31.10.10

Senegal: Campagna per il conferimento del Premio Nobel per la Pace alle donne africane

Si chiudono oggi a Dakar, in Senegal, i lavori del seminario promosso dalla Campagna per il conferimento del Premio Nobel per la Pace alle donne africane.

Radio Vaticana - La diaspora femminile e la doppia discriminazione che subiscono le donne disabili, ma anche il ruolo delle donne nella cura della famiglia, nell’economia africana e nella costruzione della pace in contesti di conflitto sono i principali temi discussi dall’Assemblea, sulla base dei quali il comitato scientifico si appresta ora ad elaborare il dossier da presentare al Parlamento norvegese, per la candidatura. Il servizio della nostra inviata, Silvia Koch: (ascolta)
A Dakar abbiamo aspettato Isoke Aikpitanyi, vittima della tratta, giunta in Italia dalla Nigeria, che ha avuto il coraggio di ribellarsi allo sfruttamento: Isoke non è potuta venire, perché non ha ancora i documenti e non può abbandonare il territorio italiano, ma ha inviato un messaggio in cui ricorda che la tratta toglie alle donne l’identità e quindi la dignità. Con Marguerite Welly Lottin, presidente dell’Associazione Griot per la promozione delle culture straniere in Italia, originaria del Camerun, ma italiana di adozione, abbiamo parlato della emigrazione femminile:

R. - Non nego niente di quello che ho acquisito in Italia: una parte di me è italiana, ma voi dovete sapere che le radici sono veramente forti. Non dobbiamo dimenticare quello che è il passato, chi mi ha dato la vita, perciò devo sempre annaffiare le radici. Quello che posso lasciare al Paese che mi ha accolto, che sento che mi ha preso come fossi una delle loro figlie, che mi ha adottato, è dare il bello che ho, perchè è fondamentale lo scambio dei doni.

D. - Durante il seminario sono state ricordate le tante figure, eroine dell’Africa, e anche il movimento femminista africano, diverso da quello europeo, ma che sicuramente c’è stato …

R. - Hanno fatto tantissimo, le donne africane, ma questo non viene mai divulgato. La diaspora africana sta cercando di ricostruire la storia vera. Dobbiamo fare una rete delle donne, sia africane che europee, perché abbiamo gli stessi problemi. E’ arrivato il momento di avere una sola voce, per dare così la possibilità alle donne di essere dappertutto, dove si prendono le decisioni, perché di solito le decisioni sulle donne sono sempre prese dai “maschi”.

Da parte di alcuni esponenti dell’orizzonte dell’associazionismo africano è venuta, poi, la richiesta di chiudere il seminario con una strategia chiara per la divulgazione della Campagna sul territorio. Si pensa a una carovana itinerante, che attraversi il continente da Cape Town a Tunisi, per aiutare le popolazioni a comprendere appieno il valore di questa iniziativa e avvicinarla così alla sensibilità tradizionale africana. (m.g.)

31.10.10

Iraq, attaccata una chiesa cattolica, uccisi dieci ostaggi

Uomini armati avevano sequestrato decine di fedeli. Una bambina tra le vittime. Al Qaida torna a seminare il terrore a Baghdad.

Ansa.it - Un commando armato ha assaltato al tramonto una chiesa di rito cattolico orientale nel cuore della capitale irachena durante la messa della domenica prendendo in ostaggio per alcune ore una cinquantina di fedeli e due sacerdoti. Le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella chiesa Saiydat al Nayat (Nostra Signora del perpetuo soccorso) neutralizzando i terroristi. Il bilancio del blitz e' pero' altissimo: dieci ostaggi morti e 13 feriti. Tra le vittime anche sette agenti e sette attentatori. ''L'operazione si e' conclusa con succeso'', ha detto alla Reuters il generale Qassim al-Mussawi, precisando che nel blitz sono stati uccisi anche cinque assalitori. I terroristi, che avevano detto di appartenere all'organizzazione Stato islamico dell'Iraq, la cellula irachena di al Qaida, avevano minacciato di uccidere gli ostaggi se non fossero stati scarcerati alcuni membri del network del terrore di Osama bin Laden detenuti in Iraq e in Egitto. Prima di fare irruzione nella chiesa di rito cattolico orientale, i terroristi - che indossavano dei giubbetti imbottiti di esplosivo - hanno fatto esplodere un'autobomba e ucciso almeno sei persone. Tra le vittime anche una bambina, come ha rivelato Shlemon Warduni, vicario patriarcale di Babilonia dei caldei. Due delle vittime erano agenti di guardia alla vicina Borsa valori, che secondo alcune fonti sarebbe stato il vero obiettivo del commando. I terroristi hanno chiamato dall'interno della chiesa la tv locale al Baghdadia. Una fonte ha riferito che il terrorista parlava un arabo classico e non il dialetto iracheno.

Durante il blitz delle forze di sicurezza alcuni elicotteri muniti di telecamere hanno volteggiato incessantemente sopra la chiesa che, assieme ad altri cinque luoghi di culto cristiani, era stata gia' bersaglio di un attacco coordinato dei terroristi il primo agosto del 2004 in cui vi furono morti e feriti. Una fonte della polizia federale ha detto che i terroristi chiedevano la liberazione di alcuni esponenti di al Qaida in carcere, tra cui la vedova di Abu Omar al Baghdadi, l'ex capo dello Stato islamico dell'Iraq, ucciso lo scorso aprile. Il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, aveva auspicato ''una soluzione pacifica e senza ulteriore spargimento di sangue'' al momento della presa degli ostaggi nella chiesa. ''I cristiani vivono la' una situazione di grande insicurezza e verso di loro esprimiamo solidarieta''', ha detto. I cristiani in Iraq sono circa 500 mila su una popolazione di quasi 31 milioni.
31.10.10

Bosnia, conclusa missione militare italiana: soldati tornano a casa

La missione italiana era iniziata 15 anni fa. Il rimpatrio sarà completato la settimana prossima

PeaceReporter - Missione conclusa, dopo 15 anni. Gli ultimi soldati italiani che si trovavano in Bosnia stanno rientrando a casa. Rimarranno in missione solo quegli ufficiali che andranno ad integrare la Forza Europea di stabilizazione (Eufor), che rimarrà attiva nel quartiere generale Nato di Sarajevo, la base Butmir 1. Il rientro, deciso già da fine agosto, riguarda invece soldati e ufficiali del contingente Ifor e Sfor, dal 2004 integrato nell'Eufor.

Il rientro di quaranta carabinieri della Integrated Police Unit (Ipu) europea, guidata dall'Italia, era partito già la settimana scorsa, mentre il rimpatrio sarà definitivamente completato la settimana prossima, quando anche gli ultimi ottanta fra soldati e ufficiali dell'esercito faranno ritorno a casa.

L'Ipu rimane sul campo, con le sue forze turca, romena e olandese, mentre la base italiana Nato verrà verosimilmente ceduta a titolo gratuito all'esercito bosniaco.
31.10.10

India, il Festival delle luci

Lampade a olio e spettacoli pirotecnici per festeggiare il Diwali. Candele, lampade a olio e spettacoli pirotecnici per festeggiare il Diwali (www.diwalifestival.org), il Festival delle Luci, che si terrà in India dal 3 al 7 novembre, sarà celebrato in tutto il mondo dalle diverse comunità induiste e sikh, oltre che dai giainisti, per i quali il Diwali rappresenta l’inizio dell’anno.

Ansa.it - Si tratta di una delle più antiche ed importanti feste della tradizione induista, con la quale si celebra la vittoria del bene sul male, della luce sulle tenebre, e, più semplicemente, si rinsaldano i rapporti con familiari e amici. Un evento che offre agli occhi dei visitatori un trionfo gioioso di colori, attraverso le istallazioni luminose e i mosaici di polveri colorate disseminati davanti le case dei quartieri indiani. La leggenda più popolare associata a questa festività è il ritorno vittorioso del re Rama, settima incarnazione del dio Vishnù, nella città di Ayodhya, dopo 14 anni di esilio in una foresta. Il sovrano fu accolto dal suo popolo con file (‘avali’) di lampade (‘diyas’), episodio mitico da cui tra origine il nome della ricorrenza. Un aneddoto che ogni anno, da millenni, rivive nella miriade di luci che per 5 giorni consecutivi popolano le notti indiane. I festeggiamenti iniziano due giorni prima della data effettiva del Diwali, che quest’anno cade il 5 novembre, fissata a cavallo dell’inizio della fase crescente della luna. Il primo giorno, corrispondente nel 2010 al 3 novembre, si chiama Dhan Teras ed è l’antivigilia di Diwali. Secondo l’usanza in questo giornata è di buon auspicio comprare qualche utensile nuovo per la casa, che, per l’occasione, deve essere interamente ripulita

Alle finestre si espongono statuine del dio Ganesha e della dea Lakshmi, simbolo della ricchezza e dell’abbondanza, la quale secondo la tradizione farà visita in questo periodo alle case piene di luci portandovi prosperità. Segue poi la vigilia di Diwali, detta Choti Diwali, giorno in cui si ricorda Hanuman, dio dall'aspetto di scimmia e a sua volta grande devoto di Rama, che, secondo la tradizione, giunse volando in città per annunciare al popolo l'imminente ritorno del re. Tipici di questo secondo giorno sono dolci ripieni chiamati mithai, a base di farina e miele. Proprietari ed imprenditori in genere li portano in ufficio o in negozio per offrirli ai loro impiegati. Arriva poi il Diwali, che il popolo induista saluta, ancora prima dell’alba, con un bagno purificatore con olii profumati. Si rende poi omaggio all’altare della puja, cerimonia di adorazione che si compie, anche a casa, con l’offerta di riso, frutta, fiori e altri piccoli doni alle statuette delle divinità indù.

Un rituale che viene ripetuto al tramonto, prima che faccia buio, insieme con i familiari, abbigliati con sfarzosi abiti tradizionali. Dopo la celebrazione e il banchetto, la festa invade le strade con canti e musiche, illuminando la notte con decorazioni luminose, fuochi d’artificio e i colori sgargianti del popolo indiano. Dopo la chiassosa notte del Diwali, sopraggiunge il quarto giorno, detto Kartik Shuddh Padwa, in cui si celebrano l’amore e la devozione tra moglie e marito. Il quinto è il Bhaiya Dooj, dedicato all’affetto per i propri fratelli e sorelle.

31.10.10

Papa: Dio non esclude nessuno, vede in ognuno un’anima da salvare

Commentando, prima dell’Angelus, l’episodio evangelico della conversione di Zaccheo, Benedetto XVI evidenzia la “immesa misericordia” di Dio, che “non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi umani, ma vede in ognuno un’anima da salvare ed è attratto specialmente da quelle che sono giudicate perdute e che si considerano esse stesse tali”. Il ricordo del vescovo romeno Szilárd Bogdánffy, morto in carcere sotto il regime comunista, proclamato beato ieri.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Dio “non esclude nessuno, né poveri né ricchi”, non è condizionato dai pregiudizzi umani e vuole la salvezza di ogni anima; per questo nella vita terrena di Gesù sono numerosi gli episodi che mostrano la “immensa misericordia” di Dio. Così è nella viceda di Zaccheo, raccontato oggi dal Vangelo, illustrato da Benedetto XVI prima della recita dell’Angelus.
Alle almeno 50mila persone, tra le quali migliaia di ragazzi e di giovani dell’Azione cattolica, presenti in piazza san Pietro, malgrado la giornata pioviggionosa, il Papa ha detto che “Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi umani, ma vede in ognuno un’anima da salvare ed è attratto specialmente da quelle che sono giudicate perdute e che si considerano esse stesse tali”. E “Gesù Cristo, incarnazione di Dio, ha dimostrato questa immensa misericordia, che non toglie nulla alla gravità del peccato, ma mira sempre a salvare il peccatore, ad offrirgli la possibilità di riscattarsi, di ricominciare da capo, di convertirsi”.

E’ l’insegnamento che il Papa ha tratto dalla vicenda di Zaccheo, narrata dall’evangelista Luca, che “riserva una particolare attenzione al tema della misericordia di Gesù. Nella sua narrazione, infatti, troviamo alcuni episodi che mettono in risalto l’amore misericordioso di Dio e di Cristo, il quale afferma di essere venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori (cfr Lc 5,32). Tra i racconti tipici di Luca vi è quello della conversione di Zaccheo, che si legge nella liturgia di questa domenica. Zaccheo è un ‘pubblicano’, anzi, il capo dei pubblicani di Gerico, importante città presso il fiume Giordano. I pubblicani erano gli esattori dei tributi che i Giudei dovevano pagare all’Imperatore romano, e già per questo motivo erano considerati pubblici peccatori. Per di più, approfittavano spesso della loro posizione per estorcere denaro alla gente. Per questo Zaccheo era molto ricco, ma disprezzato dai suoi concittadini. Quando dunque Gesù, attraversando Gerico, si fermò proprio a casa di Zaccheo, suscitò uno scandalo generale. Il Signore, però, sapeva molto bene quello che faceva. Egli, per così dire, ha voluto rischiare, e ha vinto la scommessa: Zaccheo, profondamente colpito dalla visita di Gesù, decide di cambiare vita, e promette di restituire il quadruplo di ciò che ha rubato. ‘Oggi per questa casa è venuta la salvezza’, dice Gesù, e conclude: ‘Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto’.

“Zaccheo – laconclusione del Papa - ha accolto Gesù e si è convertito, perché Gesù per primo aveva accolto lui! Non lo aveva condannato, ma era andato incontro al suo desiderio di salvezza. Preghiamo la Vergine Maria, modello perfetto di comunione con Gesù, affinché anche noi possiamo sperimentare la gioia di essere visitati dal Figlio di Dio, di essere rinnovati dal suo amore, e trasmettere agli altri la sua misericordia”.

Dopo la recita della preghiera mariana, Benedetto XVI ha ricordato che “ieri, nella cattedrale di Oradea Mare in Romania, il cardinale Peter Erdö ha proclamato beato Szilárd Bogdánffy, vescovo e martire. Nel 1949 - ha ricordato il Papa - quando aveva 38 anni, egli fu consacrato vescovo in clandestinità e quindi arrestato dal regime comunista del suo Paese, la Romania, con l’accusa di cospirazione. Dopo quattro anni di sofferenze e umiliazioni, morì in carcere. Rendiamo grazie a Dio per questo eroico Pastore della Chiesa che ha seguito l’Agnello fino alla fine! La sua testimonianza conforti quanti anche oggi sono perseguitati a causa del Vangelo”.
31.10.10

Musica, animazioni e preghiera per "La Notte dei Santi" organizzata dall'arcidiocesi di Torino

Un invito a riscoprire la festa di Tutti i Santi, spesso trascurata o diversamente interpretata. Per il terzo anno consecutivo l’Ufficio giovani dell'arcidiocesi di Torino organizza “La notte dei Santi”.

Radio Vaticana - Attraverso musica, animazioni, preghiera, letture e arte, giovani di parrocchie e movimenti proporranno per le strade del centro storico del capoluogo piemontese le figure di tanti testimoni del Vangelo che, nel corso della storia, hanno conformato la loro vita a quella di Cristo. Paolo Ondarza ne ha parlato con don Maurizio De Angeli, direttore dell’ufficio Giovani della diocesi di Torino: ascolta

R. - Vogliamo proporre a tutta la città di Torino e, in particolar modo, al popolo giovane della città di Torino e che normalmente la sera si incontra nei locali, nelle piazze, nelle strade, qualcosa che è tipicamente nostro e cioè la prospettiva della santità. Qualcuno ci ha chiesto se volessimo fare un anti-halloween o qualcosa del genere. In realtà la nostra prospettiva è molto semplice: offriamo qualcosa che ci è particolarmente caro, e poiché è caro a noi, vogliamo regalarlo anche a voi.

D. - Non si tratta di andare contro qualcosa o contro qualcuno, ma si tratta di riscoprire un po' qualcosa che ci appartiene?

R. - Esatto. Qualcosa che è tipico della nostra tradizione cristiana e che, forse, abbiamo anche un po’ dimenticato. In un spirito e in una situazione di più culture, di più religioni non vogliamo contrastare o controbbattere nessuno. semplicemente vogliamo offrire - democraticamente - anche la nostra parte.

D. – Anche perchè, forse, alla Festa di tutti i Santi, siamo un po’ tutti abituati essendo un giorno festivo, ma poco spesso ci si sofferma sul valore di questa festa, che racchiude in sé un po’ tutte quelle personalità, quegli uomini e quelle donne, che si sono distinte per la loro vita conformata a Cristo…

R. – Benissimo, diciamo che sul calendario liturgico è segnato “solennità”, ma rischiamo di vivere questa solennità con la tristezza, perché il nostro pensiero va alle persone care che non abbiamo più, che non sono più con noi. La solennità di tutti i Santi ci propone, invece, di guardare veramente al di là, di guardare alle cose grandi e alle cose belle. A me fa particolarmente piacere pensare che domenica sera, domenica notte, dopo la Messa che avremo celebrato con il cardinale arcivescovo, i nostri giovani percorreranno quelle stesse strade che anche i nostri Santi torinesi hanno percorso.

D. – Allora, don Maurizio, una serata e una nottata con musica, animazioni, preghiera, letture, arte…

R. – Si. Per alcune strade, per alcune piazze della città, gruppi di giovani che provengono da diverse parrocchie, associazioni e movimenti - attraverso varie forme d’arte - proporranno all’attenzione dei giovani che passano in queste strade, in questa piazze e che frequentano questi locali, qualcosa che ha a che fare con la vita dei santi, attraverso la testimonianza di una parola, di uno slogan, di una figura, di un santo. L’invito sarà poi anche quello di entrare in una di queste chiese, che rimarranno aperte del nostro centro di Torino, dove ci sarà anche la possibilità di vivere l'esperienza della Adorazione Eucaristica, poiché all’interno delle chiese ci sarà un’animazione “spirituale” e la possibilità di celebrare il Sacramento della riconciliazione, la possibilità - forse - di rifare un’esperienza di preghiera che molti giovani da anni hanno tralasciato.

D. – Proporre le figure dei Santi, uomini e donne che hanno scoperto la gioia di vivere il Vangelo e di seguire Cristo: questo è stato un suggerimento più volte dato da Papa Benedetto XVI. Secondo lei, oggi quanto è sentito questo appello da parte dei giovani?

R. – E’ sentito, anche se forse non è così esplicito dentro i loro cuori: anche perché di fronte alla prospettiva di una vita che è chiamata ad amare e a lasciarsi amare, i giovani - su questo punto - sono ancora decisamente recettivi…

D. – Si è chiamati ad essere santi oggi, quindi in condizioni diverse da ieri e sempre nuove…

R. – Certo, ce lo diceva bene già la Lumen Gentium, con questa chiamata universale alla santità di tutti i credenti; ce lo dicono bene anche le forme d’arte, con cui cercheremo di esprimere questo, perché in qualche modo ci fanno guardare a quella bellezza che ci ricorda la grandezza e la bellezza di Dio, il cui riflesso - in qualche modo - si manifesta anche nella vita dei santi. (m.a)
31.10.10

Stragi e trattativa, nuovi sviluppi

Spatuzza e lo 007 infedele, Mori e Ciancimino indagati. Speriamo abbia davvero ragione Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso in via D’Amelio, quando dice “Forse siamo a un passo dalla verità. Da anni sostengo che mio fratello è stato ucciso perché si è messo di traverso alla trattativa tra la mafia e lo Stato”.

Liberainformazione - Quanto va emergendo ultimamente va proprio nella direzione di mettere a nudo quella che ormai a tutti, forse anche ai più scettici, sembra proprio essere l’inconfessabile verità: la strage in cui morirono Borsellino e i cinque agenti della sua scorta non fu solo un eccidio voluto dalla mafia, ma ci furono importanti apporti dall’esterno, da settori deviati dello Stato e da esponenti politici che, a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica, non esitarono a farsi complici di efferati delitti pur di arrivare al potere.

La prima notizia riguarda il parziale riconoscimento che Gaspare Spatuzza, l’ex killer di Brancaccio ora passato a collaborare con la giustizia, avrebbe fatto di quel “soggetto estraneo a Cosa Nostra” che sarebbe stato presente nel garage, dove venne confezionata l’autobomba per la strage di via D’Amelio. Nel corso di un confronto all’americana, di quelli che i film americani ci hanno reso familiari, al riparo di un vetro, tra le tante persone, Spatuzza ne avrebbe indicata una, seppure con qualche margine di incertezza, dovuto soprattutto al trascorrere del tempo dai fatti in questione. L’uomo identificato sarebbe Lorenzo Narracci, all’epoca in forza al SISDE e oggi in carico all’AISI, la nuova struttura riformata che si occupa dell’intelligence interna. Narracci è già stato iscritto nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Caltanissetta, proprio per appurarne ruolo e responsabilità in quella estate di fuoco che, nel 1992, cambiò le sorti del nostro Paese. Dopo averlo riconosciuto in fotografia, ora Spatuzza avrebbe indicato Narracci di presenza, ma occorre andare con i piedi di piombo, per non alzare polveroni inutili, soprattutto in questa fase.

Come è ovvio immaginare sul probabile riconoscimento le versioni offerte sono le più diverse e rimbalzano dalle agenzie ai quotidiani, per finire sulla rete e i social network proprio in queste ultime ore, in attesa di conferme o smentite che forse non arriveranno ancora per molto, vista la delicatezza degli accertamenti in corso e la necessità di non recare danni al segreto istruttorio. Proprio ad alcune agenzie, in tarda serata, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, ha voluto dire che le notizie circolate sul riconoscimento “non sono esatte”. Quel che è certo che le indagini proseguono nella direzione di individuare i soggetti esterni alla mafia che ebbero un ruolo determinante in quel terribile frangente.

Negli ultimi giorni poi Narracci – e questa è un’altra di quelle notizie da prendere con le dovute cautele – avrebbe sostenuto anche un confronto con Massimo Ciancimino: secondo il figlio dell’ex sindaco di Palermo, il funzionario dei servizi avrebbe fatto visita al padre, ma Narracci avrebbe negato la circostanza, che avrebbe provato le relazioni di consuetudine tra il potente democristiano e i servizi segreti.

Il fronte delle inchieste resta quindi aperto e caldo e, sempre in questi ultimi giorni, si è avuta conferma dell’avvenuta iscrizione di due nomi eccellenti nel registro degli indagati delle procure siciliane, dopo i tanti rumors estivi che ne avevano a più riprese rilanciato la notizia.
Il primo nome è proprio quello di Massimo Ciancimino, ufficialmente indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un atto dovuto, secondo la Procura di Palermo, e a tutela dello stesso Ciancimino, la cui causa va rinvenuta nel prezioso contributo offerto nel corso degli ultimi due anni ai magistrati nisseni e palermitani. Nei fatti, Ciancimino avrebbe disvelato, oltre ai tanti segreti del padre, il proprio ruolo di intermediario attivo nella presunta trattativa tra Stato e mafia: sarebbe stato cioè un postino solerte dei pizzini paterni e un accompagnatore attento che ne seguiva da vicino le mosse e che, negli ultimi anni, aveva avuto modo di incontrare non solo mafiosi come “l’ingegner Lo Verde”, alias Bernardo Provenzano, ma anche uomini dello Stato, come “il signor Franco” o “Carlo” che dir si voglia.
E il secondo nome eccellente che compare nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Palermo è quello dell’ex prefetto, ex generale dei carabinieri, Mario Mori, all’epoca dei fatti per i quali è sotto inchiesta, vicecomandante del ROS, il reparto operativo dell’Arma specializzato per il contrasto alle cosche.

L’ipotesi di reato è anche in questo caso concorso esterno in associazione mafiosa e le contestazioni riguardano il ruolo cruciale che l’alto ufficiale avrebbe svolto nel corso della ormai nota trattativa tra Stato e mafia. Nel fascicolo dei magistrati palermitani Di Matteo e Guido, Mori compare insieme ad altri: ci sono gli ufficiali dei carabinieri Giuseppe De Donno e Antonello Angeli, indagato per il mancato sequestro del “papello” nella villa di Massimo Ciancimino; i boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano; il famigerato “signor Franco” longa manus dei servizi al fianco dell’ex sindaco di Palermo e, per l’appunto, il figlio di Vito Ciancimino.
Per tramite dei suoi legali, in attesa di avere comunicazione ufficiale della nuova ipotesi di reato, Mori ha espresso la propria fiducia nella giustizia e si è detto “sereno” ma anche “consapevole di avere solo e soltanto combattuto la criminalità organizzata, ottenendo sempre lusinghieri risultati e mai venendo a patti con l’organizzazione mafiosa”.

Ricordiamo che in queste settimane Mori si sta anche difendendo nel processo che lo vede sotto accusa per favoreggiamento nei riguardi di Bernardo Provenzano, la cui cattura avrebbe contribuito a vanificare.
Ancora una volta le parole di Salvatore Borsellino tradiscono la drammaticità del frangente attuale: “Ho grande paura che possa succedere qualcosa. Il pericolo può arrivare da quelle stesse persone che hanno messo le bombe in via D'Amelio, e non mi riferisco ai mafiosi”
Forse siamo allo show down finale, o forse solo all’ennesima curva del tortuoso percorso che conduce all’accertamento della verità.
30.10.10

Di tutti i colori

Di Frate Pietro, nostro corrispondente a Meknes, nel nord del Marocco

Fine dell’ottobre missionario e festa di Ognissanti, una ricorrenza che mi ha sempre ispirato, non so perché. Forse perché mi immagino questa variopinta assemblea di gente di tutte le epoche, razze e lingue… una mega-festa, diremmo oggi, davvero "multiculturale", con una decisa connotazione alter-globalista, in cui i poveracci hanno finalmente il primo posto, una specie di raduno alla "Woodstock", con musica a gogo, in cui la nota che sostiene l’armonia è la gioia. Non una gioia stolta e ignara, giusto perché "se magna e se beve", piuttosto la gioia dell’intimo, gioia cosciente che è stata pagata a caro prezzo, da una vita completamente donata, “scialacquata”, per Lui. Ma non ci saranno solo i Santi del calendario, quelli con certificazione vaticana ISO GPII o BXVI… quelli ci saranno, ma forse faranno solo il servizio ai tavoli. Quelli invece seduti e allo stesso tempo in braccio al Padre, finalmente consolati, saranno gli ignoti, quelli che hanno preso tutte le mazzate dalla vita, senza risparmio e senza tregua. Quelli a cui nessuno ha mai detto ‘bravo’, al massimo gli abbiamo detto ‘poverino’ (pensando in cuor nostro: che sf… !). Questi saranno gli invitati speciali alle Nozze dell’Agnello, saranno i Custodi della Porta, quelli che faranno gli onori di casa, saranno quelli che ci hanno salvati dalla nostra mostruosa e perbenista indifferenza.

Io per esempio, "speriamo che me la cavo" grazie al gruppo dei mitici handicappati e i bambini dell’orfanotrofio di Meknes, che sono troppo belli e ho anche la prova che non è solo una mia impressione. Infatti già da tre anni, d’estate, dei gruppi di giovani vengono dall’Italia per passare 2 settimane con loro, farli giocare, portarli in piscina etc. Beh, credo di parlare a nome di tutti, è un po’ come essere con un piedino già in quella festa di cui sopra… quando vedi dai loro volti la gioia che la tua visita ha prodotto… roba da non credere! Adesso stiamo tirando in piedi un progettino per assicurare ai bambini almeno un pomeriggio alla settimana di animazione con dei clown, e poi l’apporto di un educatore specializzato per bambini disabili e un fisioterapista.
Parlando di feste e di nozze, vi voglio raccontare un’altra esperienza notevole di questi giorni, cioè la festa di fidanzamento ufficiale della mia amica Z. Qualcuno la conosce, appunto chi è venuto per il campo di lavoro con i bambini quest’estate. Orbene, Z. si è fidanzata con S., un simpatico e distinto senegalese che vive a Ferrara da una decina d’anni. Alla festa ero l’unico invitato uomo e mi sono goduto i vari riti in diretta: l’henné disegnato sulle mani della futura sposa, il dattero e il latte portati alla bocca reciprocamente da lui e da lei, le innumerevoli foto (scattate da me, in buona parte).
Z. indossava un vestito tradizionale rosso, cucito da lei stessa, che sappiamo essere una sarta ben esperta, S. aveva un cappellino bianco, che nascondeva la sua chioma rasta, forse per non spaventare troppo i genitori e le zie di lei. Questo avviene nel pomeriggio; per cena, al mio ristorante preferito, siamo in 3: lei, lui e il "direttore spirituale", io. E’ un po’ come il gruppo fidanzati in parrocchia, solo che qui sono musulmani; ciò non toglie che, in quest’epoca di globalizzazione, una donna marocchina che si fidanza con un senegalese residente a Ferrara possa avere come "confessore" un frate monzese residente a Meknes.
Per concludere, ecco l’ultima della settimana: mentre lavoro all’ufficio del nostro Centro culturale nella Medina, ricevo la visita di Meriem, Abdellah e Mustafa, i tre bambini di Huda, che sta a chiedere la carità sulla scalinata che porta alla nostra via. Ho sempre un po’ di cioccolato per simili evenienze e con l’aggiunta di qualche pezzetto di gesso per imbrattare i marciapiedi, l’affare è concluso. Ma un ragazzino di una famiglia dei nostri vicini vede la cosa e chiede altrettanto; ero tentato di rispondere come il Padrone della vigna che dà il soldo a quelli dell’ultima ora «Dei miei beni faccio quello che voglio »… invece gli ho spiegato che quei bambini erano un po’ meno fortunati di lui e che quindi meritavano un trattamento di favore. Mi aspettavo un disaccordo da parte sua, invece, con mia sorpresa, mi stringe la mano e esclama: «Anta islami», tu sei un vero musulmano!
Bene cari, che dirvi di più ? Godiamoci questa festa multicolor e aspettiamo di vedere chi ci sarà lassù: di sicuro ne vedremo delle belle!

30.10.10

Visita del Presidente palestinese alla Natività

Due mesi dopo la storica firma dell’accordo tra le tre confessioni cristiane presenti nella basilica della Natività di Betlemme per il restauro del tetto dell’edificio, il Presidente Mahmoud Abbas, che aveva spinto le Chiese verso tale accordo, si è recato di persona sul posto, per vedere i mezzi dispiegati per realizzare gli studi sui quali si opereranno le scelte sulla natura dei lavori da fare.

Custodia.org - Se l’accordo iniziale prevedeva il restauro del tetto, è in realtà tutta la Basilica ad essere sottoposta a uno studio approfondito, così che il Presidente palestinese ha potuto vedere all’opera un’equipe di esperti di mosaici e di architetture medievali, e li ha ringraziati per aver messo le loro competenze al servizio di un così ampio progetto. Una dopo l’altra, le varie equipe che si succedono rimangono affascinate dalla suggestiva basilica. Ogni esperto, nel proprio campo di studi, può dire da ora in poi di conoscere la basilica meglio di tutte le guide turistiche messe insieme. Innanzitutto perché gli esperti possono visitare ogni angolo, sia pubblico che privato, appartenente sia ai greci-ortodossi che agli armeni o ai francescani. In secondo luogo, perché i loro strumenti e le loro conoscenze danno loro libero accesso a un sapere che soltanto padre Bagatti, e padre Piccirillo prima di lui, avevano potuto avvicinare. I lavori e gli articoli di questi due francescani sono d’altronde ancora oggi una base così preziosa che tutti i ricercatori in materia provvedono all’acquisto dell’opera di padre Bagatti “Gli edifici antichi di Betlemme”.

In ogni caso, i libri sulla Basilica dovranno essere aggiornati tra qualche mese. “Se la metodologia è decisamente cambiata rispetto agli anni ’40-’50, durante i quali il padre Bagatti aveva lavorato sull’edificio, la differenza maggiore oggi la fa la tecnologia” spiega Stefano, archeologo specializzato sull’epoca medievale. E già questa tecnicità porta le sue rivelazioni: la struttura della basilica dal basso verso l’alto sarebbe di epoca giustiniana, senza modifiche crociate. Michele, dottore di storia dell’arte, spera di poter tornare al più presto a contemplare la decorazione crociata; Nicola, eminente specialista in mosaici, non si capacita della tecnica con cui sono stati realizzati gli affreschi, un “trompe l’oeil” in modo che si potessero vedere dal basso; Stefano non avrà riposo finché non avrà ritrovato, sotto lo strato di polvere, i colori dei santi dipinti sulle colonne; Elisabetta si china con dedizione sui mosaici del pavimento. Tutti i ricercatori dovranno presentare due rapporti preliminari prima del rapporto finale del 15 marzo.

Si può presumere che la sorpresa, per i guardiani del luogo come per le autorità palestinesi, sarà allora di scoprire che i rapporti chiederanno all’unanimità non soltanto il restauro del tetto, ma anche quello degli affreschi, dei mosaici, delle pietre, dei rivestimenti di legno… un cantiere colossale insomma. “Esistono cinque o sei monumenti al mondo risalenti a quest’epoca, ancora in buono stato e che mantengono ancora oggi la loro funzione originaria. Questa basilica è uno splendore, ma è in pericolo. E non solo perché essa ha quattordici secoli di vita, ma perché è visitata da due milioni e mezzo di persone all’anno – o almeno in questi ultimi due anni –, e l’umidità rilasciata dai corpi, le sostanze carboniche e il peso accumulato di 2,5 milioni di persone che percorrono tutte lo stesso tragitto per andare verso lo stesso luogo, accelerano la degradazione dell’edificio. Senza i pellegrini, la basilica potrebbe durare altri quattordici secoli, ma con loro bisogna preservarla”, spiega Giorgio, che è ingegnere.

Nell’ipotesi in cui le Chiese continueranno a dare prova di unità per salvare questo tesoro della cristianità, bisognerà allora tirare fuori i mezzi finanziari in grado di supportare un’impresa di tale grandezza, e né la Chiesa locale né l’Autorità palestinese potranno farlo da sole. Resterà quindi da mostrarsi estremamente creativi e aperti a ogni proposta che arriverà, si spera, da ogni angolo del mondo.

Mab
30.10.10

Sinodo: si riparte da comunione, speranza e dialogo

Una chiamata a vivere «come Chiesa di comunione, restando aperti a tutti, senza cadere nel confessionalismo» è il filo conduttore delle 44 Propositiones presentate al Papa a conclusione del Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente per prevenire e affrontare l’emigrazione, per la formazione del clero e dei laici, per studiare le modifiche organizzative chieste per assistere al meglio i fedeli della diaspora.

Terrasanta.net - Una parte delle proposte avanzate dai vescovi e che confluiranno nell’Esortazione apostolica post-sinodale riguarda le forme della «testimonianza dell’amore e della Resurrezione di Cristo» nei diversi ambiti dell’attività della Chiesa e nel dialogo interreligioso. L’assise sinodale che ha riunito a Roma 173 vescovi e patriarchi del Medio Oriente, più altri esperti, uditori e vescovi degli altri continenti, per un totale di 330 persone, si è chiusa ieri a Roma con l’appello del Papa per la pace nella regione, come chiesto anche nel Messaggio inviato dai presuli al popolo di Dio, e 44 proposte concrete per affrontare le sfide delle minoranze cristiane. Esse sono suddivise in tre blocchi e rappresentano la sintesi dei 125 interventi pronunciati dai vescovi in aula (e di altri cinque consegnati per iscritto), più 111 interventi liberi seguiti alla discussione.

Il primo blocco delle Propositiones riguarda il senso della presenza e della vocazione cristiana nella regione e chiede di «suscitare l’impegno a reclamare e sostenere il diritto internazionale e il rispetto di tutte le persone» per quanto concerne la «situazione drammatica di certe comunità cristiane del Medio Oriente, le quali soffrono ogni tipo di difficoltà, giungendo talvolta fino al martirio». Le Chiese d’Oriente devono dedicarsi «alla purificazione della memoria e alla promozione del linguaggio della pace e della speranza, invece di quello della paura e della violenza».

Sia nel Messaggio che nelle proposte i vescovi esortano i fedeli a non cedere alla tentazione di vendere le loro proprietà, terre e immobili, visto che la terra natale rappresenta «un elemento essenziale dell'identità delle persone e dei popoli» e «uno spazio di libertà». Essi propongono di creare «progetti che si facciano carico di farle fruttificare per permettere ai proprietari di restare dignitosamente nei loro Paesi». Anche nella gestione dei beni delle diocesi, «è necessario applicare un sistema di rendicontazione contabile (audit) negli affari finanziari della Chiesa». Si chiede inoltre di incoraggiare i pellegrinaggi nei Luoghi Santi dei vari Paesi della regione, non solo in Terra Santa.

Quattro proposte riguardano la pastorale dell’emigrazione, compresa l’opportunità di creare un ufficio ad hoc nelle diocesi per studiare il fenomeno e contrastarlo, ed una dell’immigrazione, in particolare delle donne che sono fra i soggetti più svantaggiati: le istituzioni e organizzazioni cattolica sono chiamate a «fare tutto quanto rientra nelle loro competenze perché i diritti fondamentali degli immigrati, riconosciuti dal diritto internazionale, siano rispettati», a prescindere dalla loro nazionalità e religione, «e per aiutarli sul piano giuridico e umanitario».

Un secondo blocco di 14 proposte riguarda la comunione delle Chiese. I vescovi suggeriscono, fra l’altro, di «creare una commissione di cooperazione tra le gerarchie cattoliche del Medio Oriente» per promuovere strategie pastorali comuni, organizzare incontri periodici e regolari tra le gerarchie, «praticare una solidarietà materiale tra le diocesi ricche e meno ricche», creare un'associazione sacerdotale fidei donum «per favorire l'aiuto reciproco tra eparchie e Chiese». Una proposta, quella di creare una sorta di «sacerdoti senza frontiere», che era stata avanzata dal vescovo di Gibuti mons. Giorgio Bertin per aiutare le Chiese, come quelle Africa, gravemente a corto di clero.

E ancora: la raccomandazione ai «nuovi movimenti ecclesiali» che aprono istituti in Medio Oriente di «operare in unione con il vescovo locale e secondo le sue direttive», e possibilmente ci sia una posizione comune della gerarchia cattolica rispetto a questi movimenti. Altre proposte riguardano la pastorale nei Paesi del Golfo, le vocazioni, la sussistenza del clero e la richiesta dei patriarchi di estendere la loro giurisdizione territoriale e poter assistere i fedeli della diaspora eventualmente con dei preti sposati che già operano nelle Chiese d’Oriente. Circa l’importanza della lingua araba: si propone di «intensificare l'uso della lingua araba nel quadro delle istituzioni della Santa Sede e delle sue riunioni ufficiali», affinché i cristiani di cultura araba possano seguire meglio i lavori del Vaticano. Una proposta concreta sull’ecumenismo riguarda il lavoro per l’unificazione delle feste di Natale e di Pasqua (ossia la possibilità di celebrarle tutti in contemporanea a prescindere dalle differenze cronologiche imposte dai calendari giuliano e gregoriano in uso tra le varie Chiese), un’altra chiede di «applicare gli accordi pastorali conclusi» laddove esistono.

L’ultimo blocco di proposte, infine, riguarda la formazione, la liturgia e il dialogo interreligioso dei cristiani chiamati ad essere «testimoni della Resurrezione e dell’amore» e quindi ad alimentare, prima di tutto in se stessi, una visione cristiana della vita e del loro ruolo in Medio Oriente. La prima sfida, rimarcano i vescovi, è quella della formazione, sia del clero che dei laici. «Ogni battezzato – scrivono - deve essere pronto a rendere ragione della sua fede in Gesù Cristo e avere la preoccupazione di proporre il Vangelo senza timidezza, ma anche senza provocazione. La formazione riguarderà la celebrazione dei misteri, il sapere, il vivere e l'agire».

I presuli incoraggiano le scuole cattoliche «a consolidare la cultura dell'apertura e della convivialità, la cura e l'accoglienza dei poveri e dei portatori di handicap» e «nonostante le difficoltà, a conservare la missione educatrice della Chiesa e a promuovere lo sviluppo dei giovani, che sono l'avvenire delle nostre società». Oltre alle scuole, la Chiesa universale è chiamata a sostenere i media cattolici. Le famiglie, in particolare quelle che attraversano gravi difficoltà, devono essere «accompagnate e sostenute», soprattutto nelle città. Un’altra proposta sottolinea l’importanza di diffondere in Medio Oriente la dottrina sociale della Chiesa.

La premessa del rafforzamento del dialogo interreligioso è che i cristiani del Medio Oriente sono invitati «alla purificazione della memoria, al perdono reciproco del passato e alla ricerca di un avvenire comune migliore». I fedeli opereranno «per edificare una società nuova dove il pluralismo religioso è rispettato e dove il fanatismo e l'estremismo saranno esclusi». Così, tanto è importante il dialogo con gli ebrei nel rifiuto «dell’antisemitismo e dell’antiguidaismo», nella distinzione «tra religione e politica», tanto è importante con i musulmani con cui il dialogo è «una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro avvenire». Con questi ultimi «è importante – rimarcano i vescovi - promuovere la nozione di cittadinanza, la dignità della persona umana, l'uguaglianza dei diritti e dei doveri e la libertà religiosa comprensiva della libertà di culto e della libertà di coscienza». Nel continuare «il fecondo dialogo di vita con i musulmani» i cristiani metteranno da parte «ogni pregiudizio negativo». In tal modo, «offriranno al mondo l'immagine di un incontro positivo e di una collaborazione fruttuosa tra i credenti di queste religioni, opponendosi insieme a ogni genere di fondamentalismo e di violenza in nome della religione».
30.10.10

Centomila giovani dell’Azione Cattolica in Piazza San Pietro. Il Papa: solo in Gesù troviamo il vero amore e la vera libertà

Una festa della fede, un momento di gioia ed entusiasmo: è quanto si è vissuto stamani in Piazza San Pietro invasa da centomila giovani dell’Azione Cattolica convenuti, da tutta l’Italia, a Roma per incontrare Benedetto XVI. Un evento incentrato sul tema “C’è di più. Diventiamo grandi insieme” che ha visto il momento culminante nel dialogo tra il Papa e i ragazzi su temi forti come l’amore, l’educazione e la testimonianza evangelica nella vita quotidiana.

RadioVaticana - Abbiate il coraggio, “l’audacia di non lasciare nessun ambiente privo di Gesù”: è la sfida impegnativa che il Papa ha lanciato stamani ai centomila giovani dell’Azione Cattolica, in un clima di grande affetto e gioia. La parola del Papa, ha detto il presidente dell’associazione, Franco Miano, “ci aiuta ad avere fiducia e a credere anche nei momenti più difficili che la speranza continua ad essere l’orizzonte più degno dell’uomo”. Dal canto suo, l’assistente spirituale dell’Azione Cattolica, mons. Domenico Sigalini, ha osservato che “non è vero che le Chiese sono abbandonate dai giovani” e che i ragazzi di oggi “non vogliono mediocrità o adattamenti, ma sogni e voli alti”. Anche il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dell’episcopato italiano, ha messo l’accento sulle grandi speranze che la Chiesa ripone nei giovani ai quali, ha detto, gli adulti sono chiamati a dare il buon esempio. Quindi, ha messo l’accento sul ruolo del Papa per i giovani:

"Il Santo Padre ci parla di Gesù, ci indica il suo vero volto, ci garantisce di essere sulla strada giusta: stretti al Papa, sentiamo il calore e la gioia della Chiesa, la famiglia dei figli di Dio. Cari ragazzi e giovani dell’Azione Cattolica, siate amici di Gesù, amate la Chiesa, dite al Santo Padre il vostro affetto".

E’ stata dunque la volta dell’atteso dialogo tra Benedetto XVI e i ragazzi. Il Papa ha risposto a tre domande di giovani ed educatori dell’Azione Cattolica, partendo dal tema dell’incontro “C’è di più”. Benedetto XVI ha rilevato che crescere in altezza non significa diventare davvero grandi. Ed ha confidato un ricordo personale:

“Io quando sono stato ragazzo, alla vostra età, nella mia classe ero uno dei più piccoli e tanto più ho avuto il desiderio di essere un giorno molto grande e non solo grande di misura, ma volevo fare qualcosa di grande, di più della mia vita, anche se non conoscevo questa parola ‘C’è di più’”.

Quindi, ha sottolineato cosa vuol dire davvero essere grandi, ovvero crescere nell’amicizia di Gesù. Un insegnamento che anche gli adulti non devono dimenticare:

“Così Gesù ha insegnato agli adulti che anche voi siete 'grandi' e che gli adulti devono custodire questa grandezza, che è quella di avere un cuore che vuole bene a Gesù”.

Essere “grandi” allora, ha soggiunto, “vuol dire amare tanto Gesù, ascoltarlo e parlare con Lui nella preghiera, incontrarlo nei Sacramenti, nella Santa Messa”. Ed ha ribadito che “amore di Dio” è sempre “amore degli amici”, specie di quelli in difficoltà. E il significato autentico della parola amore è stato anche il tema forte della seconda domanda, alla quale il Papa ha risposto mettendo in guardia dai messaggi sbagliati che spesso la società propone ai giovani:

“E’ proprio vero: voi non potete e non dovete adattarvi ad un amore ridotto a merce di scambio, da consumare senza rispetto per sé e per gli altri, incapace di castità e di purezza. Questa non è libertà. Molto 'amore' proposto dai media, in internet, non è amore, ma è egoismo, chiusura, vi dà l’illusione di un momento, ma non vi rende felici, non vi fa grandi, ma vi lega come una catena che soffoca i pensieri e i sentimenti più belli, gli slanci veri del cuore, quella forza insopprimibile che è l’amore e che trova in Gesù la sua massima espressione e nello Spirito Santo la forza e il fuoco che incendia le vostre vite, i vostri pensieri, i vostri affetti”.

“Certo – ha riconosciuto il Santo Padre – costa anche sacrificio vivere in modo vero l’amore”, ma si è detto sicuro che i giovani dell’Azione Cattolica non hanno “paura della fatica di un amore impegnativo e autentico” giacché è “l’unico che dà in fin dei conti la vera gioia!”. Anzi, ha proseguito il Papa, “c’è una prova che vi dice se il vostro amore sta crescendo bene: se non escludete dalla vostra vita gli altri, soprattutto i vostri amici che soffrono e sono soli, le persone in difficoltà, e se aprite il vostro cuore al grande Amico che è Gesù”. Il Papa ha infine risposto ad un’educatrice dell’Azione Cattolica, soffermandosi su cosa vuol dire essere educatori:

“Direi che essere educatori significa avere una gioia nel cuore e comunicarla a tutti per rendere bella e buona la vita; significa offrire ragioni e traguardi per il cammino della vita, offrire la bellezza della persona di Gesù e far innamorare di Lui, del suo stile di vita, della sua libertà, del suo grande amore pieno di fiducia in Dio Padre”.

“Voi – è stata la sua esortazione – siete dei buoni educatori se sapete coinvolgere tutti per il bene dei più giovani”. Ed ha aggiunto: “Non potete essere autosufficienti, ma dovete far sentire l’urgenza dell’educazione delle giovani generazioni a tutti i livelli”. Al momento dei saluti, il Papa ha risposto con affetto al grande entusiasmo dei ragazzi:

“Anche io sono pieno di gioia! Mi sento ringiovanito. Grazie a tutti voi di cuore!”
30.10.10

Pacchi bomba dallo Yemen verso gli Usa: c'è la firma di al Qaeda

In Europa e Stati Uniti resta alto l’allarme terrorismo all’indomani del ritrovamento dei due pacchi bomba a bordo di due aerei cargo partiti dallo Yemen, diretti negli Usa e bloccati a Londra. Uno è stato intercettato a Londra e l’altro a Dubai. La Polizia degli Emirati Arabi ritiene che dietro l’azione ci sia la mano di Al Qaeda.

RadioVaticana - Una grande quantità di esplosivo sintetico nascosto all’interno di una stampante, con un circuito elettrico collegato ad una scheda telefonica. Le autorità di Dubai non hanno dubbi. Il modo in cui è stato confezionato ha la chiara impronta della rete di Osama Bin Laden, peraltro il tipo di esplosivo è lo stesso utilizzato per il fallito attentato del giorno di Natale del 2009 sul volo Amsterdam-Detroit. Da Washington il presidente Obama ha precisato che i pacchi, che viaggiavano a bordo di cargo della compagnia americana Fed-Ex, erano destinati a due sinagoghe di Chicago. Per assicurare la protezione ai cittadini – ha detto - resteranno in vigore le misure eccezionali adottate fino ad ora. La Casa Bianca – che sa bene che i terroristi continuano a pianificare attacchi contro il Paese - ha poi ringraziato Dubai per l’assistenza e lo scambio di informazioni che hanno reso possibile sventare prontamente la minaccia proveniente dallo Yemen. In tutto il territorio yemenita in queste ore sono state rafforzate le misure di sicurezza. Controlli potenziati non solo su pacchi in partenza da porti e aeroporti del Paese, ma anche sulle automobili e i passeggeri soprattutto nel quartiere diplomatico della capitale San'a. Attenzione massima anche sul versante britannico, dove oggi il comitato governativo per le emergenze si è riunito per fare il punto della situazione.

Un test per verificare l’efficacia dei controlli aerei in vista di un attentato o un messaggio alla comunità ebraica americana. Sono diverse le interpretazioni date all’ombra del terrorismo che si è allungata nuovamente sugli Stati Uniti a 4 giorni dalle elezioni di metà mandato. Il presidente parla comunque di una minaccia credibile. E’ così? Gabriella Ceraso lo ha chiesto a Fernando Fasce docente di Storia degli Stati Uniti all’Università di Genova: 


R. – E’ ancora difficile dare una valutazione, sia sul caso specifico, sia sulle risonanze nel lungo periodo. Obama è un presidente che ci ha abituato ad un atteggiamento, direi, sobrio e controllato, per cui la sua dichiarazione – mi pare – possa davvero significare che si tratta di una minaccia reale, possibile, anche tenuto conto di questa realtà “Yemen”, che da più parti, negli ultimi anni, è stata indicata come fucina di scontento, disordine e potenzialmente anche di iniziative terroristiche.
D. – Quanto conta, nel ruolo giocato oggi dallo Yemen, la politica intrapresa da Obama a San’a, cioè proprio la lotta aperta al terrorismo?
R. – E’ molto possibile che questa sia una risposta, una reazione per tastare la coerenza, la consistenza della politica “obamiana”. Questo dovrebbe comunque rafforzare un orientamento, che è quello di grande azione di prevenzione e intelligence, coordinata a livello internazionale, perché questo torna, a nove anni dall’undici settembre, ad essere comunque il problema di fondo, collegato all’altro della ricerca di soluzioni per questa complicata area, che sta tra il Medio Oriente e il Golfo.
D. – Si può tracciare un filo rosso nella strategia del terrore, ricordando anche quanto successo in Spagna, per cui si interviene quando un Paese sta per vivere un momento particolare della propria storia, come in questo caso potrebbero essere le elezioni...

R. – Questa è una tentazione forte. Non bisogna dimenticare però che Al Qaeda stessa - come sappiamo - è una specie di arcipelago di iniziative. Non si sa bene quanto coordinate l’una con l’altra. Quindi, qui ci può essere il fatto che ci sono singoli gruppi, che decidono di muoversi in questa occasione, che è davvero un’occasione importante per la politica interna statunitense.(m.a.)
30.10.10

Dissidenti cinesi internati a forza in ospedali psichiatrici

Una campagna denuncia casi eclatanti: dissidenti sottoposti a ricoveri forzati di anni, elettroshock sistematici e incatenati. Human Rights Watch: così il Partito comunista cinese ha fatto da quando prese il potere. Nobel a Liu Xiaobo: decine di suoi amici in arresto, no a ritiro del premio.

Hong Kong (AsiaNews/Agenzie) – Una “campagna” per denunciare i molti abusi contro chi protesta e fa petizioni in Cina e per questo è detenuto in ospedali psichiatrici, percosso, sottoposto a sedativi e a elettroshock. L’attivista Liu Feiyue spiega che la campagna “Sos Ospedali Mentali” vuole fare conoscere le tante vittime di questo “sistema”. Xiao Yong, attivista del gruppo Civil Rights and Livelihood Watch, parla a Radio Free Asia di Gu Xianghong, che ha protestato per gli abusi subiti dalle autorità per la pianificazione familiare, l’ufficio incaricato di far rispettare il generale divieto di avere più di un figlio.

“Dal 1992 – spiega Xiao – [Gu] ha tentato di protestare per gli abusi subiti attraverso i canali ufficiali”: presentando petizioni alle autorità superiori per chiedere giustizia. Come risultato, Gu è stata più volte rinchiusa nell’Ospedale n.5 di Xiangtan (Hunan).

Xiao e l’altro attivista Zheng Chuangtian hanno registrato un video di Gu, che, parlando con qualche difficoltà, denuncia di essere stata sottoposta a ripetuti elettroshock e iniezioni contro la sua volontà e di essere stata internata in ospedale 9 volte.

“L’intera mia famiglia è stata rovinata dal governo del villaggio – dice la donna – perché ho fatto petizioni… Mi hanno internato qui per vendetta e costretta a subire le iniezioni”. “Non mi vogliono far uscire… Non riesco ad avere da loro risposte chiare”. “Mi hanno applicato gli elettrodi alle tempie e acceso” – dice ancora – “Mi hanno coperto il capo e incatenato i piedi”.

Xiao e Zheng sono riusciti a entrare nell’Ospedale n.5 di nascosto, aggirandola sorveglianza, poi sono stati scoperti e rinchiusi per un poco.

Anche la madre di Gu, Xu Meijiao, è detenuta dalle autorità.

Huang Xuetao, avvocato a favore dei diritti umani, ha scritto in un rapporto pubblicato il 10 ottobre che molti ospedali psichiatrici accettano pazienti senza malattie mentali, su richiesta di autorità pubbliche, perché sono ben pagati.

“Il livello del consenso tacito [in queste pratiche] – denuncia Huang – nella professione psichiatrica continua a espandersi, in un modo terrificante”.

La speranza è che queste denunce diano risultati: le autorità hanno dato grande risalto, nei mesi scorsi alle sanzioni prese contro 5 funzionari dell’Henan responsabili di avere mandato Xu Lindong, autore di petizioni, nell’Ospedale Psichiatrico Cittadino Luohe, producendo documenti falsi. Xu (nella foto) è rimasto internato per 6 anni e mezzo, è stato rinchiuso per 50 volte, torturato con bastoni elettrici 55 volte.

Il gruppo Human Rights Watch in un rapporto del 2002, “Menti pericolose”, ha denunciato che il Partito comunista cinese ha sempre considerato “dissidenti politici, credenti, autori di proteste e altri dissidenti” “costituire una grande minaccia sociale”. Queste persone spesso sono state “internate in modo coatto in vari tipi di istituzioni psichiatriche”.

Ma esperti notano che metodi coercitivi sono tuttora applicati dalle autorità anche ad alti livelli. Osservano che, dopo l’assegnazione del premio Nobel per la Pace al democratico dissidente Liu Xiaobo, le autorità hanno messo sotto stretta sorveglianza o agli arresti domiciliari decine di dissidenti e attivisti, hanno tagliato loro le linee telefoniche, li seguono ovunque e a molti hanno ordinato di lasciare Pechino e tornare nella città d’origine. La moglie Liu Xia è da allora agli arresti domiciliari e le hanno tagliato la connessione a Twitter, dopo che ha messo su internet una lettera aperta rivolta a 143 attivisti e celebrità cinesi di andare a Oslo al suo posto a ricevere il premio per il marito, condannato a 11 anni di carcere per reati d’opinione.

Lo scrittore cristiano Yu Jie è agli arresti in casa da 12 giorni. Al South China Morning Post dice che le autorità “hanno paura” che amici di Liu “vadano alla cerimonia di consegna del premio”.
30.10.10

“C’è di più. Diventiamo grandi insieme”. Acr e Giovanissimi di Ac incontrano Benedetto XVI

I saluti al Papa di Mons. Domenico Sigalini (Assistente Generale dell’Azione Cattolica Italiana) e Franco Miano (Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana)

Santità, alcuni anni fa ci ha chiamati a rispondere a una urgenza educativa che, dalla Sua posizione di responsabilità di Sommo Pastore della Chiesa, ha visto essere un compito assolutamente da assumere da tutti nella chiesa. Oggi, all’inizio del decennio che la Chiesa italiana dedica all’educazione, in questa Sua Piazza abbiamo accompagnato tutti questi ragazzi e questi giovanissimi, che popolano le nostre parrocchie e le nostre associazioni di Azione Cattolica, che da sempre si impegna per educare le giovani generazioni. Non è vero che le nostre chiese sono abbandonate dai giovani, anzi, quando percepiscono che c’è gente che vuole il loro vero bene e che nell’incontro con Gesù, c’è una risposta alla loro esigenza di volere di più, ne siamo assediati.

Questi ragazzi non vogliono mediocrità o adattamenti, ma sogni e voli alti. La misura che proponiamo è la santità, niente di meno. Hanno possibilità di incontrarla nella storia dell’Azione Cattolica e di vederla in tanti giovani e ragazzi che li hanno preceduti, e nei preti e negli adulti e giovani che si dedicano a loro.
Oggi sono qui per ringraziarLa di quanto ha fatto e sta facendo per loro, mettendosi in prima persona a difenderli, e per ascoltare la Sua parola che indica a loro il di più che cercano.

Saluto del Prof. Franco Miano (Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana)

Padre Santo,
l’Azione Cattolica tutta, qui rappresentata dalle sue più giovani generazioni, dai ragazzi e dai giovanissimi accompagnati dai loro educatori e genitori, vuole prima di tutto ringraziarLa per il Suo affetto, per la Sua testimonianza di fede, di amore alla Chiesa, di passione per ogni uomo; di sostegno ai deboli e ai poveri della terra. La Sua parola ci aiuta ad avere fiducia e a credere, anche nei momenti più difficili, che la speranza continua ad essere l’orizzonte più degno dell’uomo.
Sì, Padre Santo, grazie al Suo sostegno e al Suo incoraggiamento, che abbiamo già avuto modo di sperimentare in questa piazza, nell’incontro con Lei del 4 maggio 2008, i ragazzi e i giovanissimi dell’Azione Cattolica continuano a pensare che è possibile diventare grandi insieme, insieme nell’associazione, insieme con la Chiesa tutta, insieme alle famiglie e agli educatori a tutti i livelli, insieme seguendo il Signore Gesù. Mai da soli.
Ma si diventa grandi insieme, così ci dicono questi ragazzi e giovanissimi, cominciando a testimoniare già oggi, subito, la bellezza, il di più, della nostra fede a partire dalla vita di ogni giorno. Anche grazie all’esperienza associativa, i ragazzi e i giovanissimi dell’Azione Cattolica imparano a sentirsi corresponsabili nella vita della Chiesa e a raccontare la gioia che proviene dal Vangelo ai propri amici e ai propri coetanei.
Sì, diventare grandi significa essere già protagonisti oggi, diventare grandi insieme significa sapere che la mia testimonianza si moltiplica se si unisce all’impegno degli altri.
Padre Santo benedica i desideri e gli impegni di questi ragazzi e giovanissimi, delle loro famiglie, di tutta l’Azione Cattolica, insieme alle nostre Chiese e alle nostre città.
30.10.10

Non arrediamoci ai sintomi di depressione psichica, orientiamo la mente su ciò che piace e non stanca

del nostro collaboratore Gennaro Iasevoli, psicologo e docente di psicologia giuridica presso l'università Parthenope di Napoli

Per sconfiggere la depressione occorre orientare la mente su nuove piste, dedicandosi allo studio di quello che piace, non deprime e non affatica. Ma la ricerca psicologica sulla depressione, tra le tante che mi hanno appassionato, è stata da me sempre la più trascurata, purtroppo, perché ho sempre avuto una particolare urgenza per la ricerca psicoterapeutica delle psicopatologie di origine genetica, che sono diagnosticate già nei primi anni dell’età evolutiva dei ragazzi. Infatti lo studio della depressione mi è sembrato secondario rispetto ai problemi impellenti che sono presenti alla nascita, poiché generalmente subentra durante o dopo la socializzazione avanzata.

Poi nel proseguire gli studi di psicologia evolutiva, mi sono imbattuto ugualmente nell’osservazione di alcuni giovani affetti da stanchezza mentale, perdita di concentrazione, mancanza di motivazioni e di entusiasmo, con la tendenza ad opporsi ai consigli delle buone pratiche, portati a forme di chiusura, indecisione, disinformazione, decadenza culturale, auto-esclusione sociale, rallentamento dei ritmi motori, diminuzione del tono muscolare, sonnolenza, trascuratezza personale, disturbi dell’alimentazione. Per capire e decriptare questo cumulo di sintomi poco piacevoli ho cercato, per prima cosa, di ordinarli caso per caso, in ordine cronologico secondo la loro comparsa nella storia delle persone, servendomi anche della loro stessa collaborazione, nell’intento di orientarli nel raggiungimento di un miglioramento. Ho osservato molti casi in varie sedi ed in varie occasioni, ma ho scoperto una concomitanza, che voglio riportare per i lettori, derivante dal fatto che quasi tutti i soggetti depressi avevano avuto, od hanno ancora, un deludente rapporto con la formazione scolastica.

Seguendo le osservazioni, mi sono accorto infatti di un deludente rapporto che queste persone hanno avuto con la scuola nel suo complesso a causa del carattere scontroso dei propri insegnanti o delle delusioni causate dai compagni di scuola; discipline poco interessanti, modesta spendibilità del titolo di studio. Pertanto sarebbe utile e semplice chiarire, con colloqui psicologici orientanti, le insoddisfazioni scolastiche che hanno avuto tali soggetti, impegnandosi moltissimo nell’esemplificare ad essi l’importanza dell’attivazione odierna di uno studio supplementare, basato sulla ricerca di un’erudizione personale in un’area disciplinare piacevole, che sia decisamente personalizzata e quindi di proprio gradimento al fine di colmare il vuoto formatosi durante l’età scolare. Semplice, ma vero: l’orientamento può funzionare benissimo ed i sintomi sopra descritti possono quindi svanire, fino a ridursi significativamente e consentire una vita attiva ed integrata. Sarebbe la ricerca teorica personale gradita al soggetto depresso, la “medicina psicologica” utile ad attivare le pulsioni motivazionali del muoversi, dell’agire, della scoperta, della decisione e del lavoro, tanto da ridurre la tendenza alla depressione. I filosofi dell’ottocento già sapevano migliorare la psiche umana, essi selezionavano con grande cura e passione i loro strumenti operativi, affidandosi, con ottimi risultati, allo studio dell’arte, della religione e della filosofia.

Questa breve riflessione spero sia di aiuto o almeno spinga positivamente i ricercatori a risolvere con migliori strumenti sperimentali le questioni scientifiche ancora sospese sulla depressione, riesaminando il valore psicologico dell’esperienza scolastica vissuta dal soggetto. Però restano ancora da affinare i metodi psicologici per orientare la passione allo studio dilettevole ed alla ricerca personale nelle aree di gradimento, anche se trattasi di persone già abbastanza od eccezionalmente colte, affinché riescano a reintegrare più agevolmente le funzioni psichiche compromesse dalla depressione.
30.10.10

Elias Chacour, israeliano palestinese cristiano

Il nostro redattore Carlo Mafera ci parla del libro scritto da Pia de Simony e Marie Czernin edito da Marcianum Press 2010

Questo libro su Elias Chacour è il risultato di un prezioso lavoro delle autrici che hanno raccolto pazientemente gli episodi più significativi della vita dell’arcivescovo di Gerusalemme. Sarebbe bello citarli tutti ma non è possibile. Ne ho scelto alcuni a testimoniare il grande carisma di questo gigante nella ricerca della pace in un territorio dove la convivenza pacifica tra arabi ed israeliani sembra quasi un’utopia. Eppure Padre Elias è riuscito a far succedere cose impensabili e ritenute irraggiungibili. Un capitolo emblematico è quello intitolato “Riconciliazione nella Domenica delle Palme”. Racconta Abunà (padre) Elias: “Non era un’impresa facile riconciliare le persone in un villaggio come Iblin. C’era chi veniva a messa – è vero – ma la cortina dell’odio rimaneva in piedi. La domenica delle Palme invece i banchi erano pieni. Era presente quasi tutta la comunità, circa duecentocinquanta persone. Inoltre Abunà Elias aveva invitato altri abitanti di Iblin. Stava indossando i paramenti sacri in seta bianca quando gli si parò davanti il sindaco. Era molto agitato: “La chiesa non li contiene tutti. Non è mai successo. C’è gente davanti alla porta che preme per entrare. Che cosa facciamo Abunà?” “Li faccia venire qui” disse Elias, indicando la stanza dietro l’altare...

Elias dovette affrontare la più difficile messa la più difficile messa nella sua vita. Aveva la sensazione che i fedeli fossero venuti in primo luogo perché era un dovere e che per il resto stessero soltanto scaldando i banchi. Terminata la liturgia, tutti si alzarono per ricevere la benedizione. Di nuovo Elias alzò le mani, lo stomaco in subbuglio. Adesso o mai più ….. ribassò le mani e si incamminò a passi veloci verso la porta di entrata. Tutti lo seguivano con lo sguardo. Chiuse i due grandi battenti della porta, girò la vecchia chiave e la estrasse dal chiavistello. Nessuno si mosse dal proprio posto. Abunà ritornò all’altare. Le suore erano nervosissime e pregavano con gli occhi chiusi …… La gente si guardava con espressione interdetta.

Alcuni fecero per uscire. Ma Elias alzò le mani. “Non tentate di uscire. Le porte sono chiuse. Se prima non vi perdonate gli uni gli altri, rimarrete qui. Due sono le possibilità: o vi uccidete tra di voi e io farò gratis il vostro funerale; oppure cogliete l’occasione di riconciliarvi con chi vi ha ferito o con chi avete ferito. Sarà la dimostrazione che io sono diventato il parroco giusto per voi. Sta a voi decidere.” Elias li guardò. Passarono più di dieci minuti: nessuna reazione. Continuò ad aspettare, sentendo il sudore corrergli lungo la schiena. Forse la mia coraggiosa iniziativa è stata interpretata male? Inaspettatamente una persona si alzò in piedi. Era Abu Muhib, con grande stupore, di Elias. Tutti lo fissarono. “Mi dispiace davvero tanto” balbettò, col viso improntato ad autentico pentimento. “Ho bisogno di essere perdonato, più di chiunque altro. Sono il peggiore tra i presenti. Ho odiato i miei fratelli con tale forza che avrei voluto ucciderli …..” A Elias non sembrava vero. Quell’uomo era il poliziotto che lo aveva sempre maltrattato.

Muhib si girò verso Elias e aprì le braccia : “Mi perdona, Abunà?” Elias lo abbracciò. “Naturalmente. Ora vada e saluti i suoi fratelli”. Questi gli venivano già incontro lungo la navata, mentre Elias dichiarò ad alta voce: “Perché non ci abbracciamo tutti, come abbiamo appena fatto noi due?” In pochi secondi si creò una grande confusione, uomini che si abbracciavano, cugini che per anni non si erano scambiati una parola, piangevano senza ritegno, donne (che) chiedevano di essere perdonate per le loro cattiverie, uomini (che) ammisero apertamente di avere sparso notizie menzognere. Persone che avevano evitato il parroco e le suore ora li invitavano a venire a casa loro. Questa commovente festa della riconciliazione si protrasse per quasi un’ora.

Alla fine Elias annunciò. “Non aspetteremo fino alla prossima domenica per celebrare la Pasqua di Risurrezione. Iniziamo subito. Con Cristo noi siamo risuscitati dalla morte e rinati a nuova vita. Ora riapro le porte: attraversiamo il villaggio, andiamo di casa in casa e cantiamo l’inno della Resurrezione!”

Ho estrapolato in modo esteso questo capitolo per far comprendere il grandissimo carisma di Elias Chacour. Un personaggio straordinario che gioca e potrà giocare un ruolo decisivo per la futura pace tra Arabi ed Israeliani. Ritengo che ciò che ha fatto nel piccolo villaggio di Iblin, l’Arcivescovo di Gerusalemme lo ha anche realizzato in una dimensione più grande, contribuendo decisamente nel processo di integrazione tra i due popoli.

Questo avvenimento nel piccolo villaggio di Iblin è stato il preludio a quello più eclatante della marcia di Gerusalemme quando Elias Chacour, ancora semplice sacerdote, si fece promotore di una marcia che doveva avere per protagonisti sia i palestinesi che gli ebrei uniti finalmente per la richiesta di pace davanti al parlamento israeliano. “Il 23 agosto 1972 finalmente arrivò il grande giorno” – scrive Pia De Simony e Maria Czernin -Colonne di corriere palestinesi risalivano la strada in salita verso Gerusalemme …. Arrivavano da ogni direzione. “Ma finora sono arrivati solo palestinesi”, constatò Chacour con un moto di impazienza, continuando con lo sguardo i suoi amici ebrei. Erano quasi le nove e mezza. Alle dieci il corteo doveva partire. Il vescovo Raya consolò Elias: “Deve avere fiducia, abbiamo fatto il possibile. Il resto è ora nelle mani di Dio.” ……. Nel frattempo erano giunte numerose macchine. Ne discese una ventina di professori dell’università ebraica. Il cuore di Chacour si mise a correre per la gioia…..

...Cristiani, ebrei, mussulmani e drusi erano venuti tutti a pregare insieme per la pace. Anche il vescovo Raya era accanto a lui, insieme con sacerdoti e rabbini…. Procedettero lentamente e pacificamente verso il centro della città. I marciapiedi e le strade erano intasate. Nonostante le barricate erette dalla polizia sempre più persone si unirono al corteo. Chacour guardò la silenziosa folla che seguiva la sua macchina. Sicuramente i simpatizzanti erano ottomila! Ebbe la percezione fisica del sentimento di coappartenenza, di forza magica che avvolgeva la folla. Finalmente il corteo raggiunse il traguardo: la Knesset, il parlamento israeliano….

...Centinaia di persone vegliarono per quattro giorni sotto il sole di agosto. Ma la loro pazienza fu inutile. La Knesset rimase rigorosamente chiusa …. Chacour li guardò mentre se ne andavano. Era avvilito e stanchissimo. “Non è soddisfatto, Elias? Dia un’occhiata lì!” ….. (Chacour) vide che erano studenti, cristiani come pure ebrei, mussulmani e perfino due drusi. Alcuni si tenevano per mano, altri erano abbracciati. Il professore era commosso: “Vede Elias? Il cambiamento sta avvenendo proprio qui. Quello che vede è il primo autentico passo verso la riconciliazione”.

E cosi concludono il capitolo Pia De Simony e Maria Czernin: “Mentre tornava a casa con la corriera, Elias ripensò alle parole dell’amico ebreo. Forse il suo messaggio di pace aveva prodotto effetti nel cuore dei partecipanti più di quanto non avesse osato sperare.”
Anche questa estesa estrapolazione dimostra il coraggio, la fede e soprattutto la Speranza evangelica di Elias Chacour. Ricorda tanto la famosa frase paolina “Spes contra spem”: la Speranza cristiana contro ogni speranza umana. Secondo il mio modesto parere ci troviamo di fronte ad un santo e cioè un uomo che incarna fedelmente il vangelo.
Una terza estrapolazione riguarda la costruzione dell’Università. Chacour infatti ha sempre creduto che solo attraverso l’approfondimento culturale e religioso si sarebbe potuta realizzare la piena integrazione tra ebrei, cristiani e mussulmani. E infatti Pia De Simony e Maria Czernin nel loro splendido libro mettono in evidenza più volte la visione che Chacour voleva realizzare.

Nel capitolo intitolato per l’appunto “Una visione prende forma” così raccontano: “ Elias Chacour aveva da lungo tempo un altro sogno nel cassetto, per realizzare il quale aveva bisogno del nipote. Voleva fondare a Iblin la prima Università cristiana-arabo-israeliana. (Proprio le tre anime che Chacour possedeva in sé). Il ministero dell’istruzione israeliano aveva già mostrato il proprio interesse. Ma lo spirito di iniziativa dei palestinesi non era sufficiente e, come purtroppo avveniva spesso in questo paese, la realizzazione di questo progetto ambizioso dipendeva dall’aiuto da parte degli americani.” Insomma le difficoltà e le resistenze erano tante ma alla fine Chacour la spuntò.
Nel luglio del 2003 il progetto giunse in porto. “E’ stato un parto difficile ma ora abbiamo un neonato: la prima università cristiano-arabo-israeliana” dichiarò Chacour alcuni giorni dopo davanti ai giornalisti. Elias era raggiante di gioia. All’inizio era tutto modesto: un granello di senape e si è trasformato in un albero con grande ramificazione.” Così infine si espresse Elias Chacour “laddove i politici di entrambi i fronti hanno fallito, io voglio conseguire un successo ed educare le nuove generazioni a un nuovo modo di vivere basato sull’amore per il prossimo.”
Gli fece eco – sempre secondo il racconto fedele e puntuale di Pia De Simony e Maria Czernin – il giorno successivo l’influente quotidiano israeliano Haaretz : “Il dottor Chacour e il suo team sono riusciti laddove hanno mancato partiti e politici che si accontentano di stillare slogan e volantini prima delle elezioni”.
Si, obiettivamente la recensione di questo libro è troppo lunga e me ne scuso ma, per raccontare il carisma e la grandezza di quest’uomo non potevo che estrapolare alcuni significativi episodi della sua vita, raccontati in modo semplice da Pia De Simony e Maria Czernin. Solo facendo così potevo illuminare il lettore della statura morale dell’arcivescovo di Gerusalemme Elias Chacour, nominato tale da Sua Santità Benedetto XVI nel 2006. Sarò felicissimo di raccontare ai lettori di “Laperfettaletizia” fra qualche tempo il prossimo libro delle autrici Pia De Simony e Maria Czernin che festeggeranno la pace conclusa definitivamente tra Arabi ed Israeliani anche per la preziosa opera di Elias Chacour!
29.10.10

Penalizzato il pubblico impiego e i relativi servizi

Tagli, blocco delle assunzioni, contratti congelati, freni e limitazioni per i lavoratori del settore pubblico: dalla sanità alla scuola, dai ministeri agli enti locali, compreso province, forze dell’ordine e magistratura. Il servizio pubblico rischia di subire pesanti limitazioni causando ritardi e disservizi all’utenza?

del nostro collaboratore redazionale Stefano Buso

Tempi acerbi per chi lavora nel pubblico, a causa delle misure messe in atto dal Governo per contenere la spesa e salvaguardare così il risparmio dello Stato. Si è calcolato che entro tre anni (verosimilmente attorno al 2013) si ridurranno ulteriormente altre decine di migliaia posti di lavoro, tra l’altro già in forte calo da qualche anno. Una cifra importante che alla fine potrebbe penalizzare i servizi erogati dalla pubblica amministrazione. I dati forniti dal Ministero della Funzione Pubblica affiancati alla relazione dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) confermano quanto scritto. Restando nell’ordine di cifre e numeri, la flessione occupazionale sarà circa dell’8%. Naturalmente tale ragionamento si inserisce in uno scenario di cambiamenti mutevoli, perciò questi dettagli potrebbero oscillare ancora.

A differenza di quanto avveniva un tempo, i prossimi pensionamenti non garantiranno quello che in “gergo occupazionale” è detto turn over, in pratica nuove assunzioni necessarie a mantenere un servizio operativo ed efficiente. Questi dati richiamano l’attenzione su quello che è lo “stato di salute” della pubblica amministrazione, infondendo preoccupazione e malcontento.

Il lavoro pubblico è ovviamente disparato, e comprende varie mansioni, ruoli e funzioni in tantissimi contesti: la scuola, gli ospedali, le forze dell’ordine, la magistratura, i ministeri, le regioni, le province e i comuni. Contenere la spesa equivale ad attuare drastici tagli, con le inevitabili ripercussioni per la comunità. È indubbio che per decenni la pubblica collocazione abbia rappresentato un’opportunità d’inserimento per intere generazioni, al punto da sfociare in esuberi e discrepanze. Eppure, non è opportuno escogitare all’improvviso soluzioni che vanno a mettere in difficoltà sia chi resta nel proprio posto di lavoro che l’utenza. Basti pensare ai padiglioni ospedalieri che all’improvviso accuseranno una fuoriuscita di medici, infermieri e operatori sanitari. Con meno personale come faranno per esempio le direzioni sanitarie dei nosocomi a garantire turni, prestazioni e cure ai degenti?

E poi la scuola – da qualche tempo nell’occhio del ciclone per i tagli al personale – gli uffici regionali, provinciali e quelli più decentrati: ridurre i posti di lavoro non rimpiazzando chi va in quiescenza significa metter in difficoltà la macchina amministrativa, e quindi fornire al cittadino-utente un servizio del tutto discutibile e scadente.

Da anni le organizzazioni sindacali propongono un miglior utilizzo delle risorse disponibili attualmente occupate nel comparto pubblico. In particolar modo utilizzando un criterio importante, quello cioè dell’uso corretto dei ruoli e delle rispettive competenze, evitando così di omogeneizzare il lavoro pubblico come un unicum, e valutando altresì problematiche e peculiarità di ogni categoria. Va da sé che il servizio svolto da un tutore dell’ordine o da un infermiere in un ospedale sono differenti da quello del personale impiegatizio. Lavoro, turnazioni, competenze e carichi di lavoro non sono mai uniformi. In ogni caso, deve essere chiaro un aspetto fondamentale: l’efficienza di uno stato moderno si misura dal funzionamento della sua macchina amministrativa, dai servizi erogati, e da tutte le attività ad essa riconducibili. Minori sprechi e parsimonia sono senz’altro un buon intento e un obiettivo da perseguire, come altresì l’uso oculato delle risorse patrimoniali, senza però cagionare crucci e affanni. La strada da percorrere rimane quella della concertazione con le controparti sindacali e i lavoratori e un uso corretto di tutti gli operatori. I servizi pubblici erogati sono senz’altro fondamentali in una società dove diritti e tutele devono esser sempre al primo posto.

29.10.10

“Un uomo di nome Francesco - una commedia religiosa”

La nostra redattrice Monica Cardarelli ci parla dell'opera messa in scena da La Filarmonica Clown e Marco Finco

“E cammino cammino per le strade, e cammino cammino…” così inizia a cantare sul palcoscenico un personaggio di nome Giovanni che in seguito sarà chiamato Francesco. Quattro attori sul palco, la scena spoglia. Con costumi dei nostri giorni, giacca e pantalone scuro, a poco a poco iniziano a ricreare e a vivere la magia del teatro. Tempo e spazio si annullano e si moltiplicano contemporaneamente. In un crescendo sempre più incisivo di piccole emozioni, tensioni e scherzi, momenti intensi e risate, dubbi e incertezze, il pubblico assiste, coinvolto e mai distante, al progressivo cammino di Francesco. Lo vediamo quando gioca, quando canta con gli amici, perché a Francesco piaceva cantare. Oppure quando decide di andare in guerra perché si sentiva un cavaliere, e quando ritorna dopo un lungo periodo di prigionia riaccompagnato dal padre… ma allora neppure gli amici lo riconoscono: è successo qualcosa al Francesco di sempre, non è più lui. Non scherza più, non si diverte più con le donne, non parla ma se ne sta in disparte pensoso. Già, non è più lo stesso. Solo allora Giovanni diventa Francesco e a poco a poco prende consapevolezza della sua scelta e va, coinvolgendo anche gli amici delle scorribande.

Nello spettacolo teatrale “Un uomo di nome Francesco – una commedia religiosa” messo in scena dalla Filarmonica Clown (Valerio Bongiorno, Piero Lenardon, Carlo Rossi) e da Marco Finco - per la regia di Letizia Quintavalla - gli attori hanno cercato di conoscere l’aspetto umano e, comprendendolo, sono riusciti a tratteggiare con leggere pennellate di colori la sua santità.
Leggero e ironico ma allo stesso tempo profondo e delicato, il lavoro scorre piacevolmente mantenendo sempre il sorriso sui volti di chi assiste. In fondo non è un caso che Francesco sia stato chiamato più volte il ‘Giullare di Dio’. 

“Francesco cantava il Vangelo e predicava con parole dolcissime in un volgare semplice e spontaneo, si aiutava coi gesti, la mimica, il canto e la musica: era come assistere ad uno spettacolo, ad una commedia religiosa. E’ possibile una commedia religiosa? Come conciliare comico e sacro, saggezza e follia, fede e dubbio? Forse con un teatro candido che cerca altezze metafisiche come quelle a cui è arrivato Francesco. Fare i poeti o i mercanti, i ricchi o i mendicanti? Cosa c’è da fare in questo mondo? Cercare la felicità, la verità, cercare Dio, farsi trovare da Lui? Il Vangelo capovolge le regole del gioco: ‘Perdere tutto, guadagnare tutto. Giocarsi tutto fino a restare nudi e scalzi.’ La gioia di non essere mai a casa propria, ma sempre fuori, sfinito, affamato, ovunque nell’esterno del mondo” spiegano Gianpiero Pizzol, autore del testo, e Letizia Quintavalla, che come detto ha curato la regia.

Gli episodi della vita di Francesco rappresentati sul palcoscenico sono interpretati dagli attori con grande maestria e professionalità rispettando lo stile proprio della Filarmonica Clown. Uno stile comico, ironico ma mai sopra le righe; uno stile teatrale che utilizza gli oggetti e lo spazio con disinvoltura per ricreare scene e personaggi della vita di Francesco. Mantenendo sempre un legame costante col pubblico – proprio del clown teatrale – viene progressivamente annullata la distanza tra attori e spettatori rendendoli così partecipi del cammino di Francesco a cui assistono.
“Insieme ci siamo trovati a raccontare la storia di un uomo senza misura cercando, nella misura e nei codici del fare teatro, di dire qualcosa insieme sulla vita di Francesco in modo che ci potessero ascoltare. Mi piace pensare sia possibile che anche solo un fiato parli di Francesco, della sua testimonianza e della sua follia incommensurabile” racconta Piero Lenardon.

Uno spettacolo come “Un uomo di nome Francesco” non poteva che terminare con una scena di vita. Infatti, pur essendo una biografia del Santo, lo spettacolo non termina con la sua morte ma con la scena dell’invenzione da parte di Francesco del presepe a Greccio. Il momento rievocativo per eccellenza, per i cristiani, della nascita di Gesù, fatto uomo, nato povero, che con la sua nascita conferisce dignità all’umanità e alla carnalità di ciascuno di noi. Estremamente interessante e coinvolgente il crescendo di ritmo, suoni ed energia in cui si svolge questa scena. È questo il momento, infatti, in cui il presente si mescola al passato. Improvvisamente lo spettatore si trova ad assistere ad una scena comica e delicata: i compagni di Francesco, i Fratres, per costruire il presepe ‘utilizzano’ - sempre grazie all’uso preciso dello spazio e grazie alla magia del teatro - arnesi e strumenti di oggi come il trapano o un cavo elettrico, le luci da mettere intorno al presepe e tanti altri piccoli particolari interpretati con movimenti precisi e puliti che rendono attuale, oltre che divertente, la commedia a cui si assiste e tutta la vita di Francesco. Per finire, nel presepe che si sta componendo Gesù Bambino sarà rappresentato da un bimbo che l’attore che interpreta Francesco chiama tra il pubblico.

Francesco non è un Santo d’altri tempi, è estremamente attuale. Questo il messaggio che con leggerezza ed ironia arriva a chi assiste allo spettacolo. “E allora si può ancora scherzare? E se sì, su cosa? Ci siamo imbattuti, caro Francesco, in qualcosa di incommensurabilmente grande ed è successo grazie a te. E qualcosa, anzi qualcuno, che non possiamo restringere nei nostri ragionamenti e contenere nelle nostre pretese, anche se noi ci proviamo in continuazione. È questo che è veramente comico. E allora si può scherzare” spiega Carlo Rossi.

Infatti, pur essendo Francesco il Santo delle Stimmate, delle malattie che ha patito e della sofferenza, della preghiera e della solitudine, resta pur sempre San Francesco del Cantico delle Creature, Francesco che parlava al lupo e agli uccelli, il Francesco che amava cantare e camminare per le strade, libero di andare “E cammino cammino per le strade, e cammino cammino…”

29.10.10

Rinnovamento nello Spirito Santo: gli auguri del card. Rylko e di mons. Crociata per la 34ª Conferenza nazionale Animatori

Si apre oggi, per concludersi lunedì 1 novembre, presso il Palacongressi di Rimini, la 34ª Conferenza nazionale Animatori del Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS), tradizionale appuntamento di formazione, revisione e programmazione del Movimento, sul tema “Io sono servo con te e con i tuoi fratelli” (Ap 19, 10a)

La Conferenza, che cade alla vigilia dei rinnovi di tutti gli Organismi di servizio del RnS per il quadriennio 2011-2014, è anche l’occasione per fare un bilancio del mandato pastorale in scadenza, un rilancio del cammino e dell’esperienza carismatica per cogliere la missione ecclesiale e sociale del RnS adeguandola ai segni dei tempi. Agli oltre 4 mila animatori e responsabili, provenienti da tutta Italia, sono arrivati i saluti e gli auguri del card. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, e di mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei.

«I giorni che vivrete insieme – scrive il card. Rylko – vi introdurranno nel nuovo quadriennio, quando sarete chiamati a rinnovare tutte le cariche ai diversi livelli della vostra associazione. Un tempo impegnativo, pertanto, in cui è necessaria la verifica e il bilancio di quanto vissuto, in vista di rinnovate motivazioni, per vivere quanto lo Spirito Santo vi ispira, in seno alla comunione ecclesiale. Il tema scelto per questa vostra Conferenza aiuterà senza dubbio i partecipanti a entrare in quello spirito di servizio che sempre deve contraddistinguere chi si trova in ruoli di responsabilità nelle comunità».

Mons. Crociata, invece, nella sua lettera dice: «La scelta di accentuare la dimensione spirituale e pastorale del servizio nella comunità chiede di mettersi umilmente alla scuola del Maestro, imparando da Lui la fedeltà e la dedizione al vero bene delle persone, nella prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente. In Gesù, maestro di verità e di vita che ci raggiunge nella forza dello Spirito, siamo così coinvolti nell’opera educatrice di Dio stesso e veniamo generati come uomini nuovi, capaci di stabilire relazioni profonde con ogni persona. È questo il cuore del servizio che ci è chiesto oggi, con intelligenza, generosità, senso di matura responsabilità. Questa consapevolezza, che fortemente caratterizza il vostro carisma, saprà certamente elaborare una proposta che sia colta come portatrice di pienezza di vita e fermento di nuova evangelizzazione”.


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