 2 e 3 ottobre) e da ottobre in tutte le librerie. Il volume è suddiviso in tre parti. Nella prima viene raccontata la straordinaria esperienza del Festival 2009, organizzato dai Frati Minori Cappuccini dell’Emilia-Romagna. La seconda, più corposa, raccoglie alcune conferenze. Esse rendono l’’idea della ricchezza culturale e spirituale con cui è stato affrontato il tema della “novità di Francesco e del francescanesimo”. Storici come Franco Cardini, filosofi come Orlando Todisco, teologi come Pietro Maranesi, psicoterapeuti come Giovanni Salonia, economisti come Stefano Zamagni, francescani come padre Berardo Rossi, francescane come suor Gabriella Bortot, francescani secolari come Giuseppe Failla e Fabio Fazio, esperti di arte come Roberto Filippetti, o di cinema come Lucio Saggioro. Tutti hanno saputo “esporsi” in piazza e attirare l’attenzione riconoscente di tante persone. Nella terza parte vengono presentate alcune interviste al pubblico e un resoconto su come il Festival ha curato la comunicazione ed è stato recepito dagli organi di informazione. Un’ultima sezione fotografica richiama i momenti più emozionanti della manifestazione.

“No, non sono Atti veri e propri, è solo la continuazione di un’esperienza bella, che ha coinvolto profondamente noi organizzatori per primi, meravigliandoci per l’accoglienza straordinaria che la gente ha riservato a un’idea un po’ pazza sulla quale abbiamo scommesso e che un po’ di corsa abbiamo concretizzato - commenta frate Dozzi - Ci è sembrato un peccato terminare quell’esperienza alla fine dei tre giorni, e allora si è pensato di prolungarla e di allargarla in qualche modo anche a chi materialmente non era presente in piazza a Reggio Emilia nei giorni 25-27 settembre 2009”.

“E poi è venuto il via libera di tutti i responsabili del numeroso e variegato mondo francescano maschile e femminile della regione per una seconda edizione del Festival - continua Dozzi - Ancora a Reggio per il 2010, spostandosi poi in seguito in altre città: l’itineranza è tipica di questo nostro mondo francescano, un po’ pazzo e un po’ profetico. La stabilitas certo offrirebbe vantaggi, non per nulla i vari Festival che nascono in tutt’Italia sono legati ad una città ma, come detto, da Francesco in poi, sono l’itineranza e la novità di incontri sempre nuovi a caratterizzarci, più che la logica dei vantaggi”.

“Un libro sul Festival numero zero, che esce a in occasione del Festival numero uno, serve anche come collegamento tra la prova generale del 2009 e quello più ufficiale e comunitario del 2010 - conclude il frate - Un po’ come nel Testamento di san Francesco, il ricordare serve anche a riproporre, o almeno a suggerire. Si tratta di un libro di spiritualità. Una spiritualità di incontro, di fraternità, offerta con semplicità a tutti in piazza”.
30.8.10

Italiani si diventa. Unità, federalismo, solidarietà

Il 43° incontro nazionale di studi delle Acli, dedicato ai 150 anni dell'Unità nazionale

Roma - Si terrà a Perugia dal 9 all'11 settembre il tradizionale Incontro nazionale di studi delle Acli, dedicato ai 150 anni dell'unità d'Italia. Italiani si diventa. Unità, federalismo e solidarietà è il titolo dell'appuntamento giunto alla sua 43^ edizione. Più che «valorizzare una ricorrenza istituzionale», alle Acli «sta a cuore risvegliare il senso civico e il sentimento di appartenenza ad una storia che parla anche di noi», perché «l'identità deve essere assunta pienamente e consapevolmente». «Molti segnali - continuano le Acli - mostrano come l'Italia sia ancora alle prese con profonde trasformazioni che interessano la sua stessa identità di "popolo", di "nazione" e di "patria".
Abbiamo dunque davanti a noi un'occasione preziosa per sanare la rimozione collettiva che ancora oggi circonda la nascita dello Stato unitario e che coinvolge tutti: Nord e Sud, destra e sinistra, cattolici e laici, nativi e nuovi italiani».

Non un amarcord, dunque, ma «un'occasione per ripercorrere la storia del nostro Paese e meditare sul suo futuro». A ciò serviranno le quattro sessioni tematiche che scandiranno i giorni di Perugia: L'eredità e il debito, «perché l'unità nazionale è un patrimonio ideale, ma è anche un compito di responsabilità» (Mons. Giancarlo Bregantini, Andrea Riccardi, Gian Antonio Stella, Ilaria Buitoni Borletti); I vincoli e i talenti, per ragionare sulle prospettive per l'Italia «ma anche sulle risorse che abbiamo a disposizione per realizzarle»; Storie e storia d'Italia, tra memoria e speranza, per ascoltare testimoni di un Paese «che ha sofferto ma che non si arrende» (Rita Borsellino, Agnese Moro, Franco La Torre, Stefania Grasso, Rosa Calipari); infine Le sfide che possono unire gli italiani, un'agenda di iniziative per il federalismo solidale, l'integrazione interculturale degli immigrati, la via italiana alla laicità, lo sviluppo del terzo settore (Aldo Bonomi, Gianfranco Viesti, Giorgio Campanini, Mons. Vincenzo Paglia, Enrico Letta).

Il programma dettagliato sul sito web delle Acli. I giornalisti interessati a seguire il convegno sono invitati ad accreditarsi tramite l'ufficio stampa.
30.8.10

Riflessioni sullo sviluppo responsabile al Monastero di Siloe

In occasione della 5° giornata per la Salvaguardia del Creato, il Centro Culturale San Benedetto, Greenaccord e Coldiretti organizzano un convegno per riflettere sul ruolo delle persone di buona volontà nel perseguire la via dello sviluppo responsabile. L’unica in grado di garantire un futuro alla Terra.

Grosseto - “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il Creato” ammoniva Benedetto XVI nel suo messaggio per la 43° giornata mondiale della Pace. Un appello che faceva seguito ad altri moniti in favore dell’accesso delle fasce più povere della popolazione mondiale alle risorse ambientali, comprese quelle fondamentali come l’acqua, il cibo e le fonti energetiche. Un messaggio forte, ripreso dalla Cei per la 5° giornata per la Salvaguardia del Creato, che si celebra il 1° Settembre: “È impossibile parlare oggi di bene comune senza considerarne la dimensione ambientale, come pure garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona trascurando quello di vivere in un ambiente sano. Si tratta di un impegno di vasta portata, che tocca le grandi scelte politiche e gli orientamenti macro-economici, ma che comporta anche una radicale dimensione morale: costruire la pace nella giustizia significa infatti orientarsi serenamente a stili di vita personali e comunitari più sobri, evitando i consumi superflui e privilegiando le energie rinnovabili”.

Per dar seguito a tali appelli, il 5 settembre nel Monastero di Siloe di Poggi del Sasso (Grosseto) si terrà il convegno “Custodisci questa Terra”, una giornata di riflessione sul tema dello sviluppo sostenibile, che si inserisce fra le attività promosse dal monastero per la giornata della Salvaguardia del Creato.

L’incontro, organizzato dal Centro Culturale San Benedetto, in collaborazione con l’associazione d’ispirazione cristiana Greenaccord e la Coldiretti, affronterà il tema dell’esigenza del superamento dello sviluppo “sostenibile” per passare a quello dello sviluppo “responsabile”, cogliendone gli aspetti morali, sociologici, economici e giuridici.

“Sviluppo sostenibile – spiega Alfonso Cauteruccio, segretario generale di Greenaccord – vuol dire che lo sviluppo economico attuale non deve mettere in pericolo le possibilità di crescita delle generazioni future, ma, per i cristiani, la sostenibilità deve assumere un carattere di «responsabilità» nei confronti del creato e dell’umanità intera soprattutto in vista di un’equa destinazione universale dei beni del creato e di un nuovo umanesimo basato sulla solidarietà e sul bene comune. Infatti, le politiche ambientali devono essere ispirate oltre che all’obiettivo di preservare l’ecosistema anche ad elevare la qualità della vita umana e il concetto di sostenibilità responsabile esige che le dinamiche di produzione e di consumo siano informate ad un principio di solidarietà: i frutti della terra e della creazione devono essere amministrati secondo giustizia e devono essere messi a disposizione anche delle prossime generazioni”.

Dopo i saluti del segretario generale di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio, e di Padre Stefano Piva, della Comunità di Siloe, al convegno interverranno Giovanni Maria Fara, presidente di Eurispes, Laura Castellucci, docente di Economia delle Risorse naturali all’università romana Tor Vergata, Francesco Adornato, professore ordinario di diritto agrario comunitario e internazionale all’università di Macerata e Gianni Salvadori, assessore all’Agricoltura della Regione Toscana.

I lavori, coordinate da Stefano Masini della Coldiretti, saranno poi conclusi dall’intervento del vescovo di Grosseto, Franco Agostinelli.

Ai presenti sarà infine offerto un buffet realizzato dai soci Coldiretti, con prodotti a chilometri zero.
30.8.10

Paura a Sumatra, vulcano attivo dopo 400 anni, migliaia gli sfollati

Allarme e paura nell'isola indonesiana di Sumatra, dove il vulcano Sinabung è tornato ad eruttare dopo 400 anni, proiettando una colonna di cenere di 1500 metri d’altezza.

Radio Vaticana - Il Sinabung, alto 2500 metri, aveva ripreso l'attività nella giornata di venerdì scorso. L'allerta si è improvvisamente intensificata la notte scorsa e le autorità hanno predisposto l’evacuazione di circa 12 mila persone da 17 villaggi della zona, durante la quale due anziani sono morti per un attacco di cuore. I lapilli e la lava hanno intanto mandato in fumo quasi 4000 ettari di foreste e terreni agricoli. L'Indonesia è situata sulla cosiddetta "cintura di fuoco" del Pacifico ed è il Paese con più vulcani attivi al mondo. Solo il mese scorso, ci sono stati quattro dispersi in seguito all'eruzione sul monte Karangetang, nella remota isola di Siau.
29.8.10

Lettura e scrittura ai tempi di Gesù

Oggi la Bibbia è ampiamente disponibile in un solo volume, facile da leggere e spesso abbastanza piccola per adattarsi a una tasca.

Custodia.org - Spesso non si comprende il vantaggio che si ha di potersi confrontare con persone che vissero nel primo secolo. La forma consueta del libro di allora era il rotolo di pergamena; un libro con le pagine, il codice, in quel tempo era usato in genere per prendere annotazioni. Si sviluppò nella forma di libro comune nel corso dei successivi due o tre secoli. Questo significa che un ebreo, possessore di una Bibbia al tempo di Gesù, finiva per avere una bracciata di rotoli. Dal momento che ogni copia era scritta a mano, i libri non erano economici, sebbene non avessero un costo esagerato. Per scrivere una copia di un libro corposo come quello di Isaia uno scriba professionista poteva impiegare più o meno tre giorni di lavoro, così il prezzo del rotolo doveva coprire il salario e il costo dei materiali. E’ tuttavia impensabile che fossero in molti gli ebrei che avessero una copia di tutte le Scritture, ma, stando a Luca 4, un piccolo borgo come Nazaret aveva una copia di Isaia nella sua sinagoga, dove senza dubbio si conservavano i rotoli della Torah e, probabilmente, il resto della Bibbia ebraica.

Luca scrive che a Nazaret Gesù lesse brani dal libro di Isaia, mentre le frequenti citazioni nel suo Vangelo della Scrittura mostrano che ne aveva familiarità. Il solo episodio nel quale Gesù è colto nell’atto di scrivere è quello dell’adultera, quando incomincia a scrivere sul terreno col dito (Gv 8,1-11).

Qual era la situazione nella Palestina del primo secolo? Quanto era diffusa la scrittura? Normalmente gli studiosi del Nuovo Testamento pensano che i Vangeli furono scritti circa nel 70 d.C. o poco più tardi, dopo la caduta di Gerusalemme. Una ragione per cui furono scritti si pensa che sia stata la volontà di evitare l’eclisse delle testimonianze oculari. Fino a quel momento, molto di quanto si conosceva delle parole e degli atti di Gesù dipendeva dalla tradizione orale: la gente raccontava oralmente ciò che aveva ascoltato e visto.

Di sostiene che la scrittura fosse riservata agli affari di governo e ai circoli religiosi e non avrebbe avuto spazio presso la classe contadina di Galilea. La teoria secondo cui la scrittura era nelle mani di una élite di professionisti istruiti e che la lettura richiedeva un’istruzione approfondita, un privilegio di pochi, non è del tutto vera. Le scoperte archeologiche e altre prove mostrano infatti il contrario, che leggere e scrivere erano attività diffuse nella Palestina del tempo di Gesù. Non è detto, naturalmente, che tutti sapessero leggere e scrivere, e che coloro che sapevano leggere erano anche in grado di scrivere.

La scoperta più importante del ventesimo secolo in questa zona è stata certamente quella dei Rotoli del Mar Morto. Qui sono state trovate dozzine di libri scritti e usati dai membri di una setta religiosa ebraica ristretta esistita tra il primo secolo a.C. e il primo d.C. Questa scoperta ha permesso di conoscere il costume di copiare con assiduità le Scritture sacre e altri libri, e nello stesso tempo la procedura della creazione di nuovi testi.

Torniamo ai Rotoli. E’ stata l’estrema aridità della regione che ne ha reso possibile la conservazione, sebbene alcuni si siano gravemente danneggiati. Le particolari condizioni ambientali hanno conservato in nascondigli documenti dei tempi della seconda rivolta ebraica, capeggiata da Bar Kochba nel 132-135 d.C. Gruppi di rifugiati presero con sé questi documenti, quando cercarono riparo nelle appartate grotte vicine al Mar Morto, più a sud dell’area di Qumran dove sono stati rinvenuti i Rotoli.

Furono trovati alcune parti di rotoli della Bibbia e anche diverse lettere e atti legali. Alcune lettere sono di Bar Kochba o indirizzate a lui. Un archivio, appartenente ad una donna, si è conservato in un antico otre da vino. Gli atti sono scritti in greco e aramaico, riguardano la proprietà di beni, debiti, accordi matrimoniali e di divorzio. Alcuni di questi sono riconducibili alla metà del primo secolo o appena più tardi e così illustrano il genere di documenti legali che venivano scritti nel periodo del Vangelo. Un atto di divorzio è simile in molti elementi alla tradizionale ketubah ebraica (accordo prematrimoniale) e anche ad un atto di divorzio tra due idumei del secondo secolo a.C., scritto su un frammento di vaso rinvenuto a Marisa in Giudea. Al di fuori della Valle del Giordano e del deserto del Mar Morto, di documenti su papiro in Palestina non ne sopravvivono: si sono consumati nel suolo umido. Il fatto che non siano stati scoperti non significa che non siano esistiti. La registrazione di un debito tra i documenti della seconda rivolta può servire da esempio per le annotazioni del debito che Gesù aveva in mente quando raccontò la parabola dell’amministratore infedele che ordina al creditore del suo padrone: “Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito” metà dell’importo (Luca 16,6-7). La possibilità che uomini comuni si comportassero in questo modo è un dato assodato. Anche se la gente in genere non sapeva scrivere, aveva nozione della scrittura e a volte si confrontava con essa e con il suo potere.

Giuseppe Flavio riferisce che, quando scoppiò la prima rivolta, uno dei principali obiettivi dei ribelli fu di bruciare un edificio di un archivio a Gerusalemme che conservava documenti riguardanti debiti (Guerra Giudaica 2.247). I ribelli sapevano che quelle registrazioni avrebbero potuto danneggiarli. I testi legali del secondo secolo provenienti dalle grotte di Bar Kochba ne comprendono diversi che sono firmati dallo scriba di turno e da testimoni. Alcuni di questi firmavano con una scrittura fluida e semplice, altri con lettere elaborate; lo scriba firmava a nome di qualcuno che non sapeva scrivere. Le tavolette di legno, rivestite di cera, costituivano nell’impero romano un supporto molto diffuso per la scrittura. Ne sono state portate alla luce esemplari in vari luoghi del mondo romano, dove favorevoli condizioni hanno evitato che il legno si deperisse.

Di recente ha attirato l’attenzione un altro tipo di tavoletta in legno, composta da assicelle fini come sottili fogli di legno, su cui potevano essere scritti appunti e messaggi. Ne sono state scoperte centinaia presso la fortezza di Vindolanda sulle mura di Adriano. Erano state sepolte all’inizio del secondo secolo. Tutte le truppe nell’esercito le usavano, dal comandante della guarnigione e sua moglie agli uomini della fanteria e agli schiavi. Una parte di questo genere di tavoletta è stata trovata anche tra i manoscritti di Bar Kochba.

Benchè non fosse possibile che gli scritti su papiro, pelle e legno si conservassero nella maggior parte dei luoghi – gli archivi dell’antica città di Roma, per esempio, sono andati perduti – in alcuni invece sono arrivati fino a noi insieme ad altri tipi di scritti. In Palestina vengono rinvenute centinaia di piccole monete in bronzo coniate dai sovrani ebrei nel primo secolo a.C. Quelle coniate da Alessandro Ianneo recano il suo nome e i titoli scritti in ebraico e greco o ebraico e aramaico. Le monete di Erode e i sui figli hanno solo leggende in greco, e lo stesso vale per le monete dei governatori romani. Ogni ebreo osservante pagava la tassa annuale di mezzo shekel al tempio, e le autorità del tempio chiedevano che fosse pagata in monete d’argento di Tiro, che pure recavano parole in greco. Quando esplose la prima rivolta, i ribelli impressero le lettere dell’ebraico antico sulle loro monete. Nel primo secolo la diffusione del greco insieme all’aramaico e all’ebraico appare evidente anche dagli avvisi pubblici scritti in greco affissi a Gerusalemme.

Gli scritti sopravvivono in una seconda fonte della Palestina di Erode: le sepolture. Nella Gerusalemme del primo secolo, era consueto lasciare il corpo di un familiare nella tomba di famiglia per un anno e poi raccogliere le ossa e riporle in un contenitore, un ossuario. Questo costume faceva guadagnare spazio nella tomba. Gli ossuari di legno si sono decomposti; molti erano in pietra e si sono conservati. Sulle pareti di numerosi ossuari di pietra venivano incisi i nomi dei defunti con un oggetto appuntito, forse un chiodo, o vi erano scritti con un carboncino. I pochi nomi e titoli rimasti costituiscono un affascinante studio. Sono registrati la maggior parte dei nomi propri presenti nei Vangeli, fornendo la prova che quelli erano nomi comunemente usati nel primo secolo. Le forme con cui appaiono scritti fanno capire che questi graffiti non erano, per la gran parte, opera di scribi professionisti, ma venivano scritti per iniziativa dei familiari che si preoccupavano di identificare i loro congiunti.

I papiri, la pelle per i rotoli, le tavolette e i fogli di legno erano preparati per servire da supporto alla scrittura, ma si trovava un tipo di materiale gratuito e facilmente reperibile: i frammenti di ceramica. Il vasellame antico era costituito di solito da semplice terracotta che si rompeva facilmente. I pezzi erano sparsi per le strade, nei cortili delle città e dei villaggi, quindi abbondavano pezzi di carta gratuiti. Si poteva abbozzare un appunto o un messaggio su un coccio raccolto per strada e poi buttarlo via. L’alfabeto ebraico rinvenuto su un frammento a Khirbet Qumran ne è un buon esempio.

Nel corso degli scavi a Masada sono stati trovati molti pezzi in ceramica e ostraca con iscrizioni lasciati dai ribelli ebrei che resistettero contro i romani fino al 73 d.C. Ci sono annotazioni in greco circa le provviste di orzo e in ebraico per la distribuzione del pane. Nelle liste di persone appaiono “i gadareni” e “Bar Gesù”. Dei piccoli frammenti recano singoli nomi con una lettera dell’alfabeto ebraico, e decine hanno una lettera ebraica, una greca e una di ebraico antico. Questi probabilmente costituivano dei buoni per un sistema di razionamento durante l’assedio. Questa è la spiegazione più probabile per i frammenti che presentano un solo nome, che l’archeologo Yigael Yadin, basandosi sulle descrizioni di Giuseppe, ipotizzò potessero essere gli individui che gli ultimi difensori di Masada designarono per decidere chi avrebbe ucciso l’ultimo di loro.

Tutte queste scoperte sono state effettuate in Giudea. La Galilea era in condizioni diverse? Uno studioso ha dichiarato che anche la tecnologia più semplice, qual è la scrittura, non era disponibile. Nella regione è stato scavato relativamente poco materiale risalente al primo secolo, soprattutto perchè i siti hanno continuato ad essere occupati, e più tardi i resti sono stati distrutti o hanno coperto quelli precedenti, come è successo a Cafarnao. Solamente a Gamla nel Golan è stata esplorata in modo più esteso una città del primo secolo. Eppure con la costruzione di Zippori e poi di Tiberiade, con il confine tra la Galilea e il Golan a Betsaida, e la frontiera con Ippo e Gadara un po’ più a sud (città sotto il governatore della Siria dopo la morte di Erode), ci sarebbe stato abbastanza da scrivere.

Oltre alle istruzioni per i costruttori e le provviste per i palazzi reali e le ville dei nobili, appunti e liste di consegne, e conti di pagamenti fatti, c’erano le normali registrazioni degli esattori delle tasse e degli ufficiali doganali. Ci si chiede se coloro che ascoltarono Gesù predicare poterono scrivere ciò che udirono. I taccuini costituiti da tavole di cera spesso erano piccoli ed entravano nel palmo della mano, forse erano attaccati alla cintura o al polso per scrivere splendide parole come “Benedetti coloro che piangono, perché saranno consolati” oppure “Io e il Padre siamo uno”. Gli esattori delle tasse, per esempio, come Matteo, avrebbero avuto la loro tavoletta con sé. La gente scriveva lettere, e un confronto con l’Egitto mostra che scrivevano ogni genere di cose: un ragazzo che chiedeva l’attenzione di suo padre, un rapporto militare. Si possono immaginare perciò sacerdoti o loro emissari in Galilea che inviavano rapporti scritti riguardanti Gesù di Nazaret ai loro colleghi a Gerusalemme.

C’è naturalmente differenza tra prendere appunti, scrivere rapporti e lettere, e scrivere un libro. Ci si chiede se qualcuno annotò in un libro le parole di Gesù durante la sua vita. Gli esperti dei Vangeli sostengono che in un primo periodo si ebbe solo una registrazione orale dei racconti e detti di Gesù. A prova di ciò vi è una regola rabbinica che proibiva di scrivere le parole di un maestro o qualsiasi cosa di contenuto religioso, se non le Scritture, nel timore che altri scritti si confondessero con i testi sacri. Le fonti rabbiniche permettevano di annotare appunti delle parole di un maestro su tavolette. Ora uno straordinario e singolare documento tra i Rotoli del Mar Morto inverte questa posizione. Sono stati identificati frammenti di sei copie appartenenti a un libro contenente decisioni di un’autorità anonima. Il testo è conosciuto come MMT (Miqsat Ma`aseh ha Torah - “Alcuni degli insegnamenti della Legge”). E’ scritto alla prima persona plurale, ma non è certo se ciò faccia riferimento a un gruppo di maestri o sia un uso di “pluralis maiestatis” della somma autorità del gruppo. Le norme sono fissate per contraddire i principi di un altro gruppo, un partito che può essere identificato con quello che più tardi divenne il rabbinismo dominante nel giudaismo. Il modo di procedere del testo è simile all’atteggiamento di Gesù nel sermone sul monte: “Voi avete udito che fu detto … ma io vi dico”. Uno dei principali studiosi dei Rotoli del Mar Morto non ha dubbi che il documento fu scritto al tempo in cui le norme furono scritte.

Queste testimonianze portano alla conclusione che c’erano molti più scritti in Palestina nel periodo del Vangelo di quanto sia stato normalmente ammesso. Quando Luca dice che trovò fonti più attendibili mentre compilava il suo Vangelo, si può supporre che ebbe la possibilità di leggere appunti scritti da testimoni oculari del tempo in cui Gesù parlava. Nessuna di queste fonti è sopravvissuta, che siano esistite è un’ipotesi, eppure la normale diffusione della scrittura rende la loro esistenza plausibile. Il materiale comune ai Vangeli Sinottici (fonte Q) può certo derivare da un testo scritto molto antico. Le lettere di Paolo e quelle di altri autori neotestamentari provano che la scrittura era diffusa nei primi decenni della vita della Chiesa, e l’importanza riconosciuta ai testi scritti nella Chiesa è evidenziata dal numero dei frammenti di papiro che datano dalla metà del secondo secolo in poi rinvenuti nel medio Egitto. Non vi è ragione di credere singolare il fatto che la Chiesa in Egitto avesse questi testi, la loro sopravvivenza è puramente casuale. Anche altrove, nell’impero romano e nelle regioni orientali, certamente circolavano.

Gli argomenti fin qui addotti dovrebbero indurre a dare molto più peso di quanto si è fatto finora al ruolo che ha avuto l’alfabetizzazione, e quindi la capacità di scrivere, nella conservazione della memoria delle parole e degli atti di Gesù.

Adattamento: R.P.

Fonte: Alan Millard, Bible Interpretation

29.8.10

Intimidazione contro Saviano a Sabaudia

Venti cornacchie morte fuori la villa dove era ospite il giornalista. Il 23 agosto sono state trovate venti cornacchie morte congelate, disposte con un significato logico apparentemente incomprensibile.

Liberainformazione - Tuttavia, non è stato difficile scoprire il senso di quel ritrovamento. Roberto Saviano, lo stesso giorno, faceva il bagno su quel pezzo di litorale laziale, ospite in una villa privata del lungomare di Sabaudia. Lui, Saviano, che come quegli uccellaci neri gracchia e con il suo gracchiare infastidisce chi, ad ogni livello, anche nel Lazio, spara, traffica di droga e donne, ricicla il denaro sporco in quelle “lavanderie” fatte di cemento e bei locali di ristoro. Ma, soprattutto è assai scomodo perché raccontando rischia di far cadere il velo da quel terzo livello di professionisti e politici compiacenti, i quali consentono alle mafie il sacco delle nostre terre. “Come queste venti cornacchie, Saviano stramazzerai congelato”. Sembra questo il rantolo vigliacco esalato da chi ha voluto piazzati lì, ad un'ora da Roma, gli uccelli senza vita.

Ma chi ha eseguito quest'ordine? Personaggi della criminalità locale o soldati di mafia di cui, già alla metà degli anni Novanta, alcuni pentiti di camorra indicavano come operanti nel territorio compreso tra il confine con la Campania e Roma? Quanto ci vorrà perché taluni politici e amministratori della terra pontina sbraiteranno affermando che “le mafie da noi non ci sono”? Probabilmente non ci vorrà molto prima che si torneranno a definire “pezzi deviati dello Stato” quei prefetti, carabinieri, funzionari di polizia e magistrati che fanno solo il loro dovere. Forse, bisognerà attendere solo la prossima indagine. Chissà se qualche consiglio comunale di questa nostra bella terra emanerà un'ordinanza con la quale si decida di querelare chi danneggia il turismo e lo sviluppo economico poiché denuncia, in modo documentato e serio, che le mafie esistono. Chissà che tutto ciò non sia già successo. Si tratterebbe di un incubo.

Ma il sogno angosciante svanisce se noi, tutti nessuno escluso, cittadini onesti e indignati, coscienti di essere innumerevoli, ognuno con le proprie sensibilità e le proprie competenze, faccia in modo che tutte le cornacchie continuino ad emettere i loro suoni che, ad alcuni, sembrano un gracchiare fastidioso e pericoloso. Solo così, tenendo noi gli occhi aperti ed unendoci a quel verso, nessuno riuscirà a congelare i tanti Roberto Saviano, anche quelli incommensurabilmente meno famosi. Ma, soprattutto non riusciranno a convincerci che chi gracchia le sue denunce non lo fa per prestare una cattiva pubblicità alla propria terra, bensì perché profondamente la ama e non vuole che sia imputridita da mani sporche di sangue, veleni e compromesso.

*Antimo Lello - Turri - referente Libera Latina


29.8.10

L'italiano insegnato a Betlemme

Si protrarranno fino al prossimo ottobre i corsi di italiano promossi a Betlemme dalla Fondazione Giovanni Paolo II, con il sostegno delle Acli e dell’Università per Stranieri di Perugia.

di Irene Panighetti

Terrasanta.net
- Le lezioni, iniziate ai primi d’agosto, rientrano nei percorsi di formazione e inserimento al lavoro rivolti ai giovani palestinesi. Le attività accademiche non si limitano all’area linguistica: sono anche itinerari formativi per operatori sociali e per addetti alla lavorazione del legno e della madreperla. I corsi sono stati concordati con la cooperativa di artigiani locali. Per trarre insegnamento da progetti di successo, nei primi giorni di questo torrido agosto Riccardo Imberti, dirigente delle Acli, ha visitato a Gerico il Centro del mosaico, fondato nel 2000 come parte di un progetto finanziato dalla Cooperazione Italiana, sotto la supervisione del compianto archeologo francescano Michele Piccirillo, dello Studium Biblicum Franciscanum. Oggi il centro, diretto da Carla Benelli, romana con laurea in storia dell’arte, e da Osama Handan, architetto palestinese laureatosi a Torino, dà lavoro a 10 ragazze e ragazzi e riesce ad autofinanziarsi con la vendita dei mosaici. Da questa esperienza si cercherà di trarre suggerimenti e collaborazioni per il corso di madreperla, con il fine ultimo di dare continuità e sostenibilità al progetto di Betlemme.

L’inaugurazione ufficiale del corso di lingua e cultura italiana ha avuto luogo il 9 agosto, alla presenza dei rappresentati dei donatori e dei partner locali. Le lezioni del corso base, però, erano già iniziate da una settimana. «All’inizio gli studenti formavano un gruppo unico di 25 persone - spiega il docente Gennaro Falcone, dell’università di Perugia - ma poi abbiamo preferito dividerli in due gruppi». Sono ragazzi e ragazze, per lo più cristiani, ma c’è anche qualche musulmano. Frequentano tutti i pomeriggi dal lunedì al sabato, con il venerdì dedicato alla conversazione. «L’approccio è comunicativo», precisa il professore. «A volte ricorro alla tradizionale grammatica, sempre però partendo dal contesto. Spiego in italiano e, se ci sono problemi, di comprensione passo all’inglese». Dopo il corso base ce ne sarà uno di eccellenza, con un esame finale che permetterà a chi lo supera di accedere all’ateneo perugino.

Studiare in Italia è il sogno di Dana Salamah, 18 anni, di Georgette Luossi, 18 anni, e di Magi Fatouleh, 22 anni, tutte e tre cristiane di Betlemme, incontrate in classe. «Ci piace l’italiano, è armonioso, ed è facile». In Italia le tre studentesse vorrebbero studiare ingegneria genetica, teologia e materie connesse alla questione femminile. Quando spieghiamo loro che quest’ultimo ambito di studi nel nostro Paese non è molto considerato, insorgono: «Ma come? L’abbiamo anche qui in Palestina! Vorrà dire che lo fonderemo noi in Italia!».

29.8.10

Perforazioni offshore, le maglie larghe della legislazione italiana

La legislazione petrolifera italiana per le aziende è tra le più vantaggiose nel mondo, oltre ad essere poco attenta alle implicazioni ambientali.

Qualenergia - Il grande numero di autorizzazioni alle trivelle in mare rischia di mettere a repentaglio un patrimonio naturalistico ed economico immenso. L’opposizione delle amministrazioni locali costiere e dei comitati dei cittadini. Come è possibile che venga concessa l’autorizzazione per due perforazioni offshore nel canale di Sicilia ad una società con un capitale sociale di 10mila euro (la San Leon Energy che ha sede a Lecce)? Oppure concedere l’autorizzazione per trivellazioni ai fini della ricerca di gas e petrolio a sud dell'Isola d'Elba, tra Pianosa e Montecristo, nell’area Pelagos, santuario internazionale dei mammiferi marini, su un’area di 643 km2? Quest’ultima concessione è stata rilasciata alla Puma Petroleum della multinazionale australiana Key Petroleum Ltd, nel pieno della zona marina protetta che, come ricorda Legambiente, include anche le aree protette di Bergeggi, Cinque Terre, Portofino, Secche della Meloria, Asinara, i parchi nazionali dell'Arcipelago toscano e dell'Arcipelago della Maddalena.

Dell’assalto delle trivelle in mare, così come sulla terraferma, ne avevamo parlato alla presentazione del rapporto di Legambiente “Texas Italia“ (Qualenergia.it, Mare Nostrum da trivellare) che evidenzia che nel nostro paese sono stati rilasciati 95 permessi di ricerca degli idrocarburi: 24 in mare (per un'area di circa 11mila km2) e 71 sulla terraferma (per oltre 25 mila km2).

Era il 26 aprile scorso, quando l’ex ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, come ricorda anche un articolo sul Financial Times (ripreso anche da Internazionale), adottava nuove procedure per le attività di ricerca petrolifera offshore e rilasciava almeno 20 nuove licenze per esplorazioni a largo delle coste italiane, di cui 12 in Sicilia. L’aspetto sconcertante è che le amministrazioni locali siciliane erano ignare di queste autorizzazioni e solo grazie alla stampa ne sono venute a conoscenza. La reazione di molti sindaci, così come quella delle autorità regionali e di diversi comitati di cittadini (ad esempio la rete NoTriv), è stata di ferma opposizione. Va detto però che nel passato la Regione siciliana aveva dato pressoché carta bianca ai petrolieri ai fini della ricerca.

Oggi le comunità costiere siciliane temono che le trivellazioni avvengano troppo vicino ai parchi marini e ai vulcani sottomarini, ma anche che queste concessioni siano affidate a società con risorse finanziarie limitatissime e quindi incapaci di affrontare eventuali incidenti. Non ultima tra le preoccupazioni dei siciliani l’annuncio delle perforazioni della Bp a largo delle coste libiche.

Il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato l’11 agosto un decreto, da ieri in vigore, che vieta le attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare all'interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette. Tuttavia se questo decreto salverà l’area Pelagos, non garantirebbe tutte le zone non vincolate, come il Canale di Sicilia e il mare di Pantelleria, aree di grande valore turistico e ambientale, e quindi economico.

A proposito di trivellazioni nei pressi di Pantelleria, qui emergono contraddizioni e mancanza di coordinamento tra l’Italia e i paesi del sud del Mediterraneo. Una compagnia petrolifera australiana, la Adx, all’inizio del mese di agosto ha cominciato le perforazioni nel giacimento di Lambouka-1, con una piattaforma che, sebbene sia in acque tunisine, è a sole 13 miglia nautiche da Pantelleria. Come spiega l’articolo del Financial Times, in caso di fuoriuscite di petrolio la compagnia farebbe arrivare le sue navi da Tunisi, che si trova a 70 miglia. L’isola italiana, che è nella direzione delle principali correnti, non sarebbe comunque in grado di affrontare la situazione in caso di crisi.

Qualenergia.it continuerà a monitorare la situazione nel settore e a denunciare, grazie anche al contributo di comitati locali, il pericolo di queste trivellazioni in mare, ma anche su terraferma. Perché, si è ormai capito, che la rete della legislazione italiana ha maglie molto larghe, tanto da dare il via libera a società improvvisate che vogliono operare nel settore e particolarmente disattenta alla salvaguardia ambientale. Una legislazione petrolifera per le aziende che è tra le più vantaggiose nel mondo, se solo pensiamo che le royalties che vengono richieste dallo Stato per le piattaforme offshore sono appena del 4%, mentre altrove arrivano fino al 90%. Inoltre i petrolieri in Italia possono approfittare di una franchigia di 300mila barili/anno sulla quale non pagano le royalties. Un vero paradiso, che inizia solo da poco, forse grazie anche alla mediaticità del disastro del Golfo del Messico, ad essere messo in discussione.
29.8.10

Imminenti i lavori di trivellazione per salvare i 33 minatori cileni a 700 metri di profondità

Domani avrà inizio la trivellazione del cunicolo per salvare i 33 minatori bloccati a 700 metri di profondità, in una galleria della miniera di San Josè, nel nord del Cile

RadioVaticana - Attraverso una scavatrice idraulica, che può perforare massimo 20 metri al giorno, entro quattro mesi si dovrebbe completare una galleria da cui estrarre gli uomini. Intanto, a sostegno dei minatori - alcuni dei quali mostrano segni di depressione e per i quali ha pregato oggi anche il Papa all'Angelus - è atteso per oggi in Cile l’arrivo un’equipe di tecnici della Nasa per consulenze in campo alimentare, sanitario e del comportamento. Dei rischi e delle modalità dell’operazione di salvataggio, Gabriella Ceraso ha parlato con Giampaolo Cavinato, geologo ambientale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr):

R. – Generalmente, queste miniere hanno dei percorsi o degli ascensori che portano a diversi livelli di profondità. Quando gli ascensori non funzionano, oppure i percorsi per arrivare a quelle profondità non sono più attraversabili, l’unico modo è quello di scavare un nuovo tunnel che possa arrivare nella zona dove sono i minatori che sono rimasti intrappolati e poi da lì, probabilmente, si attiva un tunnel di collegamento che possa permettere ai minatori di uscire.

D. – Tecnicamente, come si procede nella trivellazione in questi casi?

R. – Attraverso queste grandi sonde di perforazione, viene infilata un'asta con una punta con una testa diamantata che, girando su se stessa, scava e mano a mano che si procede in profondità, e aumenta la resistenza della roccia, si aggiungono delle aste. La roccia perforata deve comunque essere portata in superficie, altrimenti ostruisce il foro. Chiaramente, lo spessore è consistente, le rocce sono molto dure e l’attraversamento, anche con sonde più moderne e più evolute, richiede comunque tempi che sono purtroppo abbastanza lunghi.

D. – Si parla di una cavità di circa 66 centimetri di diametro, una cavità apparentemente ristretta…

R. – Il diametro sembra apparentemente piccolo, però per realizzare un diametro così importante serve una sonda molto grande e che abbia una discreta energia per scavare un tunnel verticale così lungo. Teoricamente, non si dovrebbero incontrare grosse difficoltà, però è chiaro che bisogna vedere anche la conformazione geologica, l’infiltrazione di acqua, si può rompere la testa diamantata... problemi tecnici che possono rallentare notevolmente anche le operazioni di soccorso.

D. – Quali sono le condizioni di “vita” in un ambiente così e per un tempo che si prospetta lungo di mesi?

R. – Lavorare a quelle profondità è già disagevole di per sé. Alcuni mesi al chiuso possono creare problemi dal punto di vista dell’alimentazione, ma anche psicologico.

D. – Oltre a questi problemi, le miniere come queste di oro e rame sono di per sè ambienti nocivi o pericolosi?

R. – Sicuramente, l’aria deve essere ventilata, perché chiaramente non c’è ossigeno. Di per sé, il fatto dell’oro non dovrebbe creare grossi problemi. Ma dipende anche dalla conformazione geologica e delle tipologie di rocce, se ci sono problemi di polveri.

D. – Crolli ce ne possono essere?

R. – Crolli è difficile. La roccia è consistente e quindi generalmente non avvengono.
29.8.10

La metropolitana della discordia

A Gerusalemme è polemica dopo la proposta di dividere il treno fra uomini e donne per i quartieri ultra-ortodossi

PeaceReporter - Dividere la metropolitana leggera in scomparti maschili, in testa, e femminili, in coda, per blandirela popolazione ultra-ortodossa di Gerusalemme. La proposta è stata lanciata dai vertici di CityPass l'azienda incaricata di costruire i treni per il trasporto pubblico nella città santa. La polemica è scoppiata subito dopo le dichiarazioni di Yair Naveh, amministratore delegato di City Pass, il quale, nella giornata di presentazione della linea, che entrerà a pieno regime nella prossima primavera, ha parlato di "vetture mehadrin" per la metro. "Mehadrin" è un termine usato per descrivere quelle persone che rispettano alla lettera i dettami della Torah. Naveh, ex generale di ferro in forza all'Israel Defense Forces, ha spiegato a chi chiedeva delucidazioni sulla sua proposta: "Il treno è stato costruito per servire tutti e l'opzione può essere facilmente adottata dal momento che il mezzo è diviso in vagoni. Non è un problema dichiarare mehadrin tre o quattro vetture". Fra coloro che criticano l'idea per il timore dei suoi effetti segreganti c'è uno degli assessori comunali di Gerusalemme Rachel Azariya che ha affermato: "Naveh sembra ignorare la sentenza dell'Alta Corte che proibisce questo tipo di segregazione. Non credo che egli abbia il diritto di decidere come residenti di Gerusalemme dovrebbero comportarsi nella sfera pubblica. È stato incaricato - ha concluso Azariya - di eseguire un progetto ma questo non significa che egli possa dire alla gente dove potersi o non potersi sedere".

Ricorsi storici. In Israele il principio di eguaglianza nei trasporti pubblici era stato violato un anno fa quando la compagnia di autobus Egged, finanziata con denaro pubblico, ha scelto di far pagare un prezzo ridotto agli haredi (ultra-ortodossi) a cui venivano anche riservati posti particolari all'interno dei mezzi., Questo dopo le proteste a Meah Sharim, il quartiere di Gerusalemme abitato dagli ultra-ortodossi, che riunì, il 25 aprile 2009, oltre duemila persone. Oggi la proposta di Naveh sembra ignorare quegli avvenimenti e non tener conto del fatto che la metropolitana in quanto servizio pubblico non può obbligare i passeggeri ad adeguarsi alle pratiche religiose di un piccolo gruppo. La tensione fra i vertici politici e quelli di CityPass sono arrivati ad una settimana di distanza da un'altra querelle sorta dopo che il consorzio privato aveva indetto un sondaggio per chiedere ai cittadini se fossero "infastiditi" dal fatto che la tratta metropolitana includesse le fermate nei quartieri arabi di collegamento con gli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est. La stessa rilevazione statistica domandava agli intervistati se fossero preoccupati dal fatto che i passeggeri, tanto ebrei quanto arabi, potessero salire a bordo dei treni senza subire un controllo di sicurezza.
Nel campione statistico c'era anche Ofra Ben-Artzi, cognata della first lady Sara Netanyahu, che ha sostenuto: "Ho detto al sondaggista se riteneva possibile che questo tipo di domande potessero essere poste a Londra o New York. Questo testimonia il livello di razzismo che abbiamo raggiunto".
29.8.10

Storia intima di una terra

Intervista alla regista palestinese Sahera Dirbas, che racconta le vite profughe del suo popolo

PeaceReporter - Sahera Dirbas ha due grandi occhi marroni velati di amarezza, anche quando sul suo volto compare un sorriso. Un volto che rispecchia un po' i film di questa cineasta palestinese, nata a Haifa nel 1964, ma residente a Gerusalemme. Una laurea in ingegneria chimica, ma che nella vita ha preferito dedicarsi al cinema perché "volevo trasmettere la storia profonda, intima, della mia terra e della mia gente", racconta. La sua passione è il recupero della storia dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, è il dare voce a protagonisti di una diaspora che stanno via via spegnendosi o ''abituandosi alla situazione di occupazione, vissuta quasi come normalità, mentre di normale non ha nulla''. Mostrare al mondo la vita quotidiana, in libertà, senza dover rendere conto ai produttori di turno: questo è uno degli altri punti cardine della poetica politica di Sahera che dà vita a documentari indipendenti, anche perché ''a forza di dover dare conto agli sponsor molti registi palestinesi hanno sviluppato una censura preventiva, una auto mutilazione della propria espressività e della loro creatività''.

Il suo primo lavoro di successo è il documentario del 2007 Stranger in my home, 37 minuti che raccontano la storia di otto famiglie palestinesi che si sono trovate nella situazione di essere rifugiati nella loro stessa terra. Richiamano gli eventi della Naqba, la tragedia, come i palestinesi chiamano la fondazione dello stato di Israele, e quelli del 1967, come la distruzione della porta del Mughrabi, che gli israeliani hanno raso al suolo all'indomani della Guerra dei Sei Giorni per ampliare il Muro del Pianto, a Gerusalemme. Ogni famiglia ripresa nel documentario si reca a Gerusalemme ovest in quella che fu la casa di origine, con i dolori e i ricordi che incoraggiano o fermano la visita, sommati alla paura dell'incontro con l'altro, cioè gli occupanti, nuovi padroni del luogo natale. Stranger in my home ha partecipato all'Amal festival in Spagna nell'ottobre 2009 dove ha vinto la nomination per il miglior corto.

Del 2008 è Una manciata di terra, che narra la storia di famiglie palestinesi del villaggio di Tiret Haifa -oggi Tiret al Karmel - fuggite o cacciate via dalla loro terra nel 1948 e da allora sparse tra Cisgiordania, Siria e Giordania. "E' quello che preferisco perché mi tocca nell'intimo, e poi perché è quello che entra più nel profondo delle relazioni tra palestinesi", ammette Sahera. Oltre ad aver partecipato al Al-Jazeera International Documentary Film Festival in Qatar questo documentario è stato tradotto subito in inglese e italiano e a breve avrà una versione anche in spagnolo.

Imminente è anche la presenza dei lavori della cineasta ad un festival in Russia, con 2 short films: 138 pound in my poket, nominato per un premio di Al-Jaazera International Film Festival 2010. E' la biografia narrata in 20 minuti di Hindi Husseini, una giovane insegnante che nell'aprile del 1948 si imbatte in un gruppo di bambini sopravvissuti al massacro di Deir Yassin e li adotta. Crea così un orfanotrofio nella sua casa di Gerusalemme, che il più grande orfanotrofio che accoglie e educa oltre 1500 bambini.

Il secondo corto, di 14 minuti, si intitola Crystal Grapes, on the road to a better living e mostra l'agire dell'organizzazione di donne Arab ortodox society, nella città vecchia di Gerusalemme, che è stata tra le prime organizzazioni arabe a prendersi cura dei bisogni delle famiglie. Oggi si occupa di formazione per le donne e supporto alle famiglie.

Infine la prossima uscita importante, dal titolo italiano La sposa di Gerusalemme: un docudrama di 80 minuti, sempre di produzione indipendente. "Ho deciso di concentrarmi su Gerusalemme perché ci vivo, tanti ne parlano ma senza darne il senso della vita quotidiana, quella che si svolge in città vecchia e sotto occupazione" spiega la regista, che, alla storia d'amore, inframmezza i problemi derivanti dall'occupazione ma anche dalla droga, "una realtà molto presente di cui però nessuno parla".

La protagonista è una operatrice sociale, che visita i suoi assistiti casa per casa, cosa che permette di mostrare la situazione delle famiglie nella città vecchia, sia cristiane sia musulmane: sullo schermo scorrono realtà di dieci persone in una stanza, o di chi ha la casa in demolizione.

A che questa è la old city. La donna conosce poi un ragazzo con problemi di droga, si innamorano, vorrebbero sposarsi ma le famiglie non sono d'accordo. Durante la negoziazione familiare, portata avanti dai parenti, emergono ancora una volta i temi della vita quotidiana influenzata dall'occupazione: frequente è il problema sul dove andare a vivere una volta sposati, se da un lato o dall'altro del muro. Un film quindi che mostra come muro e occupazione entrano nella vita di tutti, senza tuttavia che la gente se ne renda più conto, poiché sono ormai percepiti come situazioni normali, ''che però non sono tali'', insiste Sahera. Che promette: ''Alla première voglio proprio dire questo, sottolinearlo con forza: non ci si deve abituare alle abnormità e alle ingiustizie''.
28.8.10

'Ndrangheta, le mani sulla Toscana

Che la 'ndrangheta fosse presente in Toscana era ormai risaputo da qualche anno. Andando in ordine, già dal 1995 il direttore Giovanni Verdicchio, in una sua relazione alla Commissione Antimafia (‘Ndrangheta e Camorra in Liguria e Toscana p. 8 – E. Ciconte Criminalità Organizzata in Toscana 2009), segnala attività di riciclaggio di denaro sporco e truffa da parte delle cosche Mancuso di Limbadi di Vibo Valentia, degli Alvaro di Sinopoli e dei Nirta di S. Luca.

di Fabio Ceseri

LiberaInformazione - Nel 1995 secondo la DIA fiorentina, un noto barone della medicina, poi arrestato, offriva i propri servizi di intermediario per riciclare i miliardi della ‘ndrangheta. Nel 2004 l’operazione "Decollo bis", porta all’arresto di ben 112 persone su ordine del Gip di Catanzaro, ma già ulteriori sentori di presenza mafiosa in Toscana, venivano segnalati da due articoli apparsi su due importanti quotidiani usciti nel gennaio del 2000 e nell’ottobre del 2003 (Repubblica e La Nazione). Il 3 febbraio 2010, nella provincia di Siena, la 'ndrangheta è coinvolta in un traffico di immigrati clandestini in una inchiesta eseguita dalla squadra mobile di Reggio Calabria. 67 arresti: 32 italiani e 35 indiani con introiti illegali per 6 milioni di euro. L’11 maggio 2010 le cosche della ‘ndrangheta, mettono mano anche agli introiti nello smaltimento dei rifiuti in Toscana. A scoprirlo la squadra mobile della questura di Cosenza che mette i ferri a sette esponenti di questa organizzazione. Secondo gli inquirenti, un esponente di spicco di Confindustria di Lucca, sarebbe stata il raccordo tra i calabresi e il mondo degli appalti in Toscana. Ulteriori conferme delle infiltrazioni della ‘ndrangheta sul territorio toscano vengono anche dalla chiusura del processo che ha visto la condanna di sei persone per favoreggiamento.

Nel 2008 durante la latitanza in Toscana, Giuseppe Spagnolo legato alla cosca Farao Marincola di Cirò Marina, è stato aiutato da vari compaesani residenti in Toscana che non hanno esitato ad assecondare senza limiti, le sue richieste. Per concludere e venire ai giorni nostri, una cosca della ‘ndrangheta che si trapianta in Toscana con armi e bagagli e metodi mafiosi. Il tutto è emerso da una indagine del pm antimafia Ettore Squillace Greco che è sfociata ieri (26 agosto 2010), con otto arresti eseguiti dagli inquirenti a Montepulciano. Per ordine di Giuseppe Crea della cosca Rizziconi, nel 2008, un imprenditore senese era stato sottoposto ad ogni genere di vessazione: incendi, furti, minacce. Il boss Crea condannato per omicidio e associazione mafiosa era detenuto a Spoleto in semi libertà ed evidentemente, aveva tutto il tempo di occuparsi degli affari di famiglia. Aveva cercando di costringere l’imprenditore a versare 2 milioni di euro fronte di un prestito molto inferiore. Dati e fatti che rafforzano la tesi che la Toscana non è indenne da infiltrazioni della criminalità organizzata. che non si vede però di conseguenza, un’attivazione seria e concreta degli amministratori che, salvo alcune eccezioni, sono legati ancora all’idea che la Toscana sia e continui ad essere, un’isola felice. Non bastano proclami o finanziamenti a progetti, ma servono istituzioni che facciano rete e che stabiliscano patti di legalità sui territori di competenza coinvolgendo e formando chi è chiamato a guidare istituzioni e enti pubblici perché è qui che la criminalità organizzata cerca gli agganci per i loro interessi in loco.



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