30.4.11
Daniela Vitolo ci ricorda e ci racconta il famoso discorso di Giovanni Paolo II contro la mafia
La Valle dei Templi di Agrigento è gremita di persone accorse per partecipare alla Santa Messa celebrata da Giovanni Paolo II, la funzione è ormai al termine e il Papa prende la parola per pronunciare la benedizione e il saluto finale. Nessuno sa cosa sta per dire perché quel discorso non è stato preparato. Il Papa procede a braccio, come fa spesso, e dice ciò di cui sembra avvertire la necessità e l’urgenza. Si rivolge ai siciliani e li invita a rifiutare quella che definisce “civiltà contraria, civiltà della morte”, ma soprattutto parla direttamente ai mafiosi, li colpevolizza delle sofferenze patite dai siciliani e li accusa di non aver rispettato la parola di Dio. Conclude così il suo discorso: “Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di Cristo, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!”. È il 9 maggio 1993. Quelle sue parole faranno immediatamente il giro del mondo e saranno note come l’anatema di Giovanni Paolo II contro la mafia.

Quello del 1993 è il terzo di cinque viaggi apostolici che il Papa compie in Sicilia durante il suo Pontificato. È già stato sull’isola nel 1988 e nel 1991. Vi tornerà nel 1994 e, per l’ultima volta nel 1995. In questa occasione, a Palermo ripeterà - cosa inusuale - lo stesso discorso di Agrigento dimostrando quanto reputa importante che quelle parole siano ascoltate di nuovo.

Siamo negli anni bui della lotta dello Stato a quello che si definisce antistato. La Sicilia paga in quegli anni un alto prezzo in vite umane cercando di opporsi ad una mafia violenta che non risparmia nessuno. Giovanni Paolo II interviene, parla ai siciliani, scaglia il suo anatema perché si sente vicino al dolore di quel popolo. Non può tacere di fronte alle sofferenze imposte da alcuni uomini ad altri uomini, di fronte alla violazione del diritto alla vita, di fronte alla privazione della libertà e del diritto alla felicità. Il Papa, l’uomo che ha conosciuto direttamente le sofferenze causate dal nazismo e poi dal comunismo e che ha svolto un ruolo attivo nella caduta dei regimi sovietici, da lui identificati con il Male, non avrebbe potuto non intervenire contro la mafia, anch’essa portatrice di una “civiltà di morte”.

Quel discorso rinfranca i siciliani - credenti e non - che dalle sue parole traggono nuovo coraggio per resistere. La gente si sente meno sola, confortata da quelle parole tanto forti perché sincere, spontanee, urgenti. In altra occasione il Papa commenterà così quel momento: “Un grido mi nacque dal cuore”.

Il 9 maggio 1993 il mondo intero capisce che quelle parole appena pronunciate sono già entrate nella storia: quel discorso ha tutta la rilevanza della netta presa di posizione della Chiesa nei confronti della mafia. Ma la forza di quel discorso sta anche nella capacità di Giovanni Paolo II di fare proprie le sofferenze dell’umanità, di prendere su di sé il dolore di ogni singolo individuo. Non c’è dubbio sul fatto che proprio per questa ragione Giovanni Paolo II è stato molto amato da tante persone che in lui hanno visto innanzitutto una figura paterna sempre vicina ad ognuno di loro, tanto più nei momenti difficili.

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