Ha fatto causa al governo di Gibuti presso la Commissione Africana per i diritti dell’uomo, un cittadino yemenita trasferito nel piccolo paese del Corno d’Africa sulla base di una richiesta dell’intelligence americana (Cia).
Agenzia Misna - Nel 2003, Mohammed al Asad, residente in Tanzania è stato arrestato e trasferito in un paese sconosciuto che ha in seguito identificato come lo stato di Gibuti. Qui, nel corso di diversi interrogatori condotti da un uomo e una donna di nazionalità americana, ha capito di essere sospettato di sostegno ad un’organizzazione islamica iscritta nelle liste del terrorismo internazionale. Dopo due anni di detenzione e maltrattamenti in diverse prigioni americane al’estero, Al Asad è stato rilasciato e non è mai stato perseguito per il reato di terrorismo. Se la Commissione dovesse decidere di accogliere la sua contestazione, per la prima volta i paesi africani che hanno collaborato con la Cia in violazione delle loro stesse leggi interne dovranno risponderne alla giustizia internazionale. “È un ‘occasione storica, non solo per difendere la sovranità africana e i diritti dell’uomo – ha fatto notare Jayne Huckerby, del centro per i diritti umani della New York University - ma anche per rendere giustizia a un uomo rapito, imprigionati e torturato in nome della sicurezza nazionale”.
Agenzia Misna - Nel 2003, Mohammed al Asad, residente in Tanzania è stato arrestato e trasferito in un paese sconosciuto che ha in seguito identificato come lo stato di Gibuti. Qui, nel corso di diversi interrogatori condotti da un uomo e una donna di nazionalità americana, ha capito di essere sospettato di sostegno ad un’organizzazione islamica iscritta nelle liste del terrorismo internazionale. Dopo due anni di detenzione e maltrattamenti in diverse prigioni americane al’estero, Al Asad è stato rilasciato e non è mai stato perseguito per il reato di terrorismo. Se la Commissione dovesse decidere di accogliere la sua contestazione, per la prima volta i paesi africani che hanno collaborato con la Cia in violazione delle loro stesse leggi interne dovranno risponderne alla giustizia internazionale. “È un ‘occasione storica, non solo per difendere la sovranità africana e i diritti dell’uomo – ha fatto notare Jayne Huckerby, del centro per i diritti umani della New York University - ma anche per rendere giustizia a un uomo rapito, imprigionati e torturato in nome della sicurezza nazionale”.



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