8.4.12
Mai come oggi le scienze naturali hanno goduto di prestigio, presso i ceti colti e ricchi come presso i più poveri e meno istruiti, di tutti i Paesi. 

di Giorgio Masiero, fisico e docente universitario  

Uccr - Mai come oggi le scienze naturali hanno goduto di prestigio, presso i ceti colti e ricchi come presso i più poveri e meno istruiti, di tutti i Paesi. Ciò si deve al successo delle applicazioni tecnologiche, sfruttate ovunque dagli uni e dagli altri con avidità: quando si ammala, anche il filosofo scettico si sottopone ai test di ecografi, Holter, Tac; nel suo lavoro, pure il teologo tradizionalista si serve di pc ed internet; quando esegue un software di tracking navale o fa trading sui tassi di cambio, anche il pirata somalo illetterato usa i satelliti per intercettare le prede nell’oceano Indiano prima ed investirne i riscatti a Londra e Dubai poi; ogni ragazzino/a del mondo chatta con gli amichetti al telefonino; ecc. L’apprezzamento verso la tecnica si trasforma immediatamente (cioè, senza una pausa di riflessione critica) in venerazione verso la scienza, la promozione di livello provenendo dall’alone di mistero che nelle masse circonda le procedure della ricerca scientifica in contrasto con l’esibizione sfacciata di gingilli high tech nelle vetrine dei centri commerciali.

Nessuna sorpresa quindi se coloro che si sono dedicati a tale attività, gli scienziati, sono la categoria oggi più corteggiata dai media. Sorprende, invece, che essi siano spesso intervistati non tanto nella loro disciplina specifica, ma dove la loro opinione vale come quella di ogni altro uomo. Dove, più precisamente? In ogni campo non scientifico: sociale, politico, morale, religioso… Così accade per es. che un famoso oncologo venga interpellato più spesso in etica, eudemonologia ed estetica (“per una vita buona, felice e bella!”) e magari in politica energetica, piuttosto che sugli ultimi progressi nella lotta ai tumori. Eppure anche gli scienziati fanno parte della specie umana: accade loro di sbagliare nel lavoro, dove per caratteristica delle procedure scientifiche la replica dell’esperimento e lo scrutinio severo della comunità scientifica internazionale intervengono di regola a correggere l’errore (vedi il caso recente dei neutrini); gli accade quando filosofano nei talk show, ma qui il prestigio della scienza e l’assenza di falsificazione creano un’aura d’infallibilità.

L’ibridazione più divertente di scienziato-professionista/filosofo-dilettante si verifica quando il personaggio si consegna al pubblico adorante, sentendosi innanzitutto in dovere di recitare il dogma positivista secondo cui solo le proposizioni scientifiche hanno senso mentre quelle filosofiche vanno lasciate ai perditempo e, celebrato il funerale della filosofia, subito dopo la resuscita per uso personale, indisturbato per il resto del discorso. La schizofrenia è stata illustrata qualche settimana fa in un articolo di Enzo Pennetta riguardante un’uscita di Luca Cavalli-Sforza. «Gli unici discorsi che val la pena affrontare sono quelli scientifici, gli altri sono privi di consistenza», il genetista aveva appena finito di sciorinare, che subito si lanciava allegramente in una serie di osservazioni filosofiche riguardanti il senso della vita, la religione, la letteratura, ecc., senza che l’intervistatore prostrato ai suoi piedi sollevasse il ditino per contestargli la contraddizione flagrante. Nella sua autobiografia “Perché la scienza? L’avventura di un ricercatore” Cavalli-Sforza aveva ripetuto lo schema per 300 pagine: «La filosofia cerca la verità attraverso il ragionamento, ed è gravemente ostacolata, a mio parere, da un limite fondamentale insito nel linguaggio. Per ragioni pratiche, ogni linguaggio ha sempre un certo livello di ambiguità: molte parole hanno più di un significato e di solito è il contesto a dirci qual è quello giusto, cioè quello inteso da chi le ha pronunziate [...]. So benissimo che questo discorso non piacerà negli ambienti più intellettuali e astratti, e quello dei filosofi è forse il più astratto di tutti, ma mi sento in dovere di farlo per onestà, consapevole che mi costerà l’accusa di non capire nulla di filosofia. L’accusa probabilmente è giusta, ma sono convinto che per fare della buona scienza non sia necessaria la filosofia» (sottolineatura mia). E così via, lo specialista in amminoacidi e nucleotidi proseguiva imperterrito, senza accorgersi di avere scritto in questo caso non un saggio sul DNA, ma un quaderno di filosofia ingenua, ricorrendo ad un “ambiguo”, “nebuloso”, “impreciso” ed “incerto” idioma: la lingua italiana. Se una delle funzioni più importanti della filosofia è d’insegnare l’arte della definizione, l’analisi della logica e la corretta procedura argomentativa, a cominciare dal rispetto dell’aristotelico principio di non contraddizione che proibisce di affermare contemporaneamente A e non A, a Cavalli-Sforza servirebbe frequentare fuori laboratorio un corso di logica. Imparerebbe allora, oltre a non contraddirsi, che nessun linguaggio che usi il calcolo proposizionale del second’ordine (e quindi nemmeno il gergo della sua arte, la biologia) è immune dalle ambiguità delle lingue ordinarie.

Anche Stephen Hawking, nel suo zibaldone di pensieri “Il grande disegno”, comincia col proclamare la morte della filosofia ed il passaggio del testimone della verità alle scienze naturali: «La filosofia è morta. Essa non ha tenuto il passo con gli sviluppi della scienza moderna, in particolare della fisica. Di conseguenza sono ora gli scienziati a portare la fiaccola della conoscenza». E, dopo la dichiarazione di rito, il tecnico delle stringhe elenca otto grandi domande cui si propone di rispondere, “scientificamente”: 1) Come possiamo capire il mondo in cui viviamo?; 2) Come funziona l’Universo? 3) Qual è la natura della realtà?; 4) Da dove viene il tutto?; 5) L’Universo richiede un Creatore?; 6) Perché c’è qualcosa piuttosto che niente?; 7) Perché esistiamo?; 8 ) Perché le leggi di natura sono queste piuttosto che altre? Il lettore accorto capisce al volo che soltanto la seconda domanda appartiene alle scienze naturali, mentre le altre sette sono di carattere filosofico, in quanto elusive del metodo sperimentale.

E’ confermato nella sua intuizione dal prosieguo della lettura del libro dove l’autore, tanto è brillante nella (sua ipotesi di) risposta all’unica questione scientifica, altrettanto balbetta e sragiona nelle altre sette. Hawking scrive: «Poiché esiste una legge di gravità, l’Universo può creare e di fatto crea se stesso da niente». Questa frase merita di entrare nel Guiness dei primati: 4 nonsensi in una riga. Se è raro, infatti, che l’uomo di strada si contraddica due volte nella stessa frase, il cosmologo che ha occupato per 30 anni a Cambridge la cattedra già di Newton e di Dirac lo fa 4 volte qui, nella proposizione che sintetizza tutta la sua ricerca metafisica:
Nonsenso n. 1: «Poiché esiste la legge di gravità… »: altolà! Allora l’Universo non è sorto da niente, ma dalla legge di gravità pre-esistente.
Nonsenso n. 2: la legge di gravità è la stessa cosa della gravità? Ovviamente no: la prima è un’equazione matematica che descrive un fenomeno naturale, la seconda è il fenomeno naturale, noto fin dalla preistoria ai nostri avi che, senza conoscere l’equazione di Newton, lo usavano in difesa salendo sulle alture e potendo così scagliare dall’alto verso il basso proiettili con maggior violenza dei nemici. E, con l’eccezione degli sciamani operanti in Amazzonia, Nuova Guinea ed Oceania – che appartengono a culture dove non è ancora stato inventato il metodo galileiano –, tutto il mondo distingue tra la capacità descrittiva e la sterilità prescrittiva delle formule nell’evocazione di eventi naturali. Insomma la legge di gravità non può fare alcunché, men che mai creare un Universo, perché per fare serve un agente.
Nonsenso n. 3: «L’Universo può creare e di fatto crea…”: la potenzialità di fare una cosa e l’atto di farla sono due stati distinti, essendo la prima un’apertura sia all’accadere che al non accadere del secondo. Va spiegato perché un evento solo possibile si è realizzato “di fatto” qualche tempo fa, e non è rimasto (per l’eternità) allo stato di potenzialità latente.
Nonsenso n. 4: «L’Universo crea se stesso», come dire «l’Universo è causa dell’Universo». Se A è causa dell’effetto B, si richiede l’esistenza della causa A per il realizzarsi dell’effetto B: quindi la proposizione “A è causa di A” è priva di senso, perché invoca l’esistenza di A per spiegare l’esistenza di A. Anche ad Hawking servirebbe un Bignami di filosofia aristotelica…

«Per fare della buona scienza non è necessaria la filosofia» dunque? Einstein bollerebbe gli autori di questi ragionamenti da bar Sport come operai di reparto cui è preclusa la visione d’insieme del lay out di fabbrica. In una lettera del 1944 lo scopritore della relatività moderna raccomandava l’insegnamento della filosofia agli scienziati con queste parole: «Io concordo pienamente con te sull’importanza ed il valore educativo della metodologia, della storia e della filosofia della scienza. Oggi molta gente, tra cui scienziati di professione, mi sembrano come chi ha visto migliaia di alberi, ma non ha mai visto una foresta. La conoscenza dei fondamenti storici e filosofici fornisce quel genere di indipendenza dai pregiudizi di cui soffre la maggior parte degli scienziati di oggi. Questa indipendenza creata dall’intuizione filosofica è, a mio parere, il segno distintivo tra un puro artigiano o specialista ed un vero ricercatore della verità» (Lettera a R.A. Thornton, Einstein Archive, Hebrew University in Jerusalem, EA 6-574).

Da che cosa è provocata questa deriva irrazionalistica contro la quale Einstein metteva in guardia già 70 anni fa? È la specializzazione, bellezza! L’altra faccia dello sviluppo tecno-scientifico è la comparsa di una nuova specie terrestre, i tecnici superspecializzati: essi si sono eletti tedofori della conoscenza del sol dell’avvenire, ma si sono fissati così maniacalmente nella loro ristretta area di lavoro da aver perso il senso del valore della filosofia come logos sintetico e veritativo, e da ignorare perfino di possedere nel loro background culturale un pregiudizio (naturalistico) che ne acceca, fuori del loro antro, la ragione contro l’evidenza. La loro razionalità è una delta di Dirac: sanno tutto su niente, e niente su tutto.

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