Corrado Catenacci: «Il percolato in mare per bloccare i clan». Meglio in mare che nelle mani della camorra e della ‘ndrangheta. Il percolato delle discariche campane faceva gola ai clan e costava troppo allo Stato.
Liberainformazione - Per questo, a partire dal 2006, il Commissariato di governo decide di bloccare lo smaltimento fuori regione e trattare i reflui nei depuratori campani, anche se erano o non adatti o non funzionanti. È la spiegazione che ha dato alla Commissione Ecomafia Corrado Catenacci, allora commissario per l’emergenza rifiuti in Campania, arrestato a febbraio nell’ambito dell’inchiesta "Marea Nera". Nel corso di dell’audizione parlamentare, l’ex prefetto ha fornito la sua versione dei fatti sulla vicenda del percolato a mare.
La strategia difensiva dell’ex Commissario ruota tutta intorno a un’affermazione: «Non avevo la minima idea che i depuratori campani non funzionassero». O meglio, «Da napoletano sapevo, forse immaginavo che quegli impianti non fossero esattamente un modello, nessuno però mi ha mai detto che i depuratori fossero del tutto non funzionanti». La tentazione dello scaricabarile è forte. Catenacci chiama più volte in causa l’ex presidente Bassolino: «Era il commissario per le bonifiche e i depuratori, io non c’entro nulla».
Una giustificazione che però vale solo in parte. Spettava infatti comunque all’ex prefetto la competenza sul percolato: era lui a decidere in quali impianti mandarlo, come smaltirlo, a chi farlo gestire. Catenacci chiama in causa i suoi tecnici: «Io non ho mai firmato nulla. Di questa questione si occupavano il coordinatore Michele Greco e i subcommissari De Biasio (coinvolto nelle indagini insieme a Greco, ndr) e Sorace». Sia chiaro, però: su di loro nessun ombra. Nel suo staff, spiega Catenacci, c’erano carabinieri, finanzieri, ex prefetti e tecnici super-esperti, che mai avrebbero potuto decidere di sversare il percolato tossico in mare. «Nessuna infiltrazione della camorra all’interno del Commissariato, ci metto la mano sul fuoco», è la risposta dell’ex commissario a una domanda di Alessandro Bratti del Pd (il più preparato tra i presenti; il deputato campano del Pdl Gennaro Coronella è intervenuto più volte durante la seduta parlando di “pergolato” e non di percolato).
Eppure proprio Claudio De Biasio è stato coinvolto in un’inchiesta per concorso esterno per associazione mafiosa: prima di approdare al Commissariato era infatti stato direttore generale del Consorzio Ce4, quello degli imprenditori camorristi Michele e Sergio Orsi. Secondo quanto racconta Catenacci, però, la decisione di far trattare il percolato dai depuratori campani fu preso proprio contro i clan. Lo smaltimento, che avveniva (e avviene tutt’ora a Lamezia Terme) costava allo Stato tra i 4 e i 6 milioni di euro l’anno. E sull’affare, racconta l’ex prefetto, si erano fiondati il clan napoletano dei Pellini di Acerra e la cosca Mancuso di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia.
Liberainformazione - Per questo, a partire dal 2006, il Commissariato di governo decide di bloccare lo smaltimento fuori regione e trattare i reflui nei depuratori campani, anche se erano o non adatti o non funzionanti. È la spiegazione che ha dato alla Commissione Ecomafia Corrado Catenacci, allora commissario per l’emergenza rifiuti in Campania, arrestato a febbraio nell’ambito dell’inchiesta "Marea Nera". Nel corso di dell’audizione parlamentare, l’ex prefetto ha fornito la sua versione dei fatti sulla vicenda del percolato a mare.La strategia difensiva dell’ex Commissario ruota tutta intorno a un’affermazione: «Non avevo la minima idea che i depuratori campani non funzionassero». O meglio, «Da napoletano sapevo, forse immaginavo che quegli impianti non fossero esattamente un modello, nessuno però mi ha mai detto che i depuratori fossero del tutto non funzionanti». La tentazione dello scaricabarile è forte. Catenacci chiama più volte in causa l’ex presidente Bassolino: «Era il commissario per le bonifiche e i depuratori, io non c’entro nulla».
Una giustificazione che però vale solo in parte. Spettava infatti comunque all’ex prefetto la competenza sul percolato: era lui a decidere in quali impianti mandarlo, come smaltirlo, a chi farlo gestire. Catenacci chiama in causa i suoi tecnici: «Io non ho mai firmato nulla. Di questa questione si occupavano il coordinatore Michele Greco e i subcommissari De Biasio (coinvolto nelle indagini insieme a Greco, ndr) e Sorace». Sia chiaro, però: su di loro nessun ombra. Nel suo staff, spiega Catenacci, c’erano carabinieri, finanzieri, ex prefetti e tecnici super-esperti, che mai avrebbero potuto decidere di sversare il percolato tossico in mare. «Nessuna infiltrazione della camorra all’interno del Commissariato, ci metto la mano sul fuoco», è la risposta dell’ex commissario a una domanda di Alessandro Bratti del Pd (il più preparato tra i presenti; il deputato campano del Pdl Gennaro Coronella è intervenuto più volte durante la seduta parlando di “pergolato” e non di percolato).
Eppure proprio Claudio De Biasio è stato coinvolto in un’inchiesta per concorso esterno per associazione mafiosa: prima di approdare al Commissariato era infatti stato direttore generale del Consorzio Ce4, quello degli imprenditori camorristi Michele e Sergio Orsi. Secondo quanto racconta Catenacci, però, la decisione di far trattare il percolato dai depuratori campani fu preso proprio contro i clan. Lo smaltimento, che avveniva (e avviene tutt’ora a Lamezia Terme) costava allo Stato tra i 4 e i 6 milioni di euro l’anno. E sull’affare, racconta l’ex prefetto, si erano fiondati il clan napoletano dei Pellini di Acerra e la cosca Mancuso di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia.



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